L'archeologia del sangue di Enzo Moscato

Per chi non lo sapesse, Montecalvario si trova subito sopra via Toledo. Non è propriamente un quartiere, né una strada. Topograficamente, lo si può intendere come l’insieme di vicoli dei Quartieri Spagnoli che salgono dalla parte centrale di via Toledo fin sotto Corso Vittorio Emanuele, verso la collina di San Martino. Enzo Moscato, nel suo Archeologia del sangue, primo volume di una trilogia autobiografica, pubblicato nel novembre 2020 da Cronopio, lo definisce a più riprese “rione”, identificando in quell’insieme di vicoletti, bassi, soprannomi, strani figuranti di mestieri antichi e personaggi scomparsi, il luogo della sua origine: il posto dove tutto cominciò. Chi conosce la materia di cui il Teatro dell’autore attore napoletano si nutre, sa bene che essa prende vita da quello che sarebbe meglio definire come un “non luogo” dell’anima, difficile da inquadrare. È l’autore stesso, in uno dei racconti del libro, a tornare su questa questione:

 
Si può parlare dei Q.S. (or, if you like it, dei “Naples Spanish Quarters”), in vari modi: in modo “materiale”, cioè: fisico, geografico, topografico, antropologico, piscologico, sociale […]. E poi c’è, o ci sarebbe, un’altra maniera di narrarli, ed è quella che io definirei “metafisica”, vale a dire: un modo o una maniera difficile da trasmettere, da comunicare agli altri, perché piuttosto lontana, come esperienza mentale, dal senso o la percezione “comuni” della gente e, in un senso lato, dalle capacità conoscitive “reali” della cosìddetta umanità. Questa maniera “metafisica”, astratta, se volete anche bislacca e strana, sostanzialmente non comunicabile a nessuno, tranne che a sé stessi nell’ “intimo”, certe volte la possiedono i bambini. L’anima, la psiche, la testa dei bambini.

 

Recidiva, 1996.


Questo non luogo è appunto Montecalvario e la sua vita brulicante, osservata con gli occhi di bambino/ragazzino prima, e (de) narrata da sapiente scrittore e filosofo che pratica l’arte della scena poi. Il periodo è quello che va dal 1948 al 1961: in questi anni il piccolo Moscato abitò con la famiglia in quattro diverse “magioni”. E non è un caso che questo primo volume della trilogia termini con la “deportazione” dai centralissimi “Spanish Quarters” al nuovo quartiere Fuorigrotta: è chiaro come questa fase abbia avuto un’influenza fondamentale nell’ “educazione sentimentale” del nostro che più volte ha affermato di essere il risultato del “gineceo narrante” in cui è cresciuto. Il libro è strutturato in due macro-sezioni di racconti: “i vicoli” e “il tempo”. La prima è una sorta di fluire libero di ricordi, immagini, sensazioni – anche sgradevoli, che rispondono a una resa estremamente veritiera da parte dell’autore – legate alla prima decina di anni di vita di Moscato. Nei racconti della seconda sezione è (già) come se lo scrittore/ filosofo/ storico/ attore si guardasse da fuori – e da lontano – producendo una serie di considerazioni sulla sua crescita e sul modo di osservare quel mondo archetipico fino a ora raccontato. Il risultato è una mescola sapiente e gustosissima tra madeleine proustiane, l’Archeologia del sapere di Foucault, ma anche le opere di Viviani, i racconti di Mastriani, Dickens, Faulkner, con uno stile irresistibilmente ‘moscatiano’, scritto in un mix di italiano con inserti di inglese, spagnolo e meravigliosa Lingua Napoletana. 

 

Enzo Moscato e Annibale Ruccello, foto scattata sul terrazzo del palazzo dove abitava Ruccello, Napoli, 1984.


Premettendo che i suoi lavori, soprattutto teatrali, attingono direttamente da quel “gineceo narrante” che l’ha cresciuto, va detto che non è la prima volta che Moscato scrittore esplora retrospettivamente la sua vita: era successo dieci anni fa con Gli anni piccoli che si presentava, similmente ai suoi lavori scenici, come un pastiche di schegge e di frammenti estratti dai ricordi di bambino e adolescente. Questo nuovo lavoro è frutto di una precisa intenzione, chiara già nel titolo. 

“Sono due cose – spiega Moscato durante una nostra conversazione –: uno è un fatto biologico e l’altro è un fatto minerale. L’archeologia si occupa di pietre, il sangue è il sangue. Narrare a frammenti la mia vita è qualcosa che ho fatto tante volte, qui volevo proprio che uscisse più materiale: la possibilità di dare spazio a questo materiale mnemonico e soprattutto abitativo nei miei primi anni. Tante volte mi sono affacciato anche sull’infanzia. Questa volta però volevo andare più indietro e con più ordine possibile. Puoi indovinare le fasi di crescita del ragazzino protagonista attraverso gli incontri che fa, le cose che dice, i personaggi che nomina”. Personaggi e luoghi rintracciabili poi nei topoi e nelle figure ricorrenti del suo universo drammaturgico: la “Romana”, ex donna di vita dei casini di Toledo; “Maria c’a barba” che Moscato e i suoi piccoli amici scugnizzi angustiavano per la sua apparenza in limite di genere; la “zarelleria” del nonno “Totore”, ovvero una sorta di bottega home made tipica dei Quartieri Spagnoli dove trovare pochi beni di ogni genere; ancora personaggi scomparsi ma realmente esistiti come Maria “a chiattona”, Teresa “a lavannara”, Rita la mandolinista, Carmela la “trammiera” che ci raccontano di una Napoli sottoproletaria e dignitosa di mestieri artigianali, estemporanei, di un’“economia del vicolo” sepolta dalle macerie del terremoto e in ultimo dal turismo di massa che ha travolto Napoli in questi anni. 

 

Occhi gettati, 1986.


Altro criterio narrativo è la suddivisione architettonica dello spazio “scenico” degli episodi narrati: dal “Palazzo Scampagnato”, ex palazzo nobiliare del Settecento, prima casa dei Moscato, dal cui tetto vuoto gli uomini saltavano nei cortili dei palazzi accanto per sfuggire ai tedeschi; alla “casa del Cristallo”, accanto all’ex cinema Cristallo (oggi Teatro Galleria Toledo) dove Moscato entrava di nascosto ogni sera, alla “casa della Loggia”, chiamata così perché aveva un terrazzo. “Quello che mi viene in mente subito – mi dice – è la presepialità degli edifici: come erano situati ‘sti palazzi uno a’cuoll’ a n’ato: anfratti, passaggi, grotte”. Da storico, Moscato mette in fila i ricordi – alcuni diretti e altri acquisiti da racconti orali ascoltati da parenti o abitanti del vicolo – che ci restituiscono un panorama nitido e estremamente crudo di questo arco temporale: tornano i giorni precedenti e successivi alle Quattro Giornate, periodo estremamente caro all’autore: gli uomini avvertiti dalla divinatoria “guardaporte” “donna ‘Raziella” e così scampati alle retate tedesche; le testimonianze dirette degli stupri dei Marocchini dopo lo sbarco degli alleati; l’estrema povertà in cui la popolazione si trovava alla fine della guerra; l’importanza cruciale dell’istruzione per i bambini dei Quartieri Spagnoli che ha permesso all’Enzo scugnizzo di diventare uno dei drammaturghi più importanti della scena contemporanea europea. 

 

Lingua, carne e soffio, 1996.


Ecco che il libro produce una vitalissima, doppia, polifonia: c’è l’autore protagonista che si mostra in tutte le sue personalità che lo abitano che a sua volta, in scrittura, dà voce, corpo, spessore a una pluralità di personaggi che (ri)prendono vita. “Come fai a separare le cose? Non puoi: c’è l’Enzo bambino e l’Enzo anziano, il filosofo ma c’è anche l’attore, il ragazzo di strada. M’interessava fare una biografia collettiva del quartiere dove sì, la voce narrante è mia, però sono gli altri a essere e a parlare: tutti quelli che vengono alla ribalta, che magari non ci sono neanche più. Poi c’è un lavoro di elaborazione che tu stesso fai che è inconscio, il “fittizio” accanto al “vero”, come sempre, per contrasto”, ragiona Moscato. Rispetto alla necessità di produrre un’autobiografia che sia “verosimile” aggiunge: “Lo stile di questo libro è abbastanza piano, secco, narrativo, non proprio dedito a una ricerca stilistica. È costruito con quelle cose che tieni dentro il più a lungo possibile perché possono costituire una sorta di autobiografia – anche se io di autobiografia ho scritto sempre. Questa però era proprio quella che io volevo che fosse. Non mettendomi a dire “ho fatto questo e quell’altro”, ma dandolo per racconti, per episodi che coinvolgessero anche la gente. Più che una biografia singolare è una biografia multipla di un quartiere: Montecalvario, dove attualmente ancora vivo, io sono uno dei suoi elementi. Mi sono ricordato cose e persone che non ci sono più da decenni, mi è sembrato giusto farlo per dare a questo luogo un’identità”. 

 

A proposito degli altri due volumi che seguiranno, Moscato non si sbilancia. La scrittura è qualcosa che gli appartiene da sempre, anche da prima di far teatro. Prende più spazio quando il teatro glielo concede. E per Moscato che, fino a poco prima della seconda chiusura dei teatri, ci ha tenuto a terminare uno dei suoi seminari di scrittura in Sala Assoli, unitamente alle prove del – per ora sospeso – Occhi Gettati, questa pausa forzata dalla scena è una maledizione. “La volontà c’è. Come i topolini ci siamo infilati, quasi di nascosto, fino all’ultimo, a teatro. Non si può fare. Però s’adda fa. A me interessa il teatro come essenza, proprio come forma di comunicazione, come forma di relazione con l’altro. S’adda fa perché sennò da qua non ne usciamo. S’adda fa anche come atto rivoluzionario, provocatorio. Sennò il teatro è morto. La gente senza teatro sta male”. 

 

Tutte le foto contenute in questo articolo sono di Cesare Accetta, pubblicate per gentile concessione del Maestro. 

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Rasoi, 1991.