raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

L’epicentro della pandemia

Louisiana

Siamo nel cuore della tempesta perfetta. Il nuovo punto caldo della pandemia è quaggiù in Louisiana e da settimane gli occhi dell’America sono puntati su di noi. Siamo la prova generale del disastro che minaccia di allargarsi all’intero Sud. 

L’epicentro è New Orleans dove la mortalità sfiora quella di New York e gli ospedali sono ormai allo stremo. Il contagio è figlio delle parate di Mardi Gras che a febbraio richiamano in città un milione e mezzo di persone. Da lì è risalito verso il nord dello stato fino a Shreveport, la città dove vivo. 

Pochi l’avevano sentita nominare. Finché di recente è balzata alle cronache nazionali come il test che gli Stati Uniti aspettavano. Shreveport non è una meta turistica né una bellezza nascosta. Ha avuto il suo momento di gloria a fine Ottocento come porto sul Red River e oggi è la capitale di una minuscola regione rurale. 

 

L’attrattiva principale sono i grandi casinò lungo il fiume. Ci si viene per lo shopping, l’università, gli ospedali, il centro medico all’avanguardia. Per il resto è un punto qualunque nell’infinita costellazione di città e villaggi che compone la pancia dell’America. 

Il fallimento del paese più ricco del mondo si è scritto in questi giorni nelle metropoli. A New York, Los Angeles, Seattle. Ma cosa succede quando la pandemia inghiotte una città media del Sud in uno degli stati più poveri, giovani e meno in salute del paese? Al momento la sensazione è di trovarsi sulla tolda del Titanic. L’acqua sale e l’orchestra suona.

 

Domani nessuno potrà dire che non sapeva. Si sapeva della Cina. Si sapeva dell’Italia. Passano però settanta giorni dalla prima notifica dell’epidemia in Cina prima che Trump prenda la questione sul serio. Ed è tutto tempo perso, in termini di contromisure e opinione pubblica. 

A quel punto l’America è spaccata in due – chi si preoccupa e chi alza le spalle. Dopo essersi sentita ripetere per settimane, dal presidente e dai media di Fox news, che “il virus cinese” è un imbroglio, una montatura dei media democratici, un complotto contro l’America, una parte del paese ormai ci crede. 

È un “gap partigiano nella percezione”, come lo definisce su Atlantic Ronald Brownstein. E i sondaggi lo rivelano con prontezza. I democratici, concentrati nelle aree urbane, si dichiarano più preoccupati della pandemia, più disponibili a cambiare comportamenti, più attenti a quanto accade nel resto del mondo. 

Nelle zone rurali e repubblicane, come la Louisiana, trionfa invece la tradizione del sospetto. Qui non ci si fida delle élite, dei media, degli stranieri, della scienza. Non ci si fida del governo – le milizie antigovernative sono in perenne addestramento. È la campagna contro la città, il vecchio contro il nuovo. A Sud, nella Bible Belt d’America dove la società ruota attorno al ministero delle chiese, è anche la verità della fede schierata contro la ragione. Pochi credono che il virus sia una reale minaccia o sono disponibili a restringere il proprio raggio d’azione e viste le premesse non c’è da stupirsi.

 

Una figura emblematica di questa storia è il pastore Tony Spell della Life Tabernacle Church, una grande chiesa di Baton Rouge, la capitale della Louisiana. Mentre l’epidemia si fa strada e il governatore vieta riunioni di più di dieci persone, Spell rifiuta di chiudere. 

Centinaia di fedeli, in maggioranza anziani, arrivano alle funzioni sui pulmini della chiesa. Pregano come hanno sempre fatto, stretti uno all’altro. Il pastore è arrestato ma poi ricomincia. “Preferiscono venire in chiesa e pregare da gente libera che vivere in casa da prigionieri”, spiega ai reporter. E comunque, ha detto nella predica, “non c’è niente da temere”. Episodi del genere si ripetono nell’intero Sud. 

 

Con uno strano tempismo, il giorno in cui l’Italia entra in quarantena New Orleans registra il primo caso. Pochi giorni dopo, mentre l’epidemia divampa, il governatore della Louisiana, il democratico John Bel Edwards, chiude scuole, università, locali pubblici e implora i cittadini di rispettare le norme del social distancing – bisogna tenersi a due metri uno dall’altro, non stringersi la mano o abbracciarsi.

Una settimana più tardi arriva lo stay-at-home order. I lavoratori non essenziali devono restare a casa, per il resto si può passeggiare, fare sport all’aperto, andare al supermercato e in farmacia e a comprare cibo per asporto. Siamo “la nuova Italia”, ammonisce il governatore e di nuovo esorta al rispetto delle regole.

Il sistema si adegua con quella rapidità americana che ancora mi impressiona. Senza perdere un colpo, l’attività didattica si trasferisce on line e così fanno uffici, palestre e negozi. I ristoranti spingono l’acceleratore su take out e consegne a domicilio. La disoccupazione schizza alle stelle e i supermercati assumono a piene mani. Davanti ai cassieri spuntano barriere trasparenti di plexiglas, debuttano gli orari antelucani per gli over 60 e le consegne a casa si moltiplicano.

 

 

 

Tanti però la considerano un’esagerazione, se non una prevaricazione. Le strade si riempiono di famiglie in bicicletta, jogger e comitive con i cani. Più che una pandemia sembra una vacanza. I dati dei cellulari rivelano che gli spostamenti si riducono appena del 25-30 per cento.

Succede anche nel resto del mondo. Perfino nell’asburgica Trieste dopo quattro settimane d’isolamento si inizia a mordere il freno. Negli Stati Uniti entra però in gioco un altro codice culturale, come spiega Ed Jong su Atlantic. 

“Il suo individualismo, l’eccezionalismo e il considerare il fare tutto quello che si vuole come un atto di resistenza hanno significato che quando è arrivato il tempo di salvare vite e restare a casa, alcune persone hanno affollato bar e club”. In tempo di pandemia, i valori più cari allo spirito americano si rivelano però un’arma a doppio taglio. E così le abitudini di socialità e ospitalità che rendono unico il Sud.

 

Anche per questo il contagio avanza con rapidità impressionante. La Louisiana conta sei milioni scarsi di abitanti, più o meno l’equivalente del Lazio. Mentre scrivo, all’inizio di aprile, i casi hanno superato i 16 mila e i decessi sfiorano i 600. 

È una tragedia che ribalta le casistiche. Muoiono i vecchi. Muoiono i giovani. Le donne più degli uomini. Muoiono soprattutto gli afroamericani che ormai rappresentano il 70 per cento dei decessi per virus. 

L’epidemia trova un prezioso alleato nelle malattie della povertà – il diabete, l’obesità, l’ipertensione, i problemi renali e cardiovascolari. Gli ospedali a New Orleans rischiano di ritrovarsi senza ventilatori meccanici prima di Pasqua.

Il governo federale ha annunciato che sosterrà le spese ospedaliere anche per chi non è assicurato (il 42 per cento degli afroamericani qui non lo è). È facile però figurarsi l’esercito di malati che non si presenterà mai all’appuntamento con un dottore. Fra minoranze e sistema sanitario corre per tradizione una certa diffidenza. E anche a essere maggioranza, dichiararsi malati può significare per molti stare a casa senza stipendio o essere licenziati. 

 

Non c’è nulla di nuovo in tutta questa storia se non l’urgenza. La pandemia si limita a svelare il volto di una società dove la salute è un lusso, l’essere poveri una colpa e le differenze sono abissi. Il virus conferma che non siamo sulla stessa barca – non lo siamo mai stati. C’è chi ha un lavoro e chi l’ha perduto. Chi possiede una casa e chi no. Chi è assicurato e chi ad ammalarsi rischia la bancarotta. Chi svuota i supermercati e chi ha fame.

In Louisiana le scuole dopo poco hanno riaperto. Un paio d’ore, lunedì mattina. Distribuiscono agli alunni il cibo per il resto della settimana: quattro colazioni e cinque pranzi. Se non mangiano a scuola, troppi bambini qui non mangiano. 

 

Quanto alla Food Bank, da giorni lancia appelli disperati in tutto lo stato. Le scorte sono in esaurimento e le richieste infinite. L’apparato delle charity fatica a reggere il peso di un’emergenza di questa portata.

Molti governatori nel Sud hanno tardato o ancora stentano a mettere in atto misure per contenere il virus. Uno dei timori è che la cura delle restrizioni finisca per uccidere il paziente. Riprendersi da un tale crollo economico sembra un’impresa al limite del possibile per un’area segnata da povertà e ritardi storici. Quale sarà il peso, in termini di salute e prospettive future, sulle generazioni future?  

E qui torniamo a noi. Cosa succede quando la pandemia atterra in una media città di provincia? I ricercatori di Ochsner LSU Health lavorano senza tregua. Trial clinici, terapie sperimentali. Ce la faremo a reggere o come New Orleans finiremo travolti? 

Ogni giorno, a mezzogiorno, i dati del contagio vengono aggiornati sul sito del governo. Anche domani copierò i numeri nella lunga lista che compilo dall’inizio della pandemia. Proverò a dare un senso alle cifre. Voci, volti, nomi. E come ogni giorno non ne sarò capace. Poi chiuderò il quaderno e mi immaginerò altrove. A Trieste, ad esempio. Quando la tempesta si addensa, sogni solo di andare a casa. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO