L’epopea di Gilgameš

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.

 

C’è questo Gilgameš che, come tutti noi, così dicono, è figlio di un dio, ma che diversamente da noi che ce ne siamo dimenticati e quindi pensiamo di essere solo umani e quindi che prima o poi, beh, insomma... si sa, ci tocca morire, lui invece se lo ricorda benissimo, perché è un grande re, è bello, e forte, e ha tutti questi poteri che gli altri esseri viventi, e gli uomini comuni in particolare, non hanno, ed è per questo che quando scopre che di un dio sarà pure figlio, ma lui un dio in tutto e per tutto non è, e che quindi prima o poi anche lui... insomma: quello... ci siamo capiti... ci resta proprio male e non riesce a farsene una ragione. Per gli altri sarà anche ingiusto, ma non così tanto, che gli altri mica sono come lui... ma lui, dài... non è possibile! e proprio non si rassegna. Non gli possono fare un’ingiustizia del genere! È un’infamia! Ci sarà pure un modo per evitarlo... che poi magari vien buono per tutti. Il risvolto umanitario si trova sempre. Di figli di dio come lui, con queste belle pensate, lui non lo sa, ma il mondo è pieno... però va bene, è da apprezzare lo stesso. Anche perché fanno tutti una brutta fine, per questo, che a un pessimista verrebbe da pensare che è così che va a finire, sempre, la generosità. Insomma, Gilgameš si chiede cosa può fare, ma all’inizio non è che ci pensa tanto: è un re di un grande regno, che lui rende sempre più potente, uno che viaggia, compie imprese, perché ci tiene al suo buon nome, tanto più che la gloria è anche un modo per non morire del tutto, come diceva il poeta, ma è anche un giovanotto piuttosto arrogante e prepotente e libidinoso, come si addice a uno che per nascita, biologia e censo è superiore a tutti, e i suoi sudditi lo ammirano, ma alla lunga si stancano anche (specie i mariti, che non gradiscono il fatto che le fresche mogliettine, tutte vergini ovviamente, vengano prima deflorate da lui, con il rischio alquanto plausibile di non reggere poi, loro, il confronto) e insomma tutti quanti pregano gli dei che mandino qualcuno che gli faccia abbassare le arie.

 

 

Così gli dei creano un uomo selvatico, ispido, sporco, fortissimo, ma piuttosto sempliciotto, chiamato Enkidu, che vive nella steppa e nei boschi con le fiere, in totale simbiosi, tanto che alcuni malignano di rapporti anche più intimi..., e grugnisce e muggisce e ruggisce e si intende benissimo con tutte, si nutre di erbe come loro e scorrazza giulivo in lungo e in largo senza pensieri, spaventando però i contadini e i cacciatori, liberando le fiere catturate e imperversando al loro fianco. Un bestione anche simpatico, che appena entra in scena si capisce subito che diventerà amico inseparabile del protagonista e che se qualcuno dovrà morire, come in tutti i film hollywoodiani che si rispettano, quello sarà lui, e molto probabilmente al posto di quell’altro, in sua vece, come la capra al posto di Isacco, come tutti gli animali al posto degli uomini. Intanto però gli dei lo hanno creato per contrastarlo, questo amico predestinato, Gilgameš, ma lui, essendo sempliciotto, viene buggerato. Da una donna, manco a dirlo. Sono le donne che fanno uscire dall’eden e entrare nella cultura, o nella civiltà, se si preferisce, nelle dolcezze dell’infelicità. Questo è quanto dicono gli uomini, perlomeno. Gli mandano una prostituta sacra che gli insegna tutti i segreti della carne per sei giorni e sette notti (è una formula che ritorna spesso), facendogli recuperare in una volta sola tutta l’astinenza pregressa, dopo di che lui è come se si svegliasse al mondo, mentre io, e chiunque come me, sarebbe crollato molto, ma molto prima, anche se poi mi sarei vantato della performance come tutti... La prostituta lo porta in città, lavato, pettinato, profumato e ben vestito, e lì, anche se così conciato sembra un po’ un fighetto di taglia xxxxl, sfida Gilgameš, e cosa strana, lo vince, ma in realtà poi non lo vince davvero, e lo sconfitto, magnanimo, prende a volergli bene e lo coccola e lo impone anche al popolo come il miglior amico che gli dei potessero inviargli. Che vi avevo detto?

 

Ne fanno insieme di cotte e di crude, finché non gli viene in mente di tentare l’impresa delle imprese, quella di andare in una montagna sacra coperta di grandissimi cedri, che poi sarebbero venuti utilissimi per i palazzi e l’edilizia di lusso della capitale, la grande metropoli di Uruk, già dotata da Gilgameš di possenti mura di mattone cotto, e di ammazzare il custode Hubaba, un mostro protetto da una cooperativa di dei che lo hanno dotato di forze e strumenti di guerra insuperabili. Eppure i due, dopo una lotta memorabile, ce la fanno, con l’aiuto non secondario, bisogna dirlo, dei doni del dio supremo che li ha presi sotto la sua ala. Immobilizzano e poi, nonostante le suppliche, macellano il mostro, o demone, o incarnazione di tutti i mali, che almeno sparissero per sempre con lui!, e se ne vanno carichi di bottino e di fama. Le montagne e le foreste tremano, scosse da brividi, e anche gli dei non sono contentissimi quando i due depongono la testa tagliata davanti a loro (un’usanza che da quelle parti non è mai venuta meno, perché loro, diversamente da noi rinnegati, alle tradizioni ci tengono); specie Enlil, potentissimo dio della terra e parecchio altro ancora, che al defunto era particolarmente affezionato.

I due non si preoccupano e quando tornano sono feste e canti e danze per tutti! La gloria rifulge attorno a loro. Attorno a Gilgameš, in particolare, tanto che vedendolo, Ištar, la dea dell’amore, per non smentire il suo titolo, è presa dalla foia per lui e gli si offre senza mezzi termini. Di corsa uno ci andrebbe! Vogliamo scherzare? La dea dell’amore! Altro che tutte le sciacquette e gli sciacquetti che girano per la corte e in città! Godurie mirabolanti, come minimo... impensabili! Invece Gilgameš le dice di no! No??? ...eh no! Mica è scemo! Lo sa che fine hanno fatto tutti i suoi amanti una volta che se ne è saziata... non solo, glielo rinfaccia anche! Gli dà, senza mezzi termini, della troia! strega e vampira e assassina... Un tatto squisito. Una volta a palazzo usava così (le moine arrivano dopo, con i francesi e quei loro baffettini a filo di labbro). Che già rifiutare una donna, anche racchia (mi scuso per la mia, di indelicatezza), uno si attira odio eterno e vendetta garantita, figurarsi una che, oltre che dea dell’amore, lo è anche della guerra!

 

 

 

Perché a quei tempi avevano le idee chiare e non avevano ancora diviso l’endiadi come faranno, per esempio, greci e romani, salvo poi cercare di rimediare, parzialmente quanto meno, facendo dei rispettivi titolari due amanti. Va be’, Gilgameš, l’impavido, non cede, lascia il talamo della dea vuoto e desolato. Uno si aspetterebbe che la dea oltraggiata si faccia vendetta da sé, che ci vuole?, e invece no, come una bambina viziata lei va a chiedere aiuto al babbo e ai famigliari. C’ha la bua, poverina! Fa i capricci. Lo voglio morto, lui e quel bifolco calzato e vestito del suo amichetto! Pretende un Toro Celeste che li stermini, compresi un bel po’ di concittadini, già che c’è. Gli dei glielo confezionano seduta stante e lo spediscono a Uruk, dove appunto imperversa spargendo stragi su stragi. Poi però arrivano i due amigos, che all’inizio tremano di paura (sono forti e coraggiosi, ma non cretini: il pericolo lo vedono, e ne sono atterriti) ma poi si riprendono e decidono di affrontare lo stesso il Toro e le proprie paure (il coraggio sarebbe questo, dicono i filosofi, che raramente ce l’hanno però; non che io sia meglio, sia chiaro...). Dopo una lotta furiosa, Gilgameš trattiene per la coda il bestione inferocito e gli conficca lo spadone nel coppino. Poi, invece di tagliargli la testa, che è un onore che si fa solo agli uomini, gli strappano il cuore e lo offrono al loro protettore, il dio del sole e della saggezza. Ištar naturalmente ci resta malissimo, torna a lamentarsi e in più lancia maledizioni belle a sentirsi. Enkidu, che sarà anche forte ma non brilla per intelligenza, strappa una coscia al toro e gliela scaglia contro. Non bisogna esagerare con le umiliazioni! Anzi, a rigore non si dovrebbe nemmeno umiliare. Ma questa è storia recente, quindi lasciamo perdere. La dea corre di nuovo dagli dei e stavolta, appoggiata anche da Enlil, già furioso per  la brutta storia del suo protetto Hubaba, ottiene dal consiglio il decreto che uno dei due deve morire. E a chi toccherà mai, secondo voi? Dovrebbe essere Gilgameš, a essere onesti, ma dopo i soliti negoziati, immagino, si accontentano di far morire Enkidu. Q.E.D.

 

C’è sempre qualche dio tra i piedi. Un pover’uomo non può starsene un momento in santa pace che qualcuno degli dei superni, o sottani, arriva a tampinarlo, gli manda un sogno, una punizione, a volte anche un aiuto. Non resistono a starsene per conto loro, hanno sempre bisogno di essere temuti, pregati, adulati, invocati, al limite anche maledetti, ma guai a fargli uno sgarbo! Sono una brutta razza, è risaputo... a quei tempi ancora di più, antichi e bambini al contempo, volubili, irritabili, che basta un niente che decidono di sterminare gli uomini, mandare cataclismi, carestie, pestilenze... Diluvi! Troppo facile, così! E se anche per una volta sembra che ci passino sopra, stiamo certi che la punizione arriva, se non al primo colpo, al secondo; e se non direttamente, di lato. Ma allora è ancora più tremenda. Non colpisce te, o Gilgameš, ma individua ciò che ti è più caro, come Enkidu, ed è su questo che si accanisce. Non di te stesso ti priva, che allora amen, uno non ci pensa più, ma ti fa vivere senza ciò che era la tua vita. Nel dolore che non muore. È la loro misericordia.

 

Altro che fama imperitura! In quei momenti il desiderio di lasciare ai posteri un nome duraturo, compiendo imprese, sfidando mostri, abbattendo nemici potenti e altre iniziative testosteroniche, si rivela per quel che era: puro fumo, niente, fame di vento..., perché chi se ne frega dei posteri, in fondo, il postero voglio essere io, solo questo conta! Io con i miei cari! Non senza... Ma la morte, per il povero Enkidu, non tarda ad arrivare. Il regno buio, la casa di polvere, prima si affaccia nei suoi sogni, poi comincia a corroderlo dal didentro per giorni e giorni, senza pietà né remissione. Che sia maledetta in eterno! Non valgono lacrime né preghiere. Le offerte, abbondantissime, lusingano gli dei, che appena sentono un profumo di sacrifici accorrono come mosche (viene usata proprio questa formula), ma stavolta non si lasciano impietosire. I loro capricci di gentaglia viziata diventano legge. Figurarsi che, quando ancora si degnavano di abitare sulla terra, avevano decretato il diluvio perché infastiditi dal numero degli uomini e dal chiasso che facevano, che allora non c’erano nemmeno le fabbriche, gli aerei e le discoteche... Che poi si sono pentiti, a vedere tutto quello sterminio, ma tant’è: ormai il disastro era fatto E per fortuna che ci aveva pensato Ea (dio, tra l’altro, delle acque dolci e della sapienza) a salvarne uno, cioè il saggio re Utnapištim e tutta la sua famiglia servi compresi... anche se poi c’è stato pure chi, pentito o meno, si è risentito che il segreto era stato spifferato... il solito Enlil, che però alla fine, come se niente fosse, non solo lascia sopravvivere il buon Utnapištin, ma gli concede per soprammercato la vita eterna, alla faccia delle coerenza. 

 

 

 

Gli eroi invece hanno una parola sola: gente seria, forte, capace di grandi gesta e sacrifici, ma anche squassata da sentimenti smisurati, inclusa la paura, immensa, indomabile, sfrenata! ...gente che non si vergogna di piangere, e anzi vi si abbandona anche in pubblico con tutto il repertorio di vesti e capelli strappati e altre pagliacciate di contorno... mica sono stati sedati dalla società delle buone maniere, repressi e incitrulliti! ...si concedono tutto alla grande, persino le debolezze, e proprio questo ce li fa amare ancora di più: non perché tramite queste debolezze li assimiliamo a noi, ma perché proprio esse ci mostrano la loro incommensurabilità. E noi ci stupiamo e li ammiriamo. Cioè li amiamo. Li amiamo senza chiedere niente, per pura gratitudine. Attraverso la quale, solo, ci accostiamo a loro e siamo davvero prossimi... Tale è la grandezza, la scintilla divina, che in sé ogni gratitudine contiene.

I sogni portano agli amici meraviglia e terrore, e la consapevolezza definitiva che “la fine della vita è dolore”. Se è per questo basta essere un po’ svegli per accorgersene. Ma pazienza, a quei tempi l’ultima parola spettava sempre ai sogni. La realtà viene dopo. A mettere il sigillo. Ma quello definitivo, allora: come il verme che esce dalla narice di Enkidu, che solo quando appare si decidono a seppellirlo.

I sogni sono l’annuncio o la ratifica: vengono dagli dei, come è noto, quei creatori instancabili, di fuffa piuttosto che di niente, e allora la loro sentenza è definitiva, non rivedibile. E questa storia, di sogni è piena; forse essa stessa è sognata. 

 

Solo quando l’amico del cuore muore, Gilgameš è sopraffatto dalla vera e profonda consapevolezza di essere lui pure mortale. Prima era un pensiero vago, qualcosa di lontano, forse nemmeno così grave come si dice... qualcosa che si può aggiustare... Ora invece, “contaminato dall’inquietudine”, si dispera, sprofonda nell’angoscia più nera, ma poi, da quello spirito indomito che è, decide di mettersi in cammino a cercare l’unico uomo che abbia ottenuto l’immortalità (in realtà anche la moglie... ma quella non conta, è inclusa nel pacchetto regalo degli dei), il citato Utnapištin, la cui storia viene poi raccontata diffusamente per quanto a ben vedere c’entri poco. Per raggiungerlo Gilgameš attraversa le viscere della terra in dodici ore doppie (è scritto proprio così: ed è come se queste ore fossero infinite) di tenebre, “con la carne degli dei nel suo corpo ma la disperazione nel cuore”, fino al giardino degli dei, dove gli viene consigliato di lasciar perdere e di godersela, intanto che può, che è in forze e ne ha tutti i mezzi. È un re mica per niente! Suggerimento sagace!, ma per chi ha la morte dentro, tutte quelle parole, al pari della saggezza racimolata durante le imprese e i viaggi, sono vuote. Aria pura. Cosa vuoi che gliene freghi di feste e banchetti o di qualche scopata? 

 

 

 

Lascia stare, insiste però l’ostessa del giardino degli dei... torna a casa, è impossibile, non ce la puoi fare! Succeda quel che deve succedere, Gilgameš invece non desiste. Morire per morire, meglio rischiare di diventare immortale! Trova il traghettatore, lo tratta anche male già che c’è, distrugge le steli protettive come uno stupido arrogante, ma riesce a convincerlo a portarlo da Utnapištin, di là dal mare di morte. Però poi, quando arriva a destinazione, non riesce a superare la prova che gli farebbe ottenere l’immortalità, e invece di restare sveglio per i fatidici 6 giorni e 7 notti, come era stato capace di fare Enkidu con la prostituta sacra, si addormenta subito come un sasso. Neanche mezz’oretta resiste il poveretto, stracciato dalla fatica... crolla e tanti saluti! Non se ne accorge nemmeno. E non servono le scuse, al risveglio, una seconda possibilità non c’è. Inutile piangere e farsi compatire. Un po’ di dignità, che diamine! È finita! Capitolo chiuso! 

 

Anche se... Anche se cosa? Ci sarebbe, suggerisce Utnapištin, o piuttosto sua moglie, impietosita, questa pianta in fondo al mare, che assicura l’eterna giovinezza... Una pianta irraggiungibile, spinosissima, ma il cui effetto è garantito. Nessun problema, fa Gilgameš, sarà irraggiungibile per gli altri, non per lui! ...e sulla via del ritorno, giunto al posto indicato in mezzo al mare, si lega delle pietre ai piedi, come i campioni di apnea che tentano i record, e si lascia andare giù, verso il fondo! ...sì, per non morire si attraversano i mari, si va agli inferi, si raggiungono i giardini degli dei, e si va in fondo, in fondo, giù, dove ci sono mostri e piante strane... una vita orrida sconosciuta, mai raggiunta dalla luce del sole... fiori di tenebra... il fondo del fondo!, da dove chissà se si potrà mai tornare... giù, dove si andrà comunque se si fallisce, se si muore... e intanto, in questo, la vita va... e se non tutta la vita, la vitalità, la gioia di vivere, la forza di affrontare le cose, di rivoltare il mondo... Però Gilgameš è Gilgameš, un eroe mica per caso, un testone che non molla mai, e arrivato sul fondo la pianta la trova e poi, liberatosi dalla zavorra, la porta su, per sé e per tutti. Non moriremo mai! Saremo sempre, tutti, giovani e belli! E non da qualche parte nei cieli, o in altre dimensioni, improbabili, temute e insieme ambite, ma qui, sulla terra, a casa nostra, tra i nostri amici. Sia gloria eterna a Gilgameš! 

 

 

 

Solo che poi, appena risalito sulla barca, lo stanco eroe si distrae e un serpente sbucato dagli abissi (un altro serpente? allora è un vizio!) gliela ruba e, spine o non spine, se la pappa tutta quanta. E subito cambia pelle. Quindi funzionava davvero! Intanto però il ladro si è di nuovo inabissato e chi lo ritrova più! Va a godersi l’eterna giovinezza, a sprecare questo dono inestimabile, come forse è destino che vadano sprecati tutti i doni del genere, da solo, in quei postacci bui e disabitati, che io in un buco del genere quello che vorrei sarebbe solo crepare in fretta... altro che giovinezza! E intanto la barca va, inarrestabile, solca le acque dolci e quelle salate, ripete la traversata a ritroso, e a nessuno sarà  più concesso di tentarla. Mai più. Mai più...

A Gilgameš allora non resta che tornarsene a casa, dove sarà accolto con giubilo e feste, dove potrà compiere magari altre imprese, governare con maggiore saggezza, quella che le esperienze, e anche la disillusione, lasciano in eredità, e fare incidere la sua storia su una stele, essere cantato ancora in vita, celebrato e ammirato e invidiato, e infine, come tutti, morire.

Perché alla fine, al contrario di tutti i film hollywoodiani che si rispettano, anche il protagonista morirà, per sempre, senza remissione, gloria o non gloria, regno o non regno, madre divina o non madre divina.

Poi sì, è vero, qualcuno racconta anche altre cose di lui, ma io solo questo ho sentito, e solo questo ho letto e racconto. E sebbene pure qui dentro ci sono altre storie, per stavolta non le riferirò. Solo questo dirò: in tutte la morte regna sovrana, ma sempre l’incanto le viene appresso.

Perché così è: la storia più antica nasce dalla più antica domanda, quella che l’uomo ha cominciato a farsi non appena è diventato uomo, cioè ha cominciato a pensare, cioè a pensare a se stesso: perché devo morire? E noi oggi questa storia non ci stanchiamo di leggerla perché anche noi continuiamo ancora a farcela, questa domanda, sempre senza risposta, sempre con lo stesso terrore e lo stesso meravigliato infinito sgomento. 

 

 

L’epopea di Gilgameš, a cura di N. K. Sandars, trad. di Alessandro Passi, Adelphi, 1986. 

(Ma vedi anche, per chi preferisce le edizioni filologicamente più accurate e commentate, che ricostruisce tutte le vicende della saga e della sua tradizione con tante varianti e versioni alternative spesso bellissime di interi episodi, La Saga di Gilgameš, a cura di Giovanni Pettinato, postfazione di Silvia Maria Chiodi, ultima edizione Oscar grandi classici, Mondadori, 2004, ora purtroppo introvabile anche sulle piattaforme online.)

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