Lettera da un citizen of nowhere

Il nuovo libro di Jonathan Coe, Middle England (Feltrinelli, pp. 400, € 19) si sovrappone, quando letto in Italia, alle perplessità di fronte a quanto sta accadendo in Inghilterra con la Brexit. Si fa torto al libro, che ha una sua autonomia artistica, una vena comica e l’affidabile prosa, chiara e lucida, di un autore pieno di qualità. Per chi non conosca l’Inghilterra è un percorso istruttivo, ma per me è impossibile leggerlo. Troppe emozioni già prima di aprirlo per quello che sta avvenendo lassù da ormai due anni e mezzo e che trascina gli europei come me, che in Gran Bretagna hanno speso una buona parte della vita, anni di lavoro, amicizie e passioni, in una condizione difficile. Siamo schiacciati sull’orlo di un balcone e temiamo di essere i prossimi ai quali verrà chiesto di saltare. La soglia è inevitabilmente politica e personalmente umiliante. La settimana scorsa ho riempito un questionario che deve stabilire se ho diritto o meno di restare in Inghilterra, dopo averci lavorato per quasi quarant’anni. Da quando il primo ministro ha parlato degli europei come citizens of nowhere, cittadini di nessun luogo, echeggiando le accuse di Stalin e in generale i temi che hanno caratterizzato l’antisemitismo così diffuso, analizzato e ben raccontato dell’Europa degli anni trenta, nei governi fascisti come in quelli comunisti, o quando ha detto che non ci sarebbe più stata libertà di movimento e quindi gli europei non salteranno più la coda, noi tutti che abbiamo pagato tasse, lavorato e contribuito al benessere della Gran Bretagna, alla sua vita culturale, ci sentiamo improvvisamente individuati negativamente.

 

Quale coda abbiamo saltato? E lo smarrimento dell’espatrio è una macchia morale che ci marchia, un appartenere a nessun luogo ci condanna a uno stato di minorità, comunque vadano i negoziati tra Bruxells e Londra? E se questa passione anti-migratoria, che è vera per noi in Gran Bretagna ma altrettanto e più drammaticamente reale per i migranti in Italia, quotidianamente vessati da commenti al di là di ogni vergogna, diventasse domani la condizione di tutti? Perché la follia identitaria non ha mai pace, insegue una purezza che negli anni trenta portò a esperimenti di eugenetica e non si sarebbe placata neppure lì perché nessuno, mai, né geneticamente né culturalmente, è sufficientemente puro. C’è sempre chi è più puro di te. Non è questo il totalitarismo? Quando i cittadini iniziano a sentirsi non i protagonisti della vita politica, ma le sue vittime, oggetti di interventi per modificare percentuali di migranti presenti sul territorio e magari domani il numero dei figli, o i salari, insomma quando la società diviene l’oggetto del potere politico?

 

Bisogna fare un passo indietro per non sprofondare in un’amareggiata compassione di se stessi (e dei propri fratelli in questa condizione) per capire cosa sta avvenendo. In realtà Theresa May esprime una parte della società complicata. La confusione viene da lontano, in Brexit sono affiorate ferite antiche, affastellandosi le une alle altre. E non è un bel vedere.

C’è un fatto che vale per tutti gli europei, espatriati e non espatriati: quando uno stato nazione cerca di ripristinare i propri confini non ritrova ovviamente la condizione precedente all’integrazione europea, ma lascia riemergere dal proprio interno i conflitti che lo stato nazione, come ogni altra forma stato, aveva per un certo periodo ricomposto. 

 

 

In Gran Bretagna la prima, vistosa dissoluzione è stata quella del gruppo che proponeva la separazione e che avrebbe dunque dovuto guidarne il processo. Di solito si salta sul carro dei vincitori. In questo caso, dal carro dei vincitori sono tutti saltati giù, tanto che la macchina politica appare acefala, senza strategia, una deriva piuttosto che una iniziativa. Si è dimesso subito dopo la vittoria referendaria Nigel Farage, il leader del partito che si era costituito appositamente per ottenere la separazione dall’Europa e che da un decennio almeno ha spinto per il referendum. Ha poi ottenuto il passaporto tedesco per i propri figli, grazie alla moglie da cui ha nel frattempo divorziato. Boris Johnson, che tutti davano come primo ministro in pectore perché rispetto a Farage (chiaramente fascistoide e alleato di Grillo) appariva infatti più presentabile, non solo non ha neppure provato a diventare primo ministro (Cameron infatti si era dimesso la mattina dei risultati del referendum), ma si è alla fine dimesso da ministro degli esteri. Così come si sono dimessi David Davies, che ha condotto a lungo i negoziati con Bruxelles, e il suo successore Raab; entrambi convinti Brexiteers. A emergere come un possibile leader della separazione è stato Jacob Rees-Mogg, un conservatore che appare nei manierismi l’espressione di una classe dirigente di un’altra epoca ma che è invece assai presente ai propri investimenti che ha precauzionalmente spostato in Irlanda. I Brexiteers sono un’armata Brancaleone senza arte né parte, confusi e demagogici, nostalgici e senza visione.

 

Il negoziato in questi due anni e mezzo è stato una lunga battaglia interna al partito conservatore e non uno scontro con l’Europa. 

Impelagato in calcoli strategici che lo hanno azzoppato è apparso fino a oggi anche il partito laburista, che non ha voluto rappresentare il 48% di chi si opponeva alla separazione e si è ritrovato ai margini di un processo che pare tutto interno ai Tory.

In questo quadro in cui tutti si sono ritrovati ogni giorno più fragili e smarriti, Theresa May è andata avanti con spavalderia e innescando meccanismi irreversibili. Era convinta che l’Europa fosse l’altro. Ma l’Europa non è uno stato nazione, è una convergenza di interessi economici e geopolitici, tra l’altro sguarnitissima di una vera identità. Non c’era il primo ministro di un’altra nazione con cui negoziare un trattato, ma Barnier, un funzionario delegato dai 27 stati rimanenti a difendere quel che l’Europa è riuscita a diventare fino a oggi: contratti, un parlamento poco sovrano, le famose quattro libertà (movimento di persone, capitali, beni e servizi).

Il risultato è un accordo che nessuno vuole perché, come era prevedibile, tutto per gli inglesi e gli europei è peggiore di quel che c’era prima di Brexit. Condizioni commerciali, diritti dei cittadini britannici in Europa ed Europei in Gran Bretagna, rapporti politici all’interno della Gran Bretagna, degli stessi partiti, delle famiglie, tra le regioni. 

 

La sterlina ha già perso dal referendum circa il 20% del suo valore, ma le previsioni degli effetti della crisi che verranno innescati quando dazi doganali e frontiere verranno reinseriti sono addirittura catastrofici.

La vera tragica, tristissima crisi è però un’altra ed è molto profonda: la capacità che il pragmatismo inglese e la sua profonda vocazione libertaria e individualista hanno avuto di superare i traumi del passato, pare lacerata. Ogni civiltà, nei momenti di crisi, mostra il peggio. Riaffiorano oscure tentazioni che, diffusissime nell’epoca coloniale, apparivano preistoria dell’Inghilterra dei Beatles, di R.D. Laing o dei romanzieri e poeti degli ultimi anni. Non è facile distinguere quanto ad esempio la protesta contro l’immigrazione abbia nel cuore un nocciolo razzista. Parlare di immigrazione è relativamente facile, sembra un problema sociale. Il suo vero nome è però razzismo, considerare alcuni esseri umani diversi e inferiori per via della loro lingua, religione, paese d’origine. Se davvero la xenofobia è una nostalgia di white supremacists, cioè di persone convinte di una superiorità dei bianchi, siamo nel pieno delle ideologie degli anni ’30 del secolo scorso che portarono a espulsioni e genocidi. 

 

Altro dolorosissimo nodo che è riaffiorato in modo offensivo, è la straordinaria ignoranza dimostrata dai politici inglesi di cosa sia effettivamente stata la questione irlandese nel secolo scorso. Alcuni, come Jacob Rees-Mogg o Boris Johnson, hanno in diverse occasione lasciato trapelare l’atteggiamento coloniale da cui l’Irlanda si è sollevata pagando prezzi di sangue altissimi. Io ero già in Inghilterra quando Margaret Thatcher lasciò morire per uno degli scioperi della fame più drammatici della storia Bobby Sands e i suoi compagni che chiedevano di essere riconosciuti come prigionieri politici (Bobby Sands era alla fine addirittura un parlamentare). Per non parlare delle bombe in suolo inglese dell’IRA e i continui ammazzamenti tra protestanti e cattolici di quell’epoca. Tutto questo era stato superato dal lavoro straordinario di politici inglesi e irlandesi, che erano giunti a uno storico accordo, il Good Friday Agreement. Ed era stato superato grazie al fatto che l’Europa rendeva obsolete le rivendicazioni nazionaliste, toglieva l’acqua ai conflitti nazionalistici. Lo straordinario sviluppo dell’Irlanda da allora, che ha vissuto espansioni economiche e rinnovamenti civili straordinari, con una capacità di Sinn Fein di trovare un nuovo terreno di crescita non più nelle rivendicazioni nazionaliste ma nel diffondersi di regole più giuste (dal matrimonio gay all’aborto) che si diffondono naturalmente con il benessere, è apparso invisibile a conservatori inglesi educati in scuole private dove evidentemente si coltivava con maggiore passione la nostalgia del passato imperiale piuttosto dei grandi benefici che commerci e aperture portavano alla Gran Bretagna. 

 

Di fatto, nella superficialità con cui sono stati tenuti ai margini dei negoziati con l’Europa, non solo gli irlandesi del nord, ma anche scozzesi e gallesi sono tornati a sentirsi abitanti di colonie vicine. Se la strategia era stata di reinventare, attraverso la pura nostalgia, l’Impero Britannico per lanciare una Singapore del nord, il risultato è stato di sperperare che quel che si era così rapidamente e abilmente adattato a un nuovo ruolo di partner nell’unione Europea. Per questo in molti vorrebbero un nuovo referendum; purtroppo le lacerazioni sociali interne (tra le classi sociali, le aree geografiche e le nazioni che compongono il Regno Unito), non saranno facilmente suturate neppure da un risultato diverso.

Ma non sono solo i costi finanziari a pesare, è soprattutto il peso dell’involuzione culturale che si è scatenata con Brexit a inquietare, il clima amareggiato, frustrato, la latitanza di coloro che si erano tanto battuti per sfasciare la macchina ma che non si sono fatti trovare quando si è trattato di mantenere promesse e tirarsi su le maniche per costruire qualcosa di diverso. 

 

Tanto che inevitabilmente ci si è chiesto: cui prodest? La risposta più convincente e articolata è stata offerta dalla giornalista Carol Cadwalladr, premiata quest’anno come migliore giornalista, che attraverso una serie di articoli ha messo in evidenza il ruolo di agenzie come Cambridge Analytica. Sono, nella linea di indagine che lei ha seguito all’inizio da sola, gli stessi interessi ad agire per il disfacimento dell’Europa, e sono sostanzialmente interessi russi e americani. Dopo aver amministrato l’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale all’89, una pressione straordinaria viene adesso esercitata da nuclei ristretti e compatti (sostanzialmente agenzie di intelligence, cioè servizi segreti ma non necessariamente degli stati, piuttosto battitori liberi e assoldabili dalle più diverse lobby che manipolano i consensi attraverso i social media) a trasformare le democrazie europee in piattaforme di consensi digitali in cui non sia più la discussione informata a guidare le società, ma ondate di umori caotici, informi, alimentati da uffici di marketing che possono vendere il fascismo come si venderebbe una saponetta: studiando i comportamenti dei consumatori e piazzando il proprio prodotto ideologico sulla scansia giusta. Non è certo una sorpresa che dalla Le Pen a Salvini, come tra i Brexiteers, il dialogo con Putin e Bannon miri sostanzialmente a far saltare l’Europa. Forse l’illusione nostalgica dei brexiteers era che, saltando l’Europa, anche il ruolo della Gran Bretagna avrebbe di nuovo potuto crescere. Finora è accaduto l’esatto contrario: l’Europa ha tenuto e se ricorderemo la seconda mondiale sapremo anche difenderla. In questo caso la scommessa separatista inglese avrà conseguenza sempre più malinconiche e autolesioniste per le sue popolazioni. 

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