Marco Belpoliti. Pianura, eccetera

Una domanda che ci si può porre a proposito di Pianura, l’ultimo libro di Marco Belpoliti (Einaudi, pp. 280, € 19,50), riguarda il genere a cui appartiene. Che cos’è? Un libro di viaggi, di memorie, di descrizioni? Una raccolta di saggi, una galleria di ritratti, un’autobiografia? Un quaderno di appunti, un diario? D’altro canto, il titolo non contiene misteri. Tema dell’opera è la Val Padana, la pianura evocata dalla fotografia di Luigi Ghirri che illustra la sovracoperta: un albero che appena s’intravede nella nebbia, accanto a un’edicola sacra, di quelle che s’incontrano a tutti i crocicchi delle nostre campagne. La valle del Po, dunque, a partire dall’area emiliana dove si è svolta gran parte della vita dell’autore, nativo di Reggio Emilia, con importanti indugi sulla Romagna e sul delta del Po, e sporadiche incursioni verso l’Appennino, nonché nella Lombardia pedemontana (la Brianza), dove Belpoliti ha vissuto (molto meno presente la città di Milano, dove da tempo abita). Ad apertura di libro, una mappa disegnata dall’autore riproduce questo scenario geografico, e riporta i principali luoghi di cui si parlerà, a volte corredati da sommari appunti. Al centro Reggio, e poi Modena, Bologna, Parma, la via Emilia, Ravenna, Ferrara, Porto Tolle, Parma, Piacenza, Monza. Il lettore incontrerà poi molte località minori e minime: Carpi, Mirandola, Scandiano, Lomello, Comacchio, ma anche Campiano, Lugo di Romagna, Vezzano sul Crostolo, San Prospero degli Strinati (dove la narrazione si chiude).    

 

Il testo si presenta suddiviso in 32 capitoli, che oltre al titolo comprendono una libera indicazione di stagione, non vincolata alla successione naturale; prevale l’inverno (10), seguito da Primavera e Autunno (9); minoritaria l’Estate (4). Nemmeno il contenuto tiene conto dell’ordine cronologico. Ogni brano è ambientato in un’epoca diversa, a volte riconoscibile, altre meno; si alternano ricordi remoti e eventi recenti, memorie familiari, episodi della vita universitaria, fatti e riflessioni dei nostri anni, appunti su personaggi e avvenimenti storici: tant’è che a volte si ha quasi la sensazione di compulsare un diario di lavoro (prima o poi, chissà, Belpoliti scriverà davvero un libro sul trecentista Opicino De Canistris). Una vita in forma frammentaria, quasi i cocci di un’autobiografia: non perché l’autore sia stato vittima di traumi, né perché il mondo sia andato in pezzi, ma la vita perché si presenta come una serie di episodi che acquistano senso solo quando li si sappia in qualche modo ricomporre. Belpoliti, fedele a uno stile di pensiero che si traduce anche nelle strutture testuali, rigetta l’idea di un senso unico: per questo predilige gli assetti plurali, gli ordinamenti enciclopedici, le costruzioni sfaccettate.    

 

Cos’è allora Pianura? Potremmo dire, una anatomia personale della Val Padana, dove «anatomia» va intesa nel senso letterario di analisi accurata e puntiforme: un’autobiografia potenziale, declinata in forma di repertorio di luoghi ed incontri. Luoghi, ne abbiamo già citati diversi: ma bisognerebbe anche ricordare i lineamenti del paesaggio, le strade e i canali, le golene e i calanchi, le coltivazioni, gli argini. E incontri, soprattutto. Nella sua recensione su «Repubblica» (27 gennaio) Massimo Recalcati ha parlato di «eterobiografia»: non si può raccontare la propria vita senza parlare degli altri, sono gli altri che ci hanno fatto essere ciò che siamo. Io mi sentirei di aggiungere che gli altri s’incontrano sempre e si frequentano in luoghi ben determinati. Ogni «eterobiografia» è anche una  «autotopografia», una rassegna degli spazi vissuti; e vale la pena di notare, per inciso, l’attenzione di Pianura alle case, ai luoghi dove si abita, ai modi di abitarli.


Sta di fatto che in queste pagine troviamo una assai nutrita serie di personaggi, alcuni famosi, altri un po’ meno, altri ancora ignoti affatto al pubblico. Scrittori, artisti, fotografi, intellettuali, cantanti: Gianni Celati, Luigi Ghirri, John Berger, Piero Camporesi, Giuliano Scabia; e la poetessa Giulia Niccolai, il pittore Giuliano Della Casa, il cineasta Yervant Gianikian, i teatranti ravennati Marco Martinelli e Ermanna Montanari, Giovani Lindo Ferretti dei CCCP, fino al medico, il dottor Bulli, che accompagna il protagonista a casa di Cesare Garboli al tempo in cui studiava Antonio Delfini. C’è poi un personaggio cruciale che non viene chiamato mai per nome, un amico dei tempi di Reggio, poi trasferitosi altrove (in un altro bacino idrografico, quello dell’Adige), con il quale si è mantenuto lungo gli anni un importante rapporto epistolare. Fin dal primo brano del libro – che ha un bellissimo incipit, già noto ai lettori di «Doppiozero» – si parla delle lettere di questo misterioso «tu». Marco Belpoliti garantisce che corrisponde a una persona realmente esistente, e non c’è ragione di dubitarne. Ma in verità si tratta, in primo luogo, di un dispositivo retorico: un’immagine di interlocutore che giustifica e garantisce l’adozione di un registro espressivo affabile, dimesso e confidenziale, ovviamente destinato a riverberarsi sul rapporto con il lettore.

 

Ph Luigi Ghirri, Carpi 1973.

 

Man mano che si procede nella lettura, peraltro, ci si può aspettare che a un certo punto il «tu» acquisti un autonomo spessore narrativo: che ne siano rivelati il nome e l’identità, che compaia come protagonista di un episodio significativo, anche se non necessariamente decisivo sul piano biografico. Ma questo non avviene. E forse non avviene proprio perché una simile svolta produrrebbe un effetto di chiusura, laddove Pianura non ha alcun intento di compiutezza: tant’è che sulla facciata a fronte dell’explicit a stampa campeggia una parola scritta a mano, «eccetera».

A proposito di inserti autografi, oltre alla mappa già citata all’inizio, meriterebbero un discorso a parte i disegni dell’autore, non meno di uno per capitolo. Non è certo la prima volta che Belpoliti correda di illustrazioni personali un suo libro: si pensi, fra i vari esempi possibili, a La prova (Einaudi, 2007), diario del viaggio sulle orme di Primo Levi, edito poco dopo l’uscita del film di Davide Ferrario, o a Il tramezzino del dinosauro (Guanda 2008), che inalberava il sottotitolo 100 oggetti, comportamenti e manie della vita quotidiana. Qui mi pare che la presenza dei disegni abbia una pregnanza particolare: rafforza l’impronta autobiografica, il senso della contingenza vissuta – si tratti di edifici o di paesaggi, di monumenti illustri o di dettagli domestici, di mappe o di ritratti. La facciata del Tempio Malatestiano a Rimini, la Bencini Comet di Luigi Ghirri, il volto di Tondelli o di John Berger, i bicchieri di Giuliano Della Casa, una scenografia di Scabia (I Giganti del Po), una carta del delta, Yervant e Angela intenti a fotografare, Ermanna in veste scenica di asinella, il Duomo di Modena, un’acetaia familiare, un’anguilla, un cavedano, un pispiò di Modena, fino all’abbazia accanto al cimitero dove sono sepolti i familiari. 

Quasi superfluo è precisare che Pianura  è un libro a dominante visiva.

 

Una presenza cruciale, a proposito, è rappresentata dalla nebbia: la nebbia, totem meteorologico delle genti padane, che nella narrazione appare sempre sospesa tra la funzione di nascondere e quella di rivelare. In fondo, ciò che qui Belpoliti ci propone è una serie di avventure dello sguardo, che s’intrecciano fino a suggerire l’ordito – il testo – di un’esistenza. Esemplare il primo brano, dedicato all’osservazione della campagna, e ispirato alle ricerche di un esploratore danese vissuto nel primo Ottocento, Christian Tuxen Falbe, cui si devono importanti ricerche sulla localizzazione dell’antica Cartagine: usando quegli studi come lente, l’autore arriva a riconoscere nella pianura del Po i segni dell’originaria centuriazione romana. Procedendo nella lettura, s’incontra una trattazione della forma di Reggio (una sorta di esagono, losanga o mandorla), le descrizioni dei bassorilievi di Wiligelmo, dello studio di Camporesi, dei disegni di Opicino De Canistris.  Ma non ci sono solo immagini: c’è anche una grande attenzione ai caratteri, alle relazioni interpersonali, agli stati d’animo (come il brano dedicato al magon, il «magone»), ci sono sintetiche biografie dei personaggi evocati, diagrammi di destini – sempre legati a ben determinati luoghi. Come sempre in questi casi, per chi ne abbia conoscenza diretta, i nomi propri acquistano una speciale magia evocativa: penso ad esempio ai negozi di Reggio, la Libreria del Teatro, la Cartolibreria Sironi & Davoli.   

 

A un certo punto l’autore confessa che all’epoca del liceo aspirava a diventare geologo; e in effetti, nell’insaziabile curiosità culturale che si manifesta in queste pagine, anche la geologia ha la sua parte, così come la geografia, l’archeologia, la storia dell’arte, la letteratura, il teatro, la fotografia, l’etnografia. Senza dimenticare l’architettura, metaforicamente chiamata in causa fin dalla citazione in esergo, una frase di Saul Steinberg tratta da una lettera a Aldo Buzzi: «Se la mia vita, o la tua o di altri fosse tradotta in architetture, chissà che costruzioni incredibili, mancanza di logica, spreco di materiali, equilibri per miracolo, terreni sbagliati». Peraltro, in Pianura la vita appare tradotta soprattutto in spazi, percorsi, strade: una sorta di cartografia della memoria. E come i luoghi possono essere schermati dalla nebbia, così i fatti possono risultare, se non offuscati o confusi, quasi trasfigurati dalla distanza. Come l’immagine di Camporesi, che aveva qualcosa del personaggio d’una corte medievale, un dignitario, fors’anche un buffone: «Queste sono mie immaginazioni, come tutto quello che ti sto raccontando qui. Sono cose vissute, ma nella memoria, col tempo hanno preso una strana forma, come di sogno, a volte».

 

Marco Belpoliti, Pianura, Einaudi 2021 (pp. 280, € 19,50).

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