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Nico Naldini e i suoi grandi amici

Pasolini, Comisso, Parise

Il vero Nico Naldini si nascondeva più nelle risate che nei silenzi. Quando superava la sua ritrosia tutta friulana, quando si lasciava dominare da quella “corda pazza” individuata da Raffaele La Capria in Goffredo Parise e Giovanni Comisso, da quel lampo di follia creativa e umanissima tutta veneta, diventava il più straordinario narratore che si potesse incontrare. Perché lui, che non si è mai adagiato nel ruolo di cugino prediletto di Pier Paolo Pasolini, conosceva il dritto e il rovescio degli scrittori, dei registi, degli intellettuali che hanno attraversato il ‘900. E spesso, era proprio esplorando il versante segreto del personaggio raccontato che riusciva a scoprire la sua vera essenza. Accompagnando sempre ai ricordi quel ghigno che Dacia Maraini interpretava come una sottolineatura “sprezzante della goffaggine degli amici”.

    

Le sue risate, in realtà, erano piccoli fari disseminati sulla strada di chi lo intercettava. Luci intermittenti pronte a rivelare la sua profonda timidezza, la sua sferzante e, al tempo stesso, delicata capacità di raccontare gli altri senza nulla nascondere. E, soprattutto, senza mai mettere in ombra loro per innalzare un piedistallo a se stesso.

Era un poeta dall’animo fanciullesco, Nico Naldini, morto martedì 9 settembre a 91 anni nella sua casa alle porte di Treviso. Era un orso in forma umana, con la testa grossa, modi a volte fin troppo spicci, la tendenza a passare in fretta dalla gentilezza all’irritabilità, se qualcosa non gli andava bene. Era uno scrittore che sapeva conservare sulla pagina la forza e la delicatezza, l’incanto e la spregiudicatezza, la cromatica fantasia e il diffondersi degli odori, che rendevano così vivi i suoi racconti, per voce sola o sulla pagina.

    

Di certo, a far diventare Nico Naldini uno dei poeti e degli scrittori più anomali del panorama italiano era stato il suo percorso di avvicinamento alla grande letteratura, alla poesia, all’arte. Perché lui, soprattutto all’inizio, dava forma al suo immaginario nella “marilenghe”, la lingua madre: il friulano imparato a Casarsa della Delizia. Una cittadina sospesa tra le Dolomiti friulane e il Mare Adriatico, che oggi conta ottomila abitanti e conserva la memoria del grande momento culturale dell’Accademiuta di lenga furlana e del suo fondatore, Pier Paolo Pasolini, con caparbia determinazione. 

   

La stessa determinazione che il Centro studi Pasolini, creato nella casa natale del poeta, regista e scrittore, ucciso all’Idroscalo di Roma il 2 novembre del 1975, mette in campo per difendere il ricordo di quegli anni di febbrile ricerca letteraria e linguistica svolta in sintonia con la cultura italiana e quella europea. Ma, al tempo stesso, appartata e schiva come solo nelle piccole patrie delle minoranze linguistiche si può fare.

E proprio da lì, dalla Casarsa dov’era nato il primo marzo del 1929, esattamente sette anni dopo il cugino Pier Paolo, che Nico Naldini era partito per trovare la sua strada, soprattutto a Milano, come poeta, scrittore, uomo di lettere. I primi balbettanti tentativi di scrittura li aveva sottoposti a sua nonna Giulia Zacco, “con la speranza che poi li passasse in lettura a Pier Paolo”. E lui, il cugino già ipnotizzato dal demone della letteratura, non si era fatto pregare, “Al punto di compensarmi – ricordava Naldini nel suo libro Alfabeto degli amici, pubblicato da L’ancora del Mediterraneo nel 2004 – con una prima lezione di estetica”. E proseguire, poi, con una vera e propria scuola privata che spaziava dai libri alla vita.

    

Quella di Pasolini e di Naldini era una famiglia friulana in cui le donne avevano un ruolo di gran lunga più importante degli uomini. Sua madre, Enrichetta Colussi, era sorella di Susanna Colussi-Batistòn, madre di Pier Paolo che sposerà Carlo Alberto Pasolini. Un sergente dell’esercito italiano, originario di Ravenna, che sosteneva di avere scelto la carriera militare dopo il tracollo economico della famiglia di origini nobiliari. “I Colussi, nome italianizzato dal friulano Colùs – spiegava Naldini a chi gli chiedeva le sue origini –, erano così numerosi da dover aggiungere ai suoi vari rami un soprannome per distinguere gli uni dagli altri. Ecco perché Susanna faceva di cognome Colussi-Batistòn, nel ricordo di un antenato erculeo”.

    

Famiglia di origine contadina, i Colussi, come quasi tutte quelle che abitavano a Casarsa. Però, “la matrice contadina – sottolineava Naldini in Breve vita di Pasolini, pubblicato da Guanda nel 2009 – aveva da tempo ceduto all’ambizione borghese del paterfamilias Domenico, il quale aveva fondato una piccola azienda agricola dotata di macchine moderne, trebbiatrici per mondare il frumento, macchinari per distillare la vinaccia e produrre la bevanda principale dei friulani: l’acquavite”.

Proprio lì, in uno “stanzone sopra l’antica fabbrica di grappa del nonno Colussi cui si accedeva per una scala e un poggiolo esterni, in pigiama e con le dalmine friulane ai piedi”, Pier Paolo iniziò a mettere mano ai suoi primi “scartafacci poetici con prove e riprove dei versi, raccolti in strofe secondo schemi molto elaborati”. Versi, ricorderà Naldini nello splendido libro Un paese di temporali e di primule, curato per Guanda nel 1993, che alternavano all’italiano un friulano forte, limpido, colto e, al tempo stesso, popolare.

   

Quegli anni difficili e incantati hanno trovato posto anche nel docu-film In un futuro aprile. Il giovane Pasolini, diretto da Francesco Costabile e Federico Savonitto. Dove Naldini, a pochi mesi dalla morte, non si è sottratto a recitare la parte della voce narrante. Sfoderando la sua consueta verve.

A 19 anni Domenico, da tutti chiamato con affetto Nico, era pronto per il debutto da poeta. E non poteva che essere l’Academiuta, creata per rivendicare quell’autonomia linguistica del friulano tanto cara allo studioso Graziadio Isaia Ascoli, la casa editrice del suo primo volume di versi: Seris par un frut, curato dallo stesso Pier Paolo Pasolini. Oggi, le Sere per un fanciullo in marilenghe sono diventate un oggetto da collezione per i bibliofili più raffinati.

Il debutto di Naldini poeta veniva a inserirsi in un tempo drammatico per la famiglia Colussi-Pasolini. Il 12 febbraio del 1945 alle malghe di Porzûs, poco distante dall’abitato di Faedis in Friuli, il fratello minore Guido verrà fucilato, insieme ad altri 16 partigiani della brigata Osoppo, di orientamento cattolico e laico-socialista, da un centinaio di altri partigiani della Garibaldi, in prevalenza iscritti al Partito comunista. All’origine di uno degli episodi più controversi e dolorosi della Resistenza c’era l’accusa da parte dei gappisti agli osovani di collusione con i nazifascisti. E la difesa, da parte dei combattenti con il fazzoletto verde e il capello da alpini, guidati dal comandante Francesco De Gregori “Bolla”, zio del cantautore, di essersi semplicemente ribellati alla volontà di annettere Trieste e il Friuli alla nascente Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. 

    

 

Due anni più tardi, nel 1949, Pier Paolo verrà denunciato per atti osceni e corruzione di minorenni. Perderà il posto di insegnante nella scuola media di Valvasone, dovrà abbandonare la sua Casarsa per Roma, insieme alla madre Susanna, nel tentativo di sottrarsi allo scandalo. Ma, soprattutto, verrà espulso dalla sezione del Pci di Udine, con una “decisione persino più grave di quella presa dalle autorità scolastiche, fomentate dallo spirito di vendetta dei cattolici e dai fascisti del posto – commentava Naldini – per il suo moralismo aprioristico”.

Separato dal cugino fisicamente, ma in contatto con lui sempre, Nico Naldini continuerà a proporsi nelle vesti di poeta anche molti anni più tardi. Affidando all’editore Vanni Scheiwiller, “quasi con ritrosia e sottobanco”, come avrebbe scritto Parise nei suoi Sillabari, i versi di Un vento smarrito e gentile. E molti anni dopo, quelli di La curva di San Floreano, una raccolta di testi in italiano e friulano che Andrea Zanzotto definirà “smilza eppure densissima”.

    

Gli anni dell’università, Naldini li trascorse a Trieste. Girovagando per varie stanze in affitto. E condividendo per un breve periodo, assai vitale e turbolento per l’intrecciarsi di nuove esperienze erotiche omosessuali, i suoi giorni con la famiglia di Biagio Marin in un appartamento non lontano dal Giardino pubblico di via Giulia. Il poeta di Grado, negli anni ’50, aveva ottenuto un posto di bibliotecario alle Assicurazioni Generali e, su affettuosa richiesta di Pasolini, si era deciso a ospitare in casa lo studente universitario Nico.

    

Dopo la “lunga stagione di amori e svaghi di Casarsa – raccontata nel Treno del buon appetito, edito da Guanda nel 1995 e riproposto nel 2017 da Ronzani – attorniato da giovani festeggieri, raggiungendo le sagre paesane, le balere sorte come funghi dopo la guerra”, Naldini non si preoccupava troppo dello sguardo severo del burbero Biaseto e di sua moglie Pina. Preoccupati, soprattutto, per lo scandalo che portava in famiglia quel giovane poeta esuberante con il suo codazzo di amici. “In casa c’erano spesso le tre figlie del poeta: Gioiella, Marina e Serena – raccontava Naldini, condendo la sua storia con una serie di risate beffarde –. Io, dopo un po’, mi ero stancato di passare le serate ascoltando Marin che leggeva le sue poesie, fino a quel momento pubblicate soltanto in alcuni volumetti che lui stesso stampati a proprie spese. Dopo cena, mentre eravamo ancora a tavola, sentivo i colpi di gas delle lambrette che venivano a scorrazzare sotto le nostre finestre e il fischio di Ferruccio, un ragazzo di famiglia molto povera conosciuto da poco, che lacerava l’aria. Con una scusa o con l’altra riuscivo ad alzarmi e raggiungerli. Al venerdì sera, Biaseto e sua moglie partivano per Grado, e la casa restava a mia disposizione. Nello studio pieno di libri e di quadri, finalmente soli, potevo pavoneggiarmi con Ferruccio. Ed è lì che ci sorprese, attraverso le finestre rimaste aperte, lo sguardo scandalizzato di un passante amico di Marin. Poi, come se non bastasse, il poeta trovò anche le tracce dei nostri festini. Così, con grande gentilezza e dispiacere per l’amicizia che lo legava a Pasolini, decise di mettermi alla porta”.

   

Diceva Naldini che è facile “scrivere in modo accademico e serioso. Più difficile è indovinare l’istante della leggerezza”. Ed è proprio quello, l’istante di leggerezza, la felicità di una narrazione costruita con le doti negromantiche dell’affabulatore, che ha inseguito con la sua prosa per tutta vita. Sia che raccontasse la Vita di Giovanni Comisso, lo scrittore italiano che, come ha detto Luigi Meneghello, “non ha mai goduto del tipo di successo che rende un autore famoso”, sia che dedicasse il suo desiderio di ricordare un amico vero come Goffredo Parise nella splendida biografia Il solo fratello

Amico che, peraltro, negli ultimi anni di vita dell’autore del Prete bello non aveva più visto. “Una mattina Parise si è negato al telefono – ricordava Naldini –, facendo dire che era in bagno. Poi di nuovo non ha voluto rispondermi. Soffiava aria di pettegolezzi ascoltati, di maldicenze. E poiché non riuscivo a scorgerne la ragione né l’origine, ho lasciato cadere i sospetti e la nostra stessa amicizia”.

    

Qualcuno, ancora oggi, sostiene che Parise non abbia mai perdonato a Naldini quel suo dire in giro, sempre accompagnato da una risata beffarda, che l’amico Goffredo “pretendeva di essere un grande scrittore”. Ma lui, Nico, con l’espressione di affettuoso impallinatore di amici sul volto, rincarava la dose. Rivelando di avere scritto pure che “Parise si credeva un grande sciatore. E aveva affrontato le sfide sulla neve fresca per poi raccontarle con un po’ troppa di vanagloria, e per descriverle come un addio”.

Naldini era fatto così. E non a caso, nel suo Alfabeto degli amici del 2004, citava nel testo introduttivo, dal titolo “La verità, vi prego, sull’amicizia”, una frase di La Rochefoucauld che sottoscriveva in pieno: “Il più grande sforzo dell’amicizia non è quello di mostrare i nostri difetti a un amico, ma quello di fargli vedere i suoi”.

    

Il fatto è che Naldini non era uno scrittore fasullo. E tantomeno un biografo compiacente. Per lui, raccontare la vita di Comisso, entrata in finale al Premio Strega nel 1985, dell’idolatrato cugino Pasolini o di Filippo De Pisis, il marchesino acclamato come poeta e pittore, significava mettere assieme un coro di voci, di storie, di retroscena, di dettagli spesso sconosciuti o trascurati. Per dire quanto, nonostante la fragilità dell’essere uomini e la difficoltà di saper gestire il successo, alla fine il genio riesce sempre a trovare la strada maestra. 

    

Gli bastavano poche righe, ad esempio, per sbozzare un ritratto vivo, reale, onesto di uno dei suoi grandi amici: il regista Federico Fellini. Un narratore, secondo lui, “molto divertente in superficie”, ma che non bisognava mai dare per scontato. “Perché sotto c’è sempre qualcosa di più, dato che è un maestro nell’arte dell’attenuazione. Dell’arte, cioè, di minimizzare cose che invece considerava molto importanti. L’antiretorica era, per lui, una regola di vita, e guai a chi sgarrava. La sua ironia era un composto micidiale molto coltivato”.

    

Ironia e antiretorica, quelle felliniane, che Naldini sentiva familiari. Anche quando, raccontando i suoi molti amori omosessuali, metteva in guardia i presunti progressisti dal demonizzare la parola “frocio” per preferirle il termine “gay”. “Frocio, di etimologia incerta, nel suo disprezzo d’obbligo la trovo ammiccante e bonaria – spiegava –. Al contrario, gay è una parolaccia. È stata riesumata dal gergo criminale inglese del Settecento, quando stava a indicare coloro che vivevano di prostituzione e di espedienti”. E poi, ghignando, aggiungeva: “Ma vi sembra possibile definire Pêtr Il’ič Čajkovskij gay? O Marcel Proust, o ancora peggio Giulio Cesare e Michelangelo?”.

    

Delle avventure amorose “diverse” sono piene alcune pagine dei suoi libri.  Basterebbe ricordare Come non ci si difende dai ricordi (Edizioni Cargo, 2005), oppure Piccolo romanzo magrebino (Guanda, 2012), una sorta di poema in tre parti scritto tra gli anni ’90 e il 2000. Storie vissute spesso camminando sul filo sottile del rischio. Naldini amava ricordare che “l’impulsivo e imprudente De Pisis finì per subire diverse aggressioni da parte dei suoi modelli, sfiorando almeno in un caso la morte violenta – come l’archeologo Winckelmann, ammazzato a Trieste l’8 giugno del 1768”. E, fin dal primo momento, si era rifiutato di accettare, per l’assassinio del cugino Pier Paolo, la teoria del complotto ideologico-criminale, che molti amici intellettuali hanno continuato ad alimentare a lungo.

    

Naldini non esitò a pronunciare parole durissime quando Pino Pelosi, negli anni precedenti alla sua morte, avvenuta nel 2017, cambiò più volte versione sull’omicidio all’Idroscalo, anche davanti alle telecamere della Rai. Costringendo, di fatto, i magistrati a riaprire un’indagine che si sarebbe conclusa poco tempo dopo senza approdare a significativi risultati.

“Quando uno come quell’individuo – diceva Naldini, senza mai voler pronunciare il nome del ragazzo di vita soprannominato “la rana” – viene fatto sedere su una poltrona dello studio televisivo, nessuno sa più che cosa egli si inventerà. Chissà quante prove prima della spontaneità della “diretta”.  Non so se Pelosi sia uscito dallo studio di RaiTre intascando un congruo gettone. Certo è che se prendi una forma umana di genere indefinito, una forma dilatata all’interno e fuori, puoi essere certo che esternerà qualsiasi cosa”.

    

Naldini raccontava spesso che la morte di Pasolini aveva emozionato tante persone. Soprattutto quelle che di lui sapevano molto poco. “Per un lungo periodo, nella casa di Casarsa, c’è stato un lungo pellegrinaggio. Soprattutto di donne. Venivano lì, portavano fiori, ascoltavano le storie che raccontava mia zia, più che mia madre. Poi se ne andavano. Chissà che cosa cercavano esattamente?”.

Erano quelle che Naldini aveva soprannominato, con feroce intuito, le “vedove bianche”. Persone innamorate del mito, più che dello scrittore Pasolini reale. “Come il romanziere francese di fama che assimilò Pier Paolo – scriveva nella Breve vita di Pasolini – a sue personali vicende, ricavandone una sorta di composito rigurgito neoromantico. In questo romanzo Pasolini non era interessante per le sue opere, ma come “personaggio” e il suo assassino figurava come un angelo decaduto”. Poi, non tratteneva una delle sue bordate più pesanti: “Considero spregevole il libro sulla morte, scritto da un giovane poeta romano già da Pier Paolo lungamente beneficiato”.

    

Nico Naldini è stato tutto questo in una vita sola. Poeta dalla "scientifica disperazione amorosa”, secondo Parise, scrittore, biografo e consulente per editori come Longanesi, raffinato giornalista culturale per il “Corriere della Sera”, “Il Manifesto”, “Il Piccolo”, memorialista e amico di intellettuali famosi. Ma, soprattutto, è stato un uomo che ha saputo attraversare la cultura del ‘900 senza mai lasciarsi tentare dallo scrivere scontati esercizi di ammirazione.

“Non mi vergogno di avere idolatrato Pasolini e tanti altri”, ammetteva senza problemi. Subito dopo, gli bastava uno dei suoi irresistibili ghigni, per archiviare la faccenda: “Se voglio provare ammirazione – diceva – non mi occorre Fellini. Mi ha colpito molto di più la donna araba che faceva da mangiare sotto le fucilate di Ben Alì”.

 

Alessandro Mezzena Lona, giornalista e scrittore, vive a Trieste; il suo ultimo libro è Il poeta delle pantegane, Acquario, Milano-Torino 2019, pagg.126.

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