Oh, my friend, di Sigrid Nunez

Se mai un cane ha fatto parte della vostra vita, all'ultima pagina avrete le lacrime agli occhi. The Friend di Sigrid Nunez, il romanzo vincitore dell'ultimo National Book Award for fiction, entra in quest'amore con la delicatezza di chi sfiora un mistero. È un libro ipnotico che parla di amicizia e solitudine, del lutto che segue il suicidio, di scrittori al tempo dei social, insegnanti seduttori, letteratura. E di lui – Apollo, il gigantesco alano che la protagonista, una scrittrice di New York, eredita controvoglia dopo il suicidio del suo migliore amico – del dolore che li unisce e del legame che, malgrado tutto, finirà per riportarli alla vita.

 

The Friend (Riverhead Books, 212 pp.) è una poetica meditazione sulla materia che compone l'esistenza. È un romanzo denso e sofisticato, una divagazione che oscilla senza tregua fra vita e letteratura perché – sembra dirci Nunez – fra le due non c'è stacco né è data tregua. Eppure si legge con il fiato miracolosamente sospeso e il trucco lo svela la stessa autrice. "C'è un certo tipo di persona che, avendo letto fin qui, si sta chiedendo con ansia: succede qualcosa di male al cane?".

Il filo rosso di questa storia singolare è il rapporto fra la donna e Apollo, l'unico personaggio a meritarsi un nome. La sua apparizione ha la qualità delle favole o del mito. Quando l'uomo lo trova, una mattina al parco, è in piedi immobile su un'altura, enorme contro il cielo ("il più grande cane che avessi visto"). Dopo il suicidio è la donna ad accoglierlo in casa. È un ultimo gesto d'affetto per un uomo che è stato più di un amico ma finirà per ribaltarle l'esistenza.

 

Nel condominio dove abita i cani sono vietati e la minaccia dello sfratto – un incubo per chi vive a New York – presto diventa realtà. Come se non bastasse, la vita con Apollo è un inferno. Il cane la ignora, è troppo grande per quell'appartamentino di due stanze e, appena lasciato a se stesso, divora carte e cuscini – l'impresa più memorabile è lo squartamento di un tomo di Knausgaard.

A trattenerla dal liberarsene è il dolore muto e straripante dell'animale per la morte del suo padrone. I cani, scrive Nunez, "non commettono suicidio. Non si lamentano. Ma possono cadere a pezzi e lo fanno. Il loro cuore può spezzarsi e si spezza. Possono perdere la ragione e la perdono". Lo strazio della donna presto si specchia in quello del cane e la divorante solitudine delle loro vite finisce per intrecciarsi.

La scrittura, avvisa Nunez citando in epigrafe Natalia Ginzburg, non lenisce il dolore del lutto. Il ritorno alla vita avverrà infatti nel silenzio più profondo. Eppure è la letteratura il tessuto che tiene insieme la storia. Entrambi i protagonisti sono scrittori di mezz'età. Lui ricco e famoso, lei sconosciuta e squattrinata. L'uomo è stato suo professore al college e, per una notte, amante.

 

 

La donna non è stata l'unica studentessa a finire nel suo letto. Insegnare è sedurre, ironizza lui riecheggiando George Saunders. Negli Stati Uniti è però un argomento su cui non si scherza, soprattutto in tempi di #MeToo. In una lunga e a tratti paradossale intervista su NPR-National Public Radio l'autrice, che insegna scrittura creativa, ha dunque dovuto precisare di non essersi mai trovata in situazioni del genere (non senza prima aver rievocato la straordinaria seduttività di un personaggio come Susan Sontag, che ha conosciuto e a cui ha dedicato un memoir).

Più che dal sesso i protagonisti sono in realtà ossessionati dagli altri scrittori, dai libri, dal mestiere della scrittura. È un mondo che contemplano con disincanto. "Se leggere aumenta l'empatia, come sempre ci dicono, sembra che scrivere ne porti via un po'", dice la donna per poi citare Czeslaw Milosz ("una famiglia è finita, quando vi nasce uno scrittore") e John Updike ("una brava persona non diventerebbe uno scrittore"). "Mi piace quello che diceva Martin Amis – commenta l'amico – lamentarsi dell'egocentrismo dei romanzieri è come lamentarsi della violenza nei pugili".

 

Malgrado ciò, l'uomo non si capacita del fatto che i suoi studenti, aspiranti scrittori, tengano in così bassa considerazione chi scrive. "Cosa significa quando persone che vogliono fare gli scrittori vedono gli scrittori in una luce così negativa? Riesci a immaginare uno studente di danza che si sente così riguardo il New York City Ballet? O giovani atleti che disprezzano i campioni olimpici?".

Sono i tempi che cambiano. O forse è la letteratura ad avere esaurito il suo compito tradizionale, suggerisce lei citando Svetlana Alexsievich e il suo immenso lavoro di testimonianza ("Il mondo è pieno di vittime, dice Alexsievich. Il suo obiettivo come scrittrice, dice, è dare parole a queste persone. Ma non crede che si possa fare attraverso la fiction. [...] Abbiamo bisogno di documentary fiction, storie tratte dalle vite ordinarie dei singoli. Non invenzioni. Non punti di vista dell'autore".)

The Friend è il romanzo che ha fatto scoprire al grande pubblico Sigrid Nunez. Sessantotto anni, nata e cresciuta a New York da madre tedesca e padre panamense-cinese, Nunez è sulla scena letteraria da oltre vent'anni. All'attivo ha otto libri molto celebrati dalla critica – fra cui Salvation CityFeather on the Breath of God Sempre Susan, memoir che vede al centro Susan Sontag, nella cui casa ha vissuto quando stava con il figlio David Rieff.

 

L'autrice ha però sempre schivato i social e una certa scena letteraria. "Non sono diventata una scrittrice perché cercavo una comunità, ma perché era qualcosa che potevo fare da sola, nascosta nella mia stanza", ha spiegato accettando il National Book Award.

È una scelta di solitudine dettata dall'idea che la letteratura è una vocazione cui va dedicata la vita. Una presa di distanza che torna nel personaggio della scrittrice di The Friend e contraddice lo spirito dei tempi. In anni che vedono gli scrittori impegnati sui social in un inarrestabile marketing di sé, chiudersi in una stanza equivale a rendersi invisibili.

Un libro come The Friend non poteva però passare inosservato. Ha una voce originale, potente. E illumina uno scenario familiare di una luce fresca e inaspettata. Nunez sottrae il rapporto fra la donna e il cane alla dimensione stucchevole del kitsch. Apollo non è il genere di cane che diventa virale. Non è carino, non fa ridere – è un gigante, un dio, una meraviglia. Metterlo in posa per un selfie o in maschera a Carnevale suona come un oltraggio.

Non per caso, ad accompagnare in controcanto la narrazione è My Dog Tulip, il disturbante memoir dello scrittore inglese J.R. Ackerley che narra il suo amore travolgente per il pastore tedesco Queenie. In sottofondo, echi di Virginia Woolf, Mikhail Bulgakov e Milan Kundera.

 

Nel racconto di Nunez la piena dei sentimenti tracima, ma una mano sicura governa il groviglio delle emozioni e digressioni. La scrittura è sorvegliata; lo stile impeccabile e solo secche pennellate restituiscono i tratti di un legame così profondo che abbiamo pudore a raccontarlo.

Tornano le domande assurde che tutti i giorni facciamo ai nostri cani ("Come va? Hai dormito bene? Vuoi uscire? Hai fame? Sei felice?"). I dubbi senza risposta – hanno opinioni, pensano al futuro? Gli occhi che s'incontrano e le stagioni che passano. La vecchiaia che avanza, irrigidisce il passo e la rabbia: "voglio di più [...]. Voglio che Apollo viva quanto me", si ribella la donna.

I cani vivono meno di noi, è la condanna di chi li ama. Ma perché, chiede Nunez, quell'inevitabile viaggio dal veterinario? "Perché non può morire a casa, nel sonno, in pace, come merita un bravo cane?". Come capirò quand'è il momento? Gli animali sanno di morire? Poi il disperato tentativo di negoziare il tempo: dammi, ti prego, "ancora un'altra estate". E il centro di quest'amore, antico come il mondo. Il respiro che s'intreccia in un pomeriggio di sole, lo sguardo che vaga pigro fra le onde. Essere accanto – qui e ora – sospesi nella pura meraviglia dell'esistere: "Le farfalle sono di nuovo in aria e se ne vanno in direzione della spiaggia. Voglio dire il tuo nome, ma la parola mi muore in gola. Oh, my friend, my friend!".

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