Paul Valéry, o la musica del pensiero

Centocinquanta anni dalla nascita di Paul Valéry. Walter Benjamin, negli anni parigini, immaginava di offrire al poeta, nell’occasione di un suo anniversario, un ex-libris che figurasse un compasso. Un compasso con una gamba nel fondo del mare e l’altra aperta verso l’orizzonte. Benjamin ricorreva all’iconologia, ai suoi emblemi: la scrittura di Valéry come ricerca di una verità che resta sempre nascosta e che la navigazione nei saperi può sì intravvedere ma mai disvelare, e allo stesso tempo la scrittura come sguardo rivolto verso l’orizzonte, verso il confine. Che è confine tra la terra e il cielo, tra il visibile e l’invisibile, tra il noto e l’ignoto. In effetti, quel che Valéry, nella sua poesia, nei suoi saggi e dialoghi e soprattutto nei suoi Cahiers – questo rigogliosissimo Zibaldone novecentesco – mette in scena è l’avventura di un pensiero in costante stato di interrogazione: la verità, anzi la sua assenza, è sorgente di un’immaginazione che si affida di volta in volta alla lingua della poesia, al frammento, all’aforisma, alla trattazione teorica, all’indagine psichica, all’escursione erudita sulle lingue e sulle discipline fisiche e matematiche, alla narrazione, all’autobiografia intellettuale. Per questo movimento di un’inesauribile curiosità che cerca le forme del dire, del comporre, del raccontare, per questa apertura senza limiti ai linguaggi di tutte le arti, e soprattutto alle loro corrispondenze e reciproche rifrazioni più che alle loro tecniche – forte su questo piano è la lezione del Baudelaire critico – la figura dell’uomo rinascimentale, e in particolare di Leonardo, diventa per Valéry il centro per dir così interiore che alimenta la raggiera del suo ricercare. 

 

C’è, all’inizio, tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta dell’Ottocento, la sua formazione giovanile in dialogo con Mallarmé, cioè con le domande sul linguaggio, sulle iridescenze di quel che è al di là del linguaggio – l’ignoto, l’assente, il vuoto – nella parola. C’è l’idea mallarmeana che il Libro non ha inizio né compimento, e per questo l’interrogazione deve essere incessante, affidata a un quotidiano exercice spirituel. Ma presto, al fondo di questa ricerca, si delinea la necessità di esplorare il nodo pulsante e profondo e insondabile dell’io, del moi: un se stesso che è insieme forma sensibile del vivente, di ogni cosa vivente, e corpo desiderante. La figura femminile dello splendido poème La Giovane Parca è una creatura che è “une avec le désir”, tutt’una con il desiderio. Su due stati interiori i versi della Giovane Parca e le riflessioni sparse nei Cahiers insistono: l’esplorazione del moi e l’attesa. Il moi, osservato come un universo interiore abitato dall’ignoto: “È quel che porto d’ignoto dentro di me che mi fa essere me stesso”. E l’attesa, considerata come una condizione costitutiva dell’essere vivente, come forma temporale dell’impossibile, appropriazione di un tempo che non c’è. Un bel verso alessandrino della Giovane Parca dice: “Tout peut naître ici-bas d’une attente infinie” (Tutto può nascere quaggiù da un’attesa infinita). 

 

Un cammino mistico è la ricerca di Valéry, ma, come egli diceva, di una “mystique sans dieu”, di una mistica senza dio. Scrutare se stessi, come il personaggio di Monsieur Teste, vedersi, anzi vedersi vedersi (così suonerà il titolo di un ottimo libro di Valerio Magrelli dedicato al poeta francese), e insieme scoprire che al fondo di questa indagine non c’è che l’insondabile. Un insondabile da cui muove il domandare. E lo stesso pensiero, con le sue forme linguistiche e immaginative. 

Il lettore di Valéry si trova, come il lettore di Leopardi, dinanzi a un paese in cui la poesia non la si può interrogare se non accostandosi ad essa attraverso i sentieri della prosa, della ricerca nella prosa, e il pensiero non lo si può comprendere senza la scorta della poesia: perché pensare e poetare sono due movimenti dello stesso respiro. 

Mi è accaduto più volte di camminare da lettore su quei sentieri, e quanto a Valéry poeta, l’esperienza della traduzione del Cimitero marino, come succede per molte traduzioni di poesia, mi ha aiutato a farmi prossimo a quel nodo che, mentre dà alla lingua della poesia una forte tensione conoscitiva, anima la ricerca intorno ai saperi con il vento dell’immaginazione.

 

Se volessimo ridurre all’essenziale un profilo di Valéry, scegliendo di sostare soltanto sulla poesia, potremmo osservare tre grandi momenti di ricerca: i ritorni, con vari frammenti poetici, alla figura di Narciso, la composizione in elegantissimi alessandrini della Giovane Parca, le ventiquattro sestine del Cimitero marino. Un itinerario, ma anche una spirale di riprese, intorno a tre figure: l’apparenza, la conoscenza, la contemplazione. 

 

 

Con versi levigati, increspati da una teatralità confidenziale, il poeta tenta il disegno di un Narciso che nel rispecchiamento di sé manca il se stesso profondo, e rinvia al transitorio, al lampo delle apparenze, all’illusione che la parola possa salvare dalla ferita del desiderio. Narciso figura della bellezza che si dissipa nello specchio dell’apparenza. Ma anche ricerca di una poesia che possa riflettere, e ricomporre, come in uno specchio d’acqua, il sé. Quello che già nel Narciso di Ovidio era abbraccio di un’immagine dissolta nel tremolio dell’acqua, compassione verso la propria acquorea e sparente e ingannevole figura, altro che si perde come altro, sé che ritorna nel cerchio di un sé incapace di conoscersi, è approfondito da Valéry come presenza irraggiungibile, solitudine che si confronta con il paesaggio, prossimità di un sembiante che sfugge alla conoscenza. 

 

Anche l’amico di giovinezza André Gide, in dialogo anch’egli nel suo primissimo tempo con Mallarmé, aveva indugiato, nello stesso anno, il 1891, sul mito di Narciso con una prosa (Il trattato di Narciso) in cui il racconto diventava meditazione sull’arte, sul rapporto tra l’immagine e la forma. Gide e Valéry, giovanissimi, si erano trovati a conversare per alcune sere nell’Orto botanico di Montpellier, dinanzi a una tomba nella quale si diceva fosse sepolta Narcissa, la figlia del poeta inglese Young: da quelle conversazioni il comune proposito di riflettere, in versi e in prosa, intorno al mito di Narciso.

 

Valéry riconoscerà che con la Giovane Parca (1917) la sua ricerca poetica intorno al moi ha il vero balzo al di fuori dell’apparenza, del giuoco delle apparenze, perché porta al centro la coscienza, e dunque l’interrogazione interiore: un ritorno a sé attraverso le vie della meditazione e dell’ascolto, costruzione dello spazio mosso, risonante di voci e di presenze, proprio dell’interiorità. E soprattutto riconoscimento dell’altro che è in sé: “Au milieu des mes bras je me suis faite une autre” (Tra le mie braccia sono divenuta un’altra).

 

L’ulteriore passaggio lungo il definirsi del moi, del suo tempo-spazio, è la più cristallina e formalmente rigorosa opera del poeta, Il Cimitero marino, del 1920 (cfr. la rubrica Un verso su “Doppiozero”: Il mare, il mare sempre rinascente). Meditazione sul nesso vita-morte, presenza-assenza, luce-sparizione. Contemplazione di quell’elemento definito da Baudelaire “un infini diminutif”, un infinito diminutivo, cioè il mare : figurabilità di un infinito di per sé infigurabile, prossimità di un oltre di per sé intransitabile (come era stato per l’idillio leopardiano L’infinito, che si chiude con la parola mare). Per Valéry lo sguardo sulla superficie del mare, sul suo movimento, sulla sua luce, dischiude la meditazione sull’essere e sul divenire, sulla morte e la rinascita. All’origine della poesia, la contemplazione del mare da un piccolo promontorio di Sète, un promontorio che un tempo ospitava le tombe di marinai e di pellegrini. Proprio osservando la vita nel suo porto il poeta dirà poi d’aver appreso le forme di un “pensiero mediterraneo”, cioè la congiunta tensione verso la teoresi e verso la poesia, il pensare non separato dalla fictio, dall’invenzione, il rigore formale unito alla passione dell’immagine. Il Cimitero marino nel suo movimento ritmico e di pensiero, imitando l’onda marina, diventa andirivieni tra lo stupore dinanzi alla bellezza e l’interrogazione sulla vita, sul suo tumulto, sulla morte nella vita. Lungo il nitore dei versi il delinearsi di un invito: “rentrer dans le jeu”, rientrare nel giuoco, accettare la condizione umana, il tumulto dell’esistenza, il vento della vita. Riconoscere come propriamente umana l’onda del desiderio.

 

E c’è, nel frattempo e dopo, il Valéry dei trattati, dei dialoghi sull’arte, delle quotidiane serrate annotazioni mattutine in un diario tra i più assidui e fecondi del Novecento, un diario ordinato poi nelle grandi voci dei Cahiers (come Leopardi si avviò a fare con gli Indici dello Zibaldone, e con le grandi schede che raccoglievano i frammenti intorno a voci quali Trattato delle passioni, Manuale di filosofia pratica, Teorica delle arti, Memorie della mia vita , ecc.). L’esplorazione di Valéry intorno alle arti figurative e musicali, alla poetica, alla psicologia, alle scienze naturali e fisiche, alla logica, alla matematica è una arditissima avventura del pensiero consegnata a illuminazioni, a progetti di scrittura, a fulminanti intuizioni, a meravigliose escursioni teoriche e fantasticanti. Grandi figure del sapere sono esplorate con assiduità e periodici ritorni: tra queste, con insistenza, il tempo, la struttura dell’io, le forme dell’alterità, la natura e i modi del linguaggio. Un’impresa “leonardesca” del pensiero, una strenua interrogazione che riguarda non solo l’epoca del poeta, ma la nostra epoca, il nostro cercare.

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