Sally Rooney, Beautiful World

Sono le diciannove e zeroquattro, una giovane donna siede al tavolino di un bar, vicino alla finestra. Fuori, il sole sta tramontando sull’Atlantico. Alle diciannove e zerosei, la donna abbassa lo sguardo e si osserva le unghie. Il bar è tranquillo, ogni tanto lei lancia un’occhiata verso la porta. Alle diciannove e zerosette, entra un uomo che si guarda intorno e poi si avvicina al tavolino, e chiede alla donna se è Alice. Lui è un po’ in ritardo, ed è Felix. 

Il nuovo romanzo di Sally Rooney, Beautiful World, Where Are You, che Maurizia Balmelli sta traducendo per Einaudi, presso cui uscirà all’inizio del prossimo anno, si apre come un film. La macchina da presa si muove lenta, e indugia sui dettagli e sui gesti: la camicetta bianca di lei, lui che sblocca e riblocca nervosamente il telefono, una scia di birra che scende dal bicchiere. Quando i due iniziano a parlare, muovendosi in punta di piedi sul terreno minato di quello che subito appare come un primo appuntamento, ce ne vengono descritte le reazioni – lei diventa un po’ nervosa mentre gli spiega perché si trova in quel paesino sulla costa, lui la guarda impassibile e poggia il bicchiere sul tavolo; la voce narrante registra ciò che accade, ma non interpreta, non ci spiega perché Alice a un certo punto arrossisca né perché questo preoccupi Felix. Anzi, la voce narrante non è nemmeno sicura che Felix sia preoccupato, a dire il vero: sembra esserlo. Poi fa un gesto con la mano che forse indica incertezza, forse indecisione, o forse mediocrità, ma forse persino intesa sessuale.

 

Quando si spinge oltre la descrizione per avventurarsi nell’interpretazione, la voce narrante è insicura, e noi con essa. Non capiamo bene cosa stia succedendo, intuiamo che né lui né lei si stanno dicendo tutto, ma non c’è un narratore onnisciente che ci dica: Alice si comporta così perché è una scrittrice che dopo il successo del primo romanzo si è trasferita a New York e ha avuto un esaurimento nervoso, per cui è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico di Dublino per due mesi, e ora si è ritirata a vivere in questo insulso paese costiero per cercare tranquillità, solo che è nervosa perché ovviamente non vuole dire tutto questo a una persona che vede per la prima volta; Felix invece lavora in un magazzino, cerca di mostrarsi sicuro ma è intimorito dalla statura intellettuale di Alice e talvolta innervosito dalla sua freddezza, ed è in soggezione per la disparità culturale, economica e di classe che li separa e che mette lui in una posizione di inferiorità; poi c’è Eileen, la migliore amica di Alice, che le scrive lunghe e-mail mentre cerca di capirci qualcosa della sua relazione con Simon, un amico d’infanzia di dieci anni più grande di lei, che forse potrebbe essere qualcosa in più di un amico, o forse è meglio di no. Tutto questo lo scopriamo gradualmente, attraverso i dialoghi – diretti o riportati – tra i personaggi.

 

Ancor più filmico è il fatto che la voce narrante a volte non sente cosa si dicono: Eileen segue Simon in camera da letto, e lui le dice qualcosa che però noi non sentiamo perché, di fatto, Simon ci chiude fuori, e possiamo solo origliare i loro mormorii e metterci l’anima in pace quando all’una di notte scende il silenzio. Così, le volte che in camera da letto riusciamo ad entrare, infilandoci dietro Alice, Eileen, Felix o Simon, abbiamo l’impressione di sentirci voyeur, testimoni di qualcosa di molto intimo e privato che rimaniamo a guardare anche se non dovremmo. Anche lì, ovviamente, non sentiamo proprio tutto: Eileen sussurra qualcosa a Simon, col volto affondato nell’incavo del suo collo, ma noi dobbiamo rassegnarci a non sapere cosa. 

Questa trovata narrativa di Rooney è la vera novità – forse l’unica – rispetto ai due precedenti romanzi, Parlarne tra amici e Persone normali (entrambi Einaudi, rispettivamente 2017 e 2019, entrambi tradotti da Maurizia Balmelli): nel primo c’era una narratrice interna alla storia che parlava al passato in prima persona, mentre il secondo si svolgeva al tempo presente e alla terza persona, in una staffetta tra i punti di vista dei due protagonisti. Il cambiamento di questo nuovo romanzo funziona, per lo stile di Rooney: le consente di mettere in scena la sua coreografia di dettagli – fisici, emotivi, caratteriali – senza rinunciare al minimalismo narrativo che la contraddistingue.

 

Le emozioni sono liofilizzate in periodi di esattezza linguistica raggiunta senza sforzo apparente, ma la prosa rimane effervescente, vivace, a tratti divertente. Sembra sapere esattamente come ci comportiamo, come facciamo nuove amicizie e cerchiamo di mantenere quelle vecchie, come ci innamoriamo e persino come facciamo sesso: è come se il genere umano fosse stato progettato e costruito da Sally Rooney, che in ogni nuovo romanzo ci mostra generosamente le carte, e non ha alcuna difficoltà a farci vedere come funzioniamo, a mettere in scena l’epica delle relazioni umane, a mostrarci quanto siamo complicati e a dirci che, in fondo, viviamo degli altri oltre che con gli altri.

In sostanza: in Beautiful World, Where Are You, Rooney continua a fare molto bene ciò che già ci aveva dimostrato di saper fare molto bene nei primi due romanzi. Meno bene, a mio avviso, funziona l’altro espediente che mette in campo, ossia le lunghe e-mail che si scambiano Alice ed Eileen e che scandiscono il loro rapporto. Eileen vive a Dublino, Alice si è traferita sulla costa ovest; le separa solo qualche ora di macchina, ma né l’una né l’altra hanno la patente, e il collegamento coi mezzi pubblici non è l’ideale. Perciò la distanza tra loro, che sembra irrisoria di fronte a un’amicizia così radicata, per qualche ragione diventa via via più incolmabile, e Alice ed Eileen iniziano a comunicare con lunghe e-mail in cui si tengono al corrente delle rispettive vite. Sono parti in cui ci rendiamo conto di che ritmo ha un’amicizia, delle sue maree e movimenti tettonici, di come l’empatia si scontra con una certa forma di resistenza ad accettare il vittimismo altrui per rivendicare il proprio – ti sono accadute cose veramente orribili, dev’essere stato davvero difficile per te, ma non hai idea di cos’ho vissuto io.

 

Tuttavia, il lato negativo di queste e-mail è che, oltre a darci conto di tutto questo, Rooney dà l’impressione di usarle come contenitore dove infilare tutto ciò che non si sarebbe potuto mettere nel resto del romanzo – perché non si incastrava, perché era fuori luogo, o perché era troppo pedante. Questi scambi tra Alice ed Eileen spesso sembrano essere un modo di mettere le mani avanti nei confronti di quanti avevano criticato Rooney dopo i primi due romanzi, sostenendo, di fatto, che faceva un genere di letteratura di puro intrattenimento, che parlava solo di amore, sesso e amicizia – fosse poco, peraltro. Perciò, in Beautiful World, Where Are You, ci sono questi scambi un po’ surreali in cui dal nulla Eileen tira fuori il declino della civiltà nella tarda età del bronzo, ed Alice le risponde che però anche il cambiamento climatico al giorno d’oggi non scherza, ed Eileen replica che sì, è vero, ma infatti come si fa a scrivere libri in un periodo come questo, di enorme crisi climatica, economica, politica, sociale, e secondo te quand’è che gli esseri umani hanno perso l’istinto per la bellezza, con la dissoluzione dell’URSS oppure nel 1976, quando la plastica è diventata il materiale più diffuso in circolazione?

 

Tutte queste grandi preoccupazioni, però, di fatto rimangono lettera morta: vengono citate in modo apparentemente casuale ma non sono mai approfondite, e non hanno alcun risvolto pratico nella vita di Alice ed Eileen. Alice scrive e-mail a Eileen parlandole dell’inferno mediatico che deve sopportare dopo il successo dei suoi primi libri, e continua a ripeterle che non capisce come la gente possa sperare di diventare famosa, e che ora che deve scrivere un nuovo romanzo non riesce a giustificare a se stessa il privilegio di vivere inventando storie d’amore se pensa che nel mondo oltre settecento milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà. Viene da dire: Sì, sacrosanto, ma quindi?

 

 

Anche perché la conclusione a cui queste e-mail giungono è che in fondo non possiamo che continuare con la letteratura che abbiamo sempre fatto, e che va bene scrivere libri che parlano solo di amore e amicizia, perché d’altra parte viviamo di quello. È vero, certo, ma l’ovvietà di questa constatazione svuota di senso tutte le preoccupazioni delle e-mail precedenti, che appaiono così dei meri esercizi posturali, di chi fa il gesto di angosciarsi per la povertà del terzo mondo e poi racconta dei cinque giorni passati a Roma per promuovere l’ultimo libro – e cosa c’è di più privilegiato di questa giustapposizione? 

 

Il fatto che i due personaggi femminili del libro debbano scambiarsi e-mail in cui spaziano dalla ridistribuzione della ricchezza all’età del bronzo, dai modelli economici sostenibili all’istinto umano per la bellezza, pone inoltre un’altra necessità, ossia che Alice ed Eileen siano culturalmente molto simili: e infatti la prima è una scrittrice, la seconda un’editor per una rivista letteraria. Questo significa, quantomeno per me, che a metà e-mail ho spesso avuto bisogno di tornare indietro, per vedere se l’inizio fosse Cara Alice o Cara Eileen, e così ricordare chi stesse scrivendo, perché Alice ed Eileen sono in realtà molto simili, e tendono a sovrapporsi. L’impressione, dunque, è che l’età del bronzo abbia imposto a Rooney scelte non sempre felici, e abbia tolto spazio, ad esempio, a una più approfondita caratterizzazione di Felix, che rimane piuttosto in ombra rispetto agli altri tre. 

 

Tuttavia, Felix è il perno che Rooney usa, in maniera molto efficace, per mettere a tema i vari tipi di disparità, centrali in Beautiful World, Where Are You: tra Alice e Felix c’è una disparità culturale e sociale che emerge subito in modo chiaro, così come tra Simon e Felix, ma anche tra Eileen e Simon la differenza d’età si somma alla disparità di classe delle due famiglie di provenienza, e tra i quattro si intersecano differenze professionali e dunque disparità economiche – oltre, ovviamente, alle differenze di genere e orientamento sessuale. Tutto questo è indagato usando come cartina di tornasole il modo in cui queste quattro persone interagiscono tra loro, ed è qui che Rooney torna a fare ciò che le riesce meglio: usare le relazioni, in tutte le loro forme, come chiave per esplorare il mondo e i suoi problemi, per mostrare quante barriere, oltre a quelle che già esistono, mettiamo tra noi e l’amore degli altri.

 

Il problema delle disparità economiche e sociali, ad esempio, è infinitamente più efficace quando Rooney lo pone dentro una situazione narrativa, rispetto a quando inizia a specularvi mediante l’escamotage delle e-mail: c’è una breve parte, forse una delle più riuscite, in cui Felix e Alice sono descritti mentre vivono contemporaneamente le loro esistenze separate; ciò che fa l’uno è giustapposto a ciò che fa l’altra, e i due si spartiscono il paragrafo una frase per ciascuno: lui lavora al magazzino, mentre Alice parla col suo agente; Felix scansiona i codici a barre sui pacchi da smistare, Alice scrive appunti al computer; Felix spinge pesanti carrelli lungo le corsie, Alice recensisce un libro per una rivista letteraria; Felix si fa tagli profondi di cui si accorge solo quando vede il sangue, perché ha le mani intorpidite dal freddo del magazzino; Alice mangia due fette di pane e burro, sbuccia una mela e si fa una tazza di caffè. Rooney ci porta a riflettere sul fatto che vivere nelle relazioni significa sempre misurarsi con una continua negoziazione che deriva dall’esistenza di un differenziale di potere tra gli individui: non c’è relazione che possa aspirare a una sorta di zero kelvin del potere, a un immobilismo dei rapporti di forza, per via delle disparità che sempre esistono tra gli individui, su più livelli.

 

Le relazioni possono tendere alla stabilità, a un basso livello di entropia, ma ciò non significa che il potere possa essere annullato del tutto – al massimo, può essere ripartito, si può cercare un equilibrio, che è quello che fanno Eileen, Alice, Felix e Simon. 

Un altro grande tema che corre sottotraccia in tutta la storia è la compassione, che si intreccia alle frequenti riflessioni sulla morale cattolica: Eileen osserva Simon a messa, lo guarda mentre con serietà si rivolge a Dio e per un attimo lo trova ridicolo, salvo poi chiedersi se non sia in realtà gelosa del fatto che a Simon sembri piacere Dio più di quanto gli piaccia lei. Ne parla con Alice, ponendosi il problema della morale: in assenza di Dio, che fa da bussola per il Bene assoluto, come facciamo noi a distinguere con certezza il bene dal male? Viene citata la parabola dei due debitori, in cui Gesù perdona la prostituta che si inginocchia ai suoi piedi e gli lava con le lacrime: Alice si chiede se possa essere davvero così semplice, se sia sufficiente piangere e prostrarsi per essere perdonati, per poi riflettere sul fatto che forse arrivare a quel grado di sincerità non è facile come sembra. Eileen le risponde che ne ha parlato con Simon, a cui ha chiesto perché preghi Dio, e lui le ha detto che lo fa per ringraziarlo. Eileen scrive ad Alice che sì, in effetti anche lei, se proprio dovesse rivolgersi a Dio, non lo farebbe per chiedere perdono, ma per dirgli: grazie di ogni cosa.

 

C’è una scena, in Parlarne tra amici, in cui Frances entra in una chiesa. Si siede in fondo alla navata e inizia a chiedere aiuto a Dio, anche se sa che ci sono delle regole, non è che si possa chiedere aiuto a Dio così, senza nemmeno crederci. Comunque prova lo stesso. Pensa che ama Bobbi, e pure Nick, e però forse non Melissa, si chiede se ama i propri genitori, e se potrebbe mai riuscire ad amare tutti, persino la gente cattiva. Poi, in una sorta di flusso di coscienza, inizia una riflessione che parte dal legno levigato delle panche e dai mattoni con cui è stata costruita la chiesa, e arriva agli esseri umani, «che si affannano a creare bambini felici e famiglie», per poi estendersi a lei stessa – «chi mi aveva messa in questa chiesa, a pensare queste cose? Altre persone, alcune che conosco bene e altre che non ho mai incontrato. Sono me stessa o sono loro? Sono io, Frances? No, non sono io. Sono gli altri … Voglio essere libera dal dolore e perciò chiedo che altri vivano liberi dal dolore, il dolore che è mio e perciò è anche loro, sì».

 

Frances sente le cellule del suo corpo illuminarsi «come milioni di punti di contatto scintillanti», e poi sviene, al termine di un’esperienza simile a quella di Simon a colloquio col Signore delle mosche: anche Frances, come Simon, ha capito una verità. La verità di Simon riguardava il male, quella di Frances riguarda gli esseri umani, l’empatia che ci lega gli uni con gli altri e fa diventare nostro il dolore altrui e viceversa, e che rimanda alla compassione di cui parlano Alice ed Eileen: è, in fondo, uno dei fili che legano i tre romanzi di Rooney. Tutto questo è riassunto in una scena tra Eileen e Alice, dopo che entrambe hanno capito che conoscere profondamente qualcuno significa anche avere in mano la mappa dei suoi punti deboli, sapere esattamente dove colpire per fare più male: lo scoprono entrambe a un certo punto del libro, e piangendo si stringono in un abbraccio che ci dice che c’è una forma di salvezza che consiste nel darsi completamente a un’altra persona, e che in fondo viviamo d’amore, in tutte le sue forme. 

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