Sulla letteratura: liquidi, postmoderni e circostanti

Si è scritto parecchio quest'anno delle Lezioni americane pubblicate nel 1988; proprio dalla suggestione proiettata dall'opera postuma di Calvino si potrebbe cominciare per illustrare i libri di Daniele Maria Pegorari (Letteratura liquida, Manni 2018) e Gianluigi Simonetti (La letteratura circostante, Il Mulino 2018). Il primo reca come sottotitolo Sei lezioni sulla crisi della modernità, mostrando così, attraverso parole chiave che poi in parte riprenderemo, il riferimento calviniano; dal secondo si potrebbero estrapolare, come in parte è stato fatto dall'autore nelle anticipazioni sul domenicale del «Sole 24ore», alcuni caratteri (non necessariamente dei valori) della letteratura italiana a cavallo tra Novecento e nuovo millennio: velocità, ibridismo, stretto legame con un autore ad alta visibilità. 

 

Postmodernità, che sta in capo al saggio di Pegorari, e nella quale già stava immerso Calvino, risultandone anzi nelle sue ultime prove uno dei campioni in Italia, e di cui si è discusso a lungo dai contributi ormai classici di chiarificazione soprattutto letteraria da parte di Ceserani, fino alle ipotesi della fine di un ciclo culturale e storico in Berardinelli o di superamento con il concetto di ipermodernità in Donnarumma, può fare da sfondo o premessa a entrambi i libri di cui cercheremo possibili rimandi e reciproche integrazioni. Pegorari mette in fila i tratti caratterizzanti la postmodernità (o modernità liquida citando Bauman), rintracciandoli in primis nella “società di massa, la ciclicità del capitalismo e la sfiducia ideologica», da distinguere rispetto al postmodernismo, inteso in senso più limitatamente estetico. Un tempo che, riprendendo una definizione di Toynbee del 1947, indica “un'irreversibile svolta nella storia occidentale, collocabile intorno al 1875 e consistente nell'irrompere della società di massa, nella triplice forma di mass culture, mass education e mass movement.” Pegorari rafforza la pregnanza del punto d'origine citando l'inizio nel 1873 della prima crisi ciclica del capitalismo, il cambiamento dei rapporti di forza internazionali con il prepotente inserimento della Germania a fine Ottocento, nonché sul piano culturale i ripiegamenti del Decadentismo nelle sue varie vesti. Fatte tali premesse di lunga durata veniamo ai riflessi in ambito letterario e più contemporaneo. 

 

Della critica letteraria si sostiene che oggi, stante l'idea prevalente nell'editoria del libro come prodotto, dovrebbe osservare l'intera filiera fatta da autore, pubblicità e diffusione, lettura. Ne consegue che chi si occupa professionalmente di letteratura contemporanea non avrebbe da disdegnare nel suo arsenale critico il versante sociologico. Con la prospettiva però, scrive Pegorari, di essere “una critica letteraria della società”: in parallelo si auspica una letteratura che faccia dell'indagine conoscitiva della società una sua bandiera; ciò naturalmente con i suoi mezzi specifici, da sempre attrezzati alla complessità, pur nella coscienza della parzialità, e alla variazione straniante dei punti di vista attraverso l'attivazione della propria natura allegorica, del “saper parlare sempre d'altro.” 

 

 

Proprio il libro di Simonetti osserva il crinale ultimo del postmoderno (gli anni Novanta italiani), laddove cioè la letteratura pare mutata e quasi irriconoscibile allo sguardo umanistico, non rinunciando tuttavia nella prima parte ad indagarne il recente progredire storico. Certamente più impressionante risulta però la vastità dello sguardo panoramico sull'oggi, che abbraccia tutte le svariate tendenze, soprattutto narrative, del mercato editoriale, risultando in tal modo un buon compimento dell'auspicio di Pegorari. La paraletteratura, i generi di differente colore (interessante il rosso-noir degli ex-terroristi anni Settanta), il comico, il racconto dei giovani esordienti, quello storico e/o impegnato, sembrano infatti una serie di proposte che tentano disperatamente di attrarre i pochi e distratti lettori nella letteratura, ormai una nicchia dentro una più vasta e forse accattivante offerta culturale. 

 

Trascelgo, per necessità in un'opera tanto vasta ed esaustiva, i temi della velocità e della visibilità, due tratti calviniani che hanno subito una torsione non sempre virtuosa. La velocità è la vera “dominante formale, sviluppatasi più o meno inconsciamente accanto a un nuovo e più contratto modo di leggere e a un'accorta regia di mercato”; di qui uno stile quasi fatalmente sopra le righe e corrente sulle sensazioni (come nei Cannibali o nel noir tutta azione), parallelo alla comunicazione di massa, al montaggio e allo zapping, che hanno sedimentato un'antropologia di lettura lontana dalla tradizione letteraria. Quanto alla visibilità, vicina al cinema come ai video del web, appare un'altra qualità indispensabile, di superficie o di sostanza, per attrarre l'attenzione del lettore, magari se tradotta in ipertesto (una forma dell'ibridazione con inserimento di foto o disegni), su cui Simonetti si sofferma essendo elemento nuovo, seppur forse già invecchiato (che la rapida accumulazione dell'epigonalità pare un tratto spesso emergente). Ma la visibilità soprattutto deborda dalla pagina all'autore, che oggi è meglio sia personaggio e poco letterato: “Soprattutto, un autore onnipresente, multimediale e polidisciplinare, capace di esibirsi su palcoscenici diversi: giornalista, tecnologo, sociologo, sceneggiatore, attore, videoartista, blogger e infine scrittore.” Ed ecco anche l'enfasi sulla prima persona nel testimone (Saviano il cui motto potrebbe essere: “io non fingo”), dell'autore di autofiction (“fingo di non fingere”), del giornalista o del viaggiatore. 

 

Ne conseguono ulteriori osservazioni su un problema che ha assillato in Italia filosofi (Ferraris), scrittori (Siti, Moresco, Wu Ming), critici (Benedetti, Guglielmi, Giglioli, Federico Bertoni), ovvero quello del realismo. Nota Simonetti quanto il realismo, presunto e sicuro sinonimo di impegno, sia stato invece assai ibridato con il meraviglioso, l'epico, lo storico in chiave politica o umanistica (il New Italian Epic, Scurati per esempio), ma anche drogato da effetti di realtà (ancora il noir, “impasto inestricabile di materiale sociale e mediatico”). Pegorari a tal proposito adotta la formula, anche retoricamente efficace di riflessione, che sostituisce il pedissequo riflesso, cioè di letteratura come specchio del reale. Tanto più che il riflesso allude a qualcosa di labile ed ingannevole, mentre la letteratura è materiale resistente, ovvero dovrebbe essa stessa mantenere la “propria consistenza reale”, che “faccia attrito rispetto all'evanescenza di ogni cosa”. Siamo arrivati allora al giunto finale, con l'ultima lezione sulla Resistenza, che mette in campo ulteriori problemi quali quelli dell'equilibrio tra ricchezza e godibilità dell'opera (ecco l'indicazione del jazz) e dello spessore formale-linguistico, toccato più volte anche da Simonetti per esempio nel confronto con lo stile da traduzione o da intrattenimento.

 

Vale la pena però di chiudere a questo punto con l'apprezzamento della generosa proposta, propriamente umanistica, di Pegorari che ha il merito di rilanciare in chiave militante nuove parole per il millennio. Inoltre va sottolineato che il libro, pur agile e scorrevole, non rinuncia ad affondi di profondità storica capaci di chiarire via via in prospettiva i termini in questione. Quanto al saggio di Simonetti, già ampiamente ben accolto, si merita attenzione per l'ampiezza e la lucidità di uno sguardo in grado di fissare, attraverso tendenze di fondo formali, il presente letterario, così spesso caotico, in un notevole excursus tra alto e basso; la neutralità del regesto è tuttavia apparente e le simpatie che qua e là trapelano, per esempio per autori quali Siti e certo Mari, dicono anche in questo caso di un persistere alla vocazione dello specifico letterario tra la sovrabbondanza e l'estinzione. 

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