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Vetrano e Randisi, clown sulle soglie dell’oscuro

La scena di ‘A cirimonia è chiusa da scarti di povero mobilio, accumulati alla rinfusa come in un deposito. Come in Assassina di Franco Scaldati, tutto giocato in un cesso pubblico abbandonato. Quei cumuli di roba rappresentano detriti di esistenze, in quei due spettacoli e in altri di Enzo Vetrano e Stefano Randisi. I due attori spesso mettono in scena una metaforica Sicilia marginale, emarginata, con personaggi dal sesso e dall’esistenza incerti, angeli o barboni in Totò e Vicè, sempre di Scaldati, una vecchina spigolosa e un omino che vivono nello stesso luogo senza conoscersi in Assassina. In ‘A cirimonia, scritto nel 2009 da Rosario Palazzolo, attore, regista, scrittore palermitano, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna, Randisi è un cieco, o presunto tale, Vetrano un uomo travestito da donna, in abito da sposa. Con una torta devono festeggiare un compleanno o un’altra ricorrenza: solo che non ricordano che cosa devono rievocare. 

 

I due omini – rassicuranti, piacevoli all’inizio – sono proprio due ombre folli, come recita il titolo di un’altra opera in repertorio di questo duo di maestri della scena, un altro testo di Franco Scaldati che stanno portando in tournée. Vetrano e Randisi sono siciliani. Negli anni settanta si trasferirono in Romagna con il Teatro Daggide, fuggendo da una Palermo inospitale per la ricerca teatrale, e si fecero conoscere con il successo di un Ubu re clamoroso, tutto recitato in ginocchio a renderlo una congiura di perfidi grotteschi nanerottoli. Poi in Romagna sono rimasti, costituendo una propria compagnia, Diablogues, intitolata a un altro dei loro successi, da un testo surreale di Roland Dubillard. A poco a poco sono tornati alla loro Sicilia, che avevano ripreso a frequentare già negli anni ottanta con spettacoli ispirati a miti e fatti isolani. Dopo aver lavorato con Leo de Berardinis e con Le Belle Bandiere sono riapprodati a Pirandello e quindi a questi poeti, Scaldati prima e Palazzolo ora, che raccontano una Sicilia sognante e disperata, in cerca di gioia e insidiata dalla violenza, dalla ripetizione continua di atti che dal passato si riverberano implacabili sul presente, tra la sospensione magica, l’accelerazione umoristica e gli orizzonti neri della vita, fino al crimine.

 

 

In questa discesa, che si concede in Totò e Vicè sprazzi di luce ingenua, zavattiniana, la lingua dura, il dialetto stretto, è un elemento portante, caratterizzante. Ma loro sono navigati artisti di teatro, e sanno che li limiterebbe a un circuito troppo locale una lingua dura, comprensibile solo in pochi luoghi e addirittura neppure da tutti in quei posti – come certi testi di Scaldati, scomparso nel 2013, definito il Beckett di Palermo, ma anche Omero dell’Albergheria e poeta aristocratico delle caverne (Franco Quadri), come l’originale di ‘A cirimonia. Allora hanno riscritto Scaldati e si sono fatti riscrivere dallo stesso Palazzolo quest’ultimo testo, cercando di mantenerne la forza linguistica, lo squarcio in un mondo ‘altro’, senza conservarne l’oscurità vernacolare. 

 

Non ci ritroviamo però di fronte a un dialetto italianizzato e argutamente aggraziato alla Camilleri, reso lingua di una stereotipa commedia all’italiana sempre uguale: la forza dirompente dei testi è mantenuta, con una lingua solo più comprensibile, ma ritmicamente e per spessore simile all’originale, che pure ci porta nel risvolto misterioso e terribile della vita, spesso agghindato di umorismo grottesco o di apparente leggerezza per renderlo più digeribile. Insomma: sotto il gioco teatrale, che trascina il pubblico nella risata, spesso si cela un grido disperato in cerca di vita negata o abusata.

Le due figure di ‘U masculo e ‘A fimmina emergono dal buio di quel deposito, di quella cantina dell’anima. Da anni ripetono, in una certa occasione, gli stessi atti, in cerca della memoria di un fatto che li ha come incollati lì, a quella pena purgatoriale, finché non ricorderanno, non ricostruiranno, la verità. Sono due fantocci teatrali: un Edipo accecato per aver guardato troppo in fondo, che richiama anche Hamm di Finale di partita di Beckett, e una sposa improbabile, insieme travestito e pupattola. Senza la sequenza esatta per ricordare non arriverà la memoria del fatto, non si potrà festeggiare e non si potrà essere davvero “festivi e contenti”. 

 

Lo spettacolo inizia con una sequenza di atti sbagliati, di formule fuori contesto di ‘A fimmina, un’errata interpretazione della sequenza rituale che procura le proteste dell’altro e impedisce l’esecuzione della cerimonia. Questa prima parte, con i ‘fallimenti’, i qui pro quo, le continue divagazioni di ‘A fimmina, resa da Vetrano con voce scandita e dalla pastosità metallica, scatena le risate nel pubblico, come una relazione tra il clown Augusto pasticcione e il Bianco perfettino e controllore (qui, peraltro, neppure lui sa cosa bisogna ricordare). 

Nella sequenza che non si riesce a ritrovare irrompono due voci: una di bambina che recita una filastrocca, all’inizio, ancora nel buio, e poi di tanto in tanto; l’altra di un uomo, roca, da orco, che sembra riportare disastri letti su giornali. Quando poi pare che il rito stia per avviarsi a felice compimento si illumina un festone-porta infiorato e parte una musica dolce. I suoni sono composti da quel mago che è Gianluca Misiti (la canzoncina è interpretata da Raffaella Misiti), mentre le luci sono di Max Mugnai, una coppia affiatata di artisti che collaborano con Roberto Latini, capaci di creare inquietanti, affascinanti paesaggi mentali con suono, musica, ombre e luce.

 

 

Presto le risate diminuiscono e finiscono per smorzarsi. Si inizia a comprendere che dietro questa festa costretta è nascosto qualcosa di crudele e che quel qualcosa non torna alla mente perché non lo si vuole o non lo si può ricordare – un conflitto feroce, forse un assassinio o la violazione di una bambina – sicuramente uno scontro che a qualcuno non ha lasciato scampo. ‘A fimmina varie volte finge di ricordare, per poter mangiare la torta, ma ‘U masculo non dà tregua: bisogna rievocare proprio quello che è successo. Prova, allora, ad accelerare la riviviscenza tramite una formula mnemonica, che sa di filastrocca magica. Si arriva così alla soglia dell’atto da rammentare, mentre si svela che il cieco non è veramente cieco e che la sposa non è davvero una donna: cresce la coscienza di trovarsi di fronte a un gioco rituale, che impegna due celebranti che provano a immedesimarsi nell’atto trascorso, combattendo contro l’interdetto.

Spunteranno la testa di un pupazzo, una cassetta degli attrezzi, un cacciavite. In un crescendo drammatico, con le voci esterne che si intrecciano all’azione, ci sembrerà di arrivare a una rivelazione. Ma la verità sfugge, rimane non detta, indefinita, indicibile, lasciata da decifrare, da immaginare, allo spettatore. 

 

I due si minacciano con coltelli. E qui la scena si blocca. Nel riaccendersi delle luci l’autore propone uno scambio di parti: ora è ‘A fimmina dura, a destra, e ‘U masculo a sinistra che non ricorda… Vetrano e Randisi vanno oltre, facendo anche cambiare d’abito i due personaggi: come a dire, ancora, che una verità unica non esiste, non c’è un solo colpevole, che tutto può ripetersi, date condizioni simili, e che forse entrambi sono colpevoli, e – per estensione – forse tutti noi. 

La forza di questo sprofondamento nel trauma sta nell’estrema formalizzazione del testo, fatto di scambi brevi, battute fulminanti, iterazioni ossessive, smarrimenti che non portano da nessuna parte, celando, mascherando continuamente, anche con il comico e il grottesco, la verità. Ma soprattutto sta negli attori, che ci trascinano inizialmente in quella che sembra una commedia per spingerci a poco a poco, con una recitazione che sembra raggiungere la trance, nei bordi inconoscibili del mistero, verso l’impossibile dell’umano, l’oscuro, quello che la ripetizione e il ritmo servono a confondere, a occultare. E la loro ripetizione è tanto ricca di variazioni e sfumature, spigoli e morbidezze, sussulti e distensioni, da creare un’altra verità: quella dell’abbandono al gioco teatrale, che salva dall’orrore con il sottile piacere del viaggio umano di conoscenza e emozione, gentilmente e crudelmente fino agli estremi.

 

Le fotografie sono di Giusva Cennamo.

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