Virus e Polis

La pandemia come ‘fatto sociale totale’ non è stata ancora studiata. Riguarda la nostra capacità di difenderci da un evento globale mai prima presentatosi in modo così grave e pervasivo, e di prepararci alle prossime possibili catene di trasmissione virale accelerate dalla globalizzazione scriteriata che ha moltiplicato la circolazione mondiale di merci, persone e virus. Imponendo una dimensione mondiale alla polis che resta invece confinata alla domus di ciascuno, con risposte sanitarie, misure restrittive, anarchie normative del tutto casuali e variabili. Riguarda la nostra capacità di accogliere e tollerare misure di stretta regolazione dei movimenti di una società individualistica di massa. E di sottoporci alle ripetute ma necessarie vaccinazioni, di sopportare il tracciamento degli spostamenti e dei contatti, di uniformarci alle altre misure di protezione individuale (come l’uso delle mascherine, un fatto per noi eccezionale ma abituale in paesi come il Giappone). Di affrontare la presenza di minoranze antivaccino e antirestrizioni che provocano il doppio paradosso di aumentare la diffusione del virus a danno di tutta la polis e di consumare beni pubblici ospedalieri in misura inversamente proporzionale alla loro acquiescenza o compliance.

 

Tutte queste misure straordinarie sono, io credo, da intendersi come ‘tecniche del corpo’ secondo la definizione dell’antropologo del dono Marcel Mauss (1936). Queste tecniche del corpo non sono imposte, ma apprese da ciascun appartenente alla società: esattamente come avviene in età infantile per il camminare, la postura o il nuoto. Esse per la prima volta riguardano non le singole società locali, ma l’intera umanità. Scriveva Mauss: “vedo i fatti psicologici come ingranaggio e non come cause, eccetto nei momenti di creazione o di riforma. I casi di invenzione, di posizioni di principio sono rari. I casi di adattamento sono una cosa psicologica individuale. Ma generalmente essi sono comandati dall’educazione, o quantomeno dalle circostanze della vita in comune, del contatto.”

 

Emerge il ruolo dei processi di apprendimento sociale, di educazione alle ‘tecniche del corpo’ legate alla pandemia, come per altri versi ai cambiamenti climatici (misure individuali e collettive di difesa da siccità, calamità naturali e inondazioni, incendi che mettono a rischio intere comunità etc.) e all’ immigrazione (misure di accoglienza presso gli abitanti dei paesi ricchi in alternativa ai respingimenti alla frontiera e in mare oggi praticati), che sono le tre grandi questioni emergenti dell’oggi ma ancora largamente ignote nelle loro implicazioni e concatenazioni. Questi eventi sfuggono alla politica del giorno per giorno e al business as usual, cioè all’orizzonte della politica e dell’economia. Richiedono momenti di creazione e di riforma. 

Eppure non vi è – da parte di chi guida la società – piena consapevolezza che questo tipo di fenomeni epocali non possa più essere affrontato nei vecchi modi. Politica ed economia si rivolgono agli strumenti del passato in modo tecnocratico, di comando e controllo da parte dei tecnici, e non invece di nuova educazione civile, individuale e collettiva, come indicato da Mauss. Per farlo occorrerebbe invertire gli ordini di grandezza che vedono oggi il mercato (in questo caso il mercato della salute, un evidente ossimoro) prevalere su ogni aspetto di regolazione sociale. Mentre occorrerebbe in particolare moltiplicare gli investimenti in educazione, scuola e istruzione, sanità pubblica, e in nuove burocrazie intelligenti. 

 

Nel frattempo la scienza si muove – come è giusto che sia – sul proprio terreno sperimentale di ricerca e di prova ed errore con rilevanti risultati (come nel caso dei vaccini e delle terapie anti-Covid19) e guarda in avanti nella produzione non solo di fatti scientifici (i vaccini, le terapie) ma persino di tecnologie umane e post-umane in modo fantascientifico (dai big data alla superintelligenza artificiale) con ricadute sociali anche in questo caso largamente ignote.

Questo insieme di fatti sociali riguarda tutti noi, l’animale politico che noi siamo entro società complesse e variamente integrate: infatti siamo animali sociali che si danno insieme istituzioni e regole comuni. Ma viviamo anche in gruppi e reti sociali distinti, un tempo solo familiari o professionali e di clan, ora sempre più spesso anonimi ed anomici dei social networks, oltreché sottoposti al controllo remoto di piattaforme digitali che spiano e controllano e registrano a fini pubblicitari e di profilazione dei consumi ogni nostro gesto sulla tastiera e sullo smartphone. 

 

In questo mutato contesto il ruolo della polis, ora nazionale-europeo e globale insieme, si rivela altamente problematico. Le lentezze europee nel fronteggiare la pandemia, i fallimenti dell’OMS nel monitorare e governare la dimensione globale del fenomeno (sudditanza ambigua alla reticenza cinese in epoca di propagazione del virus, nullità nella distribuzione mondiale dei vaccini mediante misure decise ‘anti-mercato’) sono eloquenti.

Nella polis nazionale e internazionale del passato, un ruolo fondamentale era stato svolto dai grandi partiti-organizzazione che sono stati in grado di raccogliere la domanda sociale, di selezionare e formare le élites, e di fornire all’élite pubblica una legittimazione basata sulla competenza. Ciò è avvenuto soprattutto in quelle fasi di creazione e di riforma cui alludeva Mauss. Esempi storici riferiti al New Deal americano, alla ricostruzione postbellica europea, al socialismo democratico sono pertinenti a questo riguardo: ma si situano tutti nel ‘secolo breve’ che precede il 1989. Dopo di allora al contrario, i partiti sono divenuti parti dell’apparato statale nei regimi democratici, e organi dello Stato autoritario nei regimi totalitari, con il risultato di lasciare del tutto scoperta l’articolazione e l’organizzazione della società civile. Essa si affida al dominio dei social networks, con risultati contradditori ed ambigui. 

L’agitazione sempre crescente che il governo democratico ha introdotto nel mondo politico si diffondeva nella società civile: per Tocqueville era questo il più grande vantaggio del regime democratico. Oggi democrazia e società civile si stanno allontanando, su rive opposte di un fiume in piena.

 

Nel vuoto lasciato dai partiti si sviluppano corporazioni e reti tecnocratiche prive di legittimazione ma capaci di occupare lo spazio del command and control. Le recenti crisi finanziarie hanno messo in evidenza aspetti oscuri di intreccio tra élites economiche ed élites politiche. La crisi pandemica ha a sua volta mostrato ‘perchè non eravamo pronti’ a reagire a eventi ampiamente prevedibili come le zoonosi (David Quammen lo ha mostrato con evidenza in Spillover già nel 2012).

 

Cosa fa l’élite? Coloro che siedono nei consigli di amministrazione delle banche e delle imprese sono gli stessi che offrono al mondo politico servizi e ricevono consensi e influenza. Si incontrano a mezza strada, come nell’Uomo senza qualità di Musil, in cui è “la vita nella sua forma attuale che porta alla grande industria dello spirito, così come inversamente spinge l’industria alla spiritualità, alla politica, al dominio della coscienza pubblica”. Anche la filantropia dell’élite (ben rappresentata da Bill Gates e la sua Fondazione) serve a influire nella sfera del potere e ribadire la superiorità di una rete di interessi e di intrecci tra economia, benevolenza e politica.

Nella fase classica della borghesia l’élite credeva nello Stato come rappresentante dell’interesse generale salvo ricredersi, ogni volta che poteva, e sottrarsi ai relativi obblighi (con le rivolte fiscali soprattutto: epocale quella che nella ricca California aprì la strada al neoliberismo).

 

 

Nella fase critica attuale invece, il senso dello Stato è abbandonato in nome di credenze globaliste tecnocratiche (la tecnologia, l’interconnessione, l’appartenenza a uno spazio cosmopolitico, la città globale ecc.) che diventano il senso comune dell’élite. Mentre un secolo fa il cosmopolitismo delle élites era circoscritto a un club esclusivo di pochi, oggi una densa rete di società di consulenza, imprese multinazionali, finanza e tecnologia avvolge il pianeta, e fa delle società nazionali un ambito troppo ristretto per le élite. La COP26 di Glasgow è stata organizzata da Boston Consulting Group a fianco del governo britannico. Il nostro PNRR è stato scritto anche da consulenti delle grandi società multinazionali.

 

È l’aristocrazia finanziaria – sostenne Sylos Labini negli anni ’70 – che ha preso possesso del mondo, attraverso le banche internazionali, le multinazionali e le società di consulenza e i suoi ‘esperti’. Sylos Labini elencava: speculazioni edilizie, esportazioni di capitali, petrolio sono le aree del profitto speculativo. Per Marx, che ne scriveva nel 1848-1850, l’aristocrazia finanziaria non è altro che la riproduzione del sottoproletariato alla sommità della società borghese: i suoi guadagni e i suoi piaceri sono malsani e sregolati, come quelli della plebe. Una chiave interessante per capire la paradossale alleanza tra élite e neoplebe contemporanea.

 

L’autocoscienza e il progresso fanno da sempre parte del bagaglio ideologico dell’élite. In questa dote ha un ruolo essenziale il rapporto tra élite e chierici, i detentori del sapere e, spesso, sapienti interessati. Prima, nel Medioevo, la figura dell’intellettuale come mestiere produceva corporazioni al pari di altre attività economiche. Fino all’Ottocento, quando le classi della conoscenza prodotta per via accademica divennero anche un segmento di funzionari pubblici. Questa autonomia delle istituzioni formative nello sviluppo politico europeo si declina in modo diverso nel Regno Unito, con la riforma di Oxford e Cambridge, e negli Stati Uniti, dove si afferma il modello da cui nascono le università politecniche come il MIT, con finanziamento federale. Il modello dell’università privata, per prima Harvard nata per coltivare i ‘nuovi mandarini’, avanza: e oggi anche in Europa il peso dell’impresa economica, finanziaria e globale, nella gestione dei programmi formativi delle tecnocrazie è sempre maggiore. In questo processo dovrebbe saper intervenire oggi il pensiero critico, ma con armi all’altezza del tempo: spingendo l’ampia classe creativa delle professioni a rioccupare lo spazio pubblico oggi lasciato sguarnito. Con incentivi simbolici e monetari. Con l’obiettivo di creare una nuova burocrazia pubblica. Di imporre un’enorme circolazione delle élites.

 

Invece, di questo lungo percorso l’élite attuale è largamente inconsapevole. In Italia soprattutto, dove l’élite economica e quella politica si sono almeno dagli anni ’90 in poi identificate con una variante locale del populismo. Essa crede nel denaro e nel privilegio come modello, ostentato per mettere il popolo, la neoplebe in condizione di servitù volontaria. La trasformazione dell’Italia in una corte si è dispiegata per un ventennio, con una parziale correzione a partire dal 2011 intervenuta più per fattori esogeni quali gli effetti della grave crisi finanziaria che per virtù endogene. 

Entro la fase attuale di globalizzazione l’élite capitalista transnazionale viene creata e si riproduce per simboli iconici. È composta di imprese globali, di politici e funzionari che globalizzano, di professionisti che assistono tecnicamente la globalizzazione, infine di venditori e di media che assicurano la circolazione e il consumo dei prodotti globalizzati. Ma questa élite non vede il rischio globale, portato necessario della globalizzazione, come è stato evidente prima nel 2007-2008 (la crisi finanziaria esplosa a Wall Street e subito comunicata a tutto il mondo) e poi nel 2019-2021 (la pandemia esplosa in Cina e subito trasmessa all’intero pianeta). Una possibile risposta, il glocalismo (globus et locus) è per ora minoritaria.

 

L’élite continua indisturbata a contare, contarsi, annettersi: la caratteristica dell’élite, la sua ricerca di distinzione e il suo habitus, qualcosa che si interiorizza e insieme si indossa come una divisa. Sapere di essere al proprio posto, con le proprie iniziali sulla biancheria esteriore e su quella interiore della coscienza, è nelle parole ironiche di Musil l’attributo della classe superiore. L’élite possiede un senso del piazzamento, sa porsi se necessario al centro della scena pubblica con ogni mezzo, compresi i trucchi e i travestimenti quando necessario, come nel caso estremo dello spettacolo mediatico contemporaneo (gli annunci di Elon Musk, quelli di Mark Zuckerberg, ma anche le sfilate di capi di Stato dei G7, G8, G20). Ma il potere sa anche e soprattutto nascondersi, ritrarsi e velare la propria influenza e le proprie relazioni, quel tratto di riserbo e di segretezza che caratterizza da sempre i detentori del potere. Oggi il potere è sempre meno visibile e decifrabile.

 

Il declino dell’élite economica e politica, la sua mediocrità che conduce al populismo sono resi oggi particolarmente evidenti dalla caduta del linguaggio della classe dominante. Quell’habitus linguistico che si apprendeva nel mercato specializzato della famiglia e della scuola, e si sviluppava con la frequentazione precoce e costante dei mercati specializzati dell’economia e della politica, non si manifesta più. Il linguaggio dell’élite basato su un’elevata censura, sulla messa in forma e sull’eufemizzazione, cioè su aspetti distintivi di norma realizzata, oggi si scompone nel linguaggio di Internet che rende tutto indistinto e omogeneo, l’opposto della distinzione. In questo linguaggio comune si trova l’estrema conseguenza prevista da Tocqueville, per cui quando gli uomini non più costretti al proprio posto nella società si vedono e comunicano costantemente l’un l’altro, tutte le parole del linguaggio si mescolano. Ma Tocqueville lo attribuiva a una società, quella democratica, che ha abolito le caste e in cui le classi si riempiono di nuove reclute e diventano indistinguibili. Oggi le caste sono ricomparse, la principale si chiama tecnocrazia. Occorre invece riaprire il dialogo tra Scienza, Politica e Natura in una nuova arena deliberativa in cui ciascuno di questi tre pilastri, su cui la polis mondiale si regge, siano rappresentati.

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