Wiesenthal, i limiti del perdono

Nel 1942, a Leopoli, un soldato delle SS rimasto gravemente ferito in combattimento chiese di poter parlare con un ebreo, uno qualsiasi. Sapeva che stava morendo, e aveva il rimorso di un crimine orrendo contro degli ebrei a cui aveva partecipato, nella città ucraina di Dnepropetrovsk, dove 400 tra uomini, donne e bambini erano stati rinchiusi in una casa poi data alle fiamme. Lui ed altri avevano avuto il compito di sparare a chi cercava di saltare dalle finestre. Aveva visto scene terribili, che lo tormentavano; in particolare il volo nel vuoto di un padre, con il fuoco già addosso e un bambino in braccio. Il tedesco morente voleva un ebreo cui chiedere perdono. Per caso venne scelto il prigioniero Simon Wiesenthal, che fu lasciato solo nella stanza con il ferito. Wiesenthal lo ascoltò a lungo, ma non lo perdonò: poteva perdonare una sofferenza inflitta a lui stesso, ma non il male, la tortura e la morte, inflitti ad altri. Non sarebbe stato giusto, non aveva il diritto di farlo. Né per quei 400, né per gli 89 famigliari uccisi negli anni del terrore nazista, né per i milioni di vittime dell’Olocausto.

 

Simon Wiesenthal è conosciuto come il più grande cacciatore di nazisti del dopoguerra, ma in realtà si tratta di una definizione riduttiva, e in parte sbagliata: non era la caccia il fulcro della sua attività, contrastò sempre e da subito chi avrebbe voluto una ricerca finalizzata all’eliminazione dei criminali. Si sarebbe trattato di una mera vendetta, senza efficacia per la conoscenza e per la memoria, e non di giustizia. La ricerca dei nazisti era la premessa necessaria per portarli in tribunale e sottoporli a un processo pubblico. Rendere giustizia all’infinito numero di vittime innocenti del nazismo, questo era il suo obiettivo: l’accertamento pubblico dei fatti, l’ascolto dei testimoni, l’eventuale confessione, il verdetto.

La definizione non appare corretta anche perché la caccia non riguardava i nazisti bensì i criminali nazisti. Un’intera nazione si era fatta irretire da un dittatore senza qualità, ignorante, greve e megalomane: il numero di nazionalsocialisti convinti era enorme. Wiesenthal si prefisse il compito di perseguire chi, tra loro, aveva commesso atrocità e delitti, comunque tanti. Nel corso di decenni, riuscì a individuare e a far processare almeno 1.100 criminali nazisti, dedicando a questo scopo gran parte della sua vita, sino alla fine.

 

Simon Wiesenthal nasce il 31 dicembre del 1908 a Bučač, una cittadina ai confini orientali dell’Impero austroungarico, oggi territorio ucraino. Il padre muore pochi anni dopo nella Grande Guerra, e quella piccola città subisce sconvolgimenti e occupazioni sanguinose; a lui, bambino, tocca una sciabolata sulla coscia da parte di un soldato ucraino: ne porterà il segno per sempre. È un ragazzo sveglio e ama leggere, studia con profitto ingegneria edile e architettura prima a Praga e poi a Leopoli. Durante gli anni del ginnasio conosce Cyla Müller, l’amore della sua vita, non si lasceranno più; si sposano nel 1936 e vanno a vivere nella cittadina polacca di Leopoli, dove Simon inizia a lavorare in uno studio di architettura. Immaginano un avvenire di affetti, di lavoro, di vita insieme.

 

Simon Wiesenthal, archivio Giuseppe Mendicino.


Il 1° settembre del 1939 Germania e Unione sovietica invadono e si spartiscono la Polonia; è l’inizio della fine. Quell’anno cominciano le prime pesanti angherie in entrambi i territori occupati, feroci soprattutto nei confronti di militari, professionisti e intellettuali. Nel giugno del 1941 la Germania invade l’Unione sovietica, e le persecuzioni divengono sistematiche, è stata pianifica la ‘soluzione finale’, lo sterminio degli ebrei d’Europa. In un crescendo di orrore, nei Paesi dell’Est iniziano i pogrom nazisti, linciaggi di massa della popolazione ebraica da parte di milizie e civili ucraini, incoraggiati dai sodati tedeschi. Wiesenthal assiste a quello di Leopoli, riesce a salvarsi solo grazie a un miliziano con cui in precedenza aveva lavorato e che lo stimava. Sia lui sia la moglie finiscono nel campo di concentramento di Janowska, a Leopoli, e obbligati ai lavori forzati presso la ferrovia. Lei riuscirà presto a fuggire e a nascondersi grazie a documenti falsi, che le sono forniti dalla Resistenza polacca, in cambio dei disegni degli scambi ferroviari realizzati da Wiesenthal; la sua abilità professionale gli era tornata utile. Un giorno vede fermo sotto il sole un treno merci carico di donne ebree destinate al lager di sterminio di Bełżec, cento per ogni vagone: il convoglio resterà fermo per tre giorni, niente acqua e cibo per le recluse, le sente urlare disperate. Sua madre è tra loro; moriranno tutte, chi già nel treno, chi nelle camere a gas del lager.

Nel 1943 Wiesenthal riesce a fuggire dal lager grazie ai partigiani polacchi.

 

Vaga per sette mesi di nascondiglio in nascondiglio finché non viene catturato. Sa che sarà torturato per estorcergli informazioni su luoghi e nomi della Resistenza e tenta di uccidersi tagliandosi le vene dei polsi, ma i tedeschi glielo impediscono. Un bombardamento gli consente di scampare all’aguzzino che si era ripromesso di seviziarlo, ma non di fuggire: viene spostato da un campo all’altro, sino all’ultima destinazione, Mauthausen. Quando è ormai allo stremo, viene liberato dall’esercito americano il 5 maggio del 1945: pesa 45 chilogrammi. Appena torna in forze, grazie a una memoria formidabile, compila un lungo elenco di nazisti che si sono resi colpevoli di omicidi e violenze di ogni tipo; una lista completa di gradi militari, luoghi dei misfatti e numero approssimativo delle vittime. Nei lager liberati, gli ufficiali americani hanno visto con i loro occhi morti di ogni età, uomini e donne sopravvissuti ma ridotti a scheletri, e sentono forte il desiderio di catturare e punire i colpevoli. La collaborazione funziona, sono molti i criminali arrestati. Nel frattempo Wiesenthal rintraccia sua moglie Cyla, che credeva morta; nel 1946 nasce una figlia, Pauline Rosa, che porterà i nomi delle due nonne uccise. 


Con il passare dei mesi, purtroppo, i soldati americani testimoni dell’orrore tornano in patria, e vengono sostituiti da commilitoni che hanno solo una vaga conoscenza di quanto avvenuto, che non provano lo stesso desiderio di giustizia dei loro predecessori. Così, Wiesenthal decide di chiudere quell’esperienza e di avviarne una nuova, in prima persona. Nel 1947 lui ed altri trenta volontari fondano il "Centro di documentazione ebraica" a Linz, in Austria, per recuperare informazioni utili alla cattura e al processo dei criminali nazisti. Nel 1954 chiude il centro e invia tutti i documenti raccolti al museo della Shoah di Gerusalemme, lo Yad Vashem. Una delle sue ricerche, quella su Adolf Eichmann, sarà decisiva nel consentire di individuare il criminale nazista responsabile della macchina di morte che aveva inviato migliaia e migliaia di ebrei verso le camere a gas. Nel 1961, anno in cui si tiene il processo ad Eichmann, Wiesenthal decide di riaprire il centro per la ricerca dei criminali nazisti a Vienna. Il processo gli ha fatto capire che c’è ancora molto lavoro da svolgere, tanti sono i colpevoli ancora liberi, tanta la giustizia mai resa.

 

Libri per non dimenticare, ph Giuseppe Mendicino.


La notorietà acquisita nella vicenda Eichmann consentirà a Wiesenthal di aumentare la quantità di informazioni e la disponibilità di mezzi per avviare una ricerca diffusa ed efficace in tutto il mondo, soprattutto in Sudamerica. Questa era una meta privilegiata dei criminali nazisti in fuga dall’Europa sin dagli anni Quaranta, quando il vescovo Alois Hudal aveva organizzato una ratline dall’Italia, procurando denaro e documenti falsi.

Tra i criminali che negli anni successivi riuscirà a individuare e a far perseguire dalla giustizia, vale la pena ricordare Franz Stangl, Hermine Braunsteiner, Franz Wagner e Walter Rauff. Stangl, il comandante dei lager di Sobibór e di Treblinka, responsabile della morte di circa 900.000 persone, tra uomini, donne e bambini, venne rintracciato in Brasile e perseguito anche grazie all’intervento di Robert Kennedy. La Braunsteiner, che aveva commesso omicidi e feroci atti di sadismo ai danni di centinaia di donne e bambini, soprattutto nel lager di Majdanek in Polonia, venne individuata negli USA e condannata all’ergastolo in Germania dopo un lungo iter per l’estradizione e il processo. Wagner, vice comandante di Sobibór e uno dei più crudeli criminali del Terzo Reich, fu scoperto in Brasile; riuscì a evitare la procedura di estradizione, ma non resse alla tensione e si suicidò. Rauff, oltre a perseguitare gli ebrei in Francia e nell’Africa Settentrionale, aveva ideato i furgoni finalizzati a uccidere con il gas di scarico, mentre il camion viaggiava verso un luogo di sepoltura, uccidendo almeno 250.000 esseri umani: venne rintracciato in Cile ma la richiesta di estradizione fu respinta; morì per un attacco cardiaco nel 1984. Quattro storie emblematiche, le prime due concluse con un processo e una condanna detentiva, le altre due con un procedimento giudiziario che renderà quantomeno notorietà ai delitti e vita difficile ai criminali.

 

Subisce anche delle sconfitte. Ad esempio, non riuscirà a far catturare e processare Josef Mengele, nonostante una caccia durata anni: il capo dell’équipe medica di Auschwitz, responsabile di esperimenti atroci su bambini e della morte di migliaia di esseri umani. Mengele morirà annegato in Brasile nel 1979. 

Molti governi vorrebbero seppellire orrori e colpe, specialmente in Austria: capi partito di vario orientamento prendono voti da elettori che hanno problemi con il loro passato. Inoltre, la magistratura tedesca e austriaca nel dopoguerra è ancora composta da giudici compromessi con il governo nazista. Tutto ciò ostacola gravemente le ricerche di Wiesenthal e le sue denunce; lui reagisce segnalando omissioni e ritardi alla stampa e all’opinione pubblica. Sarà per questo attaccato dal cancelliere socialista austriaco Bruno Kreisky e da uno dei capi dell’opposizione di centrodestra Friedrich Peter, con un passato nella 1ª squadra fanteria delle SS, una delle più famigerate unità di sterminio. 

 

Tra i tanti casi seguiti, alcuni appaiono davvero singolari. Ad esempio, la ricerca e l’individuazione di Karl Silberbauer, il sottufficiale delle SS che arrestò Anna Frank e la sua famiglia: questi non era un criminale di alto livello, ma la sua individuazione era ritenuta importante da Wiesenthal, perché avrebbe smentito il greve negazionismo di gruppi neonazisti riguardo il diario e la stessa esistenza di Anna Frank. Eduard Roschmann, “il macellaio di Riga”, fu scovato grazie al successo del libro di Frederick Forsyth, The Odessa File, e del film che ne fu tratto: Forsyth su suggerimento di Wiesenthal, aveva dato al criminale protagonista del libro le fattezze e la storia personale di quell’ufficiale, fuggito grazie a una rete organizzata che lo aveva fatto riparare in Sudamerica. Il successo del film alzò l’attenzione sul criminale che fu rintracciato e perseguito. Nel periodo in cui fu vice comandante del ghetto di Riga, Roschmann aveva determinato la morte di almeno 35.000 persone, tra uomini, donne e bambini, spesso con modalità di estrema crudeltà.

 

Auschwitz-Birkenau, ph Giuseppe Mendicino.


Wiesenthal non si limitò a cercare colpevoli, provò anche a individuare e far liberare un uomo di grande valore e qualità, civili e umane, il diplomatico svedese Raoul Wallenberg. Nel periodo dell’occupazione tedesca in Ungheria, e correndo grandi rischi, era riuscito a salvare migliaia di ebrei dalla deportazione fornendo documenti falsi e vie di fuga. Nei primi mesi del 1945 era stato arrestato dai russi, e di lui si era persa ogni traccia: la madre, nel 1971, chiese aiuto a Wiesenthal e lui scoprì che l’eroico diplomatico non era morto nel 1947 come asserivano i sovietici, in realtà era ancora vivo negli anni Sessanta, e tenuto prigioniero. Una vicenda ancora controversa, che non ha mai trovato conclusione.

 

Wiesenthal ha descritto il suo lavoro in due libri di ampio successo, Gli assassini sono tra noi e Giustizia, non vendetta, raccontando le storie di vittime e di carnefici, e accompagnandole con una serie di riflessioni, sul passato ma anche sul futuro. Ha evidenziato la sorpresa di tanti ebrei e oppositori politici nel veder precipitare la Germania di Schiller e Goethe in una dittatura irrazionale e disumana, votata alla guerra e allo sterminio. Le storie di cui porta testimonianza svelano anche la mediocrità del male, l’inconsistenza morale, caratteriale e culturale di tanti criminali, assurti a posizioni di comando e autori di massacri di ogni genere: “Conosco abbastanza bene la vita di molti assassini nazisti: nessuno di loro era nato assassino. Prima erano contadini, artigiani, impiegati o funzionari, come se ne incontrano ogni giorno per strada. Erano stati allevati nella religione: nessuno usciva da un ambiente di criminali. E tuttavia sono divenuti assassini, assassini per convinzione. Quando avevano indossato l'uniforme delle SS, si erano spogliati, insieme agli abiti civili, anche della loro coscienza”. 

 

Il cacciatore di nazisti, resterà tale sino alla fine. Nonostante le minacce, gli attentati, come l’esplosione della sua casa nel 1982, nonostante la richiesta della moglie di dedicare i loro ultimi anni ai nipoti, non volle mai dire basta: finché restavano verità da accertare e giustizia da rendere alle vittime, avrebbe lavorato e cercato, con l’ostinazione di sempre. Durante un’intervista spiegò che, incontrando nell’al di là i milioni di morti dei lager, avrebbe detto loro queste parole: “Non vi ho mai dimenticato”. Wiesenthal muore il 20 settembre 2005, a Vienna, a 96 anni.

 

Al complesso tema del perdono, Simon Wiesenthal ha dedicato un libro, Il girasole, del 1970, ripubblicato negli anni successivi, arricchito da interventi di molti intellettuali di alto rilievo, tra questi Primo Levi. Alla domanda del primo sulla possibilità di perdonare, in casi come quello del nazista di Leopoli, Levi rispose: ”Quando una violenza, un'offesa è stata commessa, è irreparabile per sempre; può accadere che l'opinione pubblica richieda una sanzione, una punizione, un «prezzo» del dolore; può anche darsi che questo prezzo sia utile, in quanto indennizza, o scoraggia una nuova offesa, ma l'offesa prima resta, e il prezzo (anche se è «giusto») è pur sempre un'offesa a sua volta, e una nuova sorgente di dolore. Premesso questo, credo di poter affermare che, in quella situazione, lei ha avuto ragione nel rifiutare al morente il suo perdono. Ha avuto ragione perché era il male minore: lei non avrebbe potuto perdonargli se non mentendo, o infliggendo a lei stesso una terribile violenza morale. È chiaro, tuttavia, che il suo rifiuto non risolve tutto, e si capisce abbastanza bene che lei abbia conservato dei dubbi: in casi come questo, il sì e il no non si possono separare con un taglio netto, e qualcosa resta sempre dall'altra parte.

Nel caso specifico, poiché lei era uno Häftling, cioè una vittima predestinata, e poiché lei sentiva allora di rappresentare la totalità del popolo ebreo, lei avrebbe sbagliato assolvendo il suo uomo, e proverebbe oggi un rimorso più grande di quello che prova forse oggi per averlo condannato”.

Lo scrittore torinese ribadirà queste riflessioni anche in I sommersi e i salvati. Sopravvivere è un privilegio che comporta dei doveri, nessun sopravvissuto può arrogarsi il diritto di perdonare per conto di chi non ha più voce, perché scomparso nei forni crematori, ha invece il dovere di non dimenticarli e di rendergli giustizia. 

Wiesenthal e Levi non credono alla colpa collettiva, approfondire “il contesto” è utile per capire, non per giustificare le colpe e le responsabilità individuali. La loro è una visione illuministica e civile quanto mai necessaria per ricordare e capire ciò che è stato, e per affrontare i ricorrenti pericoli dell’irrazionalità, della disumanità e dell’intolleranza.

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