Naomi Klein: Vertigine

9 Ottobre 2023

Vi è mai capitato di avere in mano un libro taglia mattone (per la precisione 504 pagine) con cui, per una buona metà, non riuscite a venire a patti e che tuttavia non potete abbandonare, che vi costringe a una lettura famelica, ansiosa, neanche fosse un giallo o un noir di cui vi preme sapere come andrà a finire? È quel che mi è successo con la nuova opera di Naomi Klein, Doppio. Il mio viaggio nel Mondo Specchio (trad. it. di Andrea Silvestri e Andrea Terranova, La Nave di Teseo, 2023), un libro scritto evidentemente in un vortice di malessere, in uno stato di urgenza terminale altamente contagiosa. 

La mia lettura è iniziata mercoledì 27 settembre e si è conclusa domenica 1 ottobre, accompagnata da un’altalena di sentimenti e di pensieri e da un’altrettanto incostante voglia di stroncare, denunciare, sottolineare contraddizioni, aporie, autoreferenzialità, miserie da concorrenza d’immagine sul quel terreno smottante e infido che è la rete. Com’era possibile che un’analista lucida e razionale come la giornalista e attivista Naomi Klein, autrice di libri spartiacque come No logo (2000) e Shock economy (2007), così attenta ai dati, alle fonti, all’individuazione degli schemi sottesi al piano di sviluppo del capitale e alla sua logica, si fosse qui impigliata nel Mondo Specchio, arenandosi in una sterile e unilaterale querelle a distanza con il suo ‘Doppio’, l’altra Naomi (la Naomi Wolf autrice nel 1975 di Il mito della bellezza, uno dei landmark del femminismo statunitense di quegli anni), spesso scambiata per lei (e viceversa?) dai distratti o interessati frequentatori delle socialità online.

Perché ‘doppio’, intanto? Nell’originale Klein lo chiama ‘Doppelgänger’, citando in esergo sia Il sosia di Fëdor Dostoevskij («E alla fine comparve una paurosa moltitudine di copie perfette») sia una battuta del film horror Us – Noi, ma anche United States – di Jordan Peele («Quante copie ci saranno di ognuno?»).

Vediamo. 

Klein e Wolf, le due Naomi, sono entrambe donne, intellettuali, scrittrici, femministe, attiviste, ebree, appartenenti alla galassia politica di sinistra, fisicamente riportabili allo stesso spettro tipologico. Sono ambedue fortemente associate all’impatto che i loro libri e il loro punto di vista ‘rivelatore’ hanno avuto sul mondo reale. Ciascuna a suo modo ha creato un proprio ‘brand’ di se stessa, un unicum. In altre parole, paradossalmente, si somigliano. Può tutto questo fare di ognuna di loro il duplicato dell’altra, tanto da renderle omologabili e addirittura intercambiabili? 

Sì, può! 

Intanto – ed è un fenomeno che andrebbe analizzato con cura – perché spesso, aberrante trionfo del genere, ‘una donna vale l’altra’; e perché due donne famose con lo stesso nome (per di più non così comune) o lo stesso cognome non valgono lo sforzo di distinguerle. Benché rare, non meritano l’attenzione che richiederebbe la memorizzazione del loro intero nome, del loro volto, delle loro idee. È strano, ma non infrequente.

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Non è questo tuttavia a fare da esca o movente al nuovo libro di Klein, benché ad esso sia ossessivamente dedicata una buona metà delle sue pagine. C’è un evento scatenante che le rende intollerabile e al contempo giovevole quell’associazione, quel vero e proprio ologramma digital/mediatico. Nel 2020, in piena e irreversibile catastrofe climatica e ambientale, la specie umana entra nell’era covidica. «La vertigine ci coglie quando il mondo che credevamo di conoscere», scrive l’autrice in preda a una ‘disperazione montante’ esacerbata dal lockdown, «non regge più». E insieme a quel mondo crolla, come un castello di sabbia, un insieme di certezze e di speranze, di ipotesi, piani, progetti, programmi, forme di lotta e di aggregazione, di fiducia negli altri, in se stessi e nel futuro. «Era questa l’origine profonda della mia vertigine. Chi ero senza quella storia di una possibile salvezza da condividere?»

È allora che decide di seguire il suo ‘doppelgänger’, che nel frattempo è passato alle fila dell’ultradestra di Steve Bannon ed è diventata una paladina delle teorie del complotto, «nelle sue varie tane del Bianconiglio. Credo soprattutto per sottrarmi all’ingrato compito di dire quello che non potevo più negare: a quanto pareva, stavamo sprecando l’ultima buona occasione per cambiare. Ma non riuscivo a sopportare l’idea di doverlo scrivere, non potevo. E così mi sono trovata qualcos’altro da fare».

Quel qualcos’altro da fare è alla lettera stare sull’ombra dell’Altra, seguirla passo passo, dirne le non condivise ragioni, descriverne i metodi, seguirne le alterne vicende di là dallo specchio, in quell’universo parallelo in cui nessuno è più pienamente se stesso, ridotto alla bidimensionalità di un ‘io’ proiettato, sdoppiato, indicizzato, recitato, scisso, privo di corpo e di mondo. L’operazione mastodontica e forse inevitabilmente sgangherata che Klein compie in questa sua avventura letteraria che a tratti fa pensare a un selfie bicefalo è forse proprio quella di restituirsi un corpo e una storia, di mettersi a nudo allineando senza gerarchie e presunte priorità politiche privato e pubblico, pensieri ed emozioni, sé sociale e mondo intimo.

Se Wolf è arrivata a spiegarsi l’apocalisse in corso come esito dello spregiudicato calcolo di un pugno di ricchi e potenti e della loro rete di governo segreto del pianeta, Klein resta fedele a una visione classica dei rapporti di potere e di sfruttamento, ma non vede più con chiarezza quali possano essere le forme di lotta e gli strumenti di resistenza. 

La prima lo chiama ‘Complotto’, si compra un fucile e invita ad armarsi. La seconda lo chiama ‘Capitalismo’ e si ostina a ragionare, chiedendosi se il dilagare di ipotesi complottiste, di spiegazioni non suffragate e talora schiettamente fantasiose, non sia dipeso proprio dall’incapacità di analisti come lei di interpretare la complessità dello scenario contemporaneo. Il vuoto si è creato e il vuoto è stato riempito. Ciò che a lei sta a cuore è il non individualistico, materialistico ‘che fare’ caro alla sinistra storica di prima dell’ingannevole ‘Mondo Specchio. «Non io. Noi». Le fa paura la logica del potere occulto e dell’ognuno per sé. Invita a non distogliere lo sguardo, a ricordare che siamo dotati di un corpo che è duplice, non perché dispone di avatar digitali, ma perché è qui, ma anche là nel mondo, implicato nei suoi problemi, nelle sue ingiustizie, nelle sue discriminazioni aberranti, nel suo consumo.

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Ricomporsi è vedere le cose come stanno, riappropriarsi della propria ombra, imparare con la massima urgenza, come suggerisce David Bowman, docente di ecologia del fuoco all’Università della Tasmania, che «non siamo al centro dell’universo. Questo mondo non è stato fatto solo per noi». Non a caso, nella fluviale scrittura di Klein, le parti più riuscite e illuminanti non sono quelle del braccio di ferro con l’altra Naomi, di cui sembra riprodurre al contrario ma con altrettanta fermezza certezze non sufficientemente fondate (in particolare sul tema del Covid, dei vaccini e dei trattamenti medici), bensì quelle in cui sposta il ragionamento su altre figure del ‘doppio’, su altre identità scisse che il pensiero dualistico rafforza invece di superarle. 

In questo diario/saggio/racconto/confessione che si misura con il ‘perturbante’ rappresentato dall’altro che ci somiglia e ci nega facendo tutt’uno con noi, la nostra ‘terra d’ombra’, Klein parla con toni parimenti lucidi e accorati della relazione con il figlio autistico e con lo Stato di Israele. Uscire da sé per fare posto all’altro vuol dire smettere di evitare di vederlo come è, non pensarlo identico a noi, non volerlo ridurre a norma e non sopprimerlo, contemplarlo e domandarsi «e se il vero fascismo non fosse il mostro sulla soglia di casa, ma il mostro al suo interno, il mostro dentro di noi, anche se siamo i discendenti delle vittime di un genocidio?»

Concludo segnalando che il libro di Naomi Klein è dedicato, in memoriam, a Mike Davis, Barbara Ehrenreich, bell hooks, Leo Panitch. Tra le figure che la accompagnano nel suo viaggio nel Mondo Specchio svolgono tuttavia un ruolo cruciale i narratori Philip Roth e John Berger, esperti in ‘economia dell’attenzione’. Nel romanzo Operazione Shylock, il primo esplora da par suo la dinamica del doppelgänger, affermando che «è una cosa troppo ridicola per essere presa sul serio ed è una cosa troppo seria per essere ridicola». Mentre il secondo, cui Klein ha mandato in anteprima le bozze di Shock Economy, le scrive che «per lui il libro “suscita e instilla calma”. Quando le persone e le società entrano in uno stato di shock perdono la loro identità e il loro equilibrio, “di conseguenza la calma è una forma di resistenza”». 

La pandemia da cui questo libro è scaturito non è certo stata un portale verso un altro mondo possibile, ma senza dubbio ha aperto qualche fenditura e creato alcune linee di fuga. La stessa sofferenza psichica e il disorientamento che il volume di Klein tradisce sono segnali in cui molte/i di noi possono riconoscersi. Se non li rimuoviamo, se non li riduciamo a sintomo privato da gestire in solitudine, potrebbero rivelarsi impareggiabili strumenti di non solipsistiche elucubrazioni. 

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