Teatro da camere

Devi fare un piccolo viaggio, per incontrare Roberta torna a casa. Andare a Vercelli, perché Roberta Bosetti, che è metà dell’IRAA Theatre con Renato Cuocolo, è stata bambina qui. Sua madre viveva sulla ferrovia. In una casa di decoro urbano post-contadino, la casa che è la casa di tutto il nostro essere piccolo-borghesi figli e nipoti di guerra, sofferenze, maestre crudeli, adulti insensibili.

 

Arriviamo alla spicciolata. Quando ci siamo tutti, dieci, suoniamo al campanello. Ci apre Renato, come se ci avesse invitato a cena: sopra ci aspetta Roberta. È bellissima, come sempre in tutti gli spettacoli che questa coppia geniale ha concepito nel suo esilio teatrale in Australia, Melbourne, e che ora porta qui, al Festival Delle Colline e poi e Milano (ospite di “Da vicino nessuno è normale” dal 28 giugno al 21 luglio): “Questi spettacoli sono basati sull’utilizzo della casa privata in modo tale da esporre lo spazio domestico e personale allo sguardo estraneo dello spettatore a cui è permesso accedere a quell’intimità normalmente preclusa. La casa non è una scenografia ma una trappola per la realtà. Spazio della vita e spazio del teatro si sovrappongono”, scrivono.

 

Roberta è alta, ha un sorriso doloroso e dolce, ha un corpo magro e bello, e una voce vellutata, intima, che turba, a volte eccita, altre addolora. Il teatro di Bosetti & Cuocolo è una continua violazione dell’intimità. La scena dello “spettacolo” sono le emozioni, i silenzi, i gesti della nostra quotidiana intimità: ma lo svelarsi all’occhio imbarazzato e pudico, chiederne l’empatia e improvvisamente tornare al testo, a una drammaturgia in realtà minuziosamente scritta e concepita in ogni suo respiro, e transizione da una stanza all’altra, da un sentimento all’altro, è la crudeltà di questo teatro.

 

Una crudeltà verso l’attrice-che-svela-se-stessa, che entra nei panni della madre, letteralmente, nella camera da letto con il lettone anni Quaranta, vestendo l’abito della madre oggi malata di Alzheimer che è tornata ad assistere, e che racconta in una stanza calligraficamente vergata dei ricordi della madre che la malattia sta facendo svanire, come foglie che si staccano da un albero, come quelle della betulla che – colpo scenografico grandioso - si innalza dal piano di sotto, e sfondando e sbocciando da una botola vera nella stanza di sopra diventa l’Albero della Vita in mezzo ai ricordi evanescenti, a tutto quel dolore provato che ora non serve più a niente, se non a una figlia che tenta di acchiapparlo prima che svanisca come sangue tra le dita.

 

Il sangue che Roberta beve nel latte, come una Bella Addormentata mentre si punge cucendo di sotto, poi: mentre intorno al tavolo mangiamo tutti il latte di riso cucinato caldo da Roberto. Si beve una grappa. Sembra tutto vero. Sembra di volerci bene. Ma veniamo accompagnati alla porta, e le luci della casa si spengono subito. Siamo fuori, e rimaniamo sino a notte a parlare di Roberta e di sua madre, smarriti, senza casa.

 

 

Lo spettacolo è sino al 21 giugno a Vercelli e poi dal 28 a Milano.

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