Black and White Trypps Number Three

 

Non so se Ben Russell insegni ancora cinema (parli di immagini mobili) all’università. Di certo, programma serate cinematografiche nelle cineteche e nei musei che hanno la gentilezza di invitarlo. È un artista. Realizza film. Ha presentato recentemente a Venezia il suo ultimo lavoro, River Rites. Parte della sua produzione si compatta in un unico progetto (sette film per ora) che, ispirandosi all’inglese antico, egli ha denominato Trypps. In tutto 65 minuti che tentano di cogliere ciò che lo stesso Russell considera una forma di “etnografia psichedelica”. Sono viaggi, nel senso più ampio del termine, a cui non è estranea la dimensione chimica, o l’idea di trance.

 

Come fare cinema con mezzi che la tradizione considererebbe nulli? Ben Russell sembra aver perfettamente assimilato la lezione di Jean Rouch. Action painting, cinema sperimentale, capitalismo globale, ritrattistica, performance: i Trypps colgono alcuni aspetti, alcune espressioni umane contemporanee, filmandole in 16mm, con o senza suono, a colori o in bianco e nero, viaggiando a Dubai, Malobi oppure restando più vicino a casa, negli Stati Uniti d’America, a Providence magari.

 

Tra gli stati di trance ricercati, non poteva mancare quello legato alle reazioni del pubblico di un concerto rock. Mettete appunto una notte a Providence, nel 2007. Sul palco un duo esplosivo, i Lightning Bolt: un muro di suono che arriva dritto alle vostre orecchie. La tempesta perfetta: l’attitudine punk e il noise coesistono, sprigionano ondate di suono a un volume impossibile. Ben Russell si trova lì, sul palco, dietro di loro. Posiziona la macchina da presa (per l’occasione decide di filmare in 35mm). Filma i ragazzi lì sotto il palco.

 

Del bianco, il nero, poi i corpi di giovani teenager ammassati, l’annuncio delle riprese, il ciak che viene battuto. Qualcuno si asciuga il viso. La luce di una torcia circoscrive un flebile cerchio luminoso immergendo i bordi dell’inquadratura nel buio; dentro questa zona illuminata si muove una massa corporea: facce, capelli, braccia, collo, parti anatomiche, i colori delle loro t-shirt (a righe, giallo, blu, rosso, bianco). Un flusso costante e colorato che ondeggia, si ritrae, oscilla, indietreggia sotto la spinta di una risacca. Una volta scelta, l’inquadratura resterà fissa. A volte, la sfocatura del manico di un basso entra nell’inquadratura.

 

Undici minuti e mezzo di film: Black and White Trypps Number Three. Un doppio movimento. Nella prima parte, il tempo necessario affinché i Lightning Bolt finiscano un loro pezzo in scaletta, la pellicola scorre fluida ad una velocità standard, forse leggermente accelerata. Davanti a noi prende piede l’immagine di questo flusso umano in preda ad un rituale che pare senza tempo. Per alcuni, l’effetto è anche claustrofobico. Gli occhi dei ragazzi vagano, a volte appaiono socchiusi, spesso non guardano neppure in direzione del palco. Sono persi altrove.

 

Uno stacco impercettibile altera la temporalità del concerto e ci introduce alla seconda metà: i corpi sono proiettati ora con un movimento rallentato, in modo da poter meglio osservare alcune espressioni. La disgiunzione ottico-sonora, sotto un tessuto fatto di distorsioni e feedback, più alcuni stacchi di montaggio, ci permette di comprendere meglio ciò che si inscrive sui volti dei ragazzi presenti allo show. Una mistica? Deve per forza esserci un godimento che sia aldilà.

 

Gesti, la testa che oscilla, gli occhi indirizzati verso l’alto. C’è qualcosa di enigmatico e sensuale in questi movimenti. Qualcosa di selvaggio e imprendibile. E di caricaturale, come se i corpi e i volti sfuggissero alla posa, uscissero improvvisamente dall’inquadratura, oppure si rendessero malleabili, impossibili da fissare nel loro flusso fisiognomico. Forse è per questo che Ben Russell rallenta lo scorrimento: osserva e annota, quasi scientificamente. Scruta i volti, capta la bellezza del loro movimento, il disequilibrio nel fascio luminoso. Documenta insomma uno stato prossimo all’estasi.

 

Qualcosa mi fa pensare a Goya e al suo Fuoco di notte (1793-94). È come se Ben Russell avesse spostato il baricentro del quadro in un dettaglio ravvicinato della massa dipinta. Isolando dei ritratti. Goya in una delle sue rare confessioni sul lavoro: “Non vedo che corpi illuminati e altri che non lo sono, piani che avanzano e altri che indietreggiano, dei rilievi e parti che affondano”. Ma qui non c’è più una massa mobile in camicia di forza, sotto il cielo bucato da una striscia di luce. Questo flusso notturno è qualcosa di simile a un contagio magnetico. È una specie di sonno ipnotico scosso dall’elettricità e dal riverbero delle note nell’aria.

“La bellezza sarà convulsiva, o non sarà”, diceva qualcuno. Non aveva poi torto.

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