Le toppe di Arlecchino

I colori sono proprietà delle cose oppure appartengono irrimediabilmente al privato incomunicabile della sensazione? che colore ha, nel buio della notte, il calzino deposto nel cassetto? siamo sicuri che quando diciamo “questo è rosso” intendiamo lo stesso colore che vede il nostro interlocutore? non vede verde quello che io chiamo rosso? insomma: i colori sono soggettivi o oggettivi? Esistono i colori? è proprio il sottotitolo del libro Le toppe di Arlecchino di Claudio Magris. Pubblicato dalla Nave di Teseo in questi giorni, l’agile libretto ripropone, consegnandola così a una memoria più stabile, la Lectio magistralis tenuta alla Milanesiana, già apparsa in “La lettura” del 19 luglio 2020.

 

 

Magris prende avvio dal linguaggio, dall’impossibilità di dire tutte le sfumature dei colori e, nello stesso tempo, dalla capacità della lingua di indicarne migliaia attraverso l’uso di nomi e metafore, giri di parole e immagini inconsuete, come ha fatto l’artista sudtirolese Oswald Egger in Triumph der Farben e – possiamo aggiungere – Lino di Lallo nei tre volumi della sua Tavolozza d’autore (qui la recensione su doppiozero). Prima però di proseguire nelle suggestioni colorate della letteratura e dell’arte, l’autore si sofferma su una questione filosofica: «i colori non ci sono, ma si vedono» (p. 7). Quindi, se si vedono, non sono un’arbitraria invenzione della mente, devono avere, in qualche modo, un carattere di oggettività: «l’azzurro-viola che ognuno di noi vede nel cielo della sera non è un delirio soggettivo ma una percezione – e dunque una realtà – oggettiva», conclude qualche pagina dopo (p. 14). In mezzo sta il riferimento al realismo di Paolo Bozzi, psicologo e fenomenologo della percezione. 

 

L’incontro tra i due risale alla fine degli anni Settanta: nato per caso, dopo un convegno bolognese, in questura, per denunciare un furto all’automobile del giovane professore di germanistica, come mi ha raccontato la moglie di Paolo, Margherita Braitenberg. Un’amicizia nata con una risata, perché il poliziotto aveva intimato a Magris di stare zitto, preferendo l’aspetto più professorale di Bozzi, ma che diventa via via più importante, tanto da ispirare Danubio e, soprattutto, per quanto attiene al nostro tema, Stadelmann. Il protagonista di questo pezzo teatrale che, ricorda Magris, fu interpretato da Tino Schirinzi, è Carl Wilhelm Stadelmann, servitore di Goethe, ormai ricoverato in ospizio, che ricorda le osservazioni e gli esperimenti sui colori del suo padrone.

 

Colori di superfici, colori riflessi, fluttuanti e postumi: Goethe li aveva analizzati nella Farbenlehre e Paolo Bozzi ce li ripropone con attenzione critica e un inedito approccio sperimentale. Districandosi tra le affermazioni contraddittorie, esaltate e antiscientifiche della polemica antinewtoniana «condotta con baldanzosa goffaggine e perfino con ottusa tracotanza», Bozzi pone in rilievo le buone ragioni fondate sui fatti che Goethe elabora sulla complementarità di tutti i colori, sul fenomeno originario che oppone verde e rosso e, in genere, nella sua ricerca cromatica condotta attraverso l’osservazione quotidiana e le esperienze di laboratorio con l’aiuto dei suoi segretari e servitori, Eckermann e Stadelmann. Bozzi ne ripete gli esperimenti all’Università di Trieste, con i suoi cartoncini e le stoffe colorate, dimostrando che nell’analisi del colore non sono sufficienti le ricerche dell’ottica e della fisica, ma è necessario un concreto atto di osservazione. In breve: noi non vediamo numeri che indicano frequenze d’onda, afferma Goethe; i colori esistono in quanto si guardano, conclude Magris citando Bozzi.

 

In poesia e letteratura i colori assumono poi carattere di allegria o di tristezza, di dolcezza o di asperità, di gioia o di amaritudine: Magris ci invita a un percorso in pittura, poesia, letteratura, musica e cinema, che prende avvio con il blu, il colore – dice – della sua vita. Riprende alcune osservazioni dal libro di Amelia Valtolina, Blu e poesia, che aveva identificato nel blu l’essenza stessa della poesia tedesca, dal “fiore azzurro” di Novalis al “controblu” di Celan. Magris vi aggiunge una miriade di citazioni e di suggestioni: «colore di tutti i colori», «essenza del colore stesso», «colore dell’essenza e dell’assenza», il blu assume così connotazioni profonde, intense, liriche, talora cupe e fredde, altre volte lievi e velate. Il colore, il blu in particolare, “trascolora” in musica, e non solo nella produzione musicale in senso stretto, nelle «note blu o note incerte» del blues; anche nella poesia: il valore della parola poetica non è più denotativo, non indica semplicemente l’oggetto, ma lo evoca, si lega in modo indissolubile alla cosa, che sia una nuvola o una rosa; il significato – scrive Magris citando L’autonomia del significante di Gian Luigi Beccaria – trascolora in mille altre sfumature di significati, diventa, appunto, musica.

 

La stessa pluralità di significati e di rimandi viene individuata anche negli altri colori. Magris accenna alla mistica del nero e al nero della letteratura di Praga, alle sfumature del nero in pittura e al flash nero in una stanza buia degli esperimenti della psicologia; considera il bianco assumere il carattere inquietante della spettralità e dell’orrore in Melville e Poe; racconta dei colori protagonisti dei romanzi di De Cortaze, Leo Perutz, e del verde lieve e musicale di Verde acqua di Marisa Madiero. Conclude con una citazione quasi teologica e neoplatonica del poeta Biagio Marin, il quale scrive al suo traduttore cinese: «le nostre contingenze colorano l’eternità di Dio».

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Pablo Picasso, Seated Pierrot, 1881, Museum of Modern Art, NY.