Guardare lontano

Nel giro di pochi giorni “Il Giornale” e “La Padania” hanno pubblicato in prima pagina due foto che mostrano esponenti della politica europea impegnati nello stesso gesto: schermare gli occhi avvicinando il palmo della mano a squadra sulla fronte. Sul “Giornale” (18 giugno) compare Ségolène Royal in questo atteggiamento, mentre la didascalia recita: “Ségolène Royal, ex compagna di François Hollande, dopo il voto legislativo di ieri ha perso il seggio parlamentare”.

 

 

Tre giorni prima (15 giugno), “La Padania” aveva scelto una foto di Umberto Bossi con il medesimo atteggiamento, inquadrato di profilo, con la scritta “El gh’à vist lontan” (Ha visto lontano). Come spiega l’articolo principale, “c’è arrivato anche il Financial Times, Bossi 20 anni fa”; si parla della necessità di una Europa “miscela di Stati senza debiti e di Regioni”, idea che il partito leghista avrebbe sposato da anni, in una politica proiettata “là dove la storia gli ha sempre dato ragione”.

 

Nell’uno e nell’altro caso si coglie molto bene il percorso che conduce dalla figura all’immagine: un personaggio si muove secondo un certo schema, la macchina fotografica lo fissa in uno scatto, un nuovo soggetto (i giornalisti in questo caso) lo adatta a un contesto nuovo e gli attribuisce significati che non aveva affatto. Succede infatti che due situazioni analoghe raccontino due storie completamente diverse: in una si dichiara una vittoria (almeno a posteriori), nell’altra si allude a una netta sconfitta politica.

 

Sin dal mondo antico il gesto degli occhi schermati ci appare nella sua problematicità o, meglio, nell’ambiguità delle sue applicazioni figurative: è un’azione o un’emozione? Detto altrimenti: quale tracciato del corpo dobbiamo immaginare prima che la mano si fermi sulla fronte? Se si tratta di un’azione, allora dobbiamo figurarci il movimento calmo di chi osserva uno spazio lontano e lo controlla a distanza. Se invece è un’emozione, le cose vanno in senso esattamente contrario: il rivelarsi improvviso di qualcuno o qualcosa scuote i ritmi ordinari e la sorpresa induce a un movimento rapido, solo per un momento simile a quello precedente. Quando uno guarda lontano, infatti, tiene ben ferma la mano sulla fronte per aiutare lo sforzo della messa a fuoco di un oggetto distante; quando veniamo colti di sorpresa ecco che portiamo, solo per un istante, una mano verso gli occhi, nel tentativo istintivo di proteggerli.

 

Il punto è che le immagini, ogni tanto, sembrano arrendersi davanti alla propria incapacità di restituire in modo convincente traiettorie anche minime dei corpi. Spostamenti e soste finiscono, insomma, per avere esiti simili.

 

 

In Grecia avevano dato ben presto un nome a questo gesto, era l’aposkopein, letteralmente il “guardare da lontano”. Viene spesso raffigurato con la mano verso la fronte a proteggere gli occhi Pan, il dio-caprone, divinità popolare legata alla vita dei contadini e dei pastori. La spiegazione che normalmente viene proposta è quella del dio che controlla da lontano le greggi; è vero però che Pan è una figura che gli antichi mettevano in relazione con l’evento inaspettato, con la sua apparizione subitanea e minacciosa, capace di suscitare appunto il terrore “panico”. Perché non pensare che in queste immagini di Pan con la mano alzata si volesse descriverne gli effetti sugli uomini? Del resto, il movimento della mano alla fronte viene usato anche per i satiri, figure metà umane e metà animali, sempre presenti accanto a Dioniso. In quest’ultimo caso è probabile che si volesse descrivere la sorpresa davanti all’epifania di un dio “maggiore”, lo sconcerto davanti all’inatteso manifestarsi del sacro. Come si vede, anche in Grecia la doppia opzione: un’azione oppure un’emozione.

 

Il movimento di chi guarda sotto la mano che fa ombra agli occhi ricorre in una classe di statuette del tutto singolare (ne abbiamo pochissimi esemplari, testimoniati, in compenso, dall’età romana fino al Medioevo e oltre): i “soffiatori”.

 

 

A quanto pare queste piccole sculture in bronzo venivano riempite d’acqua e poste accanto al fuoco per fare in modo che l’acqua venisse soffiata fuori attraverso fori praticati appositamente; seduti o inginocchiati a terra, talvolta con un apparato sessuale ben evidente, tengono una mano proprio sulla fronte. In altre parole, hanno forme e carattere piuttosto simili a quelli dei satiri greci: forse è proprio il desiderio di conservare – in questa sorta di automi alla buona – volgarità e istintività dei satiri, che trascina con sé il gesto dello stupore improvviso di quelle mitiche creature semiferine.

 

È certamente un movimento di sorpresa quello di un vecchio nell’Adorazione dei Magi di Leonardo: è l’Epifania per eccellenza, l’apparizione del divino, capace di destare così diverse forme di stupore nei personaggi attorno a Maria e Gesù.

 

 

Durante il Rinascimento, lo stesso gesto ricorre anche nelle figure dei pastori ai quali gli angeli annunciano la nascita di Gesù, un altro grande momento di stupore.

 

A ben vedere, che si tratti di azioni e di emozioni, c’è una cosa che rimane sempre ben ferma: il paesaggio della campagna e il rimando alla terra. E lo si vede ancora meglio, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in due cartoline augurali d’area tedesca.

 

 

Nella prima, che serviva a promuovere un’associazione sportiva di lavoratori, un giovane stringe una bandiera con la destra e fa ombra agli occhi con l’altra mano. Nel testo sotto il disegno – un vero e proprio appello a chi osserva l’immagine – si parla proprio del guardarsi attorno, del vedere “gli occhi che brillano” dei possibili interlocutori, ma si parla anche dell’“Heimat”, di quella idea di casa e di patria così importante nella cultura tedesca.

 

C’è anche un campanile sullo sfondo, proprio come in un’altra cartolina del 1905; del resto anche qua si parla di religione, di popolo, di nazione e dei valori del lavoro. Quello che si svolge nelle fabbriche con ciminiere fumanti che si vedono a destra, ma soprattutto il lavoro di chi impugna una vanga, come il contadino protagonista della scena.

 

Infine un manifesto di età staliniana, accompagnato da una scritta dal tono più che ottimistico, sul continuo miglioramento delle cose; l’automobile in primo piano, i tralicci della corrente elettrica, chiatte e imbarcazioni sul grande fiume là in fondo. La ragazza (con una decorazione del partito sulla camicetta) guarda verso l’orizzonte e vede anche enormi campi di grano come quello che borda la strada su cui si è fermata.

 

 

Non c’è una filiazione diretta tra tutte queste immagini e la fotografia di Bossi, ennesima situazione che ci interroga sui modi in cui si formano le immagini; resta il fatto che lo schema del guardare lontano e il tema della (propria) terra sono saldati da secoli.

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