Sergio Bologna, o il lavoro autonomo

4 Giugno 2022

Sergio Bologna è nato a Trieste nel 1937, si è formato nell’ambito della cultura mitteleuropea degli anni ’50 e’60, ha partecipato in qualità di storico del movimento operaio ai cambiamenti epocali del lavoro tra lo scorso secolo e quello attuale, anticipandone le tendenze. Personaggio del tutto eccentrico e antiaccademico del nostro panorama culturale, ha scritto i più importanti lavori sul nuovo lavoro autonomo, sulla logistica mondiale, sulle multinazionali del mare, sulle banche e la crisi. Lo abbiamo intervistato in occasione del suo 85° compleanno e della riedizione della sua tesi di laurea, La chiesa confessante sotto il nazismo. 1933-1936 (Shake Edizioni), pubblicata originariamente da Feltrinelli nel 1967.

PP – Non toccherei l’intera tua biografia, ma affronterei il tuo pensiero in alcuni momenti decisivi. Due momenti in particolare, che precedono e seguono gli anni ‘70.

Gli anni ‘60, una fase breve ma intensa di modernizzazione mancata del mondo e del Paese, un’occasione da te vissuta nella tua formazione e nella fase di attività Olivettiana, un epos in cui tutto si sta muovendo in una nuova direzione. In realtà già il termine modernizzazione è sbagliato, si pensa a un’unica direzione guidata dalla tecnica, ma c’è stato un momento di biforcazione in cui c’erano delle possibili strade che non sono state intraprese. Il libro curato da Franco Amatori nel 2017, L’Approdo mancato, riguarda i ’70, invece qui si tratta della fase fine anni ‘50 e ‘60 e che finisce nel 1968. Si stavano formando dei nuovi soggetti, e c’era una specie di intelligenza nelle classi e nei ceti, che poteva imboccare una strada. La tua, e della tua generazione, è stata una partecipazione ‘dentro e contro’ questa fase?

 

SB – Il termine modernizzazione mancata mi fa venire in mente i nouveaux philosophes francesi quando gettano fango sul 1968, invece trovo che la parola innovazione sia più adatta: stavano succedendo cose nuove sia sul piano umanistico (industria culturale e riviste), sia industriale (con la Olivetti e l’elettronica si stava vivendo un pezzo di futuro). In questa fase avvengono i miei incontri decisivi con i compagni dei Quaderni Rossi: sono incontri che avranno un futuro, umanistico e tecnologico, e avviene il mio incontro con la storia. L’operaismo fa capire questa innovazione. Quindi non l’ho vissuto come etica o volontariato politico, ma come esperienza intellettuale: una innovazione sociale che faceva occupare la scena a soggetti sempre subalterni. Vivere esperienze cariche di futuro che ho seguito in quattro direzioni: l’operaismo, riviste come Quaderni Piacentini, l’Olivetti, le nuove case editrici come Feltrinelli, mentre Einaudi era diventata conservatrice, licenzia Raniero Panzieri e… 

 

PP – Però pubblica nel 1966 Operai e capitale, il libro di Mario Tronti, il più importante di quell’epoca… 

 

SB – Sì però per dire qualcosa di nuovo andavi da Feltrinelli. 

La quinta direzione da me seguita è stata la Germania, non solo l’oggetto della mia tesi di laurea (La chiesa confessante sotto il nazismo) ma la mia seconda casa. 

Grazie a queste cinque direzioni avevi la sensazione di aver imboccato la strada giusta.

Gli anni ‘60 quindi sono stati migliori degli anni ’70, che sono stati anni di involuzione politica, in cui la spinta libertaria si chiude, con questa caricatura di partitini in competizione tra loro, la lotta armata, diventa un’aria irrespirabile. Aggiungo di quegli anni ’60 i legami con i movimenti di liberazione, il centro “Frantz Fanon”, gli insoumis francesi che rifiutavano la guerra d’Algeria, ma tutti i movimenti di liberazione sudamericani, e africani. Poi l’incontro con la nuova sinistra americana.

Nel frattempo insegno a Trento, epicentro della lotta studentesca. 

L’innovazione sociale è uno scontro di civiltà, che abbiamo perduto.

 

PP – Nel tuo pensiero, quali sono gli autori principali? Le classi subalterne occupano la scena. L’approccio che tu segui è orientato in che direzione, Marx, anche Benjamin, con Angelus Novus il punto più alto di filosofia della storia: la tempesta del progresso impedisce all’angelo di ricomporre i frammenti. Il futuro è alle spalle?

 

SB – Io non ho seguito quel percorso lì. Il mio percorso è stato Marx, e il socialismo e la socialdemocrazia tedesca, Rosa Luxemburg, il movimento dei Consigli, che ho vissuto come storico mentre Benjamin lo ha vissuto come filosofo. La Repubblica di Weimar e il destino del soggetto sociale. Cosa è successo della classe operaia a Weimar e nel nazismo. Benjamin l’ho letto solo alla fine. Volevo capire cosa era successo quando le fabbriche sarebbero diventate protagoniste. Tranne Enzo Collotti (e Massimo Cacciari sul Linkskommunismus) in Italia pochi conoscevano questa storia. 

Poi hanno contato, sempre sul piano della storia, i neo marxisti americani, la storia orale, di essi George Rawick è venuto in Italia nel ‘67. Hanno anche contato la mia ricerca sul fronte popolare in Francia, e nei primi Quaderni Piacentini le recensioni di testi sul nazismo.

 

PP – Quando Franco Momigliano, l’economista legato a Olivetti, interviene su uno dei primi numeri di Quaderni Rossi (N. 2, 1962), era l’indicazione di un possibile incontro tra la cultura riformista dell’impresa e l’operaismo?

 

SB – No, è interessante la parte che Quaderni Rossi dedica all’Olivetti, la considera una forma raffinata di sfruttamento, mentre la Fiat è quella rozza. Una cosa è la leggenda di Olivetti, un’altra cosa come si lavorava ai circuiti stampati, le donne dovevano fare 78 micro saldature su un piccolo pezzo grande come una cartolina postale seguendo impulsi dati da un nastro registrato in cuffia, e avevano un aspiratore per i fumi della saldatura. Come fai a resistere 8 ore a lavorare lì? I Quaderni Rossi vanno dentro le fabbriche, il mito di Olivetti si sta facendo oggi, ma presenta anche elementi di forte sfruttamento.

 

PP – C’è poi la componente cristiana del tuo pensiero, la tua tesi sulla chiesa protestante sotto il nazismo, l’incontro con la teologia protestante di Karl Barth, etc.

 

SB – Ho avuto una esperienza religiosa molto profonda nella mia adolescenza, conoscevo la patristica e la letteratura cristiana, ma la tesi di laurea è nata da altro: un esame di tedesco andato male da recuperare, Umberto Segre mio maestro che mi consiglia di capire che cosa successe nelle chiese tedesche, l’incontro con Delio Cantimori, da cui una discussione a tre. La cultura protestante, non quella cattolica, mi ha permesso di capire lo spirito tedesco, è stato un completamento. Vi è poi stato l’incontro con Barth, principale teologo della chiesa protestante, che aveva le idee chiare perché era stato socialista, e non era luterano ma calvinista. Sono rimasto affascinato da questo grande autore. La Germania è fatta di Marx, Lutero, Max Weber. Ho visto le cose forse troppo nella lente tedesca. E sono stato ignorante del laburismo inglese, o della storia russa. Conosco molto meglio la storia americana. 

 

PP – Questo vuol forse dire qualcosa, portare “Lenin in Inghilterra”, cioè il leninismo dentro il capitalismo maturo, non è mai stato il tuo tema, mentre lo è stato per Tronti.

 

SB – Infatti mentre gli operaisti si sentivano i veri comunisti, io sono piuttosto anarcosindacalista, mai iscritto a un partito, da adolescente ho conosciuto l’influenza di giovani comunisti ma sono troppo individualista per accettare una disciplina di partito, inoltre vedere quei ragazzi entrare nello spaesamento della questione d’Ungheria (1956) e di colpo vederli spegnersi! Uscire da quel partito allora non era facile. Mi ha reso ancora più diffidente, mi sono iscritto al Psi nel 1964 per fare un favore a un amico, per votare la scissione del Psiup, e subito dopo uscirne.

 

PP – In quel momento lì, comincia una tua lettura che porterà all’altra grande spaccatura del tuo pensiero, la scoperta del lavoro autonomo. Tu hai visto prima di tutti che il lavoro stava diventando lavoro autonomo, e che tutto il lavoro anche quello salariato sarebbe stato trascinato da questo. Il tuo pezzo del 1967 sui tecnici (non in fondo sull’operaio-massa), poi la lettura di Marx sulla moneta e i trasporti, e la fondazione della rivista Primo Maggio nel 1972, sono i primi semi di un percorso che ti porta al lavoro autonomo?

 

SB – Non è così. I tecnici appartengono al periodo Olivettiano. Scrivo per la rivista Classe Operaia sui primi scioperi dei manutentori di calcolatori elettronici alla Olivetti. Invece l’attenzione per forme di lavoro diverse nasce solo nel 1977, il tempo della “tribù delle talpe”, per cui fabbrica carcere e manicomio sono le istituzioni totali, proponendo quindi la fuga dal lavoro dipendente, per andare… non so dove. Quando io divento lavoratore autonomo, allora capisco dove si può andare.

Il lavoro salariato è uno dei lavori possibili, l’altro è il precariato.

Poi vado in Germania, mi licenziano dall’università: adesso che non sono più lavoratore salariato cosa posso diventare? Quindi il lavoro autonomo è stata pura autocoscienza di una condizione che mi trovavo a vivere. E il movimento del ’77 mi aiutò a capire perché una nuova generazione vedesse il lavoro salariato come una condanna da cui fuggire.

 

PP – E gli autori che ti hanno influenzato in questa nuova fase?

 

SB – I sociologi Weimariani degli anni ‘30, Theodor Geiger, Emil Lederer, e alcuni sociologi tedeschi che nei primi ‘80 avevano studiato i nuovi lavoratori autonomi. Tra gli americani, la rivista Radical America, con i saggi sulla new managerial class che sono del 1977-‘78. Molto tempo ci vuole perché si compia questo percorso. Il mio primo saggio esce, sulla rivista Altre ragioni fondata con Franco Fortini, nel 1991. Altro tempo ancora ci vorrà per scrivere il libro Il lavoro autonomo di seconda generazione, che è del 1997.

 

PP – Ha avuto un ruolo Fortini?

 

SB – Negli anni ‘90 quando esplode la guerra del Golfo, decido che bisogna fare qualcosa e raccolgo i vecchi maestri (Franco Fortini, Edoarda Masi, Michele Ranchetti, Giovanni Cesareo, Piergiorgio Bellocchio), il nome della rivista lo trova Fortini, dopo il primo numero me ne esco e lascio ai giovani, Giovanna Procacci e altri.

 

PP – Tu introduci una nuova categoria, lavoro autonomo, molto diversa e più grande della new managerial class sia in termini quantitativi che teorici! È come se tutto il resto del lavoro sparisse, o restasse come un residuo sullo sfondo.

Non è una classe ma un soggetto sociale, come ti funziona un soggetto non visto ancora da nessuno?

 

Sergio Bologna

SB – La linea che mi ha permesso di non perdere il filo è stata la mia esperienza personale. In fondo avevo parlato sempre del lavoro degli altri, operai tecnici etc., del mio lavoro e quindi di me stesso quando parlerò? È stata l’autoanalisi, più che letteratura, la mia esperienza. Da cui quasi subito la ricerca di linee aggregative. Il primo con cui ne parlo è un travailleur indépendent francese, recuperato poi in un reseau europeo, per fare un sindacato che unisca queste persone, siamo tutti dispersi e deboli. Poi scopro ACTA, l’Associazione Consulenti Terziario Avanzato.

Trovo un sito in cui dicono “ci siamo ispirati a Sergio Bologna”, allora li chiamo e dico “sono io”, così entro in contatto con loro. Siamo nel 2004 quindi 7 anni dopo il mio libro, è stata molto lenta la formazione. Poi ritorno a cercare contatti a livello internazionale e incontro la Sarah Horowitz fondatrice della Freelancers Union a New York, per la mia militanza politica era naturale cercare corrispondenti all’estero. Vedo che c’è un gruppo inglese di lavoratori autonomi, prendo l’areo e vado a Londra: ma sono dei thatcheriani scatenati, mentre erano più simili a noi gli americani.

Il lavoro autonomo non salariato è un modo di vivere.

Ho avuto fortuna a essere sbattuto fuori dall’università! Io ci stavo sempre male, non ho mai fatto un concorso, mi ci aveva fatto entrare Toni Negri…

 

PP – Ma prima eri stato assistente di Umberto Segre, filosofia morale, a Trento. 

 

SB – Più che altro ero il suo autista, mi incitava a correre andando a Trento, io amavo la guida “sportiva”, lui era anche giornalista del Giorno e mi metteva in competizione con l’autista del giornale, quando prendevano ancora i pacchi di giornali e partivano in macchina per distribuirli, il suo autista si chiamava Parma, si divertiva a mettere in competizione Parma e Bologna…

 

PP – Non sei rimasto all’università ma avresti scritto in modo più sistematico.

 

SB – Avrei scritto come osservatore anziché come diretto interessato.

Altro colpo di fortuna è stato andare a Brema in quegli anni 1982-‘83: città fluviomarittima, la mia cultura sullo shipping si è allargata moltissimo. Vi erano centri di ricerca, ma anche la conoscenza diretta sul campo dei delegati portuali, dei colleghi che facevano le prime banche dati sul porto, sindacalisti, figli di armatori etc. Poi a Parigi mi hanno offerto di collaborare alla ricerca sulle professioni nei trasporti. Ho conosciuto così il reseau francese sui trasporti.

 

PP – Come ti viene in mente il container?

 

SB – È stato il contatto con i portuali genovesi che me ne hanno spiegato l’importanza, poi l’intervista su Primo Maggio e la storia del container, l’opposizione degli operai al container, in America e in Inghilterra.

Ho visitato il primo terminal container nel ‘77 a Rotterdam e Amburgo. Si vedeva che i porti sarebbero divenuti porti container. Poi ci ho riflettuto a Brema. In Francia invece erano economisti dei trasporti che non avevano mai parlato con un portuale!

 

PP – Hai visto la logistica come la spina dorsale della produzione e distribuzione mondiale delle merci.

 

SB – Sì, ma la cosa è stata chiamata logistica solo dopo Primo maggio, a Brema, studiando il trasporto marittimo portuale. Però la parola “logistica” non la usavamo tanto. Mi chiamano a Roma a fare il Piano nazionale dei trasporti e della logistica, e mi focalizzo sul tema, mi iscrivo alla Associazione Italiana di logistica, i professori non mi volevano, invece i responsabili aziendali sì, ne divento vicepresidente e tramite l’Ailog conosco i colleghi logistici tedeschi – la loro Associazione, la BVL, è la più importante d’Europa – con sede proprio a Brema, ne divento amico e socio onorario. 

La vera logistica però è industriale, molto complessa, c’è poi il segmento dei trasporti e della distribuzione, qui diventa tutto più facile. 

Per finire ti racconto come mi è capitato di fare una lecture in una Accademia militare americana. 

Mi arriva una lettera dall’OCSE, allora organizzava le tavole rotonde della Conferenza Europea dei Ministri dei Trasporti (CEMT) partecipando alle quali in qualità di relatore diventavi una celebrità, mi chiedono di moderare un panel a una conferenza sull’intermodalità nel Mercosur, a Città del Messico. Spese a mio carico, mi trovo in un panel con il direttore strategico del Porto di Rotterdam, allora nel 1995 il primo porto del mondo, con un professore di logistica tedesco che insegnava a New York e con tanti altri. Il tedesco, emigrato negli Stati Uniti, mi dice “se vieni a New York passa a trovarmi”, ci vado nel 1997 e mi scrive, “già che vieni, ti va di tenere una lecture alla nostra Accademia?” Solo all’arrivo mi accorgo che è un’Accademia militare. Tutto il corpo docente sull’attenti che mi aspetta, tutti militari in divisa. È l’Accademia della Guardia costiera di King’s Point. Mi fa visitare la sede, antica villa dei Chrysler, con un cannocchiale puntato sul grattacielo Chrysler di Manhattan. La cappella ha un altare a tre fette su una piattaforma girevole, cattolica protestante ebrea, aggiunge: “adesso bisognerebbe fare una quarta, come moschea”. Tengo la lecture davanti a 300 ragazzi in divisa.

Anni dopo, in occasione dell’attentato alle Torri gemelle, gli scrivo una mail di solidarietà. Non risponde più, incontro anni dopo altri consulenti, mi dicono che il suo mestiere era diventato assistere 80 orfani di funzionari della Port Authority di New York che aveva sede nelle Torri, ha avuto, se non ricordo male, 800 morti, lui assisteva un gruppo di orfani.

 

PP – La presenza militare c’entra con la logistica?

 

SB – Molto, ma io non sono riuscito a metterlo a fuoco, occorrerebbe avere un rapporto con l’esercito. Non so quanto della logistica militare sia stato travasato nella logistica industriale. La logistica nasce in fondo negli anni ‘70 a causa dell’inflazione, quando in 3 mesi le scorte potevano deprezzarsi anche del 10%, si introduce allora il just in time.

 

PP – Tu hai in mente che la logistica diventa anche occasione del massimo di degradazione del lavoro, spinto dalla tecnica, con gli equipaggi multinazionali delle navi… Più in generale, quando si inverte il ciclo ascendente dei lavoratori autonomi?

 

SB – Allora i lavoratori autonomi guadagnavano di più dei salariati, poi la loro situazione si è rovesciata, erano convinti di essere imprenditori, adesso è tutto diverso, sono dei working poor (poveri che lavorano), tranne alcune fasce privilegiate. È l’implosione della middle class.

Il mio operaismo per fortuna mi ha aiutato a stare abbottonato nel periodo delle vacche grasse, quando molti creavano società con forti spese, in appartamenti di lusso e belle ragazze alla reception, tutta immagine, poi li ho visti sul lastrico. Ho sempre mantenuto un low profile totale. Ne ho visti tanti, uno era un famoso consulente italiano, lo incontro, non lo riconosco, una specie di barbone, mi saluta: era lui, aveva perso tutto. 

 

PP – È una metafora della parabola discendente di questa categoria, di questa classe. E, what next? Cosa c’è nel futuro del lavoro?

 

SB – Con la crisi moltissime di queste professioni sono spinte ad associarsi. Anche Unione Europea e sindacati hanno ormai un atteggiamento diverso, capiscono che queste forme di lavoro vanno tutelate…

 

PP – Il tentativo associativo di questi lavoratori è un ritorno alle origini del movimento operaio ottocentesco, si riparte da zero dopo l’esplosione atomica.

 

SB – Sì, quasi un ritorno ai sindacati di mestiere prima dell’industrial unionism

 

PP – Ci vorranno un altro paio di secoli?

 

SB – Vedo che quelli che si organizzano sono giovani, quelli dell’editoria hanno fondato Redacta, ovunque fanno riunioni di 70-80 persone per volta, potrebbe essere meno lungo il periodo di transizione.

 

PP – Mentre il mondo si dedica all’Azione Parallela che oggi si chiama guerra russa in Ucraina, unica scelta è la ricerca di una propria strada personale?

 

SB – Sì, ma una volta vi era l’orgoglio del freelance, ora non più, oggi sono freelance ma se domani trovo un contratto di 6 mesi lo prendo, è una forma ibrida di lavoro né salariato né autonomo né precario, ma anche tutte queste cose insieme. Difficile dare un’identità forte al freelance. Potrebbe essere una controtendenza, ma ormai è questo. Anche figure fondative di ACTA hanno accettato un lavoro dipendente. Del resto, durante la pandemia milioni lavoratori dello spettacolo non hanno più lavorato. Stiamo cercando di combattere la tendenza alla frammentazione per categoria, difendiamo il lavoro, per tutti, non perché tu sei attore e io medico. C’è l’uso e abuso di contratti, di diritti d’autore usati in modo selvaggio, di stage, contratti pirata. 

Siamo entrati nell’epoca del lavoro ibrido: una terza fase, dopo quelle dell’operaio-massa e della distinzione tra lavoro salariato e lavoro indipendente.

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