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Letteratura

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Sullo scarto tra teoria e pratica / Filosofi bugiardi

I filosofi bugiardi mentono deliberatamente? I filosofi bugiardi, che ossimoro è mai questo, dal momento che si suppone che il filosofo, amando la sapienza, non potrà che amare anche la verità? E poi, che cosa significa quell'avverbio «deliberatamente», con intenzione? Mentono sapendo di mentire, proprio i filosofi? E nel farlo, quali logiche inventive seguiranno mai?   Lo scarto tra produzione teorica e vita Analizzarle le logiche inventive del pensiero teorico è lo scopo che si propone un saggio denso, corposo, intrigante ma tutt'altro che facile, di François Noudelmann, stella anche mediatica del firmamento filosofico francese, docente all'Università Paris VIII e alla New York University: Il genio della menzogna. I filosofi sono dei gran bugiardi?, Milano, R. Cortina, 2018, pp. 248. Ed. orig. Le génie du mensonge, Max Milo 2015, pp. 329. Noudelmann vi esamina lo scarto tra produzione teorica e vita: come mai Rousseau, che scrive un grandioso e innovativo trattato sull'educazione, Emilio (1762), ha abbandonato al brefotrofio non uno ma cinque figli avuti con Thérèse Levasseur? E come potè la pensatrice Simone de Beauvoir scrivere una delle opere chiave del femminismo del...

Percezione / Sul guardare e il rabbrividire

1. ETIMOLOGIA. Sfogliando quel libro inesauribile che è Note, o della riconciliazione non prematura (1944-54), dello scrittore svizzero di lingua tedesca Ludwig Hohl, per esempio nella sua ultima sezione, la XII, intitolata Immagine (Spirito – Mondo – Riconciliazione – Il reale), alla nota 45 si legge questo:    Sarebbe bello se il guardare [schauen] e il rabbrividire [erschauern] fossero legati dall’etimologia.   2. Poche pagine prima, Hohl scrive: “È impressionante, quello che noi tutti non vediamo” [nota 25]. E, ancora, qualche nota dopo: “Guardare in realtà è tutto; sapere sempre induce in errore (questo è il sapere che pretende durare; il sapere più alto può durare solo un istante, soltanto l’istante in cui esso sorge è contenuto nel guardare). [...] La nostra sola possibilità è di guardare.” [nota 34]. Per poi aggiungere: “Gli uomini non vogliono vedere – solo ciecamente andare al di là di tutto – quando la legge stessa della vita è la visione.” [nota 46].   2bis. (In una fotografia che ritrae Ludwig Hohl nello scantinato in cui abitava a Ginevra, si vedono dei fili tirati lungo una parete e attraverso la stanza, da un muro all’altro, sopra il tavolo dove...

Una stroncatura / Houellebecq, Serotonina

  La Serotonina del titolo dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (trad. it. V. Vega, La nave di Teseo, p. 332) è quella sintetizzata da un farmaco di nuova generazione, il Captorix, che viene prescritto al quarantaseienne Florent-Claude Labroust, il suo protagonista narratore, per permettergli di affrontare una crisi depressiva che l’ha colto da quando ha deciso di sparire da tutto e tutti, in primo luogo dall’ultima giovane fidanzata, la giapponese Yuzu, dopo aver scoperto la sua predilezione per rapporti sessuali di gruppo (i cosiddetti gangbang) e persino con animali, diffusamente descritti a partire da video incautamente lasciati sul suo pc dalla ragazza. Il Captorix “non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo” ma “trasformando la vita in una serie di formalità […] aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo.” Tutto bene quindi. Se non che uno dei suoi affetti collaterali è che blocca la produzione del testosterone, con conseguente inibizione della vita sessuale, che per Florent è praticamente tutto. A parte, o meglio: assieme all’amore, a cui il romanzo vorrebbe elevare il suo canto.  Serotonina è la storia del congedo...

Ritorno al futuro / "Le Conseguenze economiche della pace" di John Maynard Keynes

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   Sono passati cento anni da quando, alla fine del 1919 – pochi mesi dopo la firma del trattato di Versailles – John Maynard Keynes pubblicò Le conseguenze economiche della pace. L’autore, che aveva partecipato alle trattative come rappresentante del Tesoro britannico, denuncia la durezza e l’insensatezza della “pace cartaginese” imposta alla Germania sconfitta. Il libro ebbe grande diffusione, e rimane ancora oggi nella memoria delle persone colte. Keynes non sapeva, naturalmente, il corso futuro della storia europea. Ma molti, in seguito, hanno letto il suo libro come una premonizione: la pace cartaginese di Versailles fu interpretata come il germe del revanscismo, del nazismo e della seconda guerra mondiale. Rileggere il libro oggi, rivivere la temperie di un secolo fa, ci aiuta a ragionare su due temi quanto mai urgenti e vivi: l’Europa; il populismo.   Il libro, per...

L'altro dell'altro / Marrani

Questo articolo può sembrare una recensione, ma non lo è. E non lo può essere perché non riesco a nascondere pensieri tutti miei, seppur generati dalle pagine magiche che ho letto. Dico del libro Marrani, L’altro dell’altro, (Einaudi 2018) di Donatella Di Cesare, che insegna Filosofia Teoretica alla Sapienza di Roma ed Ermeneutica filosofica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Da Teresa d’Avila a Baruch Spinoza, da Husserl a Yerushalmi, da Jacques Derrida a Carlo Marx si forma il concerto nel quale si staglia il canto vittorioso e di lacrime della viola Donatella Di Cesare. Nel suo libro giovanile La Questione ebraica, Carlo Marx, afferma che, con il capitalismo, la diffusione della borghesia farà diventare “ebraica” di fatto la società europea del futuro. Sarà smentito dalla Storia del poi.   A questa citazione a memoria aggiungo mie riflessioni delle quali mi prendo piena responsabilità: Marx si era convertito, con la sua famiglia, dall’ebraismo al cristianesimo luterano, come tanti, nel XIX secolo, l’epoca dell’integrazione. Non si trattava quindi di una conversione forzosa, ma quello che mi chiedo è perché mai lui pensasse proprio all’ebraismo, lui, quello delle...

Una vita è i suoi libri / Leggere e scrivere

Una donna che legge seduta su un palo confitto nel mare, mentre le onde le si rifrangono intorno. Accavalla le gambe e appare concentrata nella lettura del libro, che regge in mano. Lo tiene con la mano sinistra e afferra il volume dalla costa superiore, mentre con la destra lo sfoglia; ha la testa reclinata ed è indifferente a tutto quanto accade intorno a lei. La foto è sulla copertina di un libro appassionato, A libro aperto. Una vita è i suoi libri (Feltrinelli), scritto da Massimo Recalcati, psicoanalista. Si tratta di un’autobiografia in forma di lettore, attraverso i volumi che l’autore ha letto nel corso della sua vita: una sequenza d’incontri decisivi. Ogni libro segna un momento particolare della vita di Recalcati, a partire dall’Odissea, incontrata da bambino, per passare attraverso Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, L’interpretazione dei sogni di Freud sino ad arrivare a La strada di Corman McCarthy, uno dei libri su cui maggiormente Recalcati si è soffermato nei suoi ultimi saggi. Ogni libro è passaggio, la porta d’accesso a una realtà nuova, e insieme strumento per una trasformazione intellettuale: per una nascita del proprio sé. Tutto avviene attraverso...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Si! può! fare! (un nitrito per la poesia)

Se uno di loro è assente due, tre, cinque giorni e chiedo che ne è di lui nessuno ne sa niente. Ma come? Siete compagni e non volete neanche sapere se sta bene? Se è scappato di casa? Se è in ospedale. No. Nessuno si frequenta di pomeriggio o nel week-end, e solo qualche maschio ha il suo piccolo branco con cui fa la ronda al massimo per alcuni isolati del quartiere. «Professore, cosa ha fatto durante le vacanze di Natale?». Ve lo dico soltanto se poi dopo anche voi mi dite cosa avete fatto. Mariella è andata a Milano: bene, cosa hai visto? «Niente». Come niente? «Eh sono scesa alla stazione e ho cominciato a camminare». Hai visto negozi, musei? Sei andata a vedere le vetrine di via Montenapoleone? «No, giravo.» Aurelia è andata in montagna due o tre giorni: non c’era un fiocco di neve, tranne quelli sparati dai cannoni sulle piste da sci. «Ho fatto qualche camminata». La maggior parte di loro è stata a casa, andava a letto tardi, e crollava con lo smartphone sul naso nella cameretta. E la mattina dormiva ad libitum: «Io mi alzavo sempre a mezzogiorno!». Nessuno è tornato al paesello, né al Nord, né al Centro, né al Sud, né tanto meno in Romania, Moldavia o Egitto o Tunisia o...

19 gennaio 1919-19 gennaio 2019 / Pietrangeli Touch

Avrebbe cento anni Antonio Pietrangeli, se non fosse annegato al largo di Gaeta, neanche cinquantenne, nel luglio del 1968. Un banale incidente, verso la fine delle riprese di un film “su commissione”, Come, quando, perché (1969), che sarà portato a termine da Valerio Zurlini, un altro irregolare del cinema italiano morto troppo presto. Pietrangeli muore in quel ’68 di cui il figlio Paolo sarà uno dei cantori, con canzoni-simbolo come Contessa (“Compagni dai campi e dalle officine,/ prendete la falce e portate il martello…”), prima di seguire con minor fortuna le orme del padre. Soprattutto, Pietrangeli muore proprio nel momento in cui vengono al pettine parecchi nodi irrisolti della caotica e talvolta sconvolgente modernizzazione italiana: nodi che nei suoi film aveva saputo cogliere e raccontare, in filigrana, con rara sottigliezza.    Pietrangeli (al centro) sul set di “Come, quando, perché”. Sarebbe stato interessante vedere Pietrangeli al lavoro ancora nel decennio successivo, alle prese con l’acuirsi del conflitto sociale, il terrorismo, l’erodersi della dialettica democratica. A riprova di un occhio instancabilmente puntato sull’attualità, fra i suoi progetti...

Domani al Circolo dei lettori di Torino alle 18 / Pinocchio: il bambino ipercinetico e i panini imburrati

Sabato 19 gennaio al Circolo dei Lettori di Torino Carissimo Pinocchio, una giornata nel paese dei Balocchi. Pubblichiamo, come anticipazione ai tanti incontri di questa giornata dedicata al burattino, un testo di Marco Belpoliti, che domani sarà al Circolo dei Lettori alle ore 18 per l'incontro "Quando l'arte incontra un classico", con Ugo Nespolo.   È stato solo a metà degli Anni Settanta che ho capito perché Pinocchio era il libro della mia vita, quello in cui mi specchiavo e da cui traevo, sin dall’infanzia, gran piacere a ogni rilettura. Il burattino era un personaggio con cui identificarsi, ma mai fino in fondo; si poteva gioire e soffrire con lui, ma appena la storia me lo consentiva, mi distaccavo da lui; prendevo a osservarlo da lontano, lo giudicavo, lo biasimavo, subito pronto a ricominciare da lì a poco il gioco della prossimità. E questo movimento l’ho ripetuto per anni, ogni volta che leggevo dell’impiccagione al ramo della quercia grande; dell’arresto di Pinocchio, dopo la rissa sulla spiaggia con i compagni di scuola; di Lucignolo magnifico imbroglione; dell’Omino che stacca con un morso l’orecchio all’asino; delle infinite promesse alla Fata; della Lumaca...

Letto in un’altra lingua / Nicolas Mathieu, Leurs enfants après eux (Premio Goncourt 2018)

Heillange non sembra una città immaginaria, appare più come un'isola, con un lago al posto del mare a separarla dal mondo. Esistono numerose isole, come spiegava Margaret Cohen, recalcitranti alle trasformazioni e ai cambiamenti: a ben vedere non è il caso di Heillange. Heillange è semplicemente passiva, un luogo in cui le cose sembra che accadano solo perché devono accadere, con il lavorio del tempo capace unicamente di generare un cambiamento ripetitivo e quasi indifferenziato. È qui, in questo spazio vuoto situato da qualche parte nell'Est della Francia, che è ambientato il romanzo di Nicolas Mathieu Leurs enfants après eux (Actes sud, 2018), insignito di recente, un po' a sorpresa, del prestigioso Prix Goncourt (il corrispettivo del nostrano Premio Strega).      Mathieu (1978), alla sua seconda prova da romanziere, ricostruisce in questa narrazione la crisi economica, sociale, quindi culturale di una zona che tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta ha subito l'onta feroce della deindustrializzazione a seguito della chiusura definitiva della Metalor, l'acciaieria che per decenni aveva dato lavoro a tutta una comunità: «Durante un secolo gli...

Teatro carcere / Teatro del Pratello: i padri, l’eredità

Sembrano ombre, fantasmi in cerca di consistenza. Sono volti neri, schierati in cima a un piano molto inclinato, un pavimento di antiche mattonelle interrotto da pali sottili di ferro simili a meridiane che segnano il sole il tempo l’avvicendarsi delle stagioni. Rotoleranno durante lo spettacolo, quelle apparizioni, fino al centro dell’impiantito, fino in fondo verso gli spettatori, raggiungendo microfoni sospesi o appoggiati in terra, in cui si confesseranno, si esploreranno, cercando di dare una qualche consistenza alla loro natura, accompagnati da musiche minimaliste, circolari, ipnotiche di Max Richter, che riprende e varia Le quattro stagioni di Vivaldi, o dai ballabili della compositrice greca Eleni Karaindrou, che con leggerezza squarciano antiche memorie. Eredi eretici è l’ultima creazione di Paolo Billi e del Teatro del Pratello, vista all’Arena del Sole di Bologna. Billi lavora da molti anni negli istituti di pena, in particolare in quelli minorili del capoluogo emiliano (anche se da qualche tempo interviene anche nel carcere degli adulti di Bologna, la “Dozza”, e in altri istituti del centro-nord). Non porta in scena solo giovani reclusi: le sue creazioni sono...

Il costo della Terra / Abbiamo ancora un futuro?

Ogni giorno, da più parti, si levano voci autorevoli ad avvertire che siamo giunti a un momento cruciale e unico nella storia del nostro pianeta; il suo futuro è nelle nostre mani, perché l'attività umana può renderlo inabitabile o, nell'ipotesi migliore, desolato. Tutto dipenderà dalle scelte che l'umanità intera, soprattutto i Paesi più ricchi, faranno non domani, ma oggi. Il punto di non ritorno, quello in cui avremo messo in moto una macchina che non potremo più fermare è veramente alle soglie. Sapremo essere all'altezza di una simile responsabilità? Alexis de Tocqueville, parlando della fine delle società aristocratiche, sosteneva che la ragione fondamentale della loro caduta fosse stata il fatto che gli aristocratici non erano più degni di governare. In realtà pensava che questo fosse vero a un livello più generale e che il potere si perde quando non si è più degni – non semplicemente capaci – di esercitarlo. La sua osservazione mi pare molto appropriata a una riflessione sulla situazione odierna, infatti è molto probabile che l'umanità avrà un futuro solo se dimostrerà di meritarselo. Se non agiremo con saggezza, lungimiranza e responsabilità il nostro pianeta non potrà più...

Pinocchio al Circolo dei Lettori / Il Paese senza Balocchi

Sabato 19 gennaio al Circolo dei Lettori di Torino Carissimo Pinocchio, una giornata nel paese dei Balocchi. Pubblichiamo, come anticipazione ai tanti incontri di questa giornata dedicata al burattino, l'introduzione di Stefano Bartezzaghi all'edizione Einaudi del 2014.   Pinocchio de' Pinocchi È stato chiamato uno, bino, trino ma il sospetto è che su Pinocchio ci avesse visto giusto, e fin da subito, Carlo Collodi. Fa dire a Geppetto:   Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l'elemosina.   I commenti al passo in cui Pinocchio ottiene il suo bel nome si sono concentrati essenzialmente sull'ironia favolosa della battuta finale, trascurando una questione onomastica che tanto trascurabile invece non è.  Il nome proprio è, o dovrebbe essere, indeclinabile. Con il burattino, che qui peraltro non era ancora nato, va diversamente: e si vede allora che Pinocchio non è tanto il nome proprio di un personaggio, quanto il nome comune di un genere. Forse è più preciso dire che si tratta, assieme, di nome e cognome: Pinocchio de' Pinocchi.  I...

Una vita / Julian Barnes, L’unica storia

L’unica storia è un romanzo strano. Un romanzo che per certi versi crea delle aspettative e le disattende. Il concetto centrale del racconto è chiaro sin dalla prima pagina. Nella vita abbiamo tutti una sola storia da raccontare. Tra i tanti avvenimenti che attraversano un’esistenza spicca però una sola narrazione, l’unica che conti davvero, l’unica che, in qualche modo, meriti di essere raccontata. La storia di Paul è dettagliata e puntuale. Il suo racconto è realistico, approfondito in ogni aspetto. Il dolore non è temuto, la mistificazione, bandita. Siamo agli antipodi della Trilogia della città di K, in cui la Kristof definisce la finzione letteraria l’unico modo per proteggersi dall’inevitabile dramma dell’esistenza. Barnes il dolore lo prende a testate, lo guarda negli occhi. Fermo, dignitoso, mai scomposto. Veritiero in ogni dettaglio.    L’unica storia è quella di Paul, studente diciannovenne. Borghese, annoiato, irriverentemente intelligente. Sono arrivate le vacanze estive ed esasperato dal tedio umidiccio e masturbatorio del suo far niente in un ipocrita sobborgo londinese degli anni ’60 – villette, siepi curate, partite di cricket e circoli del tennis –...

Il suono di Elvira Di Bona e Vincenzo Santarcangelo / L’oggetto singolare

Le discipline analitiche tendono fatalmente all’oggettivazione, un orientamento determinato in gran parte dal modello visivo. È anzitutto l’atto del vedere che ci offre la possibilità di fissare ciò che per natura è transitorio e mutevole. È cosa nota. Così come è noto che il passaggio da un’intelligenza pratica, sensibile a una rappresentativa è una delle fasi di transizione più importanti nella crescita di un bambino. Solo da quel momento è in grado di appropriarsi della cosa vista, di costruire ciò che Jean Piaget definiva l’oggetto permanente. Un oggetto che continua a esistere anche quando non lo si può più vedere. Un oggetto che, divenuto concetto, pensiero, parola, garantisce la base per una nozione di mondo stabile e predicabile. I rischi aumentano solo quando, crescendo, il pensiero inizia a creare se stesso, comincia ad alimentarsi del pensiero che lo ha formato in un inarrestabile gioco dell’intelletto che non riesce più a vivificarsi nel presente. Ma come resistere alla tentazione di pensare – e di dire – le cose, quando queste restano lontane dalla realtà, celate nella sfera dell’impensato?    La musica, il suono, la dimensione dell’ascolto, del sentire,...

15 gennaio 1914 / Etty Hillesum e la gratitudine

“Non sopravvalutare le tue forze interiori”, scrive Etty Hillesum in un passo del suo Diario (Adelphi, 2012). È la mattina del 10 marzo 1941. Il groviglio della sua anima, che non smette di interrogare, è groviglio che, al cuore, ha questo “sentirsi prescelta”, questo “dover diventare ‘qualcuno’” cui fa spesso ritorno. L’educazione spirituale passa, per la giovane ebrea che morirà ad Auschwitz, attraverso una profonda accettazione della propria “nullità”: io stessa, scrive, devo scomparire interamente, devo abbandonare il mio piccolo ego. La propria vita emotiva e intellettuale è messa in relazione con quella delle persone che, ai suoi occhi, appaiono “normali”; sa bene, tuttavia, che non le è dato comprendere nulla del mondo interiore di chi ha davanti. Del proprio, invece, conosce la bizzarra irrequietezza. “Perché devi saper fare qualcosa?” L’ambizione trattiene il suo dire, la vanità lo attorciglia. Etty Hillesum non porta soluzioni, le pagine del diario mostrano invece il continuo guardare alla propria posizione: dove sono?, sembra chiedersi in ogni parola che scrive. C’è un passo, in Vite che non sono la mia, in cui Carrère scrive: “la malattia, il terrificante approssimarsi...

Luigi Bernardi, L’intruso

"Per esempio, io non mai visto un supereroe in vita mia. Ma non ho perduto la speranza." Luigi Bernardi mi parlò dell’idea di questo romanzo poco dopo aver cominciato a scriverlo. Mi accennò al fatto di voler raccontare gli anni del lavoro fatto nell’editoria, degli anni delle riviste e dei fumetti. Mostrare, in definitiva, quello che era stato, di come fosse andata. Una delle frasi che ripeteva spesso era: “Le cose vanno come devono andare” e così è accaduto. Sono andate che in mezzo al libro in scrittura e alla vita è arrivato il cancro. Rapido, devastante e, purtroppo, senza scampo. La strada del libro si è modificata, è diventata più tortuosa, non si è accorciata ma è cambiata. La bravura di Bernardi ha fatto in modo che la malattia non chiudesse il percorso di scrittura ma che lo ampliasse. Se il nuovo inquilino voleva esserci, Bernardi ha deciso di renderlo uno dei personaggi.   Personaggi, sì, perché L’intruso (Dea Planeta 2018) è un’opera di narrativa dentro la quale si è accomodata la vita vera. Luigi Bernardi detestava il racconto della malattia fine a se stesso, la persona che sopravvive al cancro e che dopo ci racconta la battaglia e commuove tutti; le sofferenze...

Io minimo / Cristopher Lasch: consumo, politica ed ecologia

Tornare a leggere Cristopher Lasch dopo anni, grazie alle riedizioni di Neri Pozza, è un’esperienza illuminante. Nonostante l’insieme di trasformazioni tecnologiche, organizzative e di mercato che hanno totalmente modificato la nostra cultura del consumo, il suo Io minimo ci spiega alcuni passaggi fondamentali per capire la vita nelle società globalizzate. Riprendendo alcune tracce già solcate in La cultura del narcisismo, in questo libro Lasch si cimenta con la relazione tra consumo e identità sociali, anticipando sotto vari aspetti la più rigogliosa produzione scientifica di Zygmunt Bauman (come sostiene Marco Belpoliti), in fatto di tempismo ma anche, forse, in fatto di profondità analitica. Il mix già sperimentato dai francofortesi tra una critica sociale del sistema e una lettura psicoanalitica delle strategie del desiderio è ancora un tratto distintivo di questo lavoro che non rinuncia a recuperare altri classici della sociologia, tra cui il Goffman di Asylums. Lo sguardo da conservatore di sinistra del sociologo americano ci aiuta a cogliere i paradossi della modernizzazione che, con pochi decenni di distanza, sono diventati i paradossi della globalizzazione. Come ad...

Tra migrazioni e origini / Munari a Prenzlauer Berg

Pare che Claude Debussy, al suo maestro di composizione «che inorridiva ascoltandolo al piano nella ricerca di nuove armonie irrisolte» e gli chiedeva perciò cosa andasse cercando e secondo quali regole, rispondesse semplicemente: «Mon plaisir». L’aneddoto è riportato in un libriccino dai toni divulgativi dedicato non al più rigoroso e risoluto fra gli esponenti dell’impressionismo musicale, ma al suo più tormentato amico normanno, Eric Satie, che lo incontrò intorno al 1890 in un cabaret minore di Montmartre, subito prima che entrambi si dessero alla frequentazione più o meno assidua del Le Chat noir con i maggiori esponenti della bohème di fine secolo.    Satie: appunti e nostalgie, con testi di Gian Nicola Vessia e illustrazioni di Federico Maggioni, è uno dei quattro volumi apparsi finora in una collana senza nome, riconoscibile soltanto dalla veste grafica – piccolo formato, bianco e nero, copertina in cartoncino opaco –, edita da RAUM Italic, un marchio italo-berlinese con sede nel quartiere nord-orientale di Prenzlauer Berg. La sede coincide con un bookshop votato alla grafica e al design, come s’intuisce fin dall’insegna appesa al civico 29 della Schliemannstraße...

Che ogni cosa trovi il suo posto / Sylvie Richterová: esilio

Sylvie Richterová è nata a Brno, che qualcuno ha definito «città più kafkiana di Praga». La stessa città dove sono nati Janáček, tra i massimi compositori del XX secolo, Skácel, uno dei grandi poeti moderni delle lettere ceche, gli scrittori Jan Trefulka e Antonín Kratochvíl, la scrittrice Vera Linhartová e i due romanzieri cechi più conosciuti al mondo: Hrabal e Kundera. Nel 1963 si trasferisce a Praga, dove studia lingue e letterature moderne. Nel 1971 sceglie di vivere, caso eccezionale nell’emigrazione dell’Est, in Italia, a Roma, dove  insegna lingua e letteratura ceca fino al 2009. La sua è una scelta d’amore. Un amore non proprio ripagato dal nostro paese. La bellezza della sua prosa, nel corso del tempo, è passata per lo più inosservata. Richterová, autrice oggi fra le più apprezzate in patria e in altri paesi, in particolare la Francia, ha scritto diverse raccolte poetiche, molti saggi raffinati e sei romanzi: Ritorni e altre perdite, pubblicato nel 1978 presso la Sixty-Eight Publishers di Toronto, la casa editrice fondata dallo scrittore ceco in esilio Josef Škvorecký; Figure dissipate (1979), Topografia (1983), Sillabario della lingua paterna (1986), tutti usciti...

Rivendicazioni / Personagge

Nelle lingue in cui è categoria manifesta, il genere grammaticale è servitù obbligatoria. Scrivi un rigo e hai già dovuto rendergli molti tributi. Fin qui, per esempio, una decina (lingua, f.; categoria, f.; genere, m. e così via). L’italiano è esuberante, in proposito. Non va dappertutto così.  Ci son lingue che fanno a meno del genere. Ce ne sono tante (e prossime all’italiano) in cui a una risorsa di variazione siffatta si ricorre più parsimoniosamente. Chi nasce e cresce in italiano subisce invece una mitridatizzazione. Assuefattosi al veleno, l’antico re del Ponto gli era insensibile. Chi parla italiano non è sensibile alla pervasiva presenza del genere grammaticale e, di norma, non l’avverte. “Una persona onesta”: persona è di genere femminile e l’accordo lo ribadisce più d’una volta. Quanto a riferimento, la “persona onesta” sarà poi dotata di baffoni a manubrio, di seno prosperoso, di qualsiasi altra caratteristica materiale o morale che la infili nella casella prevista all’uopo da una morale sociale variabile nel tempo. Nella politica britannica del Novecento, “una figura significativa” fu Margaret Thatcher tanto quanto Winston Churchill. La prima ne fu “un...

Manipolatori della gravità / Per noi entusiasti del volo

Luci viste dallo spazio. Cittadini alle strette, impiegati malpagati, cuori palpitanti, fiduciosi del rosario, fidanzate insoddisfatte, rivoluzionari mancati (e chi non fosse in elenco pur sentendosi in diritto, abbia la pazienza di aggiungere in calce il proprio nome), voi tutti insomma, noi tutti per essere precisi, non disperiamo: l’ora del viver leggero si appresta. Imminente e radiosa. Plausibile ed elegante. Come non mai.  Si sa, nella vita ognuno contribuisce come può all’avverarsi dei propri desideri: letterine sotto il cuscino, speranze in soffitta, segreti nel cuore. Schiacciati dal peso del trantran quotidiano, del resto, non sembra ci resti molto altro da fare. Dalle nostre parti i giorni si presentano gravosi e opprimenti: non più l’agile elefante che la cosmologia zen vedeva in equilibrio su una zampa – mistico e leggerissimo – a reggere sereno i destini del mondo. No, nulla di tutto questo. Semmai l’opposto: un pachidermico rinoceronte di ritorno dall’era glaciale (o più probabilmente dal bancone surgelati del supermercato vicino casa) che si siede noncurante sulle nostre vite schiattandole sotto il peso di un interminabile elenco d’incombenze in scadenza (...

Un’idea di leggerezza / I teatrini della vita degli oggetti

Soltanto nelle botteghe degli artigiani e negli studi degli artisti, abitate da visionari creatori e venditori di bellezza, la materia sembra assumere le vere forme alle quali era destinata. Come mostrano le incompiute possenti statue del ciclo dei Prigioni di Michelangelo Buonarroti, le figure sono già dentro la materia e aspettano soltanto la scintilla della creatività per essere liberate. “La materia è l’entità più passiva e indifesa del cosmo. Ognuno può plasmarla, modellarla, a ognuno essa obbedisce. Tutte le organizzazioni della materia sono instabili e fragili, facili a regredire e dissolversi. (…) Non esiste una materia morta, la morte è solo un’apparenza dietro cui si celano ignote forme di vita. La gamma di queste forme è infinita, i toni e le sfumature inesauribili”. Così scriveva lo scrittore ebreo polacco Bruno Schulz nel suo fantasmagorico libro Le botteghe color cannella (1934). Come suo padre Jakub, protagonista dei racconti, che nella bottega di tessuti all’angolo della piazza principale di Drohobycz, nella Galizia orientale, inventava forme folli e mirabolanti, Guido De Zan, nella sua bottega-laboratorio di fianco alla chiesa di San Lorenzo, nel centro di Milano...

La lentezza dell'umano / Abraham B. Yehoshua, Il tunnel

Con il tredicesimo romanzo, Il tunnel, appena uscito per Einaudi, Abraham B. Yehoshua dedica la narrazione a uno dei grandi temi dell’umano, tema talvolta presente in precedenti suoi titoli in maniera marginale ma qui ne è il protagonista: la malattia. E come per tutti gli altri suoi libri, con il protagonista appare anche la controparte che è sempre rappresentata dalla lotta; in ogni suo romanzo mette in scena un topos dell’umana sofferenza e come controparte la lotta per sopperire o consolare o risarcire tale sofferenza.     In L’amante, suo primo romanzo uscito in Italia nel 1990, il grande tema è la verità sotto le spoglie dell’amore, un amore che Adam, la moglie e la figlia, cercano ognuno a modo proprio. Una narrazione corale dove la lotta è il tentativo di ritrovare l’amore e dunque la verità di se stessi. In Un divorzio tardivo, uscito in Italia nel 1996, è la crisi la grande protagonista, una crisi che, a seconda dei personaggi, si declina in matrimoniale, di identità, genitoriale, religiosa; qui la lotta si identifica con l’amore che molto può unire e molto altro dividere. In Il responsabile delle risorse umane, uscito in Italia nel 2004, la compassione è...