Alfabeto Pasolini

Categorie

Elenco articoli con tag:

Letteratura

(4,785 risultati)

Alfabeto Pasolini / La Grecia secondo Pasolini

Dal mondo antico in poi, “barbaro” e “greco” hanno avuto il senso di termini antitetici. Agli occhi dei Greci, “barbari” erano quelli che parlavano male e storpiavano la lingua greca, “gli altri”, gli incivili, quelli privi di cultura. Una “Grecia barbarica” sembra dunque una contraddizione irrisolvibile, eppure è così che Massimo Fusillo introduce il suo saggio La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema (Carocci, 261 pp.). Il libro, apparso nel 2007, viene ora riproposto con una nuova prefazione, in cui l’autore spiega la scelta di non aggiornare il saggio (un’impresa difficile, vista l’enorme bibliografia accumulatasi su Pier Paolo Pasolini in questi quindici anni, compresa l’opera completa uscita sui Meridiani Mondadori); in compenso, nella prefazione alla nuova edizione, Fusillo ne approfitta per segnalare come il poeta e regista friulano stia diventando ormai una sorta di icona, tanto forte è il fascino che la sua figura esercita sulla cultura contemporanea, nell’arte e nel teatro in particolare.   Al centro del saggio di Fusillo ci sono tre opere di Pasolini che hanno come sfondo la Grecia antica, Edipo re (1967), Medea (1969) e Appunti per un’Orestiade africana (1968-...

Pino Donghi, Tre centimetri dietro gli occhi / Una voce dal coma profondo

Un uomo in coma profondo da anni può ancora, a dispetto di tutto, pensare? Può percepire qualcosa del mondo esterno anche se non è in grado di restituire nulla di quanto avviene in lui, nonostante sia stato sollecitato e monitorato e curato con tutti i presidi tecnologici e farmacologici più avanzati? L’assenza di risposta a qualsivoglia stimolo basta a decretare quella di ogni capacità mentale, tutta interiore, che nemmeno il più sensibile metodo di rilevamento riesce a individuare? Ma se supponiamo che una capacità possa comunque sussistere, di che tipo sarà? E se pensa, cosa penserà l’uomo in coma? Sono queste le domande da cui muove Tre centimetri dietro gli occhi (Scienza Express, 2022, p. 149), prima prova narrativa di Pino Donghi, saggista, curatore di collane editoriali e autore di libri di divulgazione scientifica. Lo spunto e il titolo sono debitori di Giulio Tononi, che durante una conferenza invitava il pubblico a riflettere sulla possibilità (lui dice evidenza) che “tre cm dietro gli occhi” di un paziente total locked-in potrebbe esserci una coscienza perfettamente vigile quanto incapace di comunicarlo all’esterno.   L’assunto di partenza non è poi così...

Un libro di Luciano Floridi / Può l’intelligenza artificiale essere etica?

Recentemente sono usciti alcuni libri molto importanti per la comprensione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società. Il primo, di cui avevo scritto qui, è quello di Kate Crawford, Né artificiale né intelligente. Il lato oscuro dell’IA (Il Mulino, 2021, 312 pp., versione italiana dell’originale inglese Atlas of AI. Power, Politics and the Planetary Costs of Artificial Intelligence, Yale University Press, 2021). Il secondo è quello di Luciano Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale (Raffaello Cortina Editore, 2022, 384 pp.). Il primo rappresenta la pars destruens del discorso pubblico sull’IA, il secondo, invece, la pars costruens. Il libro di Floridi è altrettanto ambizioso, e altrettanto informato da anni di ricerca del suo gruppo di lavoro e dall’analisi di una mole notevole di letteratura sull’IA.    Crawford considera l’IA come un “apparato socio-tecnico”, cioè un insieme di attori, sia umani che non umani, istituzioni, governi, tecnologie in relazione tra loro. Questo tipo di approccio, molto noto tra gli studiosi di STS (Science and Technology Studies), è anche molto vicino a quello di Bruno Latour, sociologo francese tra i...

Per le vie delle città / Leggere con i Piedi

Le città sono libri da leggere con i piedi, in cui ciascuno si crea la propria mappa delle stelle formata dagli indirizzi dei suoi beniamini, come a comporre delle costellazioni personali che guidano i nostri passi. Ma per fare poesia con gli indirizzi ci vuole talento e spirito di sacrificio, ci si arriva per via di levare, togliendo “il soverchio”, come diceva Michelangelo.  Uno dei primi a praticare la poesia degli indirizzi fu lo scrittore austriaco Peter Altenberg, morto di stenti nel primo dopoguerra e oggi usato come attrazione per turisti dal Cafè Central di Vienna, dove un fantoccio con le sue sembianze accoglie i clienti all’ingresso del locale. Seguendo i dettami dell’amico Adolf Loos, quello di Ornamento e delitto, Altenberg scartò così tanto che giunse a scrivere versi composti unicamente col nome e l’indirizzo delle donne amate.  James Joyce invece preferì ispirarsi alle sue residenze per la sua opera più sperimentale. Nel terzo libro del Finnegans Wake, come puntualmente segnalato dai traduttori Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni, Joyce gioca con i molti indirizzi che cambiò nella Dublino della sua giovinezza, oltre a uno di Zurigo, intrecciando...

Invito alla metapolitica / Oltre la guerra

Parlando con alcuni miei interlocutori negli incontri di analisi e cercando con loro di tracciare qualche coordinata per affrontare ansie montanti che nascono in queste settimane dal sentirsi colpiti dalla guerra, siamo ripartiti dalla posizione nella quale ci si trova come ricettori di immagini-notizie.  Non si può neppure accennare alle innumerevoli teorie sullo spettatore, né in seduta né qui – dovremmo metterci a studiare il tema, almeno da Diderot a Debord. Però credo sia importante, magari semplificando, porre come punto di partenza la domanda: “quale è la postura di chi osserva come spettatore che guarda da lontano, (tele-visivo)?”.    La posizione dello spettatore e il sequestro dell’empatia Dalla critica biblica alle scienze umane – perfino in fisica – è rilevante tenere conto di come avviene l’osservazione. Il “posto nella vita” che occupano gli autori e i lettori è decisivo per poter comprendere un testo o un qualsiasi altro segno. Per chi è quasi travolto dalle immagini della guerra – ed è evidente il coinvolgimento emotivo molto più intenso dell’immagine rispetto alla lettura per via dell’attivazione più diretta e completa dell’apparato percettivo –, e...

Kamel Daoud: uno scrittore algerino / Il Pittore che divora le Donne

Essere, avere un corpo sembra a volte tutto ciò che sappiamo di noi e della vita; forse addirittura l'unica cosa che possiamo esibire come prova inoppugnabile della nostra esistenza. Questo dato incontrovertibile ce lo trasciniamo dalla nascita alla morte nei ruoli interscambiabili di protagonista, personaggio secondario o comparsa trascurabile; ma per quanto risulti l’unico oggetto certo del nostro mondo, ci pare talvolta comunque di non capirlo, o di immaginarlo soltanto. Abitarlo non evita l’urgenza di decifrarlo, interrogarlo, tradurne idee e parole che diano significato al fatto stesso della carne. Nella medesima forma gli altri ci oppongono la sicurezza tangibile della loro presenza, che pur nell’evidenza ci sfugge come il senso stesso del nostro corpo.  Conoscere un corpo, il proprio e quello altrui, diviene un atto di costante ricerca chirurgica dal successo altalenante.     Un uomo cammina, di notte, dentro le sale di un museo parigino. È uno scrittore algerino, Kamel Daoud, ed osserva le opere di Pablo Picasso, in particolare i ritratti di una sua amante francese, Marie Therese Walter, 17 anni lei e 45 lui all’epoca del loro primo incontro. Marie Therese...

18 luglio 1945 - 11 maggio 2022 / Paul Ginsborg: sguardo, passione, impegno

Un grande insegnante. È questa la prima definizione che viene in mente pensando a Paul Ginsborg. Nei suoi anni di accademia e anche oltre in molti hanno potuto apprezzare lo stile fresco, coinvolgente, interattivo con cui conduceva lezioni e conferenze. Toni piani, chiari, domande e risposte calibrate, attenzione al ritmo di racconto e alla trasmissione dei concetti fondamentali. Consapevole che l’apprendimento passa dalla costruzione di una comunità imparante, in cui chi parla e chi ascolta sono parte di un unico processo formativo, preparava le sue lezioni con cura rimanendo aperto al confronto e alle digressioni utili. Una vera e propria ventata di novità nel panorama delle università italiane degli anni Ottanta e Novanta, così ingessate. Uno stile che a volte veniva definito erroneamente “all’inglese” e che invece era totalmente suo, forgiato in anni di attenzione ai propri studenti e al proprio ruolo di trasmissore di sapere. Naturalmente Paul Ginsborg fu moltissimo altro.   Nato a Londra nel 1945, studi e inizio carriera a Cambridge, arriva in Italia negli anni Ottanta seguendo i propri studi sul Risorgimento – del 1979 il suo Daniele Manin and the Venetian Revolution...

La letteratura d’Appennino / Silvio D’Arzo: andare o restare

Ezio Comparoni, in arte Silvio D’Arzo nasce a Reggio Emilia nel 1920 e vi muore nel 1952, a soli 32 anni. Di padre ignoto ebbe per tutta la vita un rapporto fortissimo con la madre Rosalinda Comparoni originaria di Cerreto Alpi, piccolo paese sull’alto Appennino reggiano.  Fu insegnante di lettere dedicando molto della sua breve vita alla letteratura. Si firmò con diversi pseudonimi, Silvio D’Arzo (di Reggio, in dialetto “reggiano” è arzan) il più noto. La sua opera più completa, un lungo racconto, Casa d’altri, uscì postumo mentre ebbe un solo romanzo pubblicato in vita, La locanda del buon corsiero (Vallecchi 1942); poi altri racconti e piccole produzioni, in gran parte letteratura per ragazzi. Sono i secchi cenni biografici di una fragile presenza che si direbbe marginale nella letteratura italiana ma che tuttavia come poche sembrerebbe aver lasciato un suo segno.   Per gli antichi greci, la consolazione di una perdita precoce si apriva nel mito (“Muore giovane colui che gli Dei amano” recita un frammento di Menandro). In tempi moderni quel mito si traveste di fascino ambiguo quando quella fragile vita è abitata da un qualche talento: come se lo spreco fosse doppio,...

Dizionario Meneghello / Luigi Meneghello. Bambini

Sto in piedi sulla pietra del fogolaro (naturalmente spento e nettato dalla cenere), mi hanno sollevato da terra e posato lassù: sopra di me la napa del camino, odorato reame della fuliggine, chiuso da tole scorrevoli. Mi trovo come in una nicchia, spazi a misura di bocia, accanto al mio viso il viso affettuoso della Ernestina che sorride.  In questo preciso momento per la primissima volta mi rendo conto che ci sono.   (C III, 3 agosto 1986]   Luigi Meneghello è stato un bambino felice. L’infanzia vissuta a Malo, un piccolo paese dell’Alto Vicentino, è stata un’esperienza protetta dall’affetto dei genitori e resa memorabile dalla libertà di quell’inframondo meraviglioso e semi invisibile agli adulti che era l’esistenza dei bambini negli anni venti (e primi anni trenta) del secolo scorso: alla geografia artigiana e contadina, operosa e ordinata, si intreccia la topografia dei giochi, delle res gestae, delle infinite prime volte, e soprattutto della miracolosa abitudinarietà di vivere una vita vitalis di bambini nella quotidiana esperienza delle cose, degli animali, di sé stessi e degli altri, dell’io e del noi. Se la sensibilità al femminile è stata ben rilevata...

Il coraggio della parola / Tiago Rodrigues: la bellezza di ammazzare fascisti

“Le persone passano la vita a spegnere fuochi. Corrono, si affannano a spegnere fuochi. Ma è raro che pensino: do inizio a un fuoco, appicco un incendio, brucio. Si deve bruciare. Bruciare è non sapere che cosa accadrà. Chi spegne un fuoco, sa come le cose finiscono. Un incendio, invece, è imprevedibile”, chi accende un fuoco “fa una domanda al futuro. Rischio e incertezza e speranza. Le fiamme hanno una propria volontà. Il cambiamento non ha padrone. Chi inizia un incendio può finire bruciato”.  Con questo prologo, poetico e politico, si apre Catarina e a beleza de matar fascistas (Catarina e la bellezza di ammazzare fascisti: leggi qui la locandina) del drammaturgo, attore e regista portoghese Tiago Rodrigues, arrivato lo scorso 28 e 29 aprile al Teatro Storchi di Modena per Ert Fondazione che ha co-prodotto lo spettacolo insieme ad altri prestigiosi teatri internazionali (per l’Italia, insieme a Ert, il Teatro di Roma), dopo il debutto al Teatro Argentina.        Siamo nel 2028 e in una casa di campagna vicino a Baleizão, un villaggio nel sud del Portogallo, si è riunita un’intera famiglia, una madre con due figlie, due uomini suoi fratelli, un altro...

Parole e immagini (6) / Qui Odessa. Le parate

12 maggio 2022   Mi trovo dentro un negozio per ricaricare la carta al terminale. Accanto a me c’è un uomo che sta facendo lo stesso. Gli suona il telefono. Dall’altra parte si sente una voce di donna che grida in modo isterico. – Dove sei? Torna subito a casa!!! Dicono che nel giro di un’ora ci sarà un bombardamento a tappeto!!! Vieni subito!!! Lo osservo. In pochi istanti l’uomo forte e giovane si scolla. Il portafoglio gli cade a terra. Cambia di posto alle chiavi, ma subito dopo comincia a tastarsi il corpo per ritrovarle. Diventa grigio. Gli manca il respiro. Sta male. Decido di intervenire. Gli dico di non dare retta, è solo un fake, e di non credere a nessuno se non ai nostri. E i nostri ci avvisano quando vedono arrivare i missili. Apro una bottiglia d’acqua. Poi vado su telegram e gli faccio vedere la pagina, non c’è nessun allarme. Beve, sembra calmarsi. Capisco che le persone sono diverse. Qualcuno tende a credere ai fake. Ma è ciò che vogliono – spezzare lo spirito, obbligarci ad avere paura. Per favore, non prestatevi al gioco.   La guerra invade lo spazio mentale, non riesci a pensare ad altro. È un’occupazione sorda, inesorabile. Succede a noi, figurarsi a...

Poesie 1947-1995 / Che cosa resta di Allen Ginsberg

C’è una generazione che è cresciuta con “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia” e un’altra con “Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare”. Io non so a quale appartengo, perché all’epoca del primo “ho visto” avevo due anni e all’epoca del secondo ne avevo ventotto, ma ricordo benissimo che a quindici anni la lettura di Urlo e delle altre poesie dell’antologia Jukebox all’idrogeno, nella traduzione di Fernanda Pivano, era stata una delle esperienze più formative, nel vecchio senso pedagogico, che avessi mai attraversato. Ero in vacanza in Liguria, con i genitori e i parenti, tanti parenti, e di colpo non ero più sprofondato nella vecchia, scassata poltrona dell’appartamento affittato con vista sul Golfo di Ponente. No, ero stato strappato via, ero in una città che si chiamava New York dove non avevo mai pensato di poter andare e mi aggiravo per le strade di un quartiere malfamato chiamato Bowery, pedinando i disperati in cerca di droga rabbiosa (così Pivano aveva tradotto “angry fix”; Luca Fontana traduce “una pera di furia”).   Poi, come in un montaggio alla Buster Keaton (se avete in mente Il cameraman) ero in un supermercato...

La malattia della civiltà (3) / Guerre contro il futuro: Wilfred Bion

“Sono morto l’8 agosto 1918” dirà e continuerà a scrivere Wilfred Ruprecht Bion, dopo il congedo e il ritorno in Inghilterra il Natale del 1918. Può esibire una medaglia al Merito e la coccarda rossa della Legione d’onore. Non riesce ad avere però la sensazione di essere tornato alla vita civile, perché “in realtà uno continua a puzzare. Hanno trovato il sistema di farci sentire vivi, ma in realtà siamo morti. Anch’io? Ma certo, anch’io ero morto…, l’8 agosto 1918”. Ricorda di essersi sentito intrappolato “come un topo nell’angolo”, mentre qualcuno era interessato a far fuori proprio lui, e immaginava che ai genitori arrivassero lettere che annunciavano la sua scomparsa. L’esperienza della guerra, nel corpo dei carristi, lo accompagna per l’esistenza intera: riemerge nei sogni e negli incubi, nei ricordi di amici, di volti noti e sconosciuti rimasti sommersi nel fango. Da quel senso di paura, di angoscia, dall’insicurezza su quanto da un momento all’altro poteva accadere nascono le parole chiave della sua teoria: terrore senza nome, rêverie, contenitore-contenuto, gruppo di lavoro, gruppo in assunto di base. Al fronte un Bion giovanissimo percepisce e impara a conoscere gli stati...

Una migrazione controcorrente / Gretel Ehrlich: Il conforto della vastità

Il disgelo è appena iniziato quando Gretel Ehrlich arriva in Wyoming, la mitica terra dei cowboy. Ha 29 anni. È lì per le riprese di un documentario quando l'amato partner David muore. Se ne va, poi torna e decide di restare. È uno stacco brusco e carico di disperazione. Un cambio di passo drastico che lungo il ciclo delle stagioni si tradurrà in una rinascita inaspettata – la scoperta del proprio posto nel mondo e la rivelazione di una scrittrice.  È la traiettoria straordinaria al centro di Il conforto della vastità, da poco in libreria per Black Coffee (trad. Sara Reggiani, 137 pp.), un libro capace di spalancare orizzonti e riportarci al cuore aspro e potente della natura: l’antidoto perfetto alla claustrofobia e agli intimismi a cui ci hanno consegnato gli anni di questa pandemia.   Composto fra il 1979 e il 1984, il lavoro prende le mosse dal diario che l’autrice invia a un’amica cresciuta in Wyoming che a quel tempo vive alle Hawaii. È una collezione di saggi in cui la trama del personale s’intreccia al racconto dei luoghi e delle persone con una voce asciutta capace di affondi lirici che animano quegli scenari dell’afflato del mito e della scoperta. Quella di...

Alfabeto Pasolini / Pasolini: la letteratura non basta

La critica per me è sempre stata una forma di autobiografia. Non posso immaginare di scrivere su un autore che, in un modo o in un altro, non abbia incrociato il mio cammino e che non mi abbia lasciato tracce profonde. Tutto ciò che di buono può uscire dalla forma della mia critica dipende ogni volta dal trauma conoscitivo dei miei incontri reali o immaginari.   *   1973. Con mio padre a Cervignano del Friuli, a casa di Giuseppe Zigaina (1924- 2015), pittore e amico di infanzia del poeta. Avevo dieci anni. Mio padre scriveva poesie. Anch’io. Avevo iniziato a nove anni. Il modello, allora l’unico, lo avevo a portata di mano.  Quando ci penso mi sembra incredibile, ma a quell’epoca già leggevo Pasolini e Pavese. Erano i due poeti italiani della nostra adolescenza (certo, c’erano anche Rimbaud, «i poeti maledetti», García Lorca e Pablo Neruda). Il primo, due anni dopo, a 53 anni, sarebbe stato assassinato a Ostia, vicino a Roma, vicino al mare. Il secondo si era suicidato nel 1950, a 40 anni, solo e dopo l’ennesimo disastro amoroso, in una stanza dell’hotel Roma a Torino, vicino alla stazione dei treni. Alla mia epoca gli adolescenti volevano sempre morire assassinati...

La pratica dell’amore imparziale / Bugie bianche di Alessandro Berti

Circa quaranta anni fa, un giovane Marco Martinelli insieme al suo Teatro delle Albe interveniva a un convegno di teatro e politica, tra grandi critici e professori, e definiva così la sua idea di teatro politttttttico, con ben sette t: “ Èsapere che non possiamo cambiare il mondo (leggi Rivoluzione), ma qualcosa, in qualche angolo, qualcosa di noi, di qualcun altro, dispersi su un piccolo pianeta che ruota attorno a un sole di periferia, in una galassia tra le tante, arrestare una lacrima, curare qualche ferita, sopravvivere, essere odiosi a qualcuno, saper dire di no, piantare il melo anche se domani scoppiano le bombe, perdersi in un quadro di Schiele, aver cura degli amici, scrivere certe lettere anziché altre (leggi Rivoluzione)”.    La trilogia Bugie bianche di Alessandro Berti è un’operazione polit(tttttt)ica. Lo è sicuramente in quanto contiene in sé quegli elementi scivolosi che hanno la potenza di esplodere come una bomba o di tornare indietro come un boomerang: un uomo bianco che per diverse ore parla di corpi neri, canta le canzoni dei neri, racconta le relazioni dei neri, coi neri, tra i neri. Ma lo è anche perché ci dimostra che è ancora possibile...

Le non cose / Byung-Chul Han, come abbiamo smesso di vivere il reale

“Mentre tutto trema nel delirio del clima /e brama di uccidere maligna inventa // Rari sono i luoghi in cui resistere”, diceva Andrea Zanzotto non molto tempo fa (Conglomerati, Mondadori, 2009). Ancora una volta il poeta, poco prima di andarsene, ci avvertiva alla sua maniera ctonia, dicendoci che qui nel mondo che c’è dobbiamo resistere, almeno là dove si può. Certo le grandi crepe con cui il reale contemporaneo sta facendo i conti ne annunciano una qualche trasformazione, ma non è ancora così chiaro contro quali minacce dobbiamo resistere, in difesa di che cosa esattamente? Spesso la riappropriazione della Physis (la primigenia corporeità naturale), a fronte delle incapacità del Nomos (le leggi degli uomini), sembra essere una delle pulsioni dominanti, la forza dell’una sembra prevalere sull’altro.   È proprio analizzando il mondo che c’è che Byung-Chul Han indica nel recupero della naturalità (dopo vedremo meglio) la strada maestra. Il “Günther Anders del XXI secolo” (Davide Sisto, qui) lo fa da tempo e in modo sempre più convincente. La coerenza delle sue analisi è come se volesse cercare una coerenza nello stesso apparire sulla scena dei fenomeni. È un’analisi seria e...

Dizionario Fenoglio / Fenoglio e le Langhe: il paesaggio tra le pagine

“Queste cominciano a essere le Langhe del mio cuore: quelle che da Ceva a Santo Stefano Belbo, tra il Tanaro e la Bormida, nascondono e nutrono cinquemila partigiani e gli offrono posti unici per battagliarci.” (Appunti partigiani 1944-1945, Einaudi, 1994) Per Beppe Fenoglio, il paesaggio delle Langhe non è il luogo della prima giovinezza e della nostalgia come per Pavese, non ha nulla di mitico. È invece una presenza viva, che accompagna le peripezie dei protagonisti delle sue storie, anche nel tempo atmosferico, specie quando li avvolge di nebbia o di pioggia. I crinali delle colline, che formano quelle lingue di terra da cui deriva il nome Langhe, sono il luogo del viaggio, nella ricerca come nella fuga dei protagonisti delle sue storie. I rittani, alte e profonde fessure tra le colline, spesso scavate da un torrente, sono un elemento naturale che caratterizza più di altri il paesaggio nelle sue pagine. Il fiume Tanaro e i suoi ponti, durante la guerra insidiosi per mine o agguati, condizionano spostamenti e vie di fuga.   In Una questione privata, prima la nebbia poi la pioggia e il vento seguono il cammino disperato di Milton tra sentieri, crinali e rittani, e...

Altri immaginari urbani / La città profonda

Alessandro il Grande a 24 anni traccia con la farina i limiti di quella che sarà Alessandria d’Egitto. Usare la farina per tracciare il limite fra spazio degli uomini e il resto del mondo, fra la Civiltà e il Selvatico, è una metafora perfetta per definire il passaggio dalle prime forme di città a quelle che conosciamo ora. Proviamo a guardare la città dal punto di vista del tempo profondo, partendo dall’inizio della nostra storia di homo sapiens, almeno trecentomila anni fa. In questa prospettiva diventa chiaro che la prima forma di città è il gruppo. Prima di essere uno spazio, la città è formata da un gruppo di umani che si riconoscono in un insieme. Noi Sapiens e prima di noi quelli che ci hanno preceduto, siamo animali sociali, il nucleo generatore delle città si trova nei gruppi che si muovevano nelle foreste, nelle savane dell’Africa e poi nelle infinite migrazioni che ci hanno portato verso altre terre, potremmo immaginarle come vere città mobili che decidevano di sostare e riprendere il cammino. Per migliaia di anni le città hanno avuto questa forma e così ci sono state consegnate quando siamo arrivati, insieme alla cultura che ci permetteva di costruire strumenti e...

Dal rinascimento alla cancel culture / Immagini contese

Di quale storia abbiamo bisogno? Ne parlavo qualche tempo fa con un amico, illustre medievista attento ai nodi teorici e ai bisogni politici della cultura contemporanea. Quali storie, al plurale, rilanciava lui, convinto che fare storia (d’Italia, che era il tema della conversazione) non si possa più, perché la narrazione progressiva e orientata al presente che abbiamo ereditato dai maestri novecenteschi suona oggi sgangherata, se non ridicola, vista la conclamata fine della storia, l’apertura effettiva dell’orizzonte globale, la prevalenza del racconto sulla verifica e la compresenza di prospettive diverse. La discussione di allora mi riecheggia nella testa mentre leggo il libro di Germano Maifreda sul modo con cui le immagini svelano la storia, da poco uscito per le “Storie” di Feltrinelli (Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture). È un libro sull’importanza delle immagini nella formazione del giudizio storico, sulla triangolazione tra cancellazione, conservazione e manipolazione, sui processi di trasformazione, costruzione della memoria e anelito all’oblio, e soprattutto sul bisogno della parola a commento dell’immagine. Ma è anche un...

Dialoghi, monologhi, urla in classe / Va in scena il prof.

Il fatal error per un prof è entrare in classe stanco, fiacco, mogio: i giovani vampiri che lo attendono hanno sensori sottilissimi che avvertono che la preda in quell’ora sarai tu, urlante o meno; del resto, loro sono 25 e tu sei solo. Non sono poi così convinto che ai vecchi tempi le classi fossero così miti per default. C’erano le punizioni corporali, il sarcasmo umiliante dei docenti («No dark sarcasm in the classroom!» cantavano i Pink Floyd in Another brick in the wall, 1979), ma se esiste un ribelle è perché esiste un’autorità; e le sfide all’autorità e i ribelli sempre esisteranno. Il prof, spiegano Mario Maviglia e Laura Bertocchi nel loro L’insegnante e la sua maschera. Teatralità e comunicazione nell’insegnamento (Milano, Mondadori Università), dovrebbe rendersi conto che quando entra in classe entra in scena.     C’è un pubblico sufficiente per definirlo una platea, per cui deve interpretare un copione; il copione, se non è più l’insegnamento con lezione frontale, il versar sapienza in teste vuote, resta il suo armamentario, la sua preparazione, quello che sa e come sa trasformarlo in apprendimento. Non sarà sempre un combattimento, o una seduzione, ma se...

Capolavori per l’infanzia / Sendak: una collezione dispersa all’asta

Tra pezzi di ghiacciai millenari che cadono in acqua con un tonfo, atolli che scompaiono per sempre e città sotto le bombe, non ha fatto scalpore lo smembramento silenzioso di una collezione di libri per bambini in edizione rara avvenuto il 25 aprile su un’asta di Christie’s. La collezione apparteneva a uno dei più grandi autori e illustratori della storia del libro per ragazzi: Maurice Sendak.  L’illustratore, il cui libro più famoso, Nel paese dei mostri selvaggi fu portato in Italia negli anni ‘60 dalla visionaria Rosellina Archinto (oggi disponibile per Adelphi), era anche un raffinato studioso di letteratura per l’infanzia (Caldecott & Co. Note su libri e immagini, Junior, 2021), oltre che collezionista di libri e manoscritti rari.      Questa vicenda non può non evocare, nell’amante di libri, altri simili tesori in parte dispersi: la collezione di manoscritti autografi raccolta da Stefan Zweig prima della Seconda guerra mondiale, composta dai primi abbozzi, appunti, note musicali delle opere più famose dell’ingegno umano, il cui denominatore era “Il misterioso istante in cui un verso, una melodia, esce dall’invisibile, dalla visione e dall’intuizione...

Volpi e cani / Domesticazione

In origine è stato il cane. Se siamo umani, lo dobbiamo a lui. La sua domesticazione è la chiave di volta della nostra storia di specie, la risorsa che ci ha permesso di prendere la “scorciatoia evolutiva” con cui abbiamo avuto accesso a un ventaglio di possibilità molto più ampio rispetto a quello originario. Ma dove e come è avvenuta la domesticazione del cane? E quali conseguenze ha determinato, sull’uomo, sull’animale e sull’ambiente? Due libri, usciti in traduzione italiana in queste ultime settimane, ci permettono di indagare l’argomento. Si tratta dello studio dell’antropologa americana Pat Shipman, I nostri più vecchi amici (Einaudi, con traduzione di Antonio Casto) e di quello di Lee Alan Dugatkin e Ljudmila Trut, Come addomesticare una volpe (e farla diventare un cane) (Adelphi, con traduzione di Valentina Marconi).     Shipman fornisce una mappa della domesticazione del cane. Riprendendo alcuni esiti di Invasori (edito da Carocci), ribadisce che l’inizio del predominio planetario della nostra specie sia da attribuire all’alleanza con i lupi, o meglio con i cani-lupo. Grazie alla cooperazione nella caccia alla megafauna europea, sapiens si è sbarazzato...

Una storia della Germania / Gli Effinger

“È lo storicismo dell'occidentale che Dostoevskij odia. Per lui ogni uomo ricomincia da capo, ognuno torna a porsi gli stessi problemi”, scrive Gabriele Tergit a un certo punto (pag. 663) del suo romanzo Gli Effinger (traduzione di Isabella Amico di Meane e Marina Pugliano, Einaudi 2022). In questa frase è racchiuso il senso di questo libro straordinario, che attraversa la storia della Germania dal 1878 fino al 1948 e che, incredibilmente, si può leggere con un occhio all'attualità, dove l'inizio di una nuova epoca che vede nascere la fabbrica di motori degli Effinger, impiantata tra mille dubbi da Paul, soffre delle stesse incertezze pionieristiche di questa nostra era digitale, la Russia ha le stesse mire imperialistiche di oggi, un personaggio – la dottoressa Koch – antesignana del femminismo, si accorge che "l'ideale di donna tramandato da millenni era determinato dalle esigenze dell'uomo" (salvo poi rimanere affascinata da Hitler) e c'è perfino un capitolo intitolato "L'epidemia" per ricordarci che prima del Covid c'era stata, dal 1918, la Spagnola. I Buddenbrook, cui per varie ragioni questo romanzo viene accostato, esce nel 1901; Gli Effinger...