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Letteratura

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Naturale e innaturale / Teocologia. I peccati dell’immaginario ecologico

Osservando l’evoluzione della cultura ecologica e del suo immaginario nell’arco degli ultimi trent’anni può essere interessante affiancarla, con le dovute cautele e proporzioni, a quella del cristianesimo. Potrebbe apparire azzardato o fuori luogo, ma i punti di contatto sono notevoli e risulta interessante approfondirli anche solo come esperimento teorico. Entrambi i movimenti partono in sordina, le prime riunioni sono quasi segrete, fra pochi adepti, il sistema sociale esterno è assolutamente indifferente, quando non palesemente contrario, entrambi vengono inizialmente trattati come una delle tante sette bizzarre che nascono come funghi in ogni epoca. Nell’uno e nell’altro caso le interpretazioni, le soluzioni, le proposte di vita e di comportamento sono molteplici, variegate e a volte in palese contraddizione fra loro.    In entrambi i casi la situazione cambia completamente col cambio di scala, nel cristianesimo quando da setta minoritaria diventa religione di stato, nell’ecologia quando viene assorbita dal sistema industriale. In altre parole, quando il potere costituito si appropria dell’ideologia, questa viene ripulita dalle frange considerate estremiste e si...

#5 / Perché Freud è ancora necessario

Un sintomo che non guarisce Sergio Benvenuto   Foucault scrisse: "il marxismo sta nel pensiero del XIX secolo come un pesce sta nell’acqua; e cessa di respirare in qualsiasi altro luogo”. Anche Freud stava come un pesce nell’acqua del XX secolo, e non respira più nel XXI? Freud e psicoanalisi restano temi più che mai controversi nella nostra epoca: chi considera Freud un ciarlatano – “la psicoanalisi è spalmarsi miti greci sui genitali” (Nabokov) – e chi gli dedica un culto acritico di massimo genio della modernità. Credo che l’importante di Freud non siano le teorie “freudiane” – l’Edipo, l’eziologia sessuale, la scena primaria, ecc. – ma il setting analitico, una certa relazione tra due persone, uno speciale “gioco linguistico” che la nostra epoca ha inventato e di cui le è molto difficile disfarsi. Dopo Freud abbiamo avuto tante altre ‘chiavi’ psicoanalitiche, e non-psicoanalitiche, ma lui ha fatto il colpo gobbo: il “terzo orecchio” con cui si ascoltano le persone. Non importa che cosa si ascolti con il terzo orecchio – ogni scuola sente cose diverse – l’importante è che faccia capolino l’orecchio in più. Che ci sia un ascolto speciale. Fin quando esisterà il bisogno di...

Letto in un’altra lingua / Alberto Laiseca, Los sorias

In uno dei suoi saggi brevi e illuminanti Ricardo Piglia osserva: «L’ambizione eccessiva come ricorso difensivo. […] L’obbligo a essere geniale è la risposta al luogo inferiore e alla posizione marginale». In queste righe Piglia si riferisce ad Arlt, Marechal e Gombrowicz, però avrebbe potuto citare anche Alberto Laiseca (1941-2016), uno scrittore che proprio l’autore di Respirazione artificiale ha contribuito in maniera determinante a far conoscere. Oltre all’ambizione eccessiva e all’obbligo della genialità, in Laiseca c’è un terzo elemento: un’inflessibilità degna del Kirillov dostoevskiano. Un aneddoto del giornalista Jorge Dorio lo conferma: «Laiseca entrava nelle pizzerie di Corrientes e si faceva dare la carta su cui servivano la pizza, la usava per scrivere, non aveva nemmeno un quaderno, le biro gliele regalavamo noi. Il manoscritto di Los sorias era un enorme involto di carte di diverso tipo legate con uno spago, se lo strizzavi colava olio… Una volta io e Ricardo Ragendorfer gli chiedemmo: “Perché non lo accorci un pochino, così magari un editore te lo pubblica?”. Lui si alzò tutto infuriato e ci gridò: “Mercenari, siete solo mercenari, come tutti gli altri!”».  ...

Macchine per lo stupore / Paolo Nori, I russi sono matti

Dopo avere a lungo soggiornato nei territori della narrativa, da un po’ di tempo Paolo Nori ha preso a cimentarsi con un nuovo genere, quello che, in maniera piuttosto grossolana, si potrebbe definire manualistico. Ed essendo Nori un grande specialista di lingua e cultura russa – il suo curriculum di traduttore si è andato allungando, nel corso degli anni, e ha toccato monumenti della letteratura mondiale come Oblomov e Le anime morte –, il suo interesse non può non volgersi alla Russia e ai suoi scrittori. In pratica, Nori si è messo nei panni della guida (e non solo in senso metaforico) e ha deciso di accompagnarci nelle città e nelle grandi distese del territorio russo. Il viaggio si è avviato lo scorso anno, con La Grande Russia Portatile, un Viaggio sentimentale nel paese degli zar, dei soviet, dei nuovi ricchi e nella più bella letteratura del mondo (Salani), resoconto del rapporto d’amore che dai primi anni Novanta intercorre tra lo scrittore e la Russia.   Proprio a partire dalle ultime parole del sottotitolo, quel viaggio prosegue oggi sul terreno di elezione di Nori, la letteratura, con I russi sono matti, un gustoso Corso sintetico di letteratura russa. 1820-1991...

Artigiani dell’immaginario

Il tema del fallimento affiora di continuo, non solo nel mio cammino personale, ma anche nelle vicende collettive, in cui spesso si configura come una tara storicizzata, parte insondabile e tuttavia consolidata di un tessuto sociale. L’urgenza di intervenire, di rimediare è spesso la spinta motivazionale che pungola l’artigiano dell’immaginario a parlare con la collettività, ad assumersi la responsabilità di interrompere il disastro, a incarnarsi in decisioni progettuali che temporaneamente o a lungo diventano missioni.  La storia di alcuni luoghi e delle persone che hanno dovuto prendersene cura oggi mi fa riflettere sul legame tra necessità e scelta. Non saprei collocarmi tra queste due se non avessi appreso, e affinato, le qualità “artigianali” con cui ho iniziato la mia conversazione con voi. Il ragionamento prosegue ritornando ancora una volta a Sennet, al momento in cui egli afferma che la vita può essere vissuta in forza di un desiderio umano fondamentale, il desiderio di svolgere bene un lavoro per sé stesso. Sennet chiarisce che ciò può riferirsi a qualunque mestiere praticato con maestria e con amore. La ricompensa è emotiva perché aggancia alla realtà tangibile....

aut aut / Sade o Masoch? La perversione e l’etica

Che cosa c’entra la perversione con la pratica e l’esercizio della filosofia? Questo volume monografico di aut aut, curato da Federico Leoni con il titolo “Sade e Masoch. Due etiche dell’immanenza”, si pone la domanda e ci offre una possibile risposta. In effetti, soprattutto in Francia a partire dalla seconda metà del Novecento, la filosofia non ha smesso di interrogare, leggere, setacciare i testi e le esperienze di questi due singolari pensatori. Che cosa andavano ricercando Deleuze, Foucault, Lacan, ma anche Barthes, Klossowski, Derrida, Bataille, in quelle che la psicoanalisi ha definito come le due principali figure della perversione: il sadismo e il masochismo? Il volume indaga la questione con un taglio etico, chiedendosi, almeno così Leoni propone agli altri autori invitati a corrispondere a questa provocazione, se e in che termini sia possibile ricavare un’etica dell’immanenza da Sade e Masoch.   Perché in fondo, al di là di quello che le perversioni rappresentano per la clinica analitica e non soltanto, si tratta di figure che il soggetto può assumere nell’incontro con l’altro, con il proprio godimento, con la propria vita e così via. Sicché la domanda può...

L'infinito senza farci caso / Un appunto e un Manifesto

I poeti hanno perso la poesia   Io credo che non esista un’idea di poesia che possa mettere d’accordo tutti. E non è importante neppure trovarla questa idea. Importante che ci siano testi che diano nutrimento intellettuale o emotivo a delle persone. E trovo anche assurdo che la poesia debba militare per la chiarezza o per l’oscurità, per la semplicità o per la difficoltà. Le poesie vengono dal corpo di chi le scrive e prima ancora dall’aria in cui girano tante cose, le nuvole e le parole degli uomini. Le poesie sono delle forme in cui le parole vengono imballate in un certo modo, come il fieno.  A me sembra che oggi in Italia molti poeti scrivono le loro poesie come ubbidendo a delle regole che non hanno più senso. Molte poesie hanno un’aria ostile, come se la cordialità fosse un segno di banalità. Molte poesie hanno un additivo intellettuale che i lettori non chiedono, come se il poeta avesse paura di non essere abbastanza sofisticato. Ma la poesia è un moto ondoso che viene dalla contentezza o dalla disperazione di un corpo, non è la gara a chi meglio conosce la metrica.   Il lettore non è interessato alla nostra sapienza ma a un testo che gli consente di vedere...

La scuola al tempo della paura / "La scuola è politica”

Ventuno voci ordinate secondo le lettere dell’alfabeto, da Adulti a Zero, lunghe non più di cinque pagine, formano l’opera collettanea La scuola è politica. Abbecedario laico, popolare e democratico. Il testo non intende essere un dizionario ragionato sull’istruzione, come si evince anche dalla scelta di non produrre alcuna bibliografia al termine di ciascun lemma. Piuttosto gli autori propongono una tesi forte sul compito e la funzione della scuola nella società ipercomunicativa attraverso la selezione di cosa sia urgente discutere. Alternando scrittura saggistica e narrativa, riflessione teorica e esperienze personali vissute sul campo, Simone Giusti e Giusi Marchetta (in qualità di docenti) e Federico Batini e Vanessa Roghi (in qualità dei loro percorsi professionali aventi come oggetto l’istruzione formale) elaborano un testo altamente fruibile, a tratti polemico, certamente degno di essere discusso. La scelta stilistica adottata consente una lettura sequenziale oppure – grazie ai rimandi interni – è possibile costruire piste di lettura che promuovono connessioni a loro volta generatrici di significati ulteriori. Ciò che non viene meno, comunque, è la prospettiva unitaria: la...

La scoperta dell'esistenza / Breve ritratto di un maestro: Franco Fergnani

Franco Fergnani, professore per trent’anni di Filosofia morale presso la facoltà di Filosofia dell’Università Statale di Milano, entrava in aula sempre un po’ stropicciato. Spesso, a prescindere dalle stagioni, avvolto nel suo vecchio immancabile impermeabile beige. Talvolta portava sul collo i segni lasciati dal rasoio di una barba fatta troppo in fretta nella solitudine della sua casa. Raramente l’ho visto in giacca. Per lo più indossava maglioni a v con camicia, spesso a scacchi e cravatta annodata stretta. La sua camminata appariva sempre come sospesa nel vuoto, in equilibrio precario su di una corda. Rasente alle mura la sua sagoma appariva nei chiostri della Statale come una figura solitaria e eccentrica. Entrava in aula come catapultato. Posava la sua borsa strapiena di libri sulla cattedra prima di sedersi. L’aula era sempre strapiena di studenti che lo attendevano. Si faticava a trovare posto.   Dopo aver estratto confusamente i libri che gli sarebbero serviti nel corso della lezione e aver sistemato i suoi appunti prendeva non senza una incertezza iniziale la parola. Rapidamente calava un silenzio assoluto. Il tono della voce era caldo e intenso. Via via la sua...

«Sono coriaceo», diceva di sé / Remo Bodei ha lasciato andare la gomena della vita

Ogni tanto lo si incontrava a festival e congressi filosofici un po' ammaccato; una volta zoppicava un po', un'altra aveva un braccio al collo; ognuno sarebbe rimasto a casa, invece Remo no. Se Remo Bodei aveva preso un impegno, lo rispettava fino in fondo, appena possibile: «Sono coriaceo», diceva di sé, da bravo stoico; coriaceo come la suola di una vecchia scarpa. Ma questa volta non ce l'ha fatta neanche lui e se ne è andato e ci ha lasciato tutti orfani, filosofi e no. Soprattutto i non filosofi, perché più di ogni altro Bodei era riuscito a portare la filosofia nelle strade e nelle piazze, come Socrate. E l'aveva fatto con quell'invenzione geniale che fu, anche nel nome, il Festival della Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, così che dal 2001 strade e piazze e chiese e palazzi di quei luoghi ospitano le migliaia di persone che dedicano anche soltanto un poco del loro tempo alla riflessione filosofica. Viene allora da chiedersi: ma veramente anche tutte quelle persone che sono state sedute su quelle migliaia di sedie di plastica nella piazza Grande di Modena infuocata dal sole, o nella immensa spianata di Carpi in nome di Socrate, Kant e Arendt, opteranno per il verbo...

Buzzati secondo Mattotti / Un dolce gotico: “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”

Un intrico di linee nere, così fitte che lasciano appena intravedere qualcosa là dietro, che si muove: animali, uomini oppure mostri? Siamo nel bosco, quello delle fiabe, degli incantesimi, degli incontri strani e paurosi, delle scoperte e delle improvvise agnizioni. Sarà il bosco di Pinocchio, quello che Lorenzo Mattotti ha evocato in una serie di indimenticabili tavole e disegni? Probabilmente sì. Ma è anche il bosco di tante altre sue storie, dove i personaggi invece di perdersi si ritrovano, quasi che il bosco sia la loro stessa condizione interiore, mentale, prima ancora che fisica. Comincia così la versione cinematografica di La famosa invasione degli orsi in Sicilia, dal libro di Dino Buzzati, scritto e illustrato dallo scrittore bellunese nel 1945, che questo straordinario disegnatore ha voluto portare sul grande schermo dandone una interpretazione unica, eppure perfettamente in linea con l’ispirazione buzzatiana.      Come ha scritto una volta Italo Calvino, la letteratura italiana non ha avuto il romanzo picaresco e il romanticismo fantastico e “nero”; per il primo genere lo scrittore faceva il nome di Benvenuto Cellini e di alcune novelle di Boccaccio;...

Letto in un’altra lingua / Tiger Tateishi, Tigri di carta e di sogno

In un articolo intitolato “Il pianeta come festival”, apparso nel 1972 su Casabella (n. 365) e l’anno seguente su Design Quarterly (n. 89), Ettore Sottsass jr. immaginava un futuro nel quale le città fossero scomparse dalla faccia della Terra, polverizzate dalla «decentralizzazione esplosiva della distribuzione dei consumi», con parole che oggi, lette a prescindere dal contesto culturale dell’epoca, non possono che richiamare alla mente il mondo iper-connesso della contemporaneità:   Il problema di “produrre” non c’è più, […] i “prodotti da consumare” si spostano automaticamente lungo i canali di una specie di rete sotterranea di super-posta pneumatica, interrogata automaticamente da tastiere portatili comunicanti via radio con i calcolatori dei super-magazzini di raccolta. […] Così siamo diventati tutti artisti artigiani, provvisti di super-strumenti per fare da soli quello che ci pare, e siamo anche artisti-nomadi […] perché possediamo questa super-possibilità di comunicare che ci permette sempre di sapere tutto (di tutto e di tutti) e ci permette di far sapere (a tutti) tutto di noi […]. Siamo arrivati ad uno stadio nel quale siamo sempre noi i rappresentanti di noi stessi...

Passato da ricordare / Piazza Fontana cinquant’anni dopo

Una foto di copertina   È immensa la folla che lunedì 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana, riempie ogni angolo di piazza del Duomo, a Milano, per i funerali delle vittime. Le immagini di quel pomeriggio fanno il giro del mondo; occupano l’apertura dei telegiornali italiani (sono solo i TG della Rai, il TG1 e il TG2, rigorosamente in bianco e nero); si impongono sulle prime pagine dei quotidiani. La risposta all’appello del comune di Milano, dei sindacati, delle forze democratiche, a riunirsi in Duomo, è stata corale. Decine di migliaia di persone sono confluite sin dall’alba lungo le strade. Tantissimi gli operai in tuta. Al passaggio dei carri funebri fa ala una siepe umana fittissima: quasi un abbraccio protettivo che si stringe attorno alle famiglie delle vittime. In certi momenti il silenzio, nella piazza, toglie il respiro. Vale più di qualsiasi parola nel condannare la violenza efferata della strage. Nell’aria si avverte, quasi in modo palpabile, l’angoscia che sovrasta tutti per un momento tra i più drammatici che la giovane Repubblica, sorta vent’anni prima, abbia mai affrontato. All’ingresso del Duomo campeggia un...

Cereda, Parrella, Cappagli / Tre uscite dalla solitudine

Paola Cereda. Quella metà di noi   Matilde Mezzalama è un’ex insegnante in pensione, vedova, con una figlia poco presente, due nipoti che vede solo durante le feste comandate e un segreto che le affatica la parola, le riposa in bocca e toglie forza e decisione al suo parlare. Il mistero di un peccato indicibile affiora fin dalle prime pagine del romanzo di Paola Cereda e si intuisce che si annidi proprio lì la ragione per cui, dopo una vita passata a scuola, tra lezioni e orto didattico, a far crescere piante e persone, Matilde si ritrovi ad accudire, in qualità di badante, le memorie sconclusionate di un ex dirigente Fiat. L’ingegner Dutto ha comandato, lavorato e viaggiato a lungo, ha vissuto in India e in Brasile inseguendo affari e seduzioni, adesso l’ictus lo schiaccia su una sedia a rotelle, arreso e solo, con i “fantasmi nella testa e un continuo disordine dei sentimenti”. In una Torino piena di confini Matilde abita una terra di mezzo, divisa tra lingue, case, decisioni sospese, e nella strada che va dal suo appartamento tra i palazzi di Barriera di Milano e le eleganti stanze dell’ingegnere in pieno centro, fa il conto di ciò che rimane una volta persi sogni e...

Olimpico e demoniaco / Warburg e l’astrologia

Da anni l’opera e la figura di Aby Warburg (1866-1929) esercitano un’attrazione speciale e sempre crescente sulla cultura contemporanea, e non solo nel campo della storia dell’arte. Fenomeno che ha però anche un altro risvolto: Warburg è di moda. Citarlo, magari fuori luogo, è un modo per dimostrare di essere lungo la corrente giusta; a volte, invece, si ha l’impressione che evocare il suo nome serva per avvolgere le argomentazioni in una sorta di incenso nobilitante; poi, a non finire, ci si fa belli del suo motto (“Il buon Dio si nasconde nei particolari”), che non è suo: Ernst Gombrich ha smentito che la paternità sia sua, e ne ha rintracciato precedenti in ambito francese (e un’attribuzione a Flaubert). Del resto questa Warburg-moda non è cosa nuova: già Gertrude Bing (1892-1964), la sua più stretta collaboratrice, aveva scritto che la sua fama era “fondata più sul sentito dire che sulla conoscenza dei suoi scritti”, tanto che lo studioso amburghese ormai faceva parte di quella schiera di autori che “sono elogiati con più zelo di quanto siano letti”.     Ecco ora l’occasione per leggere di nuovo Aby Warburg: Maurizio Ghelardi, da anni suo attentissimo studioso, ha...

La biblioteca di Atlantide / “La fiaba russa” di Vladimir Propp

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.   Vladimir Jakovlevič Propp nasce a San Pietroburgo il 17 aprile 1895 e muore a Leningrado il 22 agosto 1970. Come dire che, pur essendo rimasto sempre nella stessa città, la storia gli è passata davanti, e quei luoghi hanno assunto nel corso del (suo) tempo tutt’altro senso e ben diverso sapore. Certo, per un folklorista come lui, abituato a riflettere sulla distanza dei secoli, se non dei millenni, quei settantacinque anni del Novecento saranno state bazzecole. Resta comunque il fatto che i pesanti cambiamenti epocali di cui è stato testimone – la rivoluzione russa e il lungo regime politico-culturale sovietico che ne è seguito – hanno parecchio pesato sul suo lavoro a dir poco geniale. A trentatré anni, nel 1928, Propp pubblica quello che resterà il suo capolavoro,...

Il nuovo volume della collana Riga / Il desiderio di essere capiti

La malattia fa spesso venire una gran voglia di essere capiti. I malati all’ospedale non fanno che chiedere ai dottori di capirli. Vogliono essere capiti dalla scienza e rimessi a posto come macchine. Tutti noi malati coltiviamo questo ideale meccanico di comprensione, che ci dà qualche speranza. E gli altri naturalmente mostrano di capire la “cosa” che ci rende malati. C’è sempre un gran traffico di dicerie tra parenti e dottori, per capire la “cosa” che rende malato un malato. E i dottori la spiegano con le loro parole meccaniche, ma nessun parente e nessun malato sa di preciso di cosa parlino i dottori. Tuttavia ci scambiamo tutti occhiate e discorsi per dirci: “Hanno capito”. La stessa situazione si trova in quelle attività che sono chiamate creative. Anche queste sono una malattia che fa venire una gran voglia di essere capiti. Si vorrebbe che gli altri capiscano la “cosa” della nostra creazione. Si vorrebbe che dicessero: “Sì, è questo, significa questo, è bello per questo”. Che soddisfazione, che stordimento e che follia, sentire di essere capiti! Come negli ospedali ci sono i dottori che spiegano la “cosa” della malattia, così in questo settore ci sono i critici che...

Lettere dal confino / Contro le virgolette (ma anche contro gli a capo)

Detesto le virgolette. Le accetto, ma dovrei dire le tollero, soltanto come segno grafico di un dialogo. A volte, per non dire sempre, lo scrittore deve uniformarsi allo stile dell'editore. Sin dall'inizio segnalavo i dialoghi con un sobrio trattino ma nel tempo le virgolette hanno vinto anzi stravinto. Le virgolette sono il simbolo della volgarità contemporanea. Neanche gli accapo andrebbero lasciati all'editore. Kafka non andava a capo. Perché un libro è soltanto scrittura. Uno spartito non va mai a capo, si volta pagina. La vita dello scrittore è grama e piena di sconfitte. Si combattono singole inutili battaglie, piccole enclave dentro una battaglia già persa. No, le virgolette non andrebbero mai usate. Non andrebbero scritte né accennate con la punta delle dita, non andrebbero neanche pensate. Se un uomo pensa con le virgolette toglietegli il saluto. A quelli che le annaspano in aria davanti ai miei occhi stupefatti non rispondo affatto, annichilito dalla loro incoscienza. I poeti si prendono una grande responsabilità andando a capo così di frequente ma per l'appunto scrivono dei versi, chiamati così nella loro completezza concatenata che deve avere un suo perché. Se questo...

Un linguaggio di «idee senza parole» / Cultura di destra di Furio Jesi

Il nome di Furio Jesi a quasi quarant'anni dalla scomparsa è sempre più spesso citato, non solo tra addetti ai lavori ma anche nelle pagine culturali e in molti ragionamenti diffusi. Un fatto dovuto al crescente interesse per la sua opera, tanto in forza di uno stile affascinante e al suo prezioso strumentario concettuale – penso alla “macchina mitologica” – quanto in relazione al bisogno di comprensione suscitato dall'affermazione globale di una stagione politica e culturale conservatrice, reazionaria, autoritaria, neo o post-fascista.   Questo è un ulteriore buon motivo dunque per rileggere Cultura di destra, uno dei libri più noti dello studioso di miti e germanista, pubblicato nel 1979 e ristampato più volte (è del 2011 la nuova edizione curata da Andrea Cavalletti con alcuni inediti), capace di suscitare, oggi come allora, grande interesse e dure polemiche, va detto quasi sempre disoneste dal punto di vista intellettuale.    Generata nell'alveo di Mann, Cassirer e Kerényi e nel clima della nuova sinistra intellettuale degli anni Settanta, la riflessione di Jesi è focalizzata sul rapporto tra letteratura, storiografia e politica tra Ottocento e Novecento e si...

La figlia che non piange / Incontri e ritratti in casa Sereni

A Silvia Sereni – scomparsa nel giugno del 2019 – mi hanno legato una lunga amicizia e una sincera ammirazione per il suo spirito, la sua intelligenza, le sue capacità professionali. E per la forza del carattere. Avere un padre come Vittorio Sereni non dev’essere facile. Silvia (“la figlia che non piange”, in una poesia di Stella variabile) riusciva a vivere questa condizione con grande leggerezza e disinvoltura, in un modo tutto suo. Nel libro appena uscito da Bompiani (Un mondo migliore) il rapporto col padre (che nei ritratti che compongono il volume non è compreso) emerge molto vivamente: “da un lato – scrive l’autrice – la distanza tra me e lui era, per via del nesso parentale, ravvicinata, dall’altro, nello stesso tempo, era smisurata. Il rapporto era esclusivamente quello che ci può essere con un padre. Un padre paziente, tenero, per nulla pedagogico o autoritario, estremamente rispettoso dell’autonomia che considerava giusto lasciare a noi figlie. Quindi una relazione fatta di consuetudine e di famigliarità ma che non contemplava un confronto diretto di idee o di modi d’essere”.   La personalità di Vittorio Sereni e il suo rapporto con la famiglia risultano anche...

Manuale a uso quotidiano per giovani poeti / 365 modi di dire poesia

Dal 1960 al 1968, Wisława Szymborska sulla rivista di letteratura “Żicie Literackie” tenne una rubrica di posta in cui rispondeva agli aspiranti poeti, specie esordienti, giudicando le loro opere e somministrando loro riflessioni e consigli. Le sue meravigliose, sferzanti risposte sono state raccolte e pubblicate con il titolo Posta letteraria, ossia come diventare (o non diventare) scrittori. C'è da chiedersi chi, dopo aver letto qualcuna di queste risposte, possa aver avuto il coraggio di mandare i propri scritti in pasto a una critica tanto acuta e impietosa. D'altra parte, allora, nessuno sapeva di confrontarsi con un Nobel per la letteratura. Il tenore delle risposte di Wisława è questo: “Sarebbe bello e giusto se la sola forza dei sentimenti decidesse del valore artistico della poesia. Allora saremmo sicuri che Petrarca è una nullità in confronto a un giovanotto che si chiama, supponiamo, Bombini, perché Bombini è davvero impazzito d'amore, mentre Petrarca è riuscito a mantenersi in una condizione nervosa propizia all'invenzione di belle metafore.”       A questo dissimulato, benché autentico, manuale di poesia, è andato, per analogia, il mio pensiero, nello...

Thomas Ostermeier al Piccolo Teatro / Eribon, tra gender e avanzate delle destre

“Durante la mia infanzia, tutta la mia famiglia era 'comunista', nel senso che far riferimento al Partito comunista costituiva l'orizzonte incontestato del rapporto con la politica, il suo principio organizzatore. Come ha potuto diventare una famiglia a cui è sembrato possibile, a volte perfino quasi naturale, votare l'estrema destra o la destra? […] Quale pesantissima responsabilità ha la sinistra in questo processo?” (Didier Eribon, Ritorno a Reims, Bompiani, 2017, pag. 107)   La morte del padre è per Didier Eribon, sociologo francese, professore di filosofia alla facoltà di Amiens e intellettuale impegnato nella questione gender (Riflessioni sulla questione gay, Ariele Editore, 2015, è uno dei punti di riferimento per i gender studies), la scusa per ripercorrere a ritroso il percorso della sua vita, il momento per superare la “vergogna sociale” che lo attanaglia fin dall'adolescenza. Ritorno a Reims, seppur nell'uso della prima persona, diventa strumento di una riflessione sociale sulla deriva delle destre in Europa, acclamate e appoggiate soprattutto da una classe operaia che fino a pochi anni prima trovava nel fronte opposto il proprio punto di riferimento. ...

Un’enorme festa dell’immaginario fantastico / Le novità a Lucca Comics 2019

Certe sere a Lucca, durante il festival, quando gli stand sono ormai chiusi e la folla si è diradata, può capitare di sedersi a un tavolo a bere qualcosa insieme agli addetti ai lavori, che siano autori o editori. Può capitare anche che i veterani della manifestazione si abbandonino ai ricordi. Tutti di solito ripensano con un misto di affetto e di terrore i tempi in cui la fiera si svolgeva in un padiglione, fuori dalle mura, che bastava evidentemente a racchiudere le schiere di appassionati di fumetto. Oggi Lucca Comics and Games è giunta alla 53esima edizione (dal 30 ottobre al 3 novembre) e le cose sono cambiate parecchio. Da anni gli stand occupano le piazze del centro storico, ai quattro giorni canonici della manifestazione se ne è aggiunto un quinto e soprattutto è diventata sempre più preponderante la parte non strettamente legata al fumetto: la presenza dei cosplayer (fan che si vestono come personaggi degli anime giapponesi), le aree dedicate ai videogiochi e alle serie tv, la concomitanza con Halloween, hanno trasformato Lucca Comics in un’enorme festa dell’immaginario fantastico. Anche se il fumetto non è più l’unico protagonista, Lucca rimane il momento e il luogo in...