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Letteratura

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Ricordo di un amico / Il dente del pregiudizio

Tra i testi che il nostro amatissimo Aldo Zargani ci aveva lasciato in lettura e per l’eventuale pubblicazione dei suoi scritti, che poi in parte abbiamo raccolto nell’ebook La fortezza della pace che potete gratuitamente scaricare qui, c’era questa introduzione a un libro a cui stava pensando dal titolo “Il dente del pregiudizio”.  La pubblichiamo qui, nel primo anniversario della sua scomparsa che ci ha lasciato un vuoto che difficilmente riusciremo a colmare.   C’era una volta un bimbo con i sensi di milioni di anni prima adatti per qualche savana dell’Africa piena di bestiole da mangiare o esserne mangiati. Il bimbo piccolo nel 1939 si trovava in cucina con la sua mamma, orgogliosa del progresso della civiltà che aveva svelato le verità nascoste.  La mamma, armata di forchetta, infilzava un’arancia, accendeva una candela e simulava alla bell’e meglio il sistema copernicano. Era la Terra, che si muoveva, “la Ter-ra”, e la mamma armeggiava con l’arancia: “Vedi tesoro mio?”. Il Sole-candela non si muoveva, l’ombra sì, e anche la luce e l’arancia. Cambiavano le stagioni e le ore del giorno e della notte, ma il moccolo-Sole restava immobile sulla tavola di marmo....

Pensiero e azione pubblica / Hammarskjöld: la Buona politica

Il 18 settembre del 1961, in un incidente aereo molto sospetto e mai chiarito, vicino all'aeroporto della città di Ndola, dove si stava recando per cercare una soluzione alla crisi provocata dall'insurrezione indipendentista del Katanga dopo la dichiarazione d'indipendenza del Congo, morì l'allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld. Sull'incidente non è stata ancora fatta chiarezza, nonostante la pubblicazione in anni recenti di un'accurata ricerca (cfr.Susan Williams, Who Killed Hammarskjöld? The UN, the Cold War and White Supremacy in Africa, 2011) abbia spinto l'ONU ad aprire una nuova indagine. Negli anni Sessanta, d'altra parte, non ci si facevano molti scrupoli ad eliminare personaggi scomodi, come ad esempio il monaco trappista Thomas Merton, grande e influente oppositore della guerra nel Vietnam, morto nel 1968 in un inspiegabile incidente ancora avvolto nel mistero. Un mistero che ancora avvolge la morte di Enrico Mattei nel 1962 e gli assassinii tutt'altro che chiariti dei due Kennedy (1963 e 1968), di Martin Luther King (1968) e di Malcom X (1965), per citarne alcuni. Capitava allora che, col pretesto di difendere dei grandi ideali, organizzazioni...

Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie / Eroi dell’amore. La lezione dell’eccesso

L’amore, in tutte le sue forme, turba ogni progetto di armonia. Il libro di Massimo Fusillo, Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie (Il Mulino, 2021) lo mostra, esplorando l’amore in una gamma complessa e frastagliata di sfumature. Da Carmen e Don José a Tristano e Isotta, da Romeo e Giulietta a Heatcliff e Cathérine, da Fedra e Ippolito a Diabolik ed Eva Kant, Fusillo spazia nel teatro di parola, nel teatro musicale, nel fumetto, nel cinema, nella letteratura, cercandovi gli “eroi dell’amore”. Il suo libro percorre, con stile nitido e persuasivo, mai appesantito dall’erudizione, una intrigante enciclopedia di ritratti e di storie d’amore e si divide in tre parti: La coppia contro il mondo, La seduzione come sovversione, La follia autodistruttrice.   Gli “eroi dell’amore” non hanno nulla di “eroico” in senso etimologico: non danno prova di coraggio e di abnegazione in imprese militari; non si sacrificano per qualche ideale superiore; non sono, come nelle civiltà primitive, figure mitiche ed eccezionali a cui sono attribuite gesta leggendarie. Qui l’eroismo non ha nulla di vittorioso e di trionfante ma rappresenta l’oltranza terrena, appassionata, di un...

Dionys Mascolo / Maurice Blanchot: Per l'amicizia

Alla fine di settembre, torno a Cosenza, nell’Università dove insegno, dopo un anno e mezzo di quasi totale assenza a causa della pandemia. Ogni cosa è spettralmente identica a come l’ho lasciata. Le abitudini quasi rituali si ripristinano senza esitazione: ricevimento, esami, cena coi colleghi, i trasferimenti da un cubo all'altro sul lungo ponte che li unisce, cordialità con la foresteria che mi ospita. Eppure, come un tarlo che ha lavorato silenziosamente e in profondità lasciando inalterata la superficie, qualcosa ha scavato una fenditura non suturabile, tanto più sconcertante quanto più in superficie tutto appare familiare, consueto, prossimo.   Si dirà: è quello che accade nei momenti di crisi, nelle faglie traumatiche della storia. È vero solo in parte. I traumi della storia non producono l’inedito, il mai visto e sentito prima, ma rivelano l’inedito, il discontinuo nel già da sempre esistente. Freud ci ha insegnato tanto a questo proposito. Partecipare agli eventi della storia con una qualche dose di compromissione e impegno, soprattutto quando si tratta di momenti che producono una “crisi della presenza” come diceva De Martino, non significa stabilire alleanze,...

Neuroscienze in tribunale / Il delitto del cervello

Da tempo ci si interroga sul futuro e come costruirlo, basandosi sul presupposto in apparenza scontato di poter scegliere. Ma è una convinzione o un autoinganno? È un’evidenza o una convinzione sollecitata dall’ambizione di sentirsi liberi? Siamo realisti o siamo illusi? Perché l’uomo, per il solo fatto di essere cosciente, dovrebbe poter eludere il decorso causale dell’universo? Probabilmente l’idea di libertà lusinga, ma nel contempo angoscia perché porta con sé un bagaglio di inquietudini, responsabilità, sensi di colpa di cui si farebbe volentieri a meno. Non a caso Doppiozero si è occupato in varie occasioni di questo tema. I recenti saggi di List (Il libero arbitrio, Einaudi 2020), Tratteur (Il prigioniero libero, Adelphi 2020), con i commenti di Dall’Aglio (“Libero arbitrio?”) e di Manzotti (“Lo scandalo della libertà”), convergono nel riconoscere vitale quella libertà, soprattutto sul versante filosofico.    Il lavoro di Lavazza e Sammicheli (Il delitto del cervello, Codice, 2021) non se ne discosta, pur in prospettiva leggermente diversa. La riflessione ha come sfondo il perdurante scisma tra i fautori della libertà nella veste del libero arbitrio e i...

Ritratto di gruppo con filosofo / Salvatore Veca e le ochette

Salvatore Veca ci ha lasciati. Salvatore Veca, il filosofo che fece suo il celebre incipit della Teoria della giustizia di Rawls: «La giustizia è la prima virtù delle istituzioni come la verità lo è dei sistemi di pensiero». Giustizia e verità furono i suoi fari, anzi a Veca riuscì di fonderli insieme, riuscì di trasformare la verità, da pura virtù dei sistemi di pensiero, a virtù della comunità, più vicina a una verità come condivisione, come consenso, come giustizia: la verità come risposta riuscita a ciò che vi è, così come le azioni giuste sono risposte riuscite a ciò che vale. Salvatore Veca propose una filosofia ospitale e accogliente, quasi un approdo sicuro dopo le fatiche della navigatio philosophiae, una filosofia, per dirla con un concetto riassuntivo, urbana, insieme cittadina e cortese. Milano fu il luogo della sua attività principale, ma da Milano il suo pensiero si è irradiato e ha agito in tanti luoghi e in tante menti, vivificandole e corroborandole.   Salvatore e le ochette   La mia compresa. Questo è un ricordo di Salvatore e insieme un riconoscimento sentito di quello che egli fu per noi: una specie di fratello maggiore/padre, a seconda dell’epoca e...

Goethe-Institut Torino - Salone del libro / La Russian connection di Chanel

Karl Schlögel sarà al Salone del libro di Torino in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e Frankfurter Buchmesse e presenterà sabato 16 ottobre alle ore 15.30 (Sala Internazionale-Padiglione 1)  il suo nuovo libro “Il profumo degli imperi. Chanel N.5 e Rosso Mosca - la storia del XX secolo in due profumi” edito da Rizzoli, che ringraziamo per averci concesso di pubblicare l’ estratto qui di seguito.   Non era scontato che una sarta e modista, per quanto brava, potesse entrare in contatto con ambienti, e soprattutto con uomini, in grado di spianarle la strada da una piccola realtà di provincia al vasto mondo. Doveva esserci uno spazio in cui Chanel potesse non solo incontrare un certo Boy Capel, il ricco amante che la aiutò ad aprire le sue prime boutique, ma anche stabilire un rapporto con il primo ministro francese Georges Clemenceau o con Winston Churchill, il cui grande momento doveva ancora arrivare. Dovevano esserci luoghi in cui una stilista potesse incontrare un certo duca di Westminster, l’uomo più facoltoso del Regno Unito, disposto a ospitarla continuamente nelle sue tenute, e in cui potesse imbattersi in un membro della famiglia dello zar, che a sua...

Una nuova edizione arricchita / Storie e riprese di Il deserto dei Tartari

Deserto   Per Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari non era un romanzo. O meglio, non era soltanto la storia del tenente Giovanni Drogo, l’intrecciarsi di tanti destini, di silenzi, di parole, dell’inquieto sguardo sulla sospensione del tempo da vivere, che lo avrebbero portato a diventare famoso nel mondo. No, la sua opera era il libro di tutta una vita. Un gigantesco arazzo che avrebbe potuto montare e smontare all’infinito. Anche se il primo lettore lo aveva bocciato senza troppi ripensamenti.       Era andata così: Leo Longanesi, chiamato da Rizzoli a dirigere la nuova collana Il Sofà delle Muse, aveva chiesto al trentenne Dino Buzzati, giornalista del “Corriere della Sera”, di fargli leggere il manoscritto del Deserto. Poi, lo aveva passato a un suo critico di fiducia. Ma il responso era stato durissimo: quel libro non valeva nulla. Per fortuna, il fondatore di “L’Italiano”, “Omnibus” e “Il Borghese” era un bastian contrario per natura e per vocazione. Così, aveva deciso di pubblicare il romanzo. Cambiandogli soltanto il titolo: non più “La fortezza” o “Il messaggio dal nord”, ma “Il deserto dei Tartari”      Romanzo di una vita, diceva...

Il lutto è un dialogo interrotto / Chimamanda Ngozi Adichie, Appunti sul dolore

Il 9 giugno Chimamanda Ngozi Adichie telefona al padre James. La telefonata è breve, lui è stanco, lei riesce comunque a farlo ridere imitando una parente. Alla fine si dicono ka chi fo, buonanotte, e riattaccano. Il giorno dopo, 10 giugno, James Nwoye Adichie è morto, per le complicazioni di un blocco renale. Intanto nel mondo c’è il Covid, e così la notizia viaggia dalla Nigeria agli Stati Uniti attraverso Zoom. Chimamanda Ngozi Adichie racconta tutto questo in Appunti sul dolore, e Susanna Basso lo traduce per Einaudi.  Il dolore non è liquido – non ci puoi nuotare agevolmente. Non è nemmeno solido – quando ti cade addosso, non ti lascia un livido che va via dopo qualche giorno. Il dolore non è gassoso – non lo puoi inspirare ed espirare, non ci puoi passare attraverso come fosse aria. Il dolore è viscoso. Come il bitume. Non è inconsistente, ma non ha nemmeno un peso costante. «Il suo peso aumenta in massima misura la mattina, dopo il sonno». Il dolore è vertiginosamente verticale – «sono andata in pezzi», scrive semplicemente Adichie.    Il dolore è una lacerazione improvvisa del tessuto grammaticale – anche di questo parla il libro. È lo strappo dei tempi...

Da oggi in mostra alla Triennale di Milano / Direttamente dalla mano e dalla bocca di Steinberg

Viene inaugurata oggi alla Triennale di Milano la mostra Saul Steinberg Milano New York a cura di Italo Lupi e Marco Belpoliti con Francesca Pellicciari e realizzata insieme alla casa editrice Electa. È uscito da qualche giorno il volume 43 della collana "Riga" da cui questa intervista è tratta: Saul Steinberg a cura di Marco Belpoliti, Gabriele Gimmelli e Gianluigi Ricuperati, Quodlibet edizioni.    Saul Steinberg è un artista, un filosofo, un commentatore della società e un vignettista il cui lavoro si spinge ben oltre i confini del fumetto, in un mondo popolato di lettere aggressive, gatti a cui piacciono i numeri, linee che conversano e hanno dubbi. I disegni di queste pagine sono tratti dalla sua ultima raccolta, The New World (Harper & Row). Ad accompagnarle, qui, sono le spiegazioni dello stesso Steinberg, riprese da un’intervista di Jean vanden Heuvel.   Il libro si intitola The New World. Un titolo formidabile che non dice niente. Il libro è una raccolta di disegni metafisici che raffigurano situazioni e problemi. Il suo motto è “Cogito ergo Cartesius est” (penso, dunque Descartes esiste): significa che la ragione stessa può risolvere...

Arsan di Luciano Pantaleoni / Teste quadrate: paesaggio e carattere

Perché gli abitanti della provincia di Reggio Emilia, sono chiamati “teste quadre”? In dialetto: “Testi quedri”. Se lo chiede Luciano Pantaleoni in questo libro stretto e lungo, Arsan (Incontri Editrice, 2021), che indaga i reggiani attraverso proverbi, modi di dire, storie, canzoni e filastrocche. L’origine letteraria dell’espressione si troverebbe nel poema eroicomico La secchia rapita di Alessandro Tassoni, nel canto IV, dove si narra che i soldati reggiani catturati nel castello di Rubiera, terra di confine, sarebbero stati liberati solo dopo essere stati percossi con l’asta di Marte, ragione per cui la loro testa avrebbe assunto la forma quadrata. Il tutto risulta un dileggio sullo sfondo di un conflitto che oppose reggiani e modenesi intorno al 1201 riguardo l’uso delle acque del fiume Secchia. Ci fu una guerra, o almeno un grosso scontro in armi, che vide sconfitti i reggiani. In realtà l’espressione, o epiteto, non è solo una presa in giro, ma vuol significare molte cose. Le teste sono sempre rotonde o arrotondate, e i reggiani pare che chiamassero i modenesi “musòun”, nocioni, per la loro testa ovale (delicocefala secondo Sandro Bellei nel Dizionario enciclopedico...

Paesaggio con fratello rotto, una trilogia / Mariangela Gualtieri: aprirsi all’inatteso

“Che cosa diremo a quelli che nascono ora? / Che scusa troviamo / per questo disastro umano?”. Dopo una introduzione con l’entrata dei personaggi, in un silenzio carico di attesa accompagnato dall’organo, inizia con questi versi, con questa domanda, Paesaggio con fratello rotto, prima parte di una trilogia del 2004 del Teatro Valdoca. Ora di quel lavoro con la regia di Cesare Ronconi – una saga contemporanea con personaggi dolenti sovraccarichi di colore, un bianco funereo sui corpi seminudi, segnati con tratti neri e sbavature di rosso sangue, maschere animali, ali grandi di uccello, zimarre rituali – Einaudi pubblica i testi (pagine X-78, euro 10), scritti da Mariangela Gualtieri.      Sono sempre di sottili dimensioni le opere di questa poetessa che ci accompagnò nello sconforto del primo lockdown con il delicato ammonimento di Nove marzo duemilaventi: “Questo ti volevo dire / ci dovevamo fermare…”. I versi di Paesaggio con fratello rotto sembrano scavati nei corpi, nella disperazione che vorrebbe diventare la gioia che tutti sentiamo di vivere; sono parole incise con il bulino nello sguardo desolato a quello che riusciamo a distruggere di bello intorno a noi e...

Mettere al mondo il mondo / Stefano Bartezzaghi. Che cosa è la creatività

Che cos’è la creatività? Che domanda: è come il tempo per Agostino, o l’arte per Croce: tutti sappiamo di che si tratta, fino a quando non ci chiedono di definirla. Allora scattano i guai. Credevamo di avere le idee chiare in proposito: creativo che uno che inventa qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era; una specie di nume in miniatura: Dio ha creato il mondo, ab origine, e noi, qui e ora, non facciamo che maldestramente imitarlo: nelle arti, nella scienza, nel lavoro, nei media, nella vita quotidiana. Ma siamo certi che sia proprio così? Che cosa significa esattamente “nuovo”? e “inventare”? e poi, anche, cos’è questo “qualcosa”? Come dire che, in effetti, non erano idee quelle che avevamo sulla creatività, semmai predisposizioni affettive, ideologie, esercizio inconsapevole di etiche e di estetiche. Niente di logico, di preciso, di coerente. La creatività esiste, si dà a vedere, si pratica, a condizione di dimenticare, di rimuovere, di tenere fra parentesi la sua costitutiva indeterminatezza, se non contraddittorietà, il suo essere più passione che ragione, simbolo e non cosa. Il creativo, sostanzialmente, è un esperto senza saperlo, uno che sa fare ma non sa come lo fa...

Credo religioso e deragliamenti familiari / Crossroads di Jonathan Franzen

Norman Rockwell fa capolino a pagina 305, in Crossroads di Jonathan Franzen (Einaudi 2021, traduzione di Silvia Pareschi): "Quando gli Hildebrand erano arrivati in città, la vecchia drogheria all'angolo sembrava uscita da un quadro di Rockwell" scrive Franzen, evocando le celebri immagini dell'illustratore americano (1894-1978); "... ma poi il proprietario l'aveva rimodernata con orrendi laminati, aveva coperto di linoleum il pavimento di legno e installato luci fluorescenti. Nello stesso spirito di miglioramento l'albero di Natale all'interno del negozio era artificiale, con gli aghi argentei, neppure finto-verdi. Dietro il banco, chino sul cruciverba del Sun-Times, con una matita in mano, c'era un uomo sulla trentina dalle grandi orecchie...". Crossroads è un compendio dello spirito americano, frastagliato e conformista, rappresentato dalle rassicuranti immagini di Rockwell, ma è come se la neve, le uscite con le slitte, i regali di Natale, le crostate appena tolte dal forno, le calze di lana che accompagnano con il loro calore domestico la storia di una famiglia negli anni '70, avessero subito lo sfregio di un Francis Bacon, che decomponeva i volti, faceva urlare un papa,...

Una conversazione / Essere in due. Ginger e Fred di Deflorian e Tagliarini

Attrice e autrice l’una, danzatore e coreografo l’altro, nel 2008 Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno dato vita a una compagnia che ha immediatamente conquistato la ribalta italiana e francese con spettacoli pluripremiati e allestiti sui principali palcoscenici internazionali, dall’Argentina di Roma all’Odeon di Parigi. Il loro teatro affresca il presente con drammaturgie originali che evocano gli sfondi più complessi dell’esistenza attraverso i primi piani di figure letterarie e cinematografiche. Archiviato il dittico dedicato a Deserto Rosso di Antonioni nel 2018, la coppia teatrale continua adesso il suo viaggio nel cinema italiano guardando a Ginger e Fred, opera cult di Federico Fellini, che racconta la vicenda di Pippo e Amelia, due artisti conosciuti per la loro imitazione della famosa coppia Ginger Rogers e Fred Astaire ma che non hanno mai sfiorato il successo, e che tornano dopo molti anni a esibirsi in pubblico in uno show televisivo natalizio anni ottanta traboccante di volgarità. Dopo il debutto assoluto in Svizzera, lo spettacolo, intitolato Avremo ancora l’occasione di ballare insieme, arriva al Teatro Argentina di Roma dal 12 al 24 ottobre, nell’ambito del...

Un libro di Cristina Grazioli / Sentire e dire luce

Chiarori, abbagli e crepuscoli, lampi e rivelazioni. Il numero 9 della rivista semestrale Sciami – Sentire luce a cura di Cristina Grazioli (Sciami edizioni, Teramo-Roma, 2021) raccoglie una serie di contributi “sentiti”, prima ancora che pensati, sul ruolo svolto dalla luce nell’evento performativo e teatrale. Sentire luce attribuisce alla percezione e alla sensorialità un aspetto imprescindibile dell’evento spettacolare, che ha luogo in uno spazio performativo “sempre pervaso da sostanza luminosa”. A questo riguardo Grazioli cita Pietro Gonzaga, pittore, decoratore e scenografo, che in una lettera del 1807 descrive la luce scenica come una “massa” che invade lo spazio tra scena e sala, miscelandosi con l’aria, i vapori e gli oggetti. I composti pulviscolari e gassosi invadono anche la scena delle arti visive del Novecento, talvolta depurati dagli aspetti sensoriali. Su questa forma gassosa, che dalle Avanguardie Artistiche giunge fino a noi come una nebbia nella quale si perdono i confini tra generi, è necessaria una digressione.    Gaetano Donizetti, Maria Stuarda, regia di Andrea De Rosa, scene di Sergio Tramonti, costumi di Ursula Patzak, luci di Pasquale Mari,...

10 ottobre 1921 - 10 ottobre 2021 / Zanzotto: una splendida ciacola siderale

Non è facile raccontare una grande personalità. Se ne può dire qualcosa a proposito delle sue manifestazioni esteriori (ci ho provato in Zanzotto decabrista), ma l’imponenza di un’esperienza intellettuale molto significativa non si presta molto alle piccole aneddotiche, ancorché non inconsistenti. D’altra parte c’è l’opera con il suo grande carico di studi dedicati. Su cui torneremo dopo. A me preme qui insistere sul fatto che quando la techne della poesia attraversa la terra della conoscenza, per così dire, significa che in quel momento lo strumento del poeta riesce a produrre una parte del reale mai esistita prima, vuole dire che con lui tutti facciamo un passo avanti e rosicchiamo qualcosa in più del mondo che prima, semplicemente, non eravamo riusciti a vedere. Dallo Swing al Bebop, ecco, Zanzotto come Thelonious Monk.   Ho sempre pensato che Andrea Zanzotto sia stato prima di tutto un grande uomo di pensiero che si è preoccupato delle sorti del mondo suo contemporaneo; ha saputo a suo modo mostrare le dinamiche profonde che legano l’essere umano a se stesso e agli altri uomini lavorando con il linguaggio sul linguaggio, ma proiettandosi oltre il linguaggio. La sua è una...

Una rilettura di Marcello Fois / Cuore: il libro degli italiani

Si può davvero tornare a Cuore, il libro di De Amicis del 1886, dopo che la cultura italiana dominante a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso lo ha tacciato di sentimentalismo, lacrimosità, buonismo e retorica? Marcello Fois sostiene di sì; anzi, di più: si deve. Proprio all’insegna di quelle accuse: che vanno capovolte in punti di forza. Lo fa in un piccolo e rapido libretto che è un esperimento con l’etica prima che con la letteratura. Proviamo a capire perché. Il «libro Cuore», come per decenni è stato chiamato, come se lo statuto di «libro» ne potenziasse il genere letterario (che non poteva essere quello del romanzo, prodotto di finzione per eccellenza, ma neppure quello del diario o memoriale, che avrebbe presupposto una verità documentaria), ha influenzato l’immaginario di generazioni e generazioni, costituendo lo stampino dentro il quale si è svolta la narrazione della e sulla scuola, pure oltre l’Italia, fino ad approdare agli anime giapponesi. Che tale stampino abbia determinato la retorica pubblica del discorso sugli italiani, sempre così carico di eroismo, come dimostra soprattutto la cronaca sportiva, è l’assunto da cui parte Fois: non c’è pagina...

Il Nobel per la letteratura 2021 / Abdulrazak Gurnah o delle memorie fluttuanti

Tra il 1995 e il 2005, Garzanti ha pubblicato tre romanzi di Abdulrazak Gurnah. La casa editrice, prima che ci arrivassimo Gianandrea Piccioli e io, aveva pubblicato tra l'altro I figli della mezzanotte di Salman Rushdie (1984) e i romanzi di Michael Ondaatje, ma anche Io venditore di elefanti (1990), in cui Pap Khouma racconta il suo approdo dal Senegal alla Francia all'Italia (di recente Pap ha tradotto la Divina Commedia in wolof...). Nel 1994 Paradise era stato selezionato per il Booker Prize e per il Whitbread Prize; in Inghilterra Gurnah aveva un ottimo agente, oltre a insegnare letteratura inglese e postcoloniale all'Università del Kent. A ispirare la sua narrativa c'erano un'esperienza e una motivazione autobiografiche: anche lui aveva un passato da rifugiato, come decine e decine di milioni di esseri umani in tutto il pianeta. A vent'anni era stato costretto ad abbandonare la natia Zanzibar, dove era nato nel 1948, quando la minoranza mussulmana aveva iniziato a essere perseguitata dal governo della Tanzania. E questo ha dato necessità, verità e spessore alla sua scrittura.   Insomma, Gurnah era un autore apprezzato per la notevole qualità letteraria e affrontava...

Demonologia Entomologica – II parte / Il Principe nero e gli insetti

Il fondamento della ricerca di Raniero Alliata in merito alle variazioni specifiche è contenuto nel Carteggio parzialmente riprodotto nell’omonima sezione del catalogo Gli insetti del Principe, forse la più interessante dal punto di vista della connessione tra metodo scientifico e filosofia. L’antologia dei quaderni e degli appunti mostra il sunto del suo modus operandi. Gli insetti rappresentano un esempio emblematico di variabilità di forme naturali: il Principe, come in una partita a scacchi, collocherebbe i vari disegni come “pezzi” nell’ordine tassonomico che gli è proprio, all’interno del quale certe mosse non sono consentite. Il catalogo presenta un vasto inventario, seppur parziale, di tante pregevoli grafiche dal tratto nitido, schizzi sull’anatomia degli insetti, sugli ornamenti, le palmette e i fregi curiosamente intervallati da calcoli matematici, progetti, diagrammi e schemi pazientemente trascritti dal Principe sopra album, quaderni ingialliti dal tempo, artigianali bloc notes ma spesso anche su carte e cartoncini di recupero, sul retro di pacchetti di sigarette, biglietti o ricevute di pagamento.   Il desiderio che animò Alliata nell’edificare la sua ciclopica...

Biennale Democrazia 2021, Torino / Reincantare il mondo. La vita fra umano e naturale

Andreas Weber partecipa alla Biennale Democrazia in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ai seguenti incontri:   Reincantare il mondo. La vita fra umano e naturale 9 ottobre - ore 11.30 | OGR Sala Fucine Memory matters. Naturale, umana, postumana: una memoria rinnovata 9 ottobre - ore 18.00 | Complesso Aldo Moro Aula 1     Dopo la pioggia, faccio correre la mano tra i ginepri o tra le betulle per la gioia di sentire le gocce bagnate che colano sul palmo. Nan Shepherd, La montagna vivente   (traduzione di Carlo Capraro, Ponte alle Grazie 2018)   La pelle dei minerali   Ogni volta che alzavo gli occhi da ciò che stavo scrivendo, vedevo i licheni. Coprivano il tetto di fronte a me. Era un tetto basso, quasi piatto, incuneato tra muri di pietra grigia, coperto da tegole rossastre. All’inizio, quando avevo scelto quel posto per mettermi a scrivere davanti alla piccola finestra affacciata su un altro edificio, non avevo notato i licheni, li avevo scambiati per macchie nate dall’esposizione alle intemperie. Questi esseri – una composizione in un unico organismo di alghe e funghi – formavano chiazze rotonde...

7 ottobre 1991 - 7 ottobre 2021 / Natalia Ginzburg e lo specchio della scrittura

Due encomiabili iniziative editoriali, curate da Domenico Scarpa, celebrano il trentennale della scomparsa di Natalia Ginzburg, morta a Roma l’8 ottobre 1991: con La Stampa e con Repubblica, ogni venerdì, si troveranno in edicola a partire da Le voci della sera 17 titoli firmati dalla scrittrice; da qualche giorno, inoltre, Einaudi ha ripubblicato Vita immaginaria, raccolta di articoli edita per la prima volta da Mondadori nel 1974 e mai più riproposta, se non all’interno del secondo volume del Meridiano delle Opere del 1986.  Quest’ultima appare un’occasione molto propizia per tornare a riflettere ancora una volta sul valore e sul senso che le pagine saggistiche di Ginzburg hanno avuto per lei, in particolare quelle in cui ha raffigurato il proprio autoritratto di scrittrice. Vita immaginaria si può forse leggere infatti come un ‘romanzo’, o come un’autobiografia collettiva e plurale, che si nasconde fra le pagine dei saggi che compongono la silloge, dove la scrittrice racconta le vicende e i destini dell’immaginazione poetica immersa nell’aridità e nella desolazione dell’attualità degli anni Settanta. All’interno di questo paesaggio cupo e desertico la voce narrante scorge...

Il romanzo di Albinati al cinema / La scuola cattolica: una censura superflua

La scuola cattolica è il film che Stefano Mordini ha ricavato dal romanzo di Edoardo Albinati, 1300 pagine di variazioni su unico tema: «nascere maschi è una malattia incurabile». La scuola cattolica è quella in cui i genitori della borghesia romana mandavano i figli nella speranza di metterli al riparo dalla violenza che – come recita una didascalia – nel 1975 è all’ordine del giorno. Ma, come spesso capita, fare di tutto per evitare un male è il modo migliore per finirci dentro fino al collo. In quegli anni alcuni istituti romani collezionavano criminali. Al Tiozzi, scuola privata di Monteverde, c’era la futura cellula dei NAR: i fratelli Fioravanti, Alibrandi, Anselmi, Bracci, Carminati. Il San Leone Magno, la scuola del film, era frequentato da due assassini, Izzo e Guido, e da Gianluigi Esposito, una vita a mezzo tra terrorismo nero e banda della Magliana.    All’inizio vediamo gli studenti in costume da bagno, sull’attenti attorno a una piscina dove il professore li passa in rassegna. Quando si mettono a fare flessioni, l’angolo di ripresa basso mostra un groviglio di gambe, schiene e nuche. Nell’ultima scena tre di quei ragazzi se ne stanno svestiti e abbandonati...

Un libro di Gianni Bonina / Il tempio dell’attesa

Barcellona, davanti a Santa Creu e Santa Eulàlia   Barcellona, Catalogna, Spagna, anno 2013. Il cielo nel primo pomeriggio può essere «un contrasto violento di colori accesi e luci tagliate» e la scena di mendicanti lerci che ingombrano l’ingresso della cattedrale di Santa Creu e Santa Eulalia in Pla de la Seu nel Barrio Gotico è una pellicola in negativo, bassorilievo di ipocrita plasticità per la città incantatrice e orgogliosa del potere pervasivo delle sue bellezze naturali e architettoniche. Bellezza che attrae molto Franco Fantini, ordinario di Storia dell’Arte all’Università di Catania, cultore della poetica, dell’estetica e dell’arte da interpretare come un’avventura. E, infatti, lo storico dell’arte si trova nella città catalana per un convegno sulle culture mediterranee, ma in quell’ora meridiana non è tanto il grande portone ogivale neogotico ad attirare la sua attenzione quanto un uomo ultrasessantenne accovacciato a terra, come in atto di attendere l’elemosina anziché chiederla. Una scena sconvolgente giacché Fantini è sicuro di riconoscere nel barbone vestito con un’ordinaria tuta blu da ginnastica e nell’impercettibile trasalimento del suo sguardo...