Bernice Rubens: vivete senza principi

In When I grow up (2005), i mémoires terminati poche settimane prima di morire, Bernice Rubens ricorda che stava scrivendo L’eredità di Jakob Bindel (uscito nel 2020 per i tipi di astoria nella mirabile traduzione di Irene Abigail Piccinini), quando seppe della nascita del secondo nipote; fu allora che decise di dedicare il libro ai due bambini della figlia, A Joshua e Dashiel Lilley, fratelli Brothers –, come recita il titolo originale. 

Figlia di Eli Reuben, ebreo lituano, e di Dorothy Cohen, di origine polacca, anch’essa ebrea ortodossa, Bernice Rubens nacque a Cardiff, nel Galles, il 26 luglio 1923 (anche se, da un certo momento in poi, cominciò a dire che era il 1928, così come dal 1947 modificò il cognome in Rubens). Il padre, commerciante di abiti e scarpe a credito, era fuggito dalla Lituania portando con sé due violini; arrivato ad Amburgo fu tratto in inganno da un bigliettaio disonesto e si imbarcò fiducioso per l’Inghilterra, con il fratello che lo aspettava in America. Per una settimana si aggirò per le strade di Cardiff credendo di trovarsi a New York (l’aneddoto, il solo che raccontò ai figli, è descritto quasi letteralmente in una delle pagine più strazianti di L’eredità di Jakob Bindel). Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, i Rubens accolsero, nella loro casa al 9 di Glossop Terrace, Hugo Gross, un quattordicenne di Amburgo salvato dall’operazione Kindertransport. I genitori, rimasti in Germania, non si salvarono. Quando la guerra finì, si fece avanti una benefattrice di New York, ex amante del padre di Hugo, che lo prese in affidamento e lo riportò con sé in America. 

 

Musicista di talento, Eli trasmise ai propri figli un amore profondo per la musica e tutti divennero professionisti, tranne Bernice che si sentì tutta la vita una musicista fallita più che una scrittrice riuscita (“migliore di molti, anche se non brava come pochi altri”). Il fratello Cyril suonò il violino nella London Symphony Orchestra, la sorella Beryl la viola nella Welsh National Opera, Harold, il maggiore, il più capace ma che, per ragioni di salute, dovette ritirarsi anzitempo, si perfezionò giovanissimo a Londra con Madame Maria Levinskaya, pianista di origine russa, adusa a travestirsi da dama napoleonica e che sarebbe divenuta il modello della protagonista di un altro tra i grandi libri di Bernice Rubens, Madame Sousatzska (trad. di M. Morpurgo, sempre astoria, 2013). La famiglia non poteva permettersi l’acquisto del violoncello, per il quale la piccola Bernice aveva una spiccata predilezione. Studiò così pianoforte, e prese l’abitudine di ascoltare i concerti della famiglia, seduta in salotto, “diventando un’ascoltatrice, tratto alquanto importante per una scrittrice.”

Finita la guerra, Bernice Rubens si trasferì a Londra, mantenendo stretti legami con la famiglia e alcune abitudini: ogni venerdì la madre le spediva per treno un pollo arrosto che il controllore capo consegnava puntuale al binario della Paddington station. 

 

Prima di dedicarsi alla scrittura, studiò letteratura inglese, per poi pentirsene (“non è per nulla semplice sedersi a scrivere e sentire sul collo il fiato di George Eliot”). Insegnò sia all’università che alle scuole superiori, per poi occuparsi di sceneggiatura e regia di documentari che le valsero diversi premi e riconoscimenti importanti. Ebbe un matrimonio non troppo felice con il tedesco Rudolf Nassauer (1924-1996), figlio di una prosperosa famiglia di origine ebraica di commercianti vinicoli, immigrata a Londra alla fine degli anni ’30. Nel 1960 Rudolf pubblicò The Hooligan (Il furfante, trad. di M. Valente, Bompiani, 1961), all’epoca un romanzo di grande successo nel quale Elias Canetti trovò “la prima rappresentazione letteraria di un nazista.”

 

Bernice Rubens esordì come scrittrice nel 1960 e, al quarto romanzo, fu la prima donna a vincere il Booker Prize for Fiction con The elected Members (1970), battendo, tra gli altri, Iris Murdoch. 

Dotata di una scoppiettante facilità di scrittura, trasse ispirazione soprattutto dalle storie vissute e tramandate da amici e parenti. Nelle interviste ammetteva di essere interessata esclusivamente ai rapporti famigliari e alla loro intrinseca incomunicabilità. Secoli di tradizione ebraica furono il suo punto di osservazione privilegiato, perché “tutto ciò che accade in una famiglia, accade in misura maggiore in una famiglia ebraica.” Nella sua opera, Bernice Rubens diede voce al mondo ebraico inglese, ai figli di immigrati, alle prime e seconde generazioni, come descritti agli albori anche dal drammaturgo Arnold Wesker (1932-2016), autore di commedie ambientate negli anni ’30 minacciati dalla politica antisemita di Oswald Mosley. 

 

 

Nel 1999, con I, Dreyfus, licenziò una parabola moderna sulle tragiche conseguenze del pregiudizio di cui il nome del capitano Alfred Dreyfus è il protettore. Nel romanzo ambientato negli anni ’90, l’omonimo Sir Dreyfus, encomiabile preside di una scuola cattolica, viene condannato per l’uccisione di uno studente allievo. In realtà, la sua unica colpa è di aver tenuto nascosta la propria ebraicità, disconoscendo la stessa famiglia. Un anno dopo, negli Stati Uniti, sarebbe uscito un altro romanzo del filone narrativo sul rinnegamento della propria identità: La macchia umana (trad. di V. Mantovani, Einaudi, 2001) di Philip Roth (1933-2018), scrittore dichiaratamente amato da Bernice Rubens, il cui protagonista, Coleman Silk, stimato insegnate universitario, viene ingiustamente accusato di razzismo. In una spietata caccia alle streghe, l’uomo perderà tutto, e si lascerà cadere senza difendersi, prigioniero del segreto che, anni prima, lo aveva spinto ad allontanarsi dalla famiglia di origine, ossia quello di essere egli stesso un uomo di colore, se pur dalla pelle chiara.

 

In Conversations (1978), il premio Nobel Isaac Bashevis Singer raccontò come per i genitori la scelta dei figli di diventare scrittori fosse stata una tragedia. Per il padre rabbino, la professione di letterato era un inequivocabile sinonimo di meshumed, ossia di colui che volte le spalle alla fede per scrivere contro Dio. Anche se nella sua opera “Dio è occasionalmente buono,” per Bernice Rubens la scrittura non implicò mai la colpa singeriana della maledizione di apostasia, quanto piuttosto l’inappellabile richiamo a una testimonianza necessaria (“Mi sento immonda se non scrivo”). 

È da tale impulso che prende vita L’eredità di Jakob Bindel, per la stessa scrittrice, il suo libro migliore (“perché riguarda le cose che contano”), una saga famigliare dalle tonalità spiccatamente ebraico-orientali, se pur scritto in inglese, e non in yiddish. Un’epopea che attraversa due secoli di generazioni, in una irrefrenabile cavalcata verso un futuro di predestinazione, che parte nell’800 da Odessa, arriva nel Galles, scende in Germania e risale verso l’Unione Sovietica. In un’ottica il più delle volte determinista, Israele del 1978 sarà forse la tappa finale, il solo rifugio, ma l’illusione è tenace e, si sa, intossica, ma di certo non inganna il destino. 

 

Il filo della storia si dipana nella poderosa descrizione della trasmissione, attraverso la linea maschile, della promessa di sopravvivere sempre e comunque che il patriarca Jakob chiede ai suoi discendenti, così come di tramandarla a tutte le generazioni dei Bindel. L’eredità da trasmettere ai più giovani della famiglia si riassume in un semplice imperativo: “Guardatevi dai principi. Abbandonateli.” Perché “non c’è causa al mondo per cui valga la pena di morire,” nessuna patria, nessuna bandiera, nessuna religione, se non l’amore e l’amicizia. E i due fratelli di latte, sulla cui nascita simultanea si apre il romanzo, in un fragore da mito greco, partiranno per sopravvivere a tutto, anche allo sradicamento dal proprio Dio e dalle sue leggi. 

 

 

L’incipit del romanzo è un invito: “Vieni, straniero. Benvenuto alla nostra tavola di Pesach. Nella primavera di ogni anno celebriamo la nostra fuga dalla schiavitù del faraone. Ma questa nostra festa di Pesach è molto più che un omaggio alla nostra storia. È come se non appartenesse affatto alla storia, in effetti, perché è un racconto che conserva una sua inquietante attualità, una sua offensiva relazione all’oggi; perché il memento che recita la Haggadah, “In ogni generazione ogni uomo deve considerare se stesso come se fosse stato lui personalmente a uscire dall’Egitto”, è un monito inutile: Il faraone ha molti nomi e l’Egitto si ritrova in molti paesi

 

Per poter entrare in queste pagine maestose, scritte su un solido impianto ottocentesco, lettori e personaggi dovranno abbandonare ogni speranza e abbracciarsi in una fratellanza, alla quale rimanda il titolo in originale, che non è solo quella di latte, non solo quella dei piccoli ebrei del ghetto, ma dell’umanità intera, straziata dalla storia e dai suoi tanti carnefici. 

Tutto ha inizio sotto una nevicata tipicamente russa, con la docile neve di Odessa che ovatta il giorno d’inverno del 1825 nel quale fu eletto al trono lo zar Nicola I. “Nessuno zar ha mai rappresentato una buona notizia per gli ebrei.” Né lo sarà per la comunità che ruota intorno alla taverna del ghetto dei Bindel (come la strampalata comunità ospitata da Madame Sousatzka aveva il proprio fulcro nella vecchia casa assillata da sfratto e topi, un microcosmo di reietti dall’ordine gerarchico sconvolto, con la Contessa, detta Lo Zio, che, sentendosi “molto più a suo agio a un livello inferiore” viveva nello scantinato, e Jenny, la prostituta che riceveva ai piani nobili). Che sia fuori dal ghetto, che sia al di là del giardino della villa elegante, il mondo dei Bindel resta inesorabilmente circondato da una selva oscura, informe e minacciosa, come un’ombra lunga, armata, dal fiato mefitico. E quando ci si allontana dalla comunità e dall’ebraismo, il destino arriva a colpire, fin giù, anche nei meandri più bui di una miniera gallese.

 

Bernice Rubens era convinta che il segreto dell’Olocausto fosse la sua indicibilità. Per questa ragione, il breve capitolo dedicato ad Auschwitz sarà una scarna descrizione di fatti, perché “qualsiasi aggettivo, qualsiasi metafora, qualsiasi similitudine avrebbe potuto sminuire l’orrore” della catastrofe, trasformandola nella canzoncina da organetto in eco ad Adorno. Se la memoria di un passato di sofferenze definisce l’identità ebraica, lungo il romanzo, l’autrice aveva anticipato lo sterminio nazista attraverso prodromi che si erano susseguiti nei secoli. Ricollegandone i fili fino ai faraoni lontani, la storia dei personaggi di L’eredità è costellata di tutte le manifestazioni del Male che presagirono la Shoah: gli editti, i pogrom, gli incendi, le sevizie, il rapimento e l’arruolamento di minori, gli sgozzamenti seriali, i bambini bruciati vivi nei loro letti. 

 

Nessuna modernità è possibile nella storia dei Bindel, nella quale e ogni prospettiva illuminista fallisce sotto i colpi di un destino che, per il popolo ebraico, è comune, destino dal contagio puntuale e beffardo. “L’ebraismo vivo appartiene alla diaspora, e anche la sopravvivenza?,” si chiede nelle righe finali del romanzo l’ultimo (ultimo?) Jakob. Sì, la risposta è un eterno sì, perché nell’immenso romanzo di Bernice Rubens, la sopravvivenza resta la sola promessa possibile, la sola prospettiva, sintomo estremo dell’esistente che, anche quando tutto è distrutto e offeso dal dolore che giunge dal passato e minaccia il futuro, viene sostenuto dall’illimitata capacità di sopportazione umana, perché, ricordati Lettore, mon semblale, mon frère, che “non c’è causa al mondo per cui valga la pena di morire,” se non l’amore e l’amicizia. 

E allora, vieni, straniero, e riscaldati al nostro fuoco, perché fuori nevica.

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