Braguino o la comunità impossibile

 

La nuova edizione di Fotografia Europea si pone sotto l’egida della  “rivoluzione dello sguardo e della visione” una delle conseguenze che proprio la nascita della fotografia ha determinato. Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie è il tema portante della tredicesima edizione, curata dal Comitato Scientifico della Fondazione Palazzo Magnani

 

Nella taiga la cosa più pericolosa è l'uomo", racconta uno dei protagonisti del documentario, del libro e della videoinstallazione di Clément Cogitore intitolata “Braguino o la comunità impossibile” (2017) in mostra al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia. In queste poche parole pare sia racchiuso il destino dell’uomo: non è possibile vivere in pace con gli altri uomini e in armonia con la natura. Il vuoto della taiga rappresenta il vuoto di questa possibilità. Tutto ha inizio dalla narrazione di un sogno, una premonizione. Poi un elicottero vola su un’immensa foresta. Il rumore dell’elica ricorda quello di una mitragliatrice in azione. Nello spazio si intravede qualche volto umano.  

Braguino è poco più di questo. Un punto sperduto nella taiga siberiana a circa 700 chilometri dal primo centro abitato. Qui vivono i Braguine ed i Kiline. Le loro case sono separate, fra loro non vi è alcuna forma di comunicazione. Il fiume funge da barriera, un confine silente e invalicabile. I Braguine sono cacciatori. Il loro padre e fondatore, Sacha, ha dato vita a questa comunità, da cui prende nome, nel tentativo di sottrarsi ad ogni forma di potere. Essi vivono in armonia con la natura, non la sfruttano, si prendono solo ciò che è necessario per sopravvivere. Per i Kiline è l’opposto. Sono i nemici, i predatori, coloro che si alleano con i bracconieri, “les corrompus”, raccontano i Braguine. 

 

Clément Cogitore, Braguino ou la communauté impossible, 2017 © Clément Cogitore /Mac Val/ ADAGP, Paris 2017.


Clément Cogitore, Braguino ou la communauté impossible, 2017 © Clément Cogitore /Mac Val/ ADAGP, Paris 2017.


Tutto si regge su questo conflitto irrisolvibile. La natura, amata o depredata, non fa che da sfondo ininfluente alla vicenda. La taiga appare come “un puro fantasma occidentale”, afferma il regista, poiché anche negli spazi sconfinati la libertà rimane un’utopia. Le immagini sono avvolte da un’atmosfera crepuscolare, la luce indefinita in cui tutto pare immerso, testimonia l’imminenza di una scomparsa, qualcosa che fugge verso le tenebre. 

E purtroppo non c’è alcuna via di scampo. La storia di Braguino conferma ciò che attraversa tutta la storia dell’Occidente: l’ennesima tematizzazione dell’uso della forza per la conquista e la conservazione del potere. Anche qui la violenza ha una sua elaborazione culturale, che evolve costruendo codici, che a loro volta producono un altro tipo di ordine: da una impossibile assenza di regole a una forma di egoismo, colta nella sua dimensione più crudele e predatoria. Lentamente emerge una certezza: nessun comportamento umano può pretendere di essere esaustivo della sua umanità. I Kiline perché contribuiscono ad annientare i Braguine e questi perché non sono in grado di stabilire una relazione. 

 

Clément Cogitore, Braguino ou la communauté impossible, 2017 © Clément Cogitore /Mac Val/ ADAGP, Paris 2017. Installazione presso il Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia.


Solo in due momenti sembra esserci una possibilità. Il primo è la caccia all’orso. Sacha Braguine percorre sicuro la foresta. Imbraccia un fucile e senza esitazioni spara ad un orso. Poi estrae un coltello con cui lo smembra e deposita il muso dell’animale sul tronco di un albero. “Recitiamo una preghiera per lui e poi lo seppelliamo”, dice al figlio. Compie un gesto di gratitudine. Restituisce una parte di nutrimento alla terra che gli ha permesso a sua volta di nutrirsi. Ora la foresta non è più puro spazio geografico, così come ogni gesto compiuto è un atto simbolico, poiché racchiude la memoria di un mito fondativo, ovvero la scelta originaria di abbandonare la “civiltà”. Poco dopo aver ucciso l’orso, Sacha Braguine alita nella canna del suo fucile in direzione degli alberi, lo suona come uno strumento e restituisce all’aria ciò che prima le aveva tolto con il fuoco: un soffio di vita. 

 

L’isola dei bambini è l’altro luogo in cui potrebbe delinearsi la possibilità di convivenza. Nel mezzo del fiume c’è uno spazio sabbioso che non appartiene a nessuno, dove i figli di entrambe le famiglie giocano in totale autonomia. Sembra che i loro corpi siano impregnati dal vento, dall’odore della taiga, dalla freschezza della foresta. Per un istante pare che possano spezzare le dinamiche del mondo adulto. Eppure, nel mezzo di questo spazio in miniatura, non avviene nessun cambiamento. I bambini non parlano. Si spiano, si controllano, ma non comunicano. Sono testimoni silenziosi del conflitto. L’unico luogo destinato alla socializzazione diviene l’ennesimo spazio di costrizione, quasi lo spazio di una sepoltura. Come la natura, essi subiscono il dominio del mondo adulto. 

 

Le immagini lo confermano. Esse viaggiano e accumulano sotto la loro superficie diversi momenti della vita, collegando istanti lontani gli uni dagli altri. Il sogno dell’inizio è premonitore. In esso è possibile intravedere il futuro: l’assedio, la paura, la fuga. Il documento ha lasciato il posto al racconto, il realismo alla messinscena. L’impressione è che il silenzio della foresta non resisterà alle bombe dei bracconieri. La calma infinita della pianura, il cielo nebuloso, il sonno del grande fiume segnano la fine di un mondo. Braguino è poco più di questo, un punto che diventa visibile, si intensifica e si confonde con il movimento di un tempo impossibile. E, viceversa, questo tempo si manifesta nello spazio. Un cronotopo direbbe Michail Bachtin, “centro della concretizzazione e dell’incarnazione raffigurativa”, anche se purtroppo si tratta di un vuoto, dato da un sistema di relazioni che produce solo impoverimento e diseguaglianza.

Infine sorge un interrogativo: che ruolo hanno le immagini? Possono colmare questo vuoto? Sembrerebbe un’utopia. Guardare il dolore degli altri non ha mai cambiato i destini dell’uomo, da Auschwitz alla Siria. Ha solo mostrato l’impotenza di fronte a questa condizione.

 

Nel caso di Cogitore osservare e mostrare la sofferenza e la paura degli altri non porta né ad una vera disapprovazione, né a compassione empatica. Anche l’effetto anestetizzante ed estetizzante di cui parlava Susan Sontag non si concretizza. Le immagini di Cogitore non sono colme di virtuosismi visivi. La natura non è sublime e l’uomo è distante dalla purezza di una ipotetica condizione edenica. Le sue immagini sono problematiche perché si collocano un istante prima della distruzione, la “sintassi rituale” della violenza viene solo fatta intuire. Esse non spettacolarizzano il dolore, non producono effetti voyeuristici e non innescano processi mimetici. Mostrano, piuttosto, la storia che ognuno di noi conosce alla perfezione, calata però in un contesto fuori dalla norma: se non saremo in grado di cambiare i rapporti tra noi ed i nostri simili e, contemporaneamente, non rinunceremo alla nostra visione essenzialmente antropocentrica, non faremo altro che incalzare il processo di autodistruzione della natura e dell’uomo. 

Le immagini per Cogitore hanno la funzione di resistere al nulla. Sono le tracce mute di un mondo che non esiste più. Tuttavia egli afferma che le fotografie non sono chiuse in se stesse, ma appaiono come “documenti luminosi, grandi lucciole nell’oscurità”. Cosa rimane dunque nei nostri occhi: il riflesso di un mondo inafferrabile che combatte contro la sua scomparsa o quello di una verità agghiacciante che si stende minacciosa sul nostro futuro?

 

 

Mostra: Clément Cogitore, Braguino ou la communauté impossible, a cura di Diane Dufour et Léa Bismuth.

Installazione prodotta da LE BAL nell’ambito del premio LE BAL de la Jeune Création con ADAGP.

Per gli orari: https://www.fotografiaeuropea.it/fe2018/mostra/clement-cogitore/

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