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Copiare significa riciclare e ripetere contenuti generati dallo sforzo intellettuale di un altro, plagiato e depauperato del suo lavoro negandogli i dovuti riconoscimenti.

Si tratta di, parafrasando Umberto Eco nel Trattato di semiotica generale, “falsificare un modo di invenzione” in maniera acritica, riducendo l’atto creativo a una catena meccanica di click – seleziona -tasto-destro- copia – incolla – senza neanche provare a comprendere “le proprietà pertinenti su cui si basa il potere significante dell'occorrenza espressiva”. Insomma, in altri termini, si danno per buone le affermazioni altrui per prestigio o affinità tematica, spesso facendo valere l’assunto principale della post-verità “se è pubblicato online allora è vero”.

 

Il Web ricorda tutto, a tratti anche troppo. Sempre Eco, in diverse occasioni, ha puntualizzato o rischi dell'eccesso di memoria facendo l'esempio di Funes el Memorioso di Borges e caldeggiando l’introduzione di “stelloncini” per segnalare la qualità delle informazioni. Il Web può aiutare a “barare" ma il suo essere un vastissimo bacino di conoscenza lo un'arma a doppio taglio, perché, per dirla con Borges, ogni parola, ogni azione dura “nella sua implacabile memoria”, dunque anche gli indizi utili per risalire al misfatto. Non esiste il “delitto perfetto” in letteratura, scientifica e non, proprio in virtù dei suoi supporti: carta e file registrano ogni traccia e – ironia della sorte – la disseminazione di copie, nel senso di repliche, impedisce la distruzione delle prove.

Copiare uno scritto senza citarlo presenta due punti critici: è una pratica deviante, correlata al reato di plagio, ed esprime un disvalore sia di azione, come si legge nei manuali di Diritto penale, che di oggetto, poiché, in quanto replica o “brutta copia”, non condivide le stesse proprietà semiotiche dell’originale, non debitamente processate e rielaborate, ma soltanto trasposte, collocate diversamente. Ovviamente l’originale, come ricorda lo stesso Eco, o, ancora, Edgar Morin e altri, possiede un valore feticistico che, se debitamente riprodotto, indi con i dovuti riconoscimenti, non subisce variazioni, anzi, può essere accresciuto. Mi riferisco al discrimine tra falso o plagio e replica perfetta, che nei testi scritti potremmo far equivalere a una citazione riportata con i dovuti riferimenti bibliografici e gli adeguati segni di interpunzione, inseriti a seconda delle norme di stesura.

 

La citazione non è uno sfoggio pleonastico di riferimenti intertestuali, né l’ammissione di un non saper fare “da soli”, bensì manifesta una pregevole onestà intellettuale e buone capacità logiche di tipo deduttivo, ossia l'essere in grado di mutuare dalla teoria generale formulata da un altro autore elementi da applicare al caso di studio particolare, sulla scorta di un modello interpretativo. Quest’ultimo passaggio racchiude il nucleo fondamentale di una tesi – riferita a qualsiasi titolo di studio –, cioè una dissertazione scritta dove si dimostrano le ipotesi di partenza in base a metodologie di analisi derivanti da diversi sostrati teorici, plasmati e “aggiustati” a seconda del corpus, in un climax ascendente di accuratezza. Il problema è che tale climax, la maggior parte delle volte, è discendente, tanto che la scientificità si trasforma in un grottesco mosaico di stili e testi di varia natura, destrutturati e svuotati senza pietà per l’autore originale. Chi, come me, legge per lavoro tesi e tesine sa bene a cosa mi riferisco: lo studente medio considera il lettore/docente molto distratto o ingenuo e non gli attribuisce alcuno strumento cognitivo atto a discernere farine e sacchi. Anche di fronte allo smascheramento, con tanto di fonte in calce alla parte copiata, lo studente nega e incolpa il caso, la natura sospettosa e rompiscatole del docente che mal ha compreso le sue reali intenzioni. La memoria, digitale o organica, ha tradito chi si è appropriato dell'opera d'ingegno altrui, rimane come ultima chance la possibilità che quanto segnalato come testo-fonte sia, in realtà, a sua volta una copia, a conferma dei danni causati dal concatenamento del plagio quando non debitamente fermato, in primis la difficoltà di individuare l'originale.

E qui entra in gioco l’importanza dei precedenti, non solo in giurisprudenza, ma in tutti gli ambiti della vita sociale e lavorativa.

 

Se a copiare è chi dovrebbe dare il buon esempio, trasmettendo la differenza tra plagio e citazioni, vale a dire un professore, o, meglio ancora, chi ha il compito di amministrarli, allora quanto detto sinora decade inesorabilmente, perché non si può pretendere il rispetto delle regole, quando è il loro garante a non seguirle. Siamo giunti al caso di Lucia Azzolina, docente e ministra dell'istruzione, simbolo scolastico di questa legislatura, un'attribuzione di valore non pertinente secondo Massimo Arcangeli, che l'ha scoperta con le mani nei sacchi di farina degli altri, da cui ha copiato assunti teorici per poter essere abilitata all'insegnamento. Azzolina ha negato e si è giustificata asserendo che il testo incriminato non è una tesi di laurea, probabilmente per sminuire l'accaduto, bensì di abilitazione, categorizzazione che di certo non la rende meno importante. Nel plagio contenuto in una tesi di laurea ci sarebbe un concorso di colpa tra relatore – reo di non essersi accorto del misfatto – e laureando, mentre in una dissertazione scritta per l'abilitazione si presuppone che, dopo aver macinato un po' di esperienza, chi scrive sia giunto a una maggiore consapevolezza del valore morale e scientifico del testo, soprattutto se finalizzato formare giovani menti, portate per età ed esposizione social mediatica a scegliere la strada più facile, figuriamoci cosa potrebbero inventarsi dopo un tale precedente.

 

Tra i tanti articoli pubblicati a riguardo, ha attirato la mia attenzione Simone Cosimi di Wired, che punta l'indice verso un sistema in cui, anche prima di Lucia Azzolina “non si è mai dimesso nessuno per aver copiato”, a differenza di quanto accaduto in altri stati europei. La pratica del copiare, come fa notare Cosimi, rientra in un “paradigma di comportamento inaccettabile, in cui, in fondo, lucrare sul lavoro degli altri viene presentato come una scelta accettabile” da unire – aggiungo io – alla scarsa cura impiegata nella produzione di tesi e testi scientifici, inficiati dalla credenza – si spera sbagliata – che li vede condannati all’oblio, quindi di non essere mai letti.

 

Insomma, tesi e tesine, nella maggior parte dei casi, annullano il loro significato sin dal momento in cui vengono scritte poiché viene negato prima un lettore modello, trasformato in “nessuno", per cui non si prova né vergogna né pudore, e poi, altro punto cruciale, si rinuncia a contribuire allo sviluppo della comunità scientifica perché la ricerca richiede troppo dispendio di risorse. Tesi e tesine si trasformano, così, in un mero mezzo per perseguire un fine (titoli, abilitazioni, ecc.), per cui è ammessa qualsiasi deroga all'etica. Certo, mi si può obiettare che con i software antiplagio lo smascheramento è garantito, ma a volte, specialmente i docenti, sono traditi dalla mancanza di tempo, dal sovraffollamento di mansioni, dalla buona fede e, oramai va aggiunto, anche da un illustre precedente che rende difficile perorare una buona pratica o un codice comportamentale.

 

Ecco, ora bisogna porsi un problema deontologico: come si fa a riprendere uno studente per aver copiato se la numero uno dell'istruzione ha fatto lo stesso per ottenere incarichi e poltrone?

Per Azzolina il fine ha giustificato i mezzi e di conseguenza lo studente potrebbe essere spinto a seguire un esempio “vincente", tanto di morale non si campa.

 

Tesi e tesine sono mutate in sterili lasciapassare, che esistono perché si deve, perché l’ha deciso la burocrazia. A questo punto forse bisognerebbe riflettere sulla reale natura di questi testi e prendere i dovuti provvedimenti anche in ottica ecologica, date le tonnellate di carta su cui vengono stampati. Va problematizzato il meccanicismo con cui vengono svolti questi lavori, compilativi o sperimentali, da cui vengono escluse a priori l’inventiva e l'apporto individuale, per impiegare meno tempo, meno energie o per altri motivi che mi sfuggono. Il fatto è che il plagio non può diventare norma perché impunito, si tratta di dare valore agli sforzi di chi ha sempre attinto alla farina del proprio sacco. La diffusione della pratica della copia ci rimanda al suo etimo relativo all’abbondanza: di fatto si tratta di una forma di riproduzione, incessante, di cattive abitudini che mal si accordano al bisogno di distinguersi e di affermarsi estrinsecando competenze e creatività. Valori di cui il ministro dell’istruzione dovrebbe farsi portatore per il bene degli studenti e della comunità scientifica del futuro.

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