Domenico Starnone, Confidenza

La prima parola che compare nel nuovo romanzo di Domenico Starnone è “amore”. Segue la definizione di cosa sia per la voce narrante l’amore stesso: “una lava di vita grezza”. Una spiegazione che, per chi è nato ai piedi di un vulcano, come Pietro Vella (stesso cognome del personaggio di Sciascia nel Consiglio d’Egitto), napoletano emigrato a Roma, ha un preciso significato (di Napoli è anche Starnone), ed è una forma di stigma, anche se è da parecchio che il Vesuvio non erutta in modo pericoloso per gli abitanti posti alle sue falde. La lava è comunque un’immagine molto efficace per definire l’amore. La pagina di apertura del libro contiene l’indicazione della temperatura della materia narrativa, che il protagonista andrà a narrare nelle pagine seguenti, temperatura che però non toccherà più, salvo in alcuni passaggi, l’altezza di questo inizio, come se l’esordio contenesse il senso stesso del libro, o almeno di quello che l’autore vuole farci sapere sul suo libro. Confidenza (Einaudi, pp.141), coi due precedenti, Lacci e Scherzetto, costituisce una trilogia dedicata all’amore famigliare e filiale nel primo libro, all’amore tardivo del nonno nel secondo, e all’amore in generale, o meglio: all’amore di sé in questo. I protagonisti dei tre romanzi sembrano tre facce del medesimo personaggio, del medesimo rovello che occupa la loro mente, oltre che la loro vita. 

 

La parola “confidenza” del titolo ha poi almeno due significati, se non di più: da un lato, come spiega il risvolto editoriale, è la comunicazione di un segreto; dall’altro, indica la dimestichezza, la confidenza appunto tra due persone. C’è poi un terzo, o primo e principale, significato: la fiducia riposta in qualcuno, inclusa, stando ai dizionari che riportano le citazioni d’uso, anche la fiducia mal riposta. Insomma, una parola ambivalente o ambigua. Del resto, è ambiguo anche il tema con cui il nostro protagonista ci vuol catturare: lui ha detto una confidenza a una donna, Teresa, che ama, ma con cui ha un rapporto conflittuale; pure lei gli ha fatto una confidenza. Si sono rivelati segreti reciproci, qualcosa mai detto a nessuno. Da lì un patto, per le cose che hanno entrambi compiuto, e di cui si vergognano: saranno consegnate al silenzio reciproco. Questo motivo intorno a cui si sviluppa il romanzo, con il suo fantasma ritornante: Pietro teme che Teresa possa svelare il suo segreto alla moglie, e si sente ricattato da questo. Cosa che nel memoriale di Pietro, che leggiamo, non appare reciproca; e poi non sappiamo il segreto di lui e neppure quello di lei. Una ragione c’è e riguarda la trama stessa; ma non starò qui a rivelarla; si può però accennare al fatto che i tre romanzi di Starnone sono scritti in forma di “memoriale”, di lettera, in forma di racconto diretto a qualcuno o a qualcuna.

 

Tutto questo per dire che il segreto-confidenza è in realtà il MacGuffin di Starnone, un motivo virtuale e pretestuoso dell’intrico, spesso usato da Hitchcock nei suoi film. Lo scrittore napoletano è abile in questo tipo di mossa: gli serve per creare attenzione, e anche distrarre dal vero centro narrativo dei suoi libri, almeno di questi ultimi tre che sono il suo capolavoro – se si esclude il romanzo-mondo Via Gemito, libro da cui si generano le sue storie successive e verso cui collassano come captate da un buco nero. Le prime sette pagine del libro ci mostrano cosa è l’amore-lava. Ci disegnano un Pietro passionale e conflittuale, messo a nudo dal rapporto di sesso e d’amore con la giovane allieva – Pietro è un insegnante, figura canonica dei primi romanzi di Starnone, fantasma figurale che ritorna nelle ultime opere. Poi Pietro diventa “normale”, o almeno seppellisce la sua passionalità sotto altri aspetti; si mostra più mediocre di quello che agli inizi della narrazione sembrava. Da quella pagina 7 sino alle dieci seguenti, assistiamo alla seduzione di Nadia, collega di Pietro, docente di matematica – lui è un umanista –, che diventa ben presto sua moglie. La scrittura di Starnone funziona come un cuore che batte a ritmo basso per gran parte del tempo, poi di colpo accelera, e questo nei punti in cui la storia sembra avere un culmine: si distende e contrae con un ritmo quasi calcolabile; dalle descrizioni degli stati emotivi interiori, e dalle riflessioni a posteriori, si passa di colpo al dialogo diretto tra i protagonisti.

 

 

Un andamento pendolare, che funziona molto bene in libri di meno di 200 pagine, e che è perfetta anche per lo stile della sua prosa cristallina e diretta. I suoi personaggi sono per ragioni diverse, e in modi differenti, dei bugiardi. Non che dicano esplicite bugie, e neppure grandi bugie; praticano piuttosto la tecnica dell’autoinganno, che è consostanziale anche alla loro collocazione di classe: sono dei piccoli borghesi, con famiglie modeste alle spalle, e conflitti irrisolti e irrisolvibili, che trascinano con sé per decenni, come il desiderio di autoannientamento che Pietro cova dall’infanzia stando a cavallo di una finestra. Pietro somiglia ad Aldo di Lacci e ha, in definitiva, il medesimo problema: si sente un mediocre, uno che ha avuto dalla vita parecchio, e tuttavia pensa di non averlo meritato davvero. Si aspetta che da un momento all’altro possa essere smascherato, così il MacGuffin della confidenza non è nient’altro che la proiezione esterna di un pensiero interiore. Una ossessione paranoica? Il professore di scuola media con moglie insegnate ha avuto un colpo di fortuna. Dopo l’abbandono, o separazione, di Teresa, subito dopo la reciproca confidenza, ha scritto un saggio sulla scuola in cui ha condensato i propri pensieri in merito. Pubblicato da una rivista ha messo in moto la macchina della notorietà, lentamente ma in modo inesorabile; lo scritto è diventato un libro promosso da un noto pedagogista e dalla sua casa editrice. Questo lo porta a compiere una sorta di scalata sociale della notorietà, che lo proietta dalla periferia romana, dall’appartamento a Montesacro, al centro di Roma: in un ottimo liceo e casa adeguata. Intanto la moglie Nadia ha subito il mobbing del professore di matematica all’Università di Napoli.

 

Non si è concessa sessualmente e quindi è stata boicottata: finita la sua aspirazione universitaria. Diventa madre di tre figli, una femmina, Emma, e due maschi, cambiando carattere: da disponibile e gentile dei primi tempi, è ora scorbutica e nervosa. Starnone tratteggia con ironia i cambiamenti di Pietro e della moglie, descrive con l’occhio dell’autore di Ex cattedra e Il salto con le aste, primi libri di argomento scolastico, tutto quello che accade intorno a loro. Naturalmente Teresa torna, si palesa, lo incalza. L’ha spinto a quello che Pietro definisce “matrimonio etico”, per cui lo cura a distanza e lo costringe alla fedeltà, come quando è sul punto di avere una relazione con Tilde Pacini, la brillante redattrice della casa editrice, suo editor e accompagnatrice in giro per l’Italia alle presentazioni.

 

C’è da notare che il romanzo è ambientato negli anni Ottanta, prima dell’esistenza di internet, in un mondo consono all’autore, di cui conosce riti e miti, oltre che usanze e forme espressive. Un mondo passato, che corrisponde anche generazionalmente a quello di Starnone stesso. Segno ulteriore di come i suoi romanzi recenti si alimentino della medesima materia autobiografica di quelli passati: ma ripensati nell’oggi. Quale è il senso di questo libro, cosa vuole dirci in definitiva? L’anonimo estensore del risvolto editoriale ha scritto che Confidenza ci racconta “quanto sismico sia il terreno su cui si regge la costruzione della nostra identità”. L’aggettivo “sismico” è analogo alla definizione lavica dell’amore con cui il libro prende avvio, cosa che fa pensare che questa presentazione sia di mano del suo autore. Senza dubbio Pietro Vella pensa di essere un uomo banale; lo lascia intendere in molti punti; di non meritare quel poco o tanto di successo che gli ha arriso, che gli ha reso la vita più piacevole. Si tratta di un uomo che prova un forte senso di colpa. Ma non è tutto qui. Pietro vive nell’idea che prima o poi verrà smascherato, sia nella sua natura pulsionale, di cui Teresa è stata la testimone, sia nella sua natura di “buono”, buono per finta. La vocazione pirandelliana di Starnone, il suo giocare col tema dell’identità, immette nel racconto altri due punti di vista finali, per darci una visione differente dello svolgimento dei fatti, per introdurre due visioni altre e arricchire, così da destituirlo di fondamento, il racconto autobiografico fatto da Pietro. Una tecnica già usata in Lacci, che è probabilmente la parte meno forte di questo ultimo romanzo. Troppo corte e secche queste aggiunte finali, con una questione che riguarda un dettaglio non secondario. Pietro sembra possedere qualcosa di particolare; è una calamita, dice di lui la moglie Nadia: “Ci finisci attaccata e non sai nemmeno cosa è successo”.

 

Per cui tutti, amici, donne, figli, moglie, sono soggiogati dal suo fascino d’uomo mite, che non è in cattivi rapporti con nessuno. Per non soffrire di questa dipendenza, confessa Nadia alla figlia, bisogna trarsi via, staccarsi con forza, mettersi al riparo dal rapporto simbiotico che Pietro tende a istituire. Probabilmente Pietro e Nadia si sono traditi, hanno avuto, nonostante le cose raccontate dal mite insegnante nel suo resoconto, altre storie, per sopravvivere. Il tema del tradimento è il tema centrale della narrativa di Starnone da almeno due decenni: tradimento della classe sociale d’appartenenza, tradimento coniugale e soprattutto tradimento di se stessi. Il senso di colpa attanaglia i suoi personaggi, tutti piccoli borghesi. Nessuno di loro merita il successo che ha raggiunto, qui più che altrove. Pietro è un traditore di sé. Un tradimento senza espiazione, senza remissione, senza soluzione. Ha tradito l’amore-lava per Teresa, che nel frattempo è diventata, una grande scienziata; ha tradito la potenziale amante, Tilde; ha tradito la sua classe sociale diventando un intellettuale; ha tradito la famiglia stando lontano da lei per inseguire il suo successo in giro per l’Italia. In qualche modo si sente un vigliacco, ma un vigliacco perfettamente realizzato. Romanzo senza riscatto e senza discesa agli inferi, Confidenza, non ci racconta affatto “il terreno su cui si regge la costruzione della nostra identità”.

 

Il segreto dei libri di Starnone è quello di apparecchiare le storie senza mai concluderle. Vicino alla fine, quando deve apparire la morale del libro, si dilegua: fa fuggire i suoi personaggi per l’uscita di sicurezza, gli apre la porticina, moltiplicando le trame e i punti di vista, in modo minimale, ma sostanziale. Nessuno dei suoi protagonisti può somigliare allo scrivano Bartleby di Melville, nessuno può pronunciare la celebre frase della sottrazione: Preferirei di no. Non dicono no, perché non hanno neppure detto di sì. Sono sospesi nel limbo del lutto per una inesistente colpa commessa, non una colpa terribile, bensì una colpa piccola, perché sono dei borghesi piccoli piccoli. In Confidenza Starnone raggiunge il suo culmine: descrive qualcosa che conosce molto bene, qualcosa che somiglia a noi tutti, qualcosa che non possiamo rigettare, ma neppure abbracciare fino in fondo. Un moralista, però a metà. E con questo coglie nel segno e ci descrive perfettamente: siamo tutti dei mediocri traditori di noi stessi.   

 

 

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