Due pezzi sull’apparizione

Racconto due spettacoli diversi che hanno in comune il giocare con l’ambiguo, per portare alla luce qualcosa all’inizio celata nell’ombra, con la forza rivelatrice che dovrebbe avere il buon teatro. 

 

Il sadico del villaggio

 

Maurizio Cardillo è un attore che se ne è stato sempre piuttosto appartato, a Bologna, coltivando un’attività di autore che lo ha portato a creare alcuni affilati spettacoli dedicati a testi come La passeggiata di Robert Walser o Il male oscuro di Giuseppe Berto e a scrittori come Canetti, Bernhard, Brancati, Palazzeschi. La sua cifra è un umorismo sulfureo, la ricerca dell’astrazione poetica, che tocca verità profonde partendo da un apparente distacco cinico, da una postura di uomo del secolo automatico che cerca vie di fuga dal disagio, dalla ripetizione. 

Con ll sadico del villaggio – presentato al Festival della Letteratura di Mantova in settembre e di recente al teatro delle Moline di Bologna; una produzione dell’associazione Liberty ideata da Elena Di Gioia per la stagione di Agorà, creata con lo sguardo esterno di Paolo Nori e con gli interventi sonori e luministici di Alessandro Amato – affronta l’opera di Marcello Marchesi (1912-1978). Questo campione dell’umorismo italiano dell’altro secolo, definito da Umberto Eco “il re delle battute fulminati e un genio del gioco di parole”, fu scrittore, sceneggiatore di riviste per Macario, di film per Totò, autore per Walter Chiari, Paolo Panelli e altri nomi popolari. Firmò trasmissioni televisive di successo che i più anziani di noi ricordano con nostalgia canaglia, quali Il signore di mezza età, L’amico del giaguaro e alcune edizioni di Canzonissima (1968 e 1972). Fu copywriter di vari famosi Caroselli, come quelli con Tino Scotti, che dopo infiniti qui pro quo verbali si chiudevano con lo slogan per pubblicizzare dei confetti lassativi: “Falqui: basta la parola!”; come quelli con Virna Lisi per un dentifricio: “Con quel sorriso può dire ciò che vuole!”.

 

Maurizio Cardillo, Il sadico del villaggio, ph. Paolo Cortesi.


Marchesi pubblicò anche vari libri: ma resta soprattutto un battutista geniale, uno che rovesciava le parole, le surriscaldava, le usava per rivelare. E lo spettacolo all’inizio sembra procedere per questa strada: una cascata di calembour, di slittamenti di senso, una nostalgica divertente gita tra sketch pubblicitari d’antan, canzoncine come Bella tardona, barzellette in cui non mancano battutacce che mettono in ridicolo gli omosessuali, spesso sessiste, con “negri” che “barlano gosì”, come ai tempi dell’Impero, con i residui di una cultura italiota e fascistoide che arrivava in onda lunga al dopoguerra del boom economico, della televisione, della pubblicità, della produzione, dello svago di famiglie felici (con l’amante sempre dietro la porta). Ma scopriamo anche una comicità fulminante, arguta, corrosiva, per un nuovo italiano pieno di speranze, smaliziato, che non rinuncia e rinnova antichi caratteri “cazzari”. 

Un turbine di battute, una dietro l’altra, di derive linguistiche che condividono i luoghi comuni, ma anche li smontano, li torcono, come nell’inizio dello spettacolo, composto con lavoro di intarsio da Cardillo sui testi di Marchesi: basta eliminare un apostrofo per cadere dall’augurio-preghiera nella blasfemia: “Dio tassista!”. Una bella parte della cultura degli anni sessanta e settanta scorre sotto i nostri occhi, deformandosi, acquistando distanza e rivelandosi, attraverso quel procedimento di forzatura e esplosione della comune materia del linguaggio, in un lavoro che sembra anticipare per corrosività, senza la sua capacità poetica, un funambolo della deriva verbale come Alessandro Bergonzoni. 

 

Maurizio Cardillo, Il sadico del villaggio, ph. Paolo Cortesi.


Cardillo con questa materia ci gioca consapevolmente: dopo il primo bombardamento di pezzi brevi, brevissimi, una riga, due, tre al massimo, al fulmicotone comico, si blocca e chiede agli spettatori: “Ma è tutto così, lo spettacolo? Sì, è tutto così”. Aggiungete che lui, in vestito nero e cravattino, è immobilizzato su uno sgabello, seduto prima, poi più sbracato, quindi disteso come in sonno, in equilibrio precario sempre sullo sgabello come in un sogno, come in una gabbia di parole e barzellette, inchiodato a tenere la nostra attenzione per piccoli scarti, per cambi di tono, per tempi comici (sublimi). Marchesi, come le sue parole, diventa una prigione, quella che siamo stati, quella che ci portiamo ancora dentro, e una nostalgia, come tutte le nostalgie velenosa, ma desiderata, “un flusso di incoscienza” come scrive l’attore nelle note di sala. In quel divertimento rivela una costrizione, una coazione, una sofferenza che diventano anche nostre, simile al nostro esilio in una lingua che ci parla, in un sistema di cose e di consuetudini che ci agitano, ci sognano, ci divorano, mentre sembrano farci svagare. 

Uno spettacolo da vedere e rivedere. Che i teatri non dovrebbero esitare a invitare.

 

Teatro delle Ariette, Trent’anni di grano, ph. Stefano Vaja.


Trent’anni di grano

 

Il Teatro delle Ariette sembra sempre uguale a sé stesso. Stefano Pasquini e Paola Berselli, con la presenza scenica spesso muta di Maurizio Ferraresi, dai tempi del fortunato Teatro da mangiare? (2001) raccontano principalmente una sola storia: quella della loro vita, di attori ritiratisi in campagna ai tempi del riflusso dopo i sogni di cambiamento politico degli anni sessanta-settanta, che coltivano al terra, stupiti dal ciclo della natura, dal silenzio della notte, dagli animali, dall’irrompere dei ricordi e degli addii, dalle piccole grandi cose che accadono; e quella del loro teatro autobiografico, consumato con gli spettatori, come un dono reciproco, attorno a tavole di forme diverse, con cibi sempre variati, quasi sempre prodotti nel loro podere. Per i vent’anni del loro matrimonio avevano composto un lacerante diario a lume di candela, Matrimonio d’inverno, mesi passati osservando la campagna gelata, i sentimenti che cercano di conservare calore, gli animali che apparivano di lontano, in cerca di cibo, le tracce di una vita insidiata dalla morte… Negli ultimi lavori hanno narrato la loro coppia invecchiata, i litigi, i contrasti, ma anche la fede che qualcosa di profondo c’è, nell’amore di coppia di Stefano e Paola, nei ricordi, nei progetti, in quel rapporto di vincolo con la terra e di fuga nelle tournée teatrali, nell’incontro del mondo con l’arte.

 

Nell’ultimo lavoro, Trent’anni di grano – visto al LabOratorio di San Filippo Neri per la stagione di Mismaonda, a Bologna, e presentato per la prima volta a Matera Capitale europea della cultura 2019 – ritorna un anniversario: questa volta sono tre le decadi di matrimonio, e ricompare la forma diario, questa volta d’estate, fatti e sentimenti annotati mentre preparano lo spettacolo, intrecciandoli con la semina del campo, con la scoperta che un albero che non dava frutti da tempo e produce ancora albicocche, con la morte della vecchia pony e la nascita di due ochette covate da una gallina francesina… E altre storie di risvegli nel calore di luglio, di arsure, di viaggi a Matera, di scoperta del pane materano, dell’osservazione di un campo di grano sulla strada provinciale per Cassano delle Murge, nei vari sopralluoghi prima verde, poi trebbiato, con le stoppie… 

 

Teatro delle Ariette, Trent’anni di grano, ph. Stefano Vaja.


Intanto cucinano, o meglio tirano e mettono a scaldare tigelle, piccoli pani bassi della montagna emiliana che si farciscono con salumi o con strutto o con altro. Gli spettatori, come sempre, sono dietro tavoli, questa volta bassi, come quelli al centro dove Stefano tira le tigelle e Maurizio le riscalda in ginocchio, come in una preghiera, mentre Paola racconta, legge il diario, fa scorrere giorni che all’inizio sembrano sempre uguali, quelli già ascoltati in altri spettacoli.

E proprio quando sospetti di essere davanti a una formula che si ripete, arriva l’artigliata: quel campo di grano delle Ariette, troppo piccolo per essere trebbiato, quelli con le macchine si rifiutano, loro se lo falciano. Ti spiegano come separano i chicchi dalla pula con le mani, in casa, e ti offrono una spiga, per provare. E allora, nell’incerta luce solo delle candele, ti accorgi che si muovono su un tappeto di granelli, di chicchi di un grano duro, portati da Matera, carichi di sole. Il diario si avvia a parlare di vecchiaia, di desiderio d’amore anche se si sono superati i sessant’anni durante un infinito viaggio nel traffico verso la Lucania, con le strade intasate dal traffico delle ferie. E il sole della campagna, che non conosce vacanze, un pomeriggio magico al mare, regalato, e il distendersi, nel calore o mentre arrivano i primi venti d’autunno, sulla terra, come il grano, sembrare lasciarsi morire o abbandonati all’aria, al tempo che passa e torna….  

 

A Matera, l’ultimo balzo, nel campo arato, terra che aspetta l’inverno. In un piccolo angolo un ciuffo di grano è già germogliato, verde, carico di speranze. Un rapimento nella sospensione, nella meraviglia, un ritorno a sé, che si chiude, come sempre nei loro spettacoli, guardando gli altri spettatori, condividendo le tigelle che vengono servite, il vino, i sottoli e i sottaceti, chiedendo al vicino di passarti qualcosa, chiacchierando con Pasquini che racconta di modi di fare il pane e in realtà vuol dire semplicemente: vi abbiamo portati alle soglie del mistero, di una vita intessuta di desiderio che aspetta il segno della volpe solitaria, l’amore e la morte. Ora è il momento di guardare l’altro, il vicino: per rendere meno angoscioso il passaggio, per ritrovarsi ritrovando.

 

L’ultima foto, di Stefano Vaja, riprende un momento di Trent’anni di grano del Teatro delle Ariette.

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