E tu, torneresti in Marocco?

«Quando torno nel villaggio dei miei genitori in Marocco mi sento strano: i miei amici dicono che non sono un uomo, che me ne sono andato, che li ho traditi»: Mahmoud è uno di quelli che parlano di più in quest’ora che dedichiamo alla condivisione della loro visione del film My name is Adil, di Adil Azzab, Rezene Magda, Andrea Pellizzer (2016: Gabriele Salvatores ha promosso una campagna di crowdfunding perché riuscissero a girarlo) visto in una proiezione del cinema di quartiere per le scuole. Veniamo da una settimana molto dura, in cui tutti i professori hanno detto basta al continuo boicottaggio che lui e altri quattro compagni attivano ogni ora contro di noi. Noi chi? Noi gli europei, noi i bianchi, noi che li trattiamo male, che li trattiamo come stranieri, noi che viviamo meglio di loro, che siamo più ricchi di loro e vogliamo educarli ai nostri valori asfaltando i loro. Questo è quello che tre o quattro dei maghrebini di una classe con due italiani pensano con convinzione. La collega che sta svolgendo con loro un percorso di rigetto di ogni razzismo e di inclusione di ogni diversità prepara a casa con ore di lavoro delle schede per lavorare in classe, e loro gliele strappano in faccia. Quando parlo della Shoah Rashid 1 e Azar ad alta voce dicono che non vedono l’ora di avere 18 anni per potere andare in Palestina «ad ammazzare tutti gli Ebrei». Poi mentre ospitiamo qualche allievo di un’altra classe, smembrata per l’assenza improvvisa di un prof, denigrano senza pietà un compagno cinese. Perché, chiediamo? Cos’ha un cinese che non va a voi che vi sentite discriminati da noi che vi parliamo di accoglienza? Cosa vi fa così sordi e sordidi, in quei momenti?

 

 

Mentre parliamo di Adil, che da bambino sogna di scappare dal suo destino di pastorello nella polvere della provincia marocchina, loro si sentono come Adil: erano felici bambini nei loro villaggi; Rashid 1 ricorda che era facile uscire di casa, andare davanti alla casa degli amici, fischiare e trovarsi insieme a giocare a pallone, a fare la lotta senza farsi veramente male, rotolando nella terra secca, correre, correre, tornando a casa al tramonto; nessuno si faceva male, la mamma ti voleva a casa per la cena ma non ti imprigionava con la paura del peggio, come accade qui in città, in Europa. Eppure, quando tornano là, d’estate, non è più come prima. Ma tu, Rashid 1, torneresti a vivere in Marocco? Ci pensa a lungo, per lui molto a lungo, per molti secondi: «No, non ci tornerei più». Perché? «Perché ormai non riuscirei più a fare quella vita, perché non riuscirei ad avere questi vestiti, ad avere quello che ho in città, e perché là non sono più uguale ai miei amici».

 

 

Rashid 2 è certo: «Là non mi sento più come loro, qui mi sento uno straniero. Non capisco tante parole in italiano, a volte mi scappa il senso di una frase, mi sento sfigato e allora sto zitto, e mi monta la rabbia». Azeeza, che studia, che ha i genitori in Marocco e vive qui con fratelli e sorelle, l’altra mattina si è indignata quando ho detto «io non conosco l’arabo, sapete una lingua più di me, ma ora siete qui, e questa lingua vi servirà per vivere meglio qui, per farvi capire e capire; se andaste in Germania dovreste imparare il tedesco, o il francese in Francia, o l’olandese in Olanda»; si alza in piedi e urla che l’arabo è una delle lingue più parlate al mondo e che lei non smetterà mai di parlarlo, perché l’italiano si parla solo in Italia mentre l’arabo si parla in tanti Paesi in Nord Africa e in Medio Oriente! Scroscia un applauso di entusiasmo e sostegno per la pasionaria, Mahmoud si getta alla cartina politica affissa al muro e conta i Paesi in cui si parla l’arabo: «Marocco, Tunisia, Algeria, Libia, Egitto, Palestina, Libano, Giordania, Iraq, Siria, Arabia Saudita, Yemen, tutti gli emirati: più di dieci Paesi!». Altro applauso.

 

Io non sono contro di voi: se Rashid 1 ha preso già più di cinque note disciplinari è perché è stato razzista senza motivo con un compagno cinese; perché ha deriso una compagna perché sovrappeso e africana; perché ha detto che Rasha è innamorata di Zahir; perché in un intervallo giro lo sguardo e lo vedo inseguito dalla timidissima e sempre immobile Helena: perché? Il collega di sostegno mi prende da parte e mi dice che Helena ha scritto un biglietto d’amore a Rashid 1 chiedendogli se voleva essere il suo ragazzo, e lui le ha riso in faccia e l’ha sputtanata in classe. Rashid 1 – gli dico sottovoce a quattr’occhi – non si fa così con una ragazza: non puoi deriderla se lei ti apre il suo cuore, non puoi prenderla in giro con i tuoi amici, non è gentile, non è bello! Perché hai fatto questo? Lui mi spalanca gli occhioni scuri di bel ragazzino e questa volta non nega l’evidenza: «Prof, voleva che accettassi? Che stessi con un cesso come lei?». No, Rashid 1, non volevo questo, e cesso a una ragazza non si dice.

 

 

Rashid 2 e Rasha dicono che in Marocco e in Egitto la scuola è spietata: i ricchi sono aiutati a casa e vanno avanti; i professori sono severissimi, e ti danno insufficienze a raffica se non ce la fai, nessuno ti aiuta, e dopo qualche anno tutti lasciano la scuola e tornano a lavorare nei campi o nei mercati, o ad aggiustare biciclette. Rasha e Azeeza non torneranno là: «Se hai una maglietta e non porti il velo, dopo un po’ che passeggi, con tua madre o con tua sorella, uno, due, tre maschi cominciano a seguirti in frotta, non ti mollano più, ti toccano la spalla, il braccio, non ti danno tregua; così là non possiamo uscire se non ci accompagna un maschio grande, qui in città siamo più libere, qui le donne vengono rispettate di più». «Però – dice Rashid 1 convinto di condividere un grande valore – se ti accompagna un uomo nessuno osa avvicinarsi e toccarti, perché per le donne oneste noi arabi abbiamo un grande rispetto».

 

A volte ammutolirei, per lo scoraggiamento. Ma zitto non posso stare. Tu, Mahmoud, torneresti? «No, no, neanch’io, siamo troppo poveri laggiù, non possiamo comprarci niente. Qui siamo poveri ma possiamo vestirci come gli altri, fare le cose che fanno gli altri». Mahmoud ha un iPhone 5, e fatico ogni mattina a fargli spegnere gli iPods lampeggianti con cui entra in classe. Rasha dice che le piace tornare d’estate nel villaggio originario dei suoi genitori, «perché ho tante sorelle, cugine, amiche, zie, nonni, tanta gente, e quando esco li incontro tutti e passo sempre una bella giornata. Qui posso uscire, il pomeriggio, ma dove vado? Devo studiare, e comunque da chi andrei? Non conosco nessuno, qui».

 

Non riesco a capire perché il pomeriggio non si vedano, tra compagni, per studiare insieme: non lo fanno, perché nella loro cultura la famiglia è tutto, e la famiglia, qui, torna mononucleare, papà e mamma se sono fortunati lavorano fuori tutto il giorno, e quando tornano a casa li vogliono a tavola con loro. Non c’è altro salvagente, qui.

Quando infine ricevono una nota disciplinare piangono, e tutta la classe si fa loro intorno in un abbraccio solidale: piangono perché il fratello maggiore, o il padre la sera li picchierà: ceffoni violentissimi, quelli che i padri pastori danno ai figli pastorelli in My name is Adil. Ma quest’ora non hanno fatto casino, non hanno boicottato la nostra voglia di farli sentire italiani ed europei come noi almeno nelle sei ore in cui stanno qui dentro con noi. Rashid 1 non si è seduto in prima fila fissandomi con i suoi occhi pieni di rabbia e di odio perché “ce l’ho con lui”. 

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