Francesco Ballo, cineamatore

Mi chiedono di spiegare chi sia Francesco Ballo. È una parola. Qualche tempo fa, in un breve profilo per il catalogo di un festival, mi spinsi a definirlo «un personaggio leggendario». Era una definizione un po’ ironica, ma anche affettuosa, e Francesco mi telefonò per dirmi che l’aveva molto divertito.

 

Francesco Ballo (dal film di Ilaria Pezone "France. Quasi un autoritratto", 2017).


La verità è che Ballo leggendario lo è per davvero. Lo è innanzitutto per i suoi ex allievi dell’Accademia di Brera, dove ha insegnato per trent’anni. «Dire “Ballo”, qui, ora», ha scritto il critico e programmer Giulio Sangiorgio, «è dire di una persona che è stata in grado di essere guida ed esempio, di farsi amare, seguire, sostenere, dentro e fuori dall’Accademia, insegnando un modo di guardare e di fare». Un magistero testimoniato dai volumi dedicati a John Ford, a Clint Eastwood (è sua, nel 1985, la prima monografia italiana consacrata all’attore-regista, scritta in collaborazione con Riccardo Bianchi), a Jacques Tourneur e soprattutto a Buster Keaton, di cui può essere a giusto titolo considerato il più attento e costante esegeta italiano. «Ci metto molto a fare questi libri, perché i film sono studiati, ristudiati, rivissuti, analizzati inquadratura per inquadratura», spiega Ballo, che si svincola risolutamente dalla dittatura di pallini e stellette: «Daresti un voto alla Madonna del parto di Piero della Francesca o alla Cappella degli Scrovegni di Giotto?… Ma chi sei tu per dare un voto a questi autori, a questi artisti? Prima dai un voto a te stesso».

 

Cinefilo d’impostazione “francofona” («I “Cahiers du Cinéma”, ovviamente, “Positif”, “Présence du Cinéma”... La “via francese” era molto importante. In Italia erano tutti molto legati ai contenuti»), capace di unire in un’unica costellazione Raoul Walsh e Michael Snow, Peter Kubelka e Anthony Mann, Ballo ha da sempre affiancato all’attività d’insegnante e studioso quella di filmmaker: «All’inizio, quando ancora non insegnavo né scrivevo, giravo delle cose. Però mentre giri, scrivi… È un processo parallelo: una volta uno una volta l’altro». Un percorso irregolare, con intervalli anche lunghi tra un film e l’altro, ma che di fatto non ha mai conosciuto battute d’arresto, attraversando forme e modalità diverse (cinema di genere, videoessay, ritratto famigliare, documentario, film di ricerca…) e affidandosi di volta in volta ai più disparati supporti, senza particolari pregiudizi: «Sono partito dalla super8 e dalla Bolex 16mm che mi aveva regalato mio padre [il poeta e critico d’arte Guido Ballo], poi ho usato una VHS compact, una Mini DV e per ultima, adesso, una fotocamera digitale 4K». 

 

Francesco Ballo in "Pietra" (1977-2019).


Per una singolare coincidenza, nel giro di pochi giorni si potranno vedere due tappe di questo percorso proiettate su grande schermo: questa sera il Milano Film Festival presenterà il lungometraggio Pietra, girato in super8 nel 1977 ma rimasto inedito fino a oggi; mentre il 12 ottobre le Giornate del Cinema Muto di Pordenone proietteranno Variazioni di “The Blacksmith” (2018), il tassello più recente della sua pluriennale ricerca sull’opera di Keaton. Due manifestazioni lontanissime fra loro (per nascita, pubblico e scelte di programmazione), lo stesso regista. Possibile? Che cinema è quello di Ballo? 

 

Qualche anno fa, Adriano Aprà ha parlato di cineasti “fuori norma”: ai margini cioè dell’ufficialità cinematografica, indipendenti a livello produttivo e lontani dai tradizionali canali di distribuzione. Talmente lontani, come nel caso di Ballo, da non essere menzionati nemmeno da Aprà. Del resto, con l’eccezione di qualche festival (oltre a quelli citati, merita d’essere segnalato almeno Milano Filmmaker), il suo lavoro raramente è uscito da una cerchia di affezionati happy few. Persino il suo film produttivamente più impegnativo, il lungometraggio in 16mm Quando le ombre si allungano (1996), dopo qualche passaggio festivaliero (Torino, Annecy) è stato inghiottito da un cono d’ombra per riemergere, peraltro saltuariamente, solo vent’anni più tardi. Può darsi che l’eclettismo di Ballo, la sua personalità esuberante, l’abbiano reso poco allettante agli occhi di chi pensa che un cinema «di opposizione e di resistenza» sia per forza di cose sinonimo di rigore ascetico e inappuntabile serietà. 

 

"Quando le ombre si allungano" (1996).

 

Lavorando a stretto contatto con lui (sia davanti alla macchina da presa, come interprete di alcuni suoi film, sia dietro, scrivendo il soggetto di un documentario per la regia di Ilaria Pezone, France. Quasi un autoritratto), ho potuto constatare di persona quanto la pratica cinematografica di Francesco rispecchi la sua personalità. E non soltanto perché nei suoi lavori spesso utilizza come set i dintorni di casa o addirittura il proprio appartamento, ma perché vi riversa le sue malinconie, le sue inquietudini, le cose che lo fanno ridere o che lo fanno pensare. In questo senso il suo cinema può anche essere definito “amatoriale”, a patto di considerare il termine nel suo senso etimologico, come faceva Stan Brakhage (non a caso uno dei filmmaker più cari a Ballo) nel suo manifesto In difesa del cineamatore (1967): «In tempi di produzioni opulente, spettacolari, da cento milioni di dollari, voglio prendere la parola in favore dei piccoli, invisibili atti dello spirito umano, così tenui, così piccoli, che quando vengono esposti ai proiettori muoiono». 

 

Così è sempre stato il cinema di Ballo. Anche per questo è stato emozionante riportare alla luce un film “perduto” come Pietra. È la testimonianza (e al tempo stesso una conferma) della lunga fedeltà a una personalissima idea di cinema: «un cinema di sole immagini, com’era ai tempi di Lumière». L’omaggio al noir, qui ridotto ai suoi elementi essenziali (il detective, il gangster, la ragazza in fuga, il pedinamento, la morte violenta), recupera le cadenze del muto per trasformarsi, a tratti, in una sorta di flânerie attraverso Milano; mentre gli attori, reclutati fra parenti (il protagonista da anziano, che apre e chiude la vicenda in un ipotetico 2031, è interpretato dal nonno di Francesco) e conoscenti (il gangster è Emilio Tadini, uno degli amici di papà Guido), danno a Pietra il calore vagamente naïf dell’home movie. «In questo film c’è già molto di quel che ho fatto dopo: è sorprendente», commenta Ballo, ventisettenne all’epoca delle riprese nel doppio ruolo di regista e attore protagonista: «Il nome ”Pietra” è la traduzione letterale di “Stone”… È un tipo di antieroe solitario che ritorna in altri miei film, per esempio nel corto Non si dia la colpa a nessuno e in Quando le ombre si allungano, con i quali mi sembra che Pietra formi una specie di trilogia. Ma ognuno di questi film può anche essere visto come l’attraversamento di una città, una dichiarazione d’amore a Milano». 

 

Da sinistra: Francesco Ballo ed Emilio Tadini in "Pietra".

 

Di nuovo l’amore, insomma. Che nel caso del cinema diventa passione: la stessa, probabilmente, che porta Ballo a smontare frame by frame un film di Keaton. Il desiderio smodato di impossessarsi del singolo film – o forse addirittura dell’intera storia del cinema, per scomporla e ricomporla. Questo atteggiamento di Francesco mi spinse, in un’occasione, a definirlo un “manierista”. Rimase un po’ interdetto. A sostegno della mia tesi gli portai altri elementi, come il suo rapporto ambivalente con la tradizione, un certo gusto per il pastiche e la stilizzazione, l’antinaturalismo (uno dei suoi scrittori prediletti è Julio Cortázar), lo humour talvolta ilare e talvolta melanconico. Non ci fu niente da fare: la definizione continuava a non persuaderlo. E forse aveva ragione. Non c’è alcuna “maniera” nel cinema di Ballo, ma soltanto uno sguardo: a volte divertito, altre ossessivo, sempre partecipe, mai scontato. 

 

 

Francesco Ballo sarà a Milano questa sera, 5 ottobre, per presentare Pietra all’interno della XXIV edizione del Milano Film Festival (4-10 ottobre 2019: qui il programma completo). La proiezione avrà luogo alle ore 19,30 presso The Space Cinema Odeon – sala 6. Con il regista interverranno Alessandro Beretta e Gabriele Gimmelli. Sabato 12 ottobre alle ore 9,00, Ballo sarà a Pordenone, dove presenterà Variazioni di “The Blacksmith” presso Cinemazero, nel corso delle Giornate del Cinema Muto-XXXVIII edizione (4-13 ottobre 2019: programma qui).

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