Gilberto Severini: lettere, cartoline, canzonette

Ho scoperto Gilberto Severini in un sabato di maggio, durante quella che per alcune settimane del 2020 abbiamo chiamato “fase 2”: mi ero sintonizzato sulle frequenze di Radio Popolare per ascoltare la nota trasmissione Sabato Libri, condotta da Roberto Festa, che nella puntata di quel giorno avrebbe ospitato una commemorazione del critico letterario Vittorio Spinazzola, mancato circa tre mesi prima. Mentre aspettavo di ascoltare ciò per cui mi ero collegato, appresi dal palinsesto che nella puntata era previsto anche un dialogo con Gilberto Severini intorno alla raccolta di racconti Quando Chicco si spoglia sorride sempre, pubblicata per la prima volta da Rizzoli nel ’98 e recentemente riproposta da Playground, editore che da anni si occupa di diffondere i nuovi titoli dello scrittore marchigiano e che periodicamente rilancia le sue prove più antiche. Fui subito incuriosito da quella voce pacata e dimessa, leggermente increspata da un brusio di sottofondo, come se l’autore fosse collegato da un luogo lontano nel tempo oltre che nello spazio: già fantasticavo di una cabina telefonica a gettoni o di un telefono a cornetta, una visione, lo avrei scoperto più avanti, di atmosfera perfettamente severiniana.

 

Non so se fu l’understatement di ogni risposta dell’autore o la sua dichiarata (e perseguita) ritrosia per ogni tipo di esibizionismo letterario che mi convinsero a recuperare il libro, fatto sta che divorai sia i racconti presentati che altre sue opere in preda a un raptus bibliofilo nel quale l’entusiasmo monta insieme al piacere della scoperta. 

Le prime prove narrative di Severini, Consumazioni al tavolo e Sentiamoci qualche volta, risalgono alla prima metà degli anni ’80 e sono state accorpate sempre da Playground in un unico volume nel 2019 con un’operazione editoriale particolarmente felice. Voglio sottolineare subito la straordinaria freschezza della prosa di questo autore, che sa resistere allo sfacelo dei decenni ed eludere con grazia alcune zavorre tipiche di certa letteratura dei suoi anni: l’esibita autoreferenzialità, l’ironia permanente, un’attitudine spesso troppo ludica. Severini è il cantore di una provincia reale, quella marchigiana, che assurge a condizione esistenziale; esordiente maturo, fin dal primo libro egli riesce a guardarsi da fuori e a riconoscersi come scrittore di provincia, in una nazione provinciale, in una civiltà, quello europea, a sua volta sempre più marginale, abbandonatasi dopo le illusioni della contestazione all’ebbrezza consumistica di merci e immaginari d’oltreoceano. Come narratore Severini sceglie di non affrescare il suo decennio, quegli anni ’80 che per certi versi sembrano perdurare, preferendo lavorare con l’acribia del miniaturista su superfici più limitate, giungendo a una misura per lui ideale, ossia una sorta di romanzo in forma di cartolina. 

 

Consumazioni al tavolo narra ad esempio la rimpatriata di un quartetto di amici che la vita ha condotto su strade differenti, ritrovatisi per una vacanza all’insegna della nobilitazione culturale nell’estate marchigiana, che muta in fretta nel teatro di una velleitaria battaglia contro i rimpianti e le ipocrisie della mezza età. L’incontro con il misterioso diciottenne Roberto innesca il crescente esasperarsi delle tensioni latenti nel gruppo di amici, svelandone le piccinerie in realtà da sempre evidenti. Il romanzo potrebbe stare tutto qui, sul palmo di una mano, se non fosse per l’estrema abilità di Severini, in grado di restituire profondità e definizione a vicende apparentemente banali, che molta letteratura, e ancor di più molta recente cinematografia, ha raccontato spesso in maniera oleografica e sgranata.

 

La vicenda è narrata dal punto di vista di uno dei quattro amici, Alberto, cronista coinvolto e disincantato, che alterna i suoi resoconti di questa disastrata parentesi estiva a lettere senza risposta inviate a una confidente, che permettono al narratore di adottare quel registro intimo di cui Severini è maestro indiscusso, nella doppia accezione di indiscutibile e non-discusso. Le lettere, uno dei mezzi espressivi prediletti dall’autore, rappresentano momenti di ricapitolazione e commento dei fatti, ma anche, ed è ciò che più stupisce, di progressione narrativa, tramite allusioni e riferimenti che guadagnano la propria presenza sulla pagina solamente lungo l’asse emotivo dell’allocuzione. La difficoltà di questa tecnica sta nel dosare con attenzione ciò che si sceglie di scrivere e ciò che si sceglie di omettere, al fine di creare un effetto di pieni e di vuoti che funziona solo se i piatti della bilancia sono perfettamente equilibrati. Severini è abilissimo nel gestire il tasso di allusività della sua prosa, caricando gesti e parole di tensione inespressa, come accade nella statuaria neoclassica, dove un gesto potenziale, appena suggerito, esprime più di un atto compiuto. L’incipit di Consumazioni al tavolo permette di farsi un’impressione del magistero di questa prosa: 

 

L’appuntamento è alle dieci di sera, sotto il loggiato dell’unica piazza che ricordano tutti. Quella dove si fermano gli autobus e planano i piccioni a mezzogiorno per il pasto quotidiano distribuito dagli spazzini comunali. Scena di effetto accertato, sul turista: i rintocchi dell’orologio e il volo dei piccioni in gruppo attorno alla torre, tale e quale alle cartoline che si spediscono a casa. Segnale di sicurezza, di conservazione nel progresso. Ma alle dieci di sera di luglio, la piazza è meno rassicurante e didattica. La chiamano Piazza Spinelli. E una ragione ci sarà pure. (p. 7)

 

Stupisce innanzitutto l’ossessione ritmica che anima questo attacco: è come se l’autore bisognasse di vincolare le proprie esigenze rappresentative a una misura; qualsiasi lettore di poesia, come anche chi abbia frequentato più di due lezioni di solfeggio musicale, non potrà non sorprendersi a diteggiare in più punti l’inesorabile scansione di questo periodare. Un altro elemento che mi sembra notevole è la capacità di selezionare il materiale verbale e di lavorare in levare, scegliendo pochi dettagli di grande efficacia descrittiva, che segnalano l’appartenenza non adesiva a una comunità e che evidenziano al contempo un atteggiamento di leggera sprezzatura, risorsa sempre utilizzata con intelligenza. Infine, la scelta della cartolina come limitata superficie di lavoro e al contempo come immagine patinata e mistificante di una provincia disfatta, che qualche microgramma inciso sul retro ci aiuterà a chiarire. 

 

 

Severini è scrittore più di sintassi che di lessico, più orizzontale che verticale, incatenato a una sobrietà che gli impedisce di sbavare una riga ma che gli consente di trattare i temi più delicati senza mai scadere nella morbosità, dalla difficoltà di vivere l’omosessualità nella provincia italiana alla piaga della tossicodipendenza che ha falcidiato la gioventù di quegli anni: «Sarà la fine del secondo millennio che nelle periferie miete le sue vittime, in una modesta apocalisse molto disinvolta e casuale, senza grandi fedi né grandi martiri, con questa banale pestilenza tecnologica ingloriosa coniugata dal binomio droga e motori?» (p. 63). Come nella migliore tradizione modernista nella prosa di Severini l’insignificante trionfa e dalla giustapposizione delle sue cartoline ‘provinciali’ emerge non già il tanto agognato affresco di un’epoca, bensì la sua immagine minutamente mosaicata. 

 

Con la tecnica del ‘monologo epistolare’ è costruito lo straziante Sentiamoci qualche volta, che racconta un anno di corrispondenza tra il mittente di tutte le lettere che compongono il romanzetto e l’amico Andrea, il primo alle prese con la difficoltosa gestione del suo rapporto con Grazia, personaggio all’altezza delle migliori silhouettes femminili di Delfini, il secondo equamente diviso tra i calcinacci di un matrimonio, i demoni dell’alcolismo e un segreto represso per decenni. Anche da questa prova si evince come Severini non sia scrittore di trama, dal momento che quasi tutto ciò che importa nei suoi libri è accaduto prima che essi comincino; ai suoi amici di penna non resta che interrogarsi a vicenda sul passato e su come affrontare il tempo che rimane una volta consumata una giovinezza trascorsa nella vana attesa di realizzarsi secondo le diverse facce del ‘dover essere’: «Come è utile ricordare ogni tanto che l’eccesso di desiderio ci inganna sempre allo stesso modo, facendoci vittima delle nostre rappresentazioni, servi sciocchi di fantasmi che siamo noi a creare con le paure che vengono da lontano, le delusioni antiche, le punizioni che ci infliggiamo» (Sentiamoci qualche volta, p. 146). 

 

Se la confidenzialità allocutiva tipica del genere epistolare blocca o meglio limita uno sviluppo romanzesco vero e proprio – uno dei motivi che purtroppo hanno contribuito alla mancata consacrazione di questo autore presso un pubblico più ampio –, la scrittura guadagna invece un’inesauribile felicità all’interno dei minimi perimetri entro i quali scegli di muoversi. Le lettere nei libri di Severini sono spesso senza risposta e le risposte, quando ci sono e non sono integrate in forma allusa o indiretta, spiccano per significatività nell’economia dell’opera; questa tendenziale unilateralità diluisce il rischio di patetismi attraverso un ulteriore differimento di una comunicazione già di per sé asimmetrica. Come asserirà uno dei suoi personaggi: «Infine la distanza nel tempo e nello spazio che la lettera deve attraversare costringe ad affrontare argomenti che abbiano senso anche oltre quella distanza e quello spazio» (Quando Chicco si spoglia sorride sempre, p. 55). Severini appunta e non progetta: anche nella loro forma finale i suoi libri rispettano fino in fondo questa genesi frammentaria senza nasconderla o mascherarla sotto insostenibili ceroni. 

 

Tutte le opzioni emerse fino a qui sembrano indicare una via che risale ostinatamente la corrente del postmodernismo di fine secolo e che oggi più di ieri può offrire molto non solo ai lettori, ma anche a giovani scrittori in cerca di modelli da studiare: il manierismo atticista di Severini, la sua capacità di osservazione e l’estrema sensibilità nel descrivere i rapporti umani lo rendono molto più di uno scrittore da etichettare a seconda delle necessità come ‘minimalista’ o ‘crepuscolare’, come testimonia Quando Chicco si spoglia sorride sempre. Nella raccolta del ’98 tornano atmosfere, tematiche e posture già incontrate nei libri precedenti – si vedano gli emblematici racconti epistolari Casella postale e Farfalle –, ma emerge con più chiarezza uno degli interessi dello scrittore di Osimo, vale a dire l’impatto delle tecnologie sull’umanità di provincia che abita le sue narrazioni. Il discorso mediatico, tuttavia, non monopolizza mai questi racconti e non raggiunge l’esasperata monomania che si riscontra ad esempio in certe prove della generazione cannibale o degli araldi letterari della mistificazione universale.

 

Ciò che Severini tenta di fare in Quando Chicco si spoglia sorride sempre è di verificare l’acclimatamento dei suoi personaggi geneticamente marginali alle nuove realtà tecnologiche, senza per questo snaturarsi o perdere in riconoscibilità; così accade nel primo gruppo di racconti della raccolta: in Radiosa entrò la radio il cicaleccio sanremese inizia a imporsi attraverso la radio nelle case italiane del secondo dopoguerra, ridefinendo le gerarchie vocali dell’intimità domestica; in Elvira al telefono l’epifania tecnologica di una vecchia operaia di filanda che ‘scopre’ il telefono diventa inaspettata occasione per riflettere sul significato dell’amore; nel meraviglioso Primi passi un gruppo di studenti tenta di liberarsi dalla goffaggine nel ballo con l’aiuto di un giradischi al fine di conquistare le coetanee. 

L’apoteosi di questo esperimento si ha però nel racconto che fornisce il titolo alla raccolta, il più lungo insieme a Casella postale, nel quale una donna di mezza età riflette in itinere sulla natura della propria relazione con Chicco, un amante androide in tutto simile a un essere umano.

 

Quale aggettivo calza meglio per descrivere questo rapporto? Amoroso? Sentimentale? Fatto sta che il vincolo instauratosi con il perfetto, instancabile, indeperibile Chicco permette alla narratrice di prendere coscienza dello scorrimento della propria vita e fa maturare in lei nuove consapevolezze che, come spesso accade in questo autore, hanno a che fare con il circolo vizioso di speranze e rimpianti che regola le nostre vite: così il racconto in apparenza più disumano di tutto il libro diventa il più umano, un piccolo capolavoro. Segnalo di sfuggita la crucialità della riflessione sulla mezza età che Severini compie trasversalmente nella sua opera, additando quel periodo della vita in cui, con Leopardi, l’arco della memoria diventa più lungo dell’arco della speranza, spiegando così come il ricordo della giovinezza possa mitizzare una provincia in realtà da sempre ottusa e inospitale: in fondo Osimo non dista molto da Recanati. Il discorso obliquo che l’autore conduce sull’incontro tra i suoi personaggi e la tecnologia rappresenta un ulteriore punto di vista per misurare la variazione che quest’ultima introduce (o meno) nel loro modo di relazionarsi con gli altri, con il mondo e con se stessi.

 

La narrativa di Severini ci porge uno specchio per riconoscere e approfondire la nostra umanità, per metterla in prospettiva facendole assumere dei contorni riconoscibili e riducendola a una dimensione per cui il dolore, l’amore, la strage silenziosa delle nostre illusioni ci paiono per un momento mostri più gestibili. Forse anche questo spiega le forme diminutive connaturate alla sua prosa, come le lettere e le cartoline, ma anche le canzonette alonate di nostalgia che sonicchiano nei suoi racconti e che, come scrive il narratore di Sentiamoci qualche volta, ci somigliano «più di tanti libretti e discorsi seri e lunghi». 

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