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Gli Effinger

“È lo storicismo dell'occidentale che Dostoevskij odia. Per lui ogni uomo ricomincia da capo, ognuno torna a porsi gli stessi problemi”, scrive Gabriele Tergit a un certo punto (pag. 663) del suo romanzo Gli Effinger (traduzione di Isabella Amico di Meane e Marina Pugliano, Einaudi 2022). In questa frase è racchiuso il senso di questo libro straordinario, che attraversa la storia della Germania dal 1878 fino al 1948 e che, incredibilmente, si può leggere con un occhio all'attualità, dove l'inizio di una nuova epoca che vede nascere la fabbrica di motori degli Effinger, impiantata tra mille dubbi da Paul, soffre delle stesse incertezze pionieristiche di questa nostra era digitale, la Russia ha le stesse mire imperialistiche di oggi, un personaggio – la dottoressa Koch – antesignana del femminismo, si accorge che "l'ideale di donna tramandato da millenni era determinato dalle esigenze dell'uomo" (salvo poi rimanere affascinata da Hitler) e c'è perfino un capitolo intitolato "L'epidemia" per ricordarci che prima del Covid c'era stata, dal 1918, la Spagnola. I Buddenbrook, cui per varie ragioni questo romanzo viene accostato, esce nel 1901; Gli Effinger fu pubblicato per la prima volta nel 1951, dopo che l'autrice Gabrile Tergit, pseudonimo di Elise Hirschmann (1894-1982), lo aveva scritto e riscritto per più di vent'anni.

 

I temi ricordano quelli del capolavoro di Thomas Mann, che resta irraggiungibile. Il romanzo della Tergit, che si compone di 151 capitoli per un totale di 888 pagine nell'edizione italiana, non è lineare come il racconto della famiglia di Lubecca: la perfezione letteraria di Mann lascia qui il posto a una sorta di sceneggiatura cinematografica, che Netflix dovrebbe saccheggiare. Non c'è trama in senso classico, ma una serie di quadri descrittivi di personaggi e ambienti alla Balzac, caratterizzati da una disparità narrativa (qualche volta, bisogna riconoscerlo, nei dialoghi non si capisce chi stia parlando) per cui è molto utile l'albero genealogico disegnato nelle prime pagine, soprattutto all'inizio: poi i numerosi personaggi acquistano consistenza e riconoscibilità. Il titolo originale è Effingers (con la "s" e senza il "Die"), come se l'autrice volesse parlarci di un prototipo di famiglia, più che di una famiglia specifica. Come se quella famiglia la interessasse per le leggi generali che se ne possono ricavare, quando si vuole restituire il ritratto morale di quattro generazioni di ebrei che passano dalla ricchezza alla rovina, dal rispetto alla persecuzione, sempre mantenendo intatta l'etica spartana inculcata dal vecchio capostipite, l'orologiaio Mathias. Vari capitoli hanno strutture ripetitive, introdotti da una frase ricorrente "Che bella giornata, quel sabato... quella domenica... di aprile... di maggio... del 1887... 1913... 1930... 1948": come Thomas Mann anche Gabriele Tergit usa il leitmotiv per dare unità all'opera.

 

In Mann derivava dal suo profondo amore per la musica (di Wagner soprattutto, famoso per utilizzare questa tecnica nei suoi componimenti), in Tergit sembra rinviare all'assunto dostoevskiano citato che tutto sembra sempre ricominciare, ripetersi, come se la storia non contasse. Il compleanno di Selma Goldschmidt, figlia del banchiere Markus, sposa di Emmanuel Oppner e madre dell'incantevole e frivola Annette, che salderà il destino degli Effinger a quello degli Oppner sposando uno dei figli di Mathias, Karl, scandisce il passare degli anni, con la ripetizione dello stesso rituale. Anche alla fine, con la rovina della famiglia decretata dal nazismo che costringe al fallimento la banca dei Goldschmidt e trasforma la fabbrica di auto Effinger in una cellula hitleriana, Selma si rifiuta di affittare la grande casa ("Come dovrei riorganizzarmi?” chiese Selma. "Toccherà sacrificare il salone grigio o quello rosso". "Impossibile – replicò lei – per il mio compleanno devo avere due sale per ricevere gli ospiti, senza contare che al salone grigio si accede solo dal rosso"). Ancora una volta, come raccontato mille volte, gli ebrei non si rendono conto della catastrofe che sta per abbattersi su di loro, incapaci di realizzare il propagarsi della persecuzione antisemita, loro che si sentivano "prima di tutto tedeschi". 

 

 

Gabriele Tergit maneggia la scrittura affrontando vari registri: il romanzo restituisce una Germania che, all'inizio del Novecento, si stava trasformando in un paese a vocazione industriale (I Buddenbrook finiscono nel 1877, Gli Effinger inizia nel 1878, quando Paul Effinger ha diciassette anni) e la bottega e il commercio avrebbero lasciato il posto alla moderna fabbrica. Nel saggio di Nicole Henneberg che chiude il libro si accenna al fatto che l'autrice avesse frequentato le lezioni di Max Weber: il romanzo sembra privo di pregiudizi ideologici, si parla di proletariato e si cita Marx, ma mai la fabbrica è vista come fulcro dello scontro tra classe operaia e imprenditore. Paul Effinger risponderà con amaro sarcasmo al giudice istruttore nazista che gli contestava surrettiziamente di non aver tutelato l'interesse della ditta: "È vero, le ho solo votato la mia vita" (pag. 868).

 

La simpatia dell'autrice per questa famiglia ebrea capitalista risente evidentemente della concezione dell'etica protestante weberiana, dove la ricchezza e il benessere generati dal lavoro acquistavano un valore religioso. Negli Effinger le idee e le forme dell'industria coincidono con le idee e le forme della vita sociale, per questo Tergit è così abile, anche, a descrivere le feste, le ritualità mondane, i pranzi della domenica, gli arredamenti e cita le riviste illustrate sfogliate dal parrucchiere e la pubblicità, in un affresco di grande modernità stilistica, con personaggi indimenticabili (Sofie, James, Waldemar Goldschmidt, Lotte) di ebrei progressisti, cosmopoliti e socialmente impegnati, che sarebbero stati artefici di una patria ebraico-tedesca se il nazismo non l'avesse stroncata sul nascere.

 

Il tempo narrato subisce un crescendo, gli eventi precipitano quando i personaggi smettono di essere padroni del loro destino, con l'antisemitismo che sembra prima una minaccia silenziosa e remota, per poi diventare portatore di morte e distruzione. Tutti i personaggi sono saldi nella loro fede ebraica, Paul con la sua volontà di sperimentare, la sua lealtà; Waldemar con la sua coerenza che lo porterà a rifiutare di farsi cristiano, come consigliatogli all'insorgere delle prime persecuzioni, perdendo l'insegnamento; Eugenie che apriva la sua casa per le celebrazioni familiari.

 

Il destino che si abbatte su di loro è riassunto in una commovente lettera di addio di Paul, "un vecchio di ottantun anni": dice che l'errore più grave della sua vita fallimentare è stato credere nella bontà umana, quando Hitler chiamava male il bene e bene il male. Ma questo romanzo tragico è anche un grandioso esercizio di ironia e di ottimismo: l'epilogo ci porta nella Berlino devastata del 1948 dove, in un paesaggio di rovine, riappare la vecchia Frieda, la domestica della famiglia Goldschmidt, che "aveva visto portare via tutti", intenta a seminare nel giardino della casa distrutta. "Con l'orto aveva iniziato nel 1945. Ogni volta che piantava nella terra un semino, dubitava potesse davvero uscirne qualcosa di buono, ma poi invece usciva sempre". Il romanzo si chiude sull'immagine della cameriera, con la frase che abbiamo letto molte volte, nel corso dei sessant'anni della narrazione: "Che bella giornata primaverile, quel sabato di maggio del 1948! Che aria mite, verso le sei di sera!".  

 

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