Haroldo Conti, lo scrittore desaparecido

Nel 1956 è stato creato a Buenos Aires una sorta di servizio di sicurezza chiamato DIPBA (Dirección de Inteligencia de la Policía de la provincia de Buenos Aires), sciolto nel 1998. Era nato nel contesto di una riforma della polizia della capitale argentina durante il periodo della Guerra Fredda, legato fondamentalmente alla produzione di informazioni. Si trattava di neutralizzare la resistenza peronista, la sinistra e le organizzazioni sindacali. Il suo compito consisteva nel leggere tra le righe tutte le pubblicazioni e tutta la produzione informativa in generale. Più tardi, durante l’insediamento dell’ultima dittatura (1976-1983) l’archivio della Dirección de Inteligencia de la Policía diventa un importante strumento del terrorismo di stato.

In un fascicolo del 1975 (numero 2516 L), preparato dalla Dirección de Inteligencia de la Policía, viene messo sotto la lente indagatrice proprio l’ultimo libro di Haroldo Conti, Mascaró, che quello stesso anno, il 1975, vince il Premio Casa de las Américas di Cuba. Secondo il rapporto, il romanzo di Haroldo Conti “incoraggia la diffusione di ideologie, dottrine o sistemi politici, economici o sociali marxisti che tendono a sopprimere i principi sostenuti dalla nostra Costituzione Nazionale”. Inoltre, le idee che emergono dalla trama del romanzo vengono classificate come apologetiche nei confronti della rivoluzione e della guerriglia armata. Nel fascicolo si citano esempi testuali e l’informatore afferma che l’autore “mostra un immaginario complesso e fortemente simbolico. Il romanzo”, continua, “è costituito dalle avventure di un gruppo di pazzi che acquistano un Circo (detto del Arca) e percorrono diverse città (tutte in stato di miseria e spopolamento, dove appaiono delle chiese ma nessun prete), e risvegliano nei villaggi che visitano lo spirito di una vita nuova ovvero, si potrebbe interpretare, una vita rivoluzionaria”. Inoltre, il rapporto ribadisce l’orientamento marxista del libro, sostenuto, secondo il lettore, dall’editoriale Casa de las Américas di L’Avana, senza, però, renderlo esplicito.

 

In quell’anno il paese, dopo la morte di Perón, si trova governato dalla seconda moglie, Isabel Martínez de Perón, detta Isabelita, la quale nomina come Segretario di Stato uno dei personaggi più loschi della storia argentina, José López Rega, che due anni prima aveva creato la famigerata Triple A (Alleanza Anticomunista Argentina), un’organizzazione di estrema destra dotata di squadroni della morte e di gruppi paramilitari. Dal 1973 andava effettuando attentati e parecchi sequestri, intensificando la repressione e creando tutti i presupposti per far tornare, ancora una volta, una nuova dittatura. A poco più di un mese dall’insediamento della giunta militare, il 5 maggio 1976 (data che in futuro commemorerà il giorno dello scrittore) Haroldo Conti viene sequestrato nel quartiere di Villa Crespo e di lui non si saprà più nulla. È stato maestro rurale, camionista, pescatore, pilota civile, autore di romanzi e racconti, attore, direttore teatrale, sceneggiatore, professore di latino e filosofia e sovversivo (secondo le forze armate). Prima del sequestro un suo parente, un militare ritirato, gli aveva consigliato di andarsene poiché, si sapeva, era nel mirino dei generali, ma lui non ne voleva sapere di esiliarsi o di andare chissà dove. Sulla sua scrivania aveva scritto un biglietto di proprio pugno che recitava: Hic meus locus pugnare est et hinc non me removebunt (“Questo è il mio luogo di combattimento e da qua nessuno mi potrà rimuovere”), ma i suoi sicari non avevano capito quelle parole e lasciarono il biglietto lì. Alla fine, il suo corpo non verrà più ritrovato, come quello di tanti altri desaparecidos di quegli anni.

 

Letto in questo contesto Mascaró rappresenta un inno alla libertà e alla disubbidienza civile. Dopo la prima traduzione Bompiani del 1983, oggi viene riproposto per i tipi di Exòrma, con un’ottima traduzione di Marino Magliani, che due anni fa aveva tradotto lo splendido Sudeste, ambientato nel delta del fiume Paranà, uscito con lo stesso editore. Nella Prefazione di Gabriel García Márquez che precede il testo, scritta nel 1981, e proposta in quest’edizione, troviamo i vari momenti che portarono al sequestro di Haroldo Conti. E tra le varie vicende che racconta García Márquez c’è un riferimento al famoso e polemico pranzo organizzato due settimane dopo il sequestro di Haroldo Conti dal recente presidente de facto Jorge Rafael Videla nella Casa di Governo.

 

 

In quell’occasione Videla aveva invitato quattro prestigiosi rappresentati del mondo culturale argentino: Jorge Luis Borges, Ernesto Sabato, Horacio Ratti (presidente dell’Associazione argentina degli scrittori) e padre Leonardo Castellani. Durante il pranzo, Leonardo Castellani solleva il problema della scomparsa di Haroldo Conti e di altri undici scrittori, ma non ottiene nessuna risposta da parte del dittatore Videla, pur sapendo che era stato sequestrato e torturato. Da questo discusso incontro è stato tratto un film uscito nel 2015, intitolato El almuerzo, per la regia di Javier Torre (il film inizia con la sera del sequestro di Haroldo Conti, quando ritorna a casa e trova i torturatori che lo aspettano).

 

Come in altri testi di Haroldo Conti, anche qui compaiono personaggi e situazioni che ritornano e attraversano i suoi libri. Se in Sudeste il Boga, per esempio, si ritira a una vita solitaria e errabonda nel delta, in Mascaró sarà Oreste, un giovane in cerca di avventure, che girovaga per la pianura insieme a una ciurma sgangherata di circensi. All’inizio lo troviamo in un paese di nome Arenales con un gruppo di musicisti mentre attende l’arrivo di El Mañana, una nave zoppicante che lo porterà, da lì a poco, a Palmares, un altro paese di baracche sperduto sulla riva del mare. Pian piano e prima di imbarcarsi iniziano a entrare in scena altri personaggi che determineranno la sorte di Oreste: il Principe Patagón (poeta, attore, mago, alchimista, indovino e ministro – di cosa? Di tutto, praticamente un imperatore), anche lui diretto a Palmares con l’intenzione di prendere possesso di un circo ambulante. Prima della partenza di El Mañana entra in scena anche Mascaró, alias Spaccapalle, alias Cacciatore americano o Joselito Bembé (anche lui come tutti i personaggi cambia il nome con il tempo e a seconda delle circostanze). Da quando parte la nave da Arenales il romanzo non ha più un protagonista unico, ma diventa un testo corale che coinvolge tutti, oppure, si potrebbe dire, il protagonista diventa il circo stesso, chiamato El circo del Arca: un intreccio di scapestrati che si aggirano come nomadi per la pianura alla ricerca di un nuovo modo di stare al mondo. Non sono in viaggio; il viaggio, verrebbe da pensare, presuppone un punto di arrivo e loro vanno alla deriva, senza meta, tra i posti che in passato avevano visto il nomadismo degli indios che si spostavano con tutto il loro accampamento dietro: “E adesso cosa c’è più avanti?” chiede il Principe a un uomo solitario che trova per strada. “Dipende”, risponde questo. “Diritto avanti non c’è niente. Alla tua sinistra c’è Horqueta, alla tua destra Tres Sargentos. / Il Principe guardò Bocca storta. / Che facciamo? / Non fa differenza. / Dei tre, qual è il più vicino? – chiese all’uomo. / Più o meno è lo stesso. / Secondo te qual è il posto migliore? / Nessuno”.

 

Nei paesi in cui arriva, il circo crea sempre scompigli, a volte sveglia le coscienze e alcuni decidono di arruolarsi, come Maruca o Sonia la veggente o La ballerina orientale, una donna dal fascino erotico che ingrassa e ringiovanisce allo stesso tempo (di fatto si allarga così tanto che fa fatica a salire sul carrozzone). Anche il nano Perinola, un clown felliniano, come d’altronde lo è tutto il libro, subisce delle trasformazioni: con il tempo sembra rimpicciolirsi ancora. Forse l’aspetto più fantastico del romanzo è l’apparizione di Basilio Argimón, l’uomo uccello, che compare mentre la carovana attraversa una sterminata pianura e in lontananza il Principe vede un punto in cielo che inizia ad avvicinarsi. Basilio Argimón è un Icaro moderno, solitario e sognatore, che vola sopra le teste dei circensi che sono saliti sopra il tetto del carrozzone per vederlo meglio. È una scena memorabile, ben rappresentata nella trasposizione cinematografica del libro da parte del registra cubano Constante Diego che nel 1992 con il suo Mascaró, el cazador americano, si aggiudica il premio Cartagena Film Festival in Colombia.

El circo del Arca è l’unico filo che mette in contatto i diversi paesi isolati e spopolati che trova disseminati in quel luogo. Il suo arrivo crea una sorta di rovesciamento, per cui i nullafacenti che vengono accolti diventano la forza lavoro. Dunque, il circo, si potrebbe dire, recupera quello che la società produttiva scarta: i personaggi esclusi ed emarginati, che non riescono più a fare parte di un sistema organizzato. Forse è questo l’aspetto rivoluzionario che coglie il lettore del rapporto per denunciarlo. Capisce che in questo cammino utopico e carnevalesco si nasconde lo spirito di una vita nuova e rivoluzionaria.

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