I soldati di Giulio Trasanna

Immaginate un pugile, che, una sera, invece di salire sul ring, se ne sta tranquillo a casa, semplicemente perché s’è scordato di combattere. E perché poi s’è scordato di combattere? Perché qualcuno gli ha messo tra le mani una copia di Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche e lui, il pugile, si è gettato così a capofitto nella lettura da dimenticare tutto il resto, combattimento compreso.

Il fatto non è inventato. Il pugile ha un nome e un cognome. Si chiamava Giulio Trasanna. Nato in Svizzera (nel 1905), cresciuto a Udine, vissuto a Milano, dove conobbe fior di scrittori e intellettuali (Sereni, Treccani, Visconti, De Grada e altri) e morto all’ospedale civile di Angera, riva sinistra del Lago Maggiore, nel 1962. Salvatore Quasimodo lo ricordò in un articolo il cui titolo, assai eloquentemente, suona Un poeta morto di stenti.

 

Un emarginato dunque, o, quanto meno, il classico esempio di outsider, di scrittore autodidatta lontano dalle tertulie, chiamiamole pure cricche, o non abbastanza integrato in esse per poter emergere quanto meritava. Nonostante ciò riuscì ad esercitare ugualmente un suo efficace magistero su alcuni giovani dell’epoca, tra i quali spicca il poeta milanese Franco Loi, che gli ha dedicato un commosso ricordo nella sua autobiografia, Da bambino il cielo, uscita nel 2010.

Ora, di Trasanna, esce per Pequod un volume originariamente pubblicato da Guanda nel 1941, Soldati e altre prose, a cura e con un pregevole saggio di Riccardo Donati. Accompagnano il testo cinque recensioni dell’epoca.

Si tratta di quindici capitoletti, a loro volta divisi in tre parti. Le prime due, come facilmente lascia intuire il titolo generale, parlano di guerra, della Grande Guerra. L’ultima invece è consacrata a una descrizione del Friuli rurale.

 

Ma il lettore non si deve aspettare una ricostruzione dettagliata di fatti, con date e numeri e nomi. No, no, tutt’altro. Basti una sola citazione per capirsi: l’esplosione della polveriera di Sant’Osvaldo, a Udine, avvenuta il 27 agosto del 1917 (menzionata anche da Gadda nel suo Impossibilità di un diario di guerra all’interno del Castello di Udine) viene definita, nel capitoletto Retrovie, “quel gran pandemonio oltre la ferrovia”. Causato forse dal “sassolino nero di una bomba”, forse da una “spia venuta da quelle parti con una scatola di zolfanelli”. Certo è che le granate s’infiammarono fra loro. Le pareti delle case furono trasformate in “farina desolata”.

Come si vede, i fatti sfumano nell’indistinto del mito, assumendo una dimensione favolosa, leggendaria.

Non c’è spazio per gli eroi in queste pagine. I protagonisti sono masse in movimento. Reggimenti che si fanno pietre. Armate che respirano. Famiglie di profughi. Moltitudini che avanzano verso un ponte, come maree “per luna alta”.

Paul Fussel, studioso statunitense della Grande Guerra, ha fatto risalire proprio a quel conflitto un abito mentale dicotomizzante permanente, che si può riassumere nella perenne contrapposizione tra noi e loro. Noi siamo da questa parte, il nemico, loro, dall’altra. Noi siamo individui con nome e identità personale, loro sono l’indistinto. Noi siamo visibili. Loro no, tramano nell’ombra. Noi siamo normali, loro sono grotteschi.

 

Ebbene, in Trasanna, niente di tutto questo. 

Ecco, invece, come suona il suo dettato (capitoletto Popolazioni): “Un gran fiato di riposo allargava le due patrie militari. Affondando nei tracciati dei fossi, sfalciando i prati pei giacigli, dormendo e sparando lungo i giorni invernali, gli asburgi [sic] attendevano nei freddi bianchi le sorti immani dei reggimenti e delle famiglie lontane. I nostri dopo la sfiatata corsa dall’Isonzo, ora stendevano parapetti e muri dalle sponde paludose alle alture montane. Confusi nelle nuvole alpestri o nelle anse della piana, ovunque appendevano fucili nella quiete boschiva o sulle porte delle chiese”. 

Come si vede, i nostri e gli “asburgi” sono accomunati da un unico “gran fiato di riposo”. Non c’è dicotomia. Nessuna contrapposizione.

 

Opera di Renato Guttuso.


Abbiamo fatto prima il nome di Gadda. I recensori dell’epoca (tra cui Alicata e Benco) fanno spesso quello di Comisso. Ma Trasanna, a differenza loro, non è stato un combattente; ha visto la guerra da Udine, nelle retrovie, e, soprattutto, con gli occhi di un bambino e di un adolescente, non con quelli di un soldato. E se Comisso va citato, lo si può fare a ragione sulla scorta di Contini, là dove il grande critico adduceva per lo scrittore veneto “l’utilità di certa carenza culturale quanto… di verginità d’impressioni e di grammatica”. Per Trasanna s’inquadrano in questa fenomenologia alcuni dialettismi “fioi” per “figli”, alcune improprietà ortografiche “fulligginose” “accellerano” “quei stradali” eccetera.

Dal punto di vista stilistico, se c’è qualcosa che davvero colpisce, in queste prose di Soldati, è senz’altro il “metaforizzare perpetuo” e certe “comparazioni sue strane” (sono espressioni di Contini a proposito di Tommaseo, visto addirittura come antesignano di Proust, e di Montale).

Prendiamo alcuni esempi da pagina ventidue: i granatieri mordevano le bombe come arance; i bosni rialzavano facce da spazzacamini; staccavano un acino dal grappolo di bombe; i croati traversavano le giubbe come panni stesi ad asciugare; si stracciavano come cristi tra i fili spinati; le loro pupille erano come neri incendi; venivano sfasciati come liquide statue; le tenere braccia come corde… Potremmo continuare, sempre rimanendo entro questa pagina ventidue.

Da pagina trentotto: le truppe infiammabili come stoppie estive; altre crepitano come castagne incandescenti; i landsturmer alzano le braccia come boscaglie desolate; le cavallerie si avviano come squadre di gazzelle. E così via.

 

In tutto il libro c’è questo continuo uso di comparazioni in cui elementi bellici sono accostati a elementi naturali: come api, come vento d’agosto, come rondini, come fichi, come uccelli selvatici, come vento di febbraio…

Allora forse si capisce che l’ultima parte del testo, i quattro Ruralia che chiudono il libro, non sono poi così separati dal resto, come ebbero a notare a suo tempo i (pochi) recensori.

Quel Friuli arcaico, immemoriale, sempre uguale a se stesso, che poi incantò anche il giovane Pasolini, scandito dai suoi ritmi immutabili e dagli immutabili suoi riti, pare voler assorbire anche il trauma della guerra, farne un fatto di natura.

E, a proposito della dialettica natura-cultura, non so quanto fosse “naturale” Trasanna, così come non si sa quanto fosse realmente “folle” Campana. Forse meno, molto meno di quel che si potrebbe credere a prima vista. 

In effetti, a volte commoventi tessere virgiliane vengono a sommuovere la superficie della pagina – e a sorprendere il lettore. “Chiedevano di veder l’altra riva” (da Ponte) che è un po’ il ripae ulterioris amore del sesto dell’Eneide; mentre sicuramente dalla prima egloga discende “Ora l’ombramento viene dalle altitudini” (Ruralia IV), dato che rimodula fedelmente il famoso maioresque cadunt altis de montibus umbrae. Un motivo in più, ci pare, per rileggere questo insolito, sorprendente, sfortunato autore, assai più poeta che pugile.

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