Il virus, la socialità, i teatri

Stazione di Bologna, ore 8.25. È in arrivo sul primo binario il treno che porterà i pendolari a Modena, Reggio, Parma, Piacenza. La banchina a quest’ora di solito è fitta di gente. Oggi potrei contare i viaggiatori: una quindicina? (io stesso, che dichiaro e dichiarerò più avanti di non voler essere vittima della paura, viaggio con amuchina al seguito). 

Giro in centro a Bologna, ieri: bar semivuoti. Cosa resta da fare in questi giorni di cinema chiusi, di teatri chiusi, di sale di concerto sbarrate, di scuole svuotate? Comprare libri, mi dico: recuperare tutto quello che non siamo riusciti a leggere, che avremmo voluto leggere, concentrarsi su un saggio impegnativo e illuminate, lasciarsi andare e qualche bel romanzo o anche a qualche lettura puramente rilassante. Darsi il tempo per pensare. Per vagabondare. La libreria sarà piena, penso. Sbagliato: chiedo un titolo, Spillover di David Quammen, un libro su come i virus che colpiscono gli animali si trasformino e attacchino l’uomo, ormai un classico, ristampato nell’economica Adelphi: e sono circondato da tre commessi. La libreria è vuota, il libro è praticamente esaurito, sono in attesa di ristampa. Gentilissimi, controllano sul computer e mi indirizzano alla Zanichelli, dove dovrebbe essercene una copia.

 

Il vuoto intorno a me di altri acquirenti mi fa pensare che forse sarà finalmente il momento di una risalita nelle vendite degli e-book (allontanare il contatto tattile). Faccio un salto nella sezione alimentare della libreria (la Coop Ambasciatori più Eataly, sempre frequentatissima): anche lì quasi nessuno a caccia di leccornie. Il giorno di riapertura (contingentata) dei musei, il Museo Medievale di Bologna ha staccato 10 biglietti. 

Intanto parlo con una collega giornalista che non sa più cosa fare con le tre figlie, dai dodici anni in giù: ha esaurito il bonus nonni (ricordo che in certe regioni d’Italia, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, le chiusure delle scuole sono iniziate il 23 febbraio), ha le ferie in esaurimento: le porterò con pennarelli e album al lavoro – mi dice – …certo ci sarebbero i compiti sul registro elettronico, ma questa libertà dalla routine della classe le ha precipitate in una specie di stato “brado”...

 

Biblioteca del Dipartimento delle Arti, in via Barberia. Il cartello “frequenza bassa” testimonia l’attenzione alla contingentazione del pubblico: ci sono in tutta la sezione musica, tre ampie sale, solo due lettori: perbacco, situati uno di fronte all’altro, molto meno che al metro di distanza regolamentare… Si guardano negli occhi, sicuramente sono innamorati, che bello, e se ne fregano di covid-19: sembrano i due ragazzi nella macchina scassata sotto la neve verde, tra altre carcasse metalliche, di una canzone scritta da Roberto Roversi, musicata da Dalla in Automobili (il brano, l’ultimo del disco, si intitola Due ragazzi: è bello da sentire in questi scenari preapocalittici: promette una gioia diversa)

 

https://youtu.be/5ZKVRrexlE4

 

Le città deserte

 

Di sera non usciamo quasi più (e questo permette anche di riscoprire certi momenti che la fretta, la convulsione del fare, spesso ci sottrae). Nella mia periferia il ristorante cinese di Gioia, buonissimo, è chiuso ormai da un paio di settimane. La pizzeria è desolatamente vuota. Nelle strade non c’è più neanche l’ubriaca che staziona con birra nel buio di fianco a un pizze d’asporto. Rimane illuminata e piena solo dei ragazzi che caricano cartoni da consegnare a domicilio un altro asporto, e è sempre aperto il negozio di frutta e verdura di un pakistano. In centro non so da quanto tempo non vado, con cinema e teatri chiusi.

In Emilia Romagna, come in Veneto e in Lombardia, i luoghi di spettacolo sono serrati dal 23 febbraio. Il resto d’Italia sta facendo i conti con serate senza intrattenimento, cultura e incontri dal 5 marzo. Da noi, a Bologna e nelle tre regioni note, non ci sono alternative: chiusura secca, perché siamo nella prima zona a rischio, quella dove l’epidemia è scoppiata e si è diffusa, con più casi di infezione. Eravamo a teatro, all’Arena del Sole di Bologna, domenica 23. Era appena iniziato il Festival Vie, uno sguardo sul teatro internazionale e italiano impegnato a decifrare i segni del presente e i lasciti o residui del novecento.

 

Avevamo visto a Modena, come ha raccontato Rossella Menna su doppiozero (leggi qui), Chi ha ucciso mio padre di Edouard Louis, un lavoro di Deflorian/Tagliarini con Francesco Alberici. Stavamo assistendo a Architecture di Pascal Rambert, uno spettacolo con alcuni divi della scena francese (ne ha parlato, sempre su doppiozero, Attilio Scarpellini: qui). A un certo punto, intercettando telefonate convulse, strappando mezze frasi, guardando facce piene di incredulità e disdetta degli organizzatori, si capiva che qualcosa stava succedendo. Poi la notizia, con un comunicato stampa serale: il festival è annullato, mesi di lavoro, compagnie che arrivavano da Francia, Fiandre, Germania e altri paesi rimandate a casa, allestimenti site-specific già avviati da smantellare. E non solo: dopo il festival sono stati annullati gli spettacoli, i laboratori: il deserto serale, neppure un cinema di seconda visione aperto, il direttore della Cineteca, quella che fa il festival Il cinema ritrovato, chiuso in un silenzio stampa immaginiamo furente. Per chi non ha le reti a pagamento il vuoto della televisione generalista come unica alternativa, e i notiziari sempre più minacciosi, forse allarmistici, forse prudentemente invitanti alla cautela, certo martellanti, mentre qualche professore ordinario di statistica (Ignazio Drudi) su Facebook prova a dimostrare che con i dati non si sta giocando in modo del tutto pulito. 

 

Considerazioni statistiche: post del 4 marzo.


Internet è signore, il compulsare lo schermo dello smartphone ancora più frequentemente del solito (dopo averlo accuratamente disinfettato, naturalmente), o lo il desktop del computer. Inventarsi un altro tempo e un altro spazio, virtuale, che rimane profondamente individuale. Abbassamento della socialità. Non puoi più neppure, nel foyer, al bar, abbracciare l’amico o l’amica, baciare: puoi solo guardare negli occhi, da lontano però, oppure chiuderti nel tuo guscio, decretare un’auto quarantena che somiglia sempre di più alla Quaresima di una volta, come hanno fatto già notare (e con questi provvedimenti arriveremo a ridosso della Pasqua). Solo che perfino nel seicento, quando i predicatori tuonavano contro le seduzioni, la corruzione, gli immondi contagi morali del teatro, la Chiesa trionfante non riusciva mai a chiudere i conti con lo spettacolo: spuntava sempre qualche comico a rompere gli interdetti, magari con una sacra rappresentazione infarcita con qualche lazzo, che tenesse calda la piazza. A memoria possiamo ricordare due momenti recenti di chiusura: per l’epidemia di spagnola, che lasciò milioni di morti in un paese fiaccato dalla Grande guerra, e durante la Seconda guerra mondiale, dal 1943, per altro non dappertutto e non con modalità analoghe (anche lì, qualche compagnia di avanspettacolo riusciva a evadere dalla rete, magari nella provincia più sperduta, e l’Italia era fortemente disunita in zone liberate o ancora sotto il nazifascismo). Non darsi la mano: circolano, in televisione e su internet, ridicoli altri modi di salutarsi, col piede, all’indiana, in altri modi: arriveremo alla forma più igienica e più maschia, il saluto romano? (Grazie, no, abbiamo già dato.) 

E comunque supermercati, palestre, trasporti, bar (compresi i banconi, vietati dall’ordinanza) rimangono aperti e (mediamente) affollati. La prudenza non è mai troppa e bisogna fermare il contagio, impedire che siano colpite le persone fragili, ma mi sembra che le misure omologhe e draconiane non abbiano senso in varie zone d’Italia (ora sono a Bari: la gente gira per le strade e si bacia). Ma lo dico sommessamente, certo che bisogna fermare l’epidemia, prima di tutto, perché la socialità riprenda. Ma questa situazione può porci domande importanti. 

 

Senza spettacoli

 

Il decreto del Presidente del Consiglio Ministri del 4 marzo offre una scappatoia alle regioni che non siano tra le prime tre colpite: tenere aperte le sale con spettatori a un metro di distanza. Per i teatri sembra difficile, anche perché sarebbe complicata la gestione degli abbonati, che hanno già acquistato il posto, e le sale piene per un terzo non renderebbero conveniente pagare cachet interi. Ma qui vale il principio di tenere viva, comunque, la socialità, e forse anche la virtù antica dello scoprire strade nuove dagli impedimenti. A questo proposto certi luoghi si stanno attrezzando, come il Teatro di Roma, che annuncia una chiusura temporanea, per studiare misure alternative che ottemperino agli obblighi, garantiscano la sicurezza degli spettatori, ma non interrompano l’attività.

Certo, molti sono i casi di vere e proprie sciagure: c’è lo spettacolo tanto atteso che salta, e chissà se si potrà recuperare, per esempio Rezza-Mastrella a Bologna; intere nutrite compagnie bloccate, come quella che stava portando in tournée When the Rain Stops Falling, uno dei premi Ubu, titolo cancellato dalla programmazione dell’Emilia Romagna e incappato subito dopo nella chiusura del Teatro di Roma; o come quella di Va pensiero del ravennate Teatro della Albe, dieci attori in scena, più tecnici e amministrativi, una ripresa che doveva girare in questo periodo: cancellata. E ancora più doloroso forse è l’annullamento di uno spettacolo piccolo (ma intenso), Pane e petrolio, coproduzione Teatro delle Ariette e Albe, con Gigio Dadina delle Albe, un canto cucinato sulle derive della nostra civilizzazione, a stretto contatto di spettatori, “intavolati”: doveva fare alcune recite spostandosi in diverse case del popolo, dopo una tessitura di rapporti durata a lungo, e si è dovuto bloccare.

 

Pane e petrolio, ph. Marco Caselli Nirmal.


Appelli

Un appello, che ha per primi firmatari Andrea Porcheddu, Attilio Scarpellini e chi scrive queste note, è stato rivolto a critici teatrali e a intellettuali (professori, scrittori) che si muovono intorno al teatro. Dopo un sintetico quadro della situazione determinata dalla chiusura dei luoghi di spettacolo, si fanno queste considerazioni. 

 

Non discutiamo che questi provvedimenti siano stati presi dalle autorità politiche, in accordo con quelle scientifiche, con motivate ragioni. La conseguenza, però, è la desertificazione delle città, l’annullamento delle occasioni di sociabilità e di cultura, il chiudere nell’isolamento le persone, accentuando la paura e la paranoia sociale, fino a propagare, oltre a quella del Covid-19, una vera e propria “infezione psichica”.

Se credessimo nell’esistenza di una «Spectre», di un complotto, potremmo vedere realizzato un progetto che abbiamo visto montare per anni: chiudere gli individui nel particulare, smantellare la società, il senso critico, la cultura dell’analisi, del distinguo, della creatività, della relazione, a favore di un’omologazione in nome della paura.

 

Se credessimo, ma non vogliamo adagiarci nel facile complottismo e riconosciamo certe ragioni (fermare il contagio, anche se non tutti i provvedimenti appaiono ben mirati, ma si può discutere). Io credo inoltre che una pausa di riflessione possa fare bene a tutti, come il senso di libertà che si legge in alcune pagine di Artaud quando parla dello sciopero dei teatri… In fondo in tanti non facciamo altro che tuonare contro il sistema dello spettacolo globale, della rappresentazione coatta e mistificante, e poi ci lamentiamo di qualche settimana di silenzio…

Ma c’è un’altra questione, nella complicata situazione. Si è parlato di sostegno alle categorie colpite dall’emergenza virus, ai lavoratori che perdono giornate, al turismo subissato dalle disdette; non si è fatto cenno, per quanto ne so, a chi dedica le proprie energie professionali allo spettacolo. Allora nell’appello ci rivolgiamo al Ministero dei beni e delle attività culturali, per tutelare teatri che già denunciano, oltre alla desertificazione, perdite per centinaia di migliaia di euro, e per proteggere soprattutto i singoli lavoratori dello spettacolo, già precari, ricattabili, esposti a vari rischi (ma il discorso si potrebbe estendere ad altri lavori legati alla creatività, che in questa situazione appaiono in forte crisi):

 

Chiediamo innanzitutto urgenti misure economiche di sostegno ai settori, agli enti e agli individui che operano nella cultura teatrale, in particolare nei comparti più “deboli”, quelli della prosa, della danza, del teatro di figura (senza escludere provvedimenti per le altre realtà): un rinforzamento strutturale del Fus, Fondo Unico dello Spettacolo, al fine di garantire un ammortamento dell’emergenza anche in previsione delle prossime stagioni e delle prossime produzioni per il triennio; e un adeguato intervento  economico extra-Fus, immediato e straordinario,  al fine di sostenere quanti, enti o singoli artisti e lavoratori, operano nel settore spettacolo dal vivo in tutto il territorio nazionale e non solo nelle aree cosiddette di “zona rossa”, fortemente danneggiati dalla chiusura delle sale e dalla interruzione delle attività. Il Fus, infatti, già estremamente contenuto, non può essere il bacino economico da cui attingere economie per contenere l’emergenza attuale. 

 

L’appello si conclude con questa constatazione:

 

Un paese senza teatri, senza cinema, senza incontri, senza dibattiti, senza istruzione, o con tutte le attività culturali bloccate o penalizzate, è un luogo che si avvia a una infezione più pericolosa di quella del Covid-19: quella delle menti e delle anime.

 

Coscienti che la situazione è difficile, da tempo e che la paura non si può ignorare: che stiamo discutendo questioni non facile, dalle molte facce. Ma la fatica di confrontarsi è necessaria.

 

L’appello, insieme a altre prese di posizione, si può leggere integralmente al link.

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