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Josh Kline. Unemployment

Provò di nuovo vergogna: a che cosa sarebbe servito presentarsi? Lavoro non ce n’era”. La vergogna è quella di Étienne Lantier che gira per le miniere di Montsou, nel Nord della Francia, alla ricerca di un lavoro. La prima grande rivoluzione industriale, proseguita in una seconda, aveva sparso smisurate illusioni. Che la vasta depressione ridimensionava e riduceva ora alla fame chi aveva investito tutta la propria esistenza in quei luoghi infernali. Chi aveva abbandonato le campagne per migliorare la personale vita. Uomini addirittura non più abituati alla luce del sole o della luna, che nel vederla ne restano ammaliati, sorpresi della scoperta. E gradualmente le società si trasformarono da strutture agricolo-manifatturiera-artigianali in un esercito di operai in tuta blu. 

 

Con l’avvento della terza rivoluzione industriale e telematica connaturata alla globalizzazione, una nuova conversione dell’ordine produttivo e del tessuto socio-economico ha soppiantato la precedente. Un mutamento che ancora ripone tutta la sua fiducia nello sviluppo tecnologico sempre più spinto, che progressivamente sostituisce in modo irreversibile l’apporto umano nella catena produttiva. 

 

Josh Kline, Unemployment, 2016, foto di Paolo Saglia.

 

Le macchine al posto dell’uomo. Le tute blu convertite in colletti bianchi.

 

Così, l’ottimismo del Modernismo è stato ben presto soppiantato dal nichilismo del Post-Modernismo che ha al suo attivo l’onnipresenza di Internet. L’ingordigia umana, nel mentre, ha creato i mutui subprime (e la grande bolla immobiliare ad essi correlati) che, nel giro di qualche anno, conducono dritto dritto alla grande crisi finanziaria degli Stati Uniti. È il 15 settembre 2008, quando la Lehman Brothers, la quarta banca d’affari degli USA, dichiara bancarotta. Il suo fallimento, con il noto effetto domino della globalizzazione, investe tutta l’economia mondiale. Non c’è persona che non abbia ben stampate negli occhi le immagini di quegli impiegati, donne e uomini infilati nei loro severi e impeccabili completi blu che, come in una laica processione, portavano non calici di oro incenso e mirra, bensì un’unica scatola, dentro cui avevano riposto le loro cose, recuperate dalle rispettive postazioni di lavoro. Un corteo che silenziosamente sfilava dalla sede newyorchese, passando sotto l’imponente scritta della banca e che, come un Mosé, apriva la folla di chi urlava la propria rabbia per aver perso tutto. Quelle immagini, l’epifania del nuovo decorso della storia, della jobless society, dell’annullamento dei colletti bianchi. E come virus, i disoccupati si moltiplicano, e “infettano” la società. Sono la rappresentazione tridimensionale di quei virus che il pubblico si trova davanti quando entra nella prima sala della mostra Unemployment di Josh Kline, allestita fino al 12 febbraio nella Fondazione Sandretto a Torino, una mostra che ha il grande merito di puntare l’attenzione su uno dei grandi temi e mali della nostra attualità: la disoccupazione. 

 

Josh Kline, Unemployment, 2016, foto di Paolo Saglia.

 

Nato a Philadelphia nel 1979 e trasferitosi a New York, Josh Kline, sin dai suoi esordi, ha sempre osservato e analizzato i cambiamenti politici e sociali odierni, esaminando gli effetti che la tecnologia e la new economy hanno sulla nostra vita. Alcuni hanno incasellato la sua ricerca artistica nel post-human, ma Kline, come chiaramente afferma in un’intervista, non si riconosce in questa categorizzazione perché, quello che a lui interessa, è la tecnologia tout-court, l’impatto che ha sull’umanità, come incide e influenza sul quotidiano del singolo individuo, come il lavoratore sia incessantemente schiacciato dalla produttività e mutato in “apparecchi da ufficio”. Un’analisi che, inevitabilmente, constata una radicale inversione dei termini e delle aspettative che avevano guidato le cosiddette società occidentali alla fine del XX secolo. Più macchine meno lavoro per l’uomo con un maggior reddito equamente ridistribuito, la fantasticheria che a lungo ha costruito gli scenari del futuro. Con una visione distopica che attraversa anche molta della letteratura contemporanea, in alcuni lavori, come in Freedom (2015), Kline ha realizzato degli androidi con la divisa di militari, con l’inquietante fisionomia dei Teletubbies, che controllano le ramificazioni della rete, simboleggiate dalle centinaia di tipi di carte di credito. Ma come chiarisce l’artista, i suoi lavori non sono teorici, ma sono la reazione e la conseguenza, di fatti ed eventi reali che accadono nel mondo, tra cui la diffusa tecnologizzazione delle società. 

 

In quel filone artistico, polemicamente definito post-internet art, attraverso media diversi, l’artista americano formalizza dei possibili e verosimili esiti dell’ossessione umana nel progresso. Quell’ossessione che ha addirittura condotto lo scienziato giapponese Hiroshi Ishiguro a creare la sua copia, un gemello androide, che non è un banale robot, ma una copia dell’essere umano, presentato recentemente a Roma, per dar avvio a una nuova specie, che immediatamente rievoca gli scenari narrati nel 1982 da Ridley Scott in Blade Runner o quelli de Il mondo dei replicanti di Jonathan Mostow del 2009. Quella cieca fiducia nelle potenzialità della scienza di poter risolvere ogni questione umana, compresa quella delle relazioni umane, ben raccontata in Her di Spike Jonze del 2013.

 

Josh Kline, Unemployment, 2016, foto di Paolo Saglia.

 

Quegli effetti catastrofici i cui responsabili sono ben individuabili e che Kline raggruppa nel bellissimo Crying Games, suggestivamente esposto anche nell’ultima Biennale di Berlino: un video realizzato attraverso la tecnica “real-time face substitution”, in cui i grandi della politica mondiale, da Tony Blair a George W. Bush a Condoleezza Rice, che per anni hanno mosso le pedine sulla scacchiera della geo-politica internazionale, vestiti con la riconoscibile tuta da carcerato, seduti a terra, poggiati ad una parete presumibilmente di una cella di prigione, rendendosi conto del male che hanno provocato e di essere dei mostri, chiedono scusa piangendo a dirotto.

 

Si diceva, delle grandi bolle trasparenti, che fedelmente riproducono la silhouette di reali virus, galleggiano nella stanza, sospese, appese a delle corde che scendono dal soffitto, suggestivamente illuminate da faretti che lasciano quindi in penombra tutto il resto della sala, il cui pavimento è morbidamente avvolto da una soffice e spessa moquette beige. Una plastica spessa con delle protuberanze che consente di osservare al suo interno ma con una visione distorta. Bolle trasparenti che al loro interno contengono quelle tristemente note scatole degli impiegati americani. Con dentro gli oggetti dell’anonimo impiegato. Cose che però denunciano e attestano che ad essere licenziato non è stato un semplice dipendente sconosciuto, bensì una vita, un essere umano con tutto il suo vissuto e specificità. Una cornice da tavolo con una foto di famiglia, una cravatta da cerimonia, una piantina di fiori, una collana di perle, un portafoglio, un paio scarpe con i tacchi, una mug con la scritta “I LOVE NY”, un berretto sportivo con visiera, un fazzoletto per il naso di cotone, sono alcuni degli oggetti che silenziosamente raccontano le storie di quegli ignoti individui. La morbida moquette attenua i passi anche nella sala successiva dove si presenta un panorama fantascientifico, composto da bozzoli o baccelli, grandi sacchi cristallini, al cui interno ci sono persone raggomitolate in quella posizione di protezione data dalla posa fetale. Uomini e donne, abbigliati con quei tipici completi della middle class americana che hanno inseguito, promosso e determinato la grande bolla immobiliare.

 

Josh Kline, Unemployment, 2016, foto di Paolo Saglia.

 

Ed ora, oppure a seguito di una futura nuova crisi economica, come scarti umani che appaiono congelati con la crionica, sono divenuti dei compiti homeless che con i loro carrelli di metallo vanno alla ricerca di quegli imballaggi riciclabili, quali bottiglie in vetro e in plastica e lattine, che possono rivendere alle filiere di riciclo e racimolare così quei centesimi utili per sbarcare il lunario. Ogni figura è la fedele riproduzione di una persona reale, come Joann Nagy, di 55 anni, o Matthew Dickinson, di 39, due dei modelli utilizzati da Kline per la riproduzione in 3D. In Italia il tema della disoccupazione è particolarmente sentito in alcune città, come ha ben delineato la recente indagine ISTAT che, nonostante il lieve calo dei disoccupati a livello nazionale, probabilmente dovuto agli effetti dei voucher introdotti dall’ultima riforma del lavoro (Jobs Act, provvedimenti varati tra il 2014 e il 2015), fissa il tasso di occupazione al 57,2%.

Ed infine, nell’ultima stanza, dove la precedente moquette si combina al cartone degli scatoloni di Amazon, un video in cui, con l’impeccabile impianto pubblicitario, quei professionisti, con l’accattivante sorriso del venditore di sogni, elencano ed elogiano i lati positivi dell’essere disoccupati.

 

L’incontrollato progresso tecnologico ha generato movimenti che tentano di opporre resistenza e alternative, tra cui quelli della decrescita e della sharing society che, in virtù di un’economia circolare che pone al suo centro le persone e le loro vite reali, auspicano la riduzione della produzione economica e dei consumi, partendo dai reali bisogni dei consumatori, anche al fine di ristabilire degli equilibri ecologici. Perché, alla fine dei giochi, a pagare un grosso scotto è proprio l’ambiente. Tanto che da anni Greenpeace ha lanciato la campagna SAVE THE BEES!, accompagnata da una petizione da indirizzare al Ministro dell’Agricoltura, per cercare di salvare il prezioso apporto di questi insetti negli ecosistemi. Nel mentre, la tecnologia però si è subito attivata: ad Harvard stanno studiando insetti cibernetici che, nel giro di alcuni anni, potrebbero riuscire a volare di fiore in fiore e a impollinare le piante. Ed il ciclo ricomincia.

 

Josh Kline, Unemployment

Fondazione Sandretto, Torino, dal 4 novembre 2016 al 12 febbraio 2017.

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Josh Kline, Unemployment, 2016, foto di Paolo Saglia.