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La polvere del mondo

L’usage du monde, ripubblicato da Feltrinelli con il bel titolo La polvere del mondo (pp. 425, € 20 è la cronaca di un viaggio in una Fiat Topolino dai Balcani al Pakistan fatto da due amici: Nichola Bouvier, che scrive, e Thierry Vernet, che invece dipinge. Sono affiatati e il libro non diventa un romanzo sulla loro amicizia, resta aperto al mondo che incontrano. Quindi poca psicologia e tanta storia, antropologia, curiosità, divertimento. Questa è la prima regola per chi fa un viaggio: o soli, o con qualcuno che sia compagno di esplorazioni e non costringa a un ripiegamento su se stessi, anche se per i migliori motivi del mondo.

Cominciamo dal titolo e qui c’è una questione piuttosto interessante per i traduttori. La soluzione adottata a me piace e non è intuitiva. Perché tradurre usage con polvere? Nei settanta anni che sono trascorsi dal viaggio di Bouvier viaggiare è diventato un utilizzo del mondo nel senso corrivo, spesso dannoso per le comunità che si incontrano. L’industria cinematografica amplifica questa percezione come se tutti i luoghi del mondo, dall’Antartico a Venezia al Vietnam, fossero diventati i fondalini delle azioni di personaggi assai simili tra loro: bianchi e protagonisti, o per ricchezza o per i propri sentimenti, sempre superiori agli altri che di solito sono musulmani, arabi, mafiosi italiani o russi, neri e comunque quasi sempre esemplari di un’umanità inferiore, nei sentimenti, nella lingua, nelle poche regole chiare che lo spettatore percepisce come  normali. A volte i locali incontrati in questi fondalini, o diciamo spingendo l’immagine, questi fondi del mondo, vengono graziosamente elevati a interloquire con gli anglo-americani, che si distinguono per una moralità superiore (e questo a prescindere dalle loro abitudini sessuali o persino criminali).

 

Gli indigeni, con la loro lingua non inglese appaiono in queste circostanze quasi umani anche loro. Forse la peggiore rappresentazione di questo conflitto viene data ai bambini, in film come Il signore degli anelli, dove ai tratti gentili, efebici, agli occhi azzurrissimi di elfi e hobbits, si oppongono forze del male partorite dal suolo, buie e urlanti, aberranti. Quanta ideologia coloniale si trangugia in nome della fantasia! Tratti simili li si ritrovano nel Trono di Spade o Harry Potter, con la biondissima Khalisi o la bella Hermione che guidano il corteo di aspiranti umani, tutti in qualche modo imperfetti, che le belle principesse possono promuove attraverso il loro amore a una condizione legittima, farne dei loro pari, mentre gli altri annaspano in un guazzabuglio di sentimenti male espressi, desideri sessuali inappagabili, povertà, a volte con l’occasionale token black,  cioè il nero di turno, che viene inserito tra i protagonisti per evitare le accuse più ovvie di razzismo. Nella straordinaria espansione di questo tipo di narrazioni cinematografiche attraverso Netflix, Amazon, HBO, Sky e soprattutto Walt Disney, tutti tristemente coerenti nel presentarci il mondo in questo modo, con un gruppo umano superiore e un vasto mondo di inferiori, il libro di Bouvier ci ricorda quanto diversamente si può conoscere il mondo in cui si abita. Ecco perché l’utilizzo del titolo originale va ripensato.

 

Non stupisce infatti, date le premesse cinematografiche cui si è accennato, ritrovarsi in giro per il mondo quel tipo di utilizzo diventato abituale per masse sempre più ampie di turisti: poco conta cosa si va a vedere, che sia l’Antartide, Venezia o Cuba, tutti i luoghi del mondo si sono attrezzati a offrirsi attraverso bei bagni con doccia e televisione in camera al consumo di turisti che non impareranno né avranno curiosità della lingua, della cultura o delle persone del luogo in cui si recano: hanno solo un week-end o dieci giorni di tempo prima di tornare al lavoro, che è la vita seria e moralmente superiore alla vacanza.  Se si trovano in vacanza in campagne abbandonate da una popolazione impoverita, dove magari ci sia una dittatura o ci sia un disastro naturale in corso, alla fine conta poco: si sono prenotate queste due settimane per rilassarsi, la vera vita ricomincerà dopo, in ufficio, quando si guadagna del denaro. 

Ecco perché il termine utilizzo o uso del mondo per il viaggio descritto da Bouvier avrebbe travolto il significato originario dove usage comprendeva piuttosto essere in un mondo dei molti, dove le differenze sono una ricchezza, e non in paesaggi trasformati in una merce che si consuma attraverso l’inglese. L’occasione di una crescita perché, attraversandolo e vivendolo, il mondo permette di incrociare altri destini, altre cose, altri paesaggi. Quindi la polvere, quel che si deposita.

 

 

L’espressione l’usage du monde era originariamente di Montaigne, che del sentimento che caratterizza il viaggiatore è uno degli inventori. Si possono reperire naturalmente precedenti, dal mondo antico fino a Petrarca o Machiavelli, ma è Montaigne che ha davvero messo insieme l’indagine culturale, già quasi antropologica, con la scrittura, l’osservare gli umani e il loro comportamento astraendoli di qualche grado dalla cultura di origine in una elaborazione letteraria. Vedere un modo di fare, pensare a un modo di dire e capire in questo modo come siano fatti altri, diversi da noi e per questa ragione anche simili, perché le diversità, una volta interrogate e comprese, ci avvicinano gli uni agli altri. Questo è il senso di libertà che si acquisisce un po’ alla volta viaggiando. Ci si spoglia incidentalmente della cultura di origine e si assorbono i modi e la lingua dei luoghi che si incontrano. La lingua, come si beve il tè, o come ci si ascolta o ci si siede intorno a un tavolo o su un tappeto, quanto e come si possa bere l’alcol. Questa non è certo una vacanza: è un ripensarsi, approfondire, una intensificazione dell’essere che proprio perché relativizza quello che ci sembra di essere sempre stati, permette a quel che siamo davvero, libero dai vincoli dei nostri pregiudizi, di approfondire radici, alzarsi dall’orizzonte imitativo delle convenzioni e osservare gli altri umani, se stessi e il mondo da un punto di vista nuovo, che si è spostato. È appunto questa ricerca di libertà che definisce interiormente Nicholas Bouvier che racconta.

 

Prima di tutto una libertà dalle condizioni esterne cui accennavo, i manierismi sociali che portano i tratti culturali delle nostre origini. Ascoltando a un certo punto notizie che arrivano dall’Europa via radio, Bouvier è infastidito e vuole liberarsi del tono condiscendente e miope degli europei. Vuole riuscire non solo a vedere e capire il mondo che ha di fronte, ma ad amarlo, e questo non sarà mai possibile se il suo atteggiamento continuerà ad essere quello di un colono che considera il resto del mondo come qualcosa di minore rispetto a chi lo guarda e lo giudica. Al contrario, viaggiando senza denaro bisogna fidarsi di chi ci ospita, sapersi adattare e saper fare di tutto, saper incontrare il mondo che si visita. Direi che è una delle scoperte più belle del viaggiare, e Bouvier la interpreta piuttosto che spiegarla. Il viaggiatore e l’ospite sono sacri perché sono vulnerabili. Lontani dalla loro terra, dai loro affetti, dalle loro cose. Ci attraggono perché siamo essenzialmente noi, ci rivelano alla nostra dissidenza; un po’ della trasformazione della loro vita tocca così anche chi non si muove, insegna qualcosa del mondo, riverbera i cambiamenti e diviene un evento sociale. Lo sanno i Feaci mentre ascoltano Ulisse, lo sa Nestore che ascolta Telemaco, lo sappiamo quando accogliamo uno straniero e parliamo con lui. 

 

Purtroppo uno dei prezzi più alti che la destra ha fatto pagare a tutti in Europa nell’ultima decade è proprio quella di aver sotterrato qualcosa di così antico e fecondo nella nostra cultura sotto il liquame dei deliri identitari di Bannon e Salvini, bravissimi ad esibire crocefissi come bandiere, assai meno a capire il significato della croce, della preghiera, del sapere vedere nell’altro il salvatore del nostro mondo. La xenia del mondo greco, il cristianesimo nella diffusione che ha nel terzo e quarto secolo a Roma, le abitudini contadine e accoglienti delle nostre campagne, ci determinano così profondamente che è difficile non reagire al razzismo e alla cattiveria esibita dalle destre con un’irritazione che è persino prepolitica, un disgusto per i toni, quasi ci vergognassimo di un parente maleducato.

 

Le frontiere che Bouvier attraversa e racconta sono diventate proibitive negli anni: le guerre che si svolgono non solo lungo la sua strada, ma anche nei paesi vicini, e che hanno dato a tutto il mondo che si stende a oriente dell’Europa, dai Balcani alla Siria all’Afghanistan, un senso di precarietà politica sempre sul punto di precipitare in una crisi militare. Che questo sia un effetto della condiscendenza occidentale Bouvier non lo dice, non lo sa ancora, ma al lettore di oggi non può non venire in mente. 

Ma naturalmente quel che fa davvero il libro è la sapiente scrittura di Bouvier, mai didascalica, mai prevedibile e soprattutto in grado di resistere alla tentazione di sostituire l’esperienza con prolisse descrizioni. Che sia una notte con gli tzigani in quella parte della Serbia che confina con l’Ungheria o il rocambolesco, imprevedibile attraversamento della frontiera iraniana, oppure le difficoltà a fare un passo tra le montagne del Caucaso con una macchina palesemente inadeguata, la benevolenza verso il mondo dei due amici è l’elemento essenziale per sperare di essere accolti. 

 

Qualcuno proverà nostalgia per il mondo e i vent’anni del Bouvier che scrive, così capace di accorgersi, sedersi con gli altri, ascoltarli, abolendo la propria fretta. Qualcun altro proverà ammirazione per una generazione ancora molto vicina all’influenza di Malinowski e Lévi-Strauss, che sapeva vedere il mondo con una curiosità nuova e avventurosa. Qualcun altro troverà familiari gli espedienti, simili a quelli improvvisati da Giacomo Casanova o Lorenzo Da Ponte o Benvenuto Cellini nei loro spostamenti. La cosa più avvincente è che, come dice Rumiz nella sua prefazione, questo è un libro perfetto, il libro di viaggio per antonomasia.

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