L’ombelico del kitsch

Ieri ho aspettato che scendesse un po’ la calura, e sono uscito verso le sei, per comprarmi il tabacco da fumare nei miei metri quadri climatizzati. La città è sporca di ozono, di afa, chi non può essere già al mare ha le gambe e i piedi nudi fuori, bianchicci, tristi, tutto è sbiadito. Passo vicino a un déhor e due pensionati stanno parlando: «Quanti anni aveva la Carrà?». Così ho saputo, per strada, tra “la gente”, la notizia della scomparsa di una diva della televisione italiana degli anni Settanta e Ottanta e un po’ Novanta anche. La soubrette che da giovanissima già appariva come una donna, con un sorriso strabiliante e simpatico, che cantava e ballava le canzoni che il suo fidanzato di allora, Gianni Boncompagni, il primo deejay della Rai con il suo gemello diverso Renzo Arbore, le suggeriva di portare nei suoi show.

 

Era tra le bellezze televisive per cui mio padre spalancava gli occhi, lasciandosi scappare come suo solito commenti apparentemente galanti che tradivano un ben certificabile rialzo del testosterone nel sangue: ma mia madre non si offendeva, perché Raffaella Carrà era riuscita a imbambolare la sua sensualità in un perbenismo “artistico” che al pueblo gustava. Era ovvio che tutti i maschi adulti sognassero di andare a letto con lei, ma lei era così simpatica alle nonne e alle bambine che le mogli e le madri la tolleravano come una sorella che in qualche modo era riuscita meglio di loro ma restava una di loro.

Sergio Japino, il suo coreografo televisivo, oggi ha dichiarato che «Raffaella è andata in un mondo migliore, dove rimarranno per sempre la sua umanità, la sua risata inconfondibile e il suo talento straordinario». Se mi fosse consentito, direi che in qualche modo, pur avendo scandalizzato i cardinali cattolici contemporanei con il suo splendido ombelico in prima serata Rai, lei riuscì ad essere una sex bomb in un mondo spaventato dal terrorismo di strada, incupito, riavvolto su se stesso, ancora cattolico e perbenista, prima che gli anni Ottanta invece scegliessero di diventare per la prima volta nella storia pagani, immorali, nell’era del Partito Socialista da bere di Bettino Craxi e del suo gemello diverso Silvio Berlusconi, che con centinaia e centinaia di rose rosse fatte affluire nell’abitazione di Boncompagni e Carrà convinse nel 1987 la diva Rai a traslocare nelle reti Fininvest.

 

Io connetto quindi questa sbiadita e sfiancata “ripartenza” del “dopo” Covid-19 non finito nel 2021 a quella fine anni Settanta grigi e pesanti finiti e s-finiti con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978, vittima sacrificale della Guerra Fredda, che doveva impedire al politico democristiano di portare per la prima volta il Partito Comunista di Enrico Berlinguer al Governo di un Paese imprigionato nella Nato.

Chi sarà quindi la nuova Carrà che dovrebbe spuntare ora per “svagarci”, “rallegrarci” dopo due anni di isolamento, angoscia, paura di morire, nonni morti di Sars-Cov-2? La macchina dello spettacolo pop ormai produce dive e icone a ripetizione, a livello planetario; ma certamente ancora una volta, come allora, bisogna ricercare nella gradevolezza mediana per “tutti” (che noi intellettuali supponenti definiamo kitsch) qualcosa che viene dalla confezione americana di stereotipi latinos.

 

Non è per niente un caso che i siti che a valanga hanno pianto ore fa la scomparsa di Raffaella siano stati quelli spagnoli e sudamericani, argentini in particolare, dove lei trovò una estensione pazzesca del suo piccolo successo italiano, divenendo una star anche della Rai spagnola, la TVE. In questi ultimissimi tempi, il suo corrispettivo potrebbe essere Dua Lipa, britannica di origini kosovare? Fintissima bomba sessuale su ritmi latinos declinata ovviamente secondo gli aggiornati stilemi pornografizzati, ma soprattutto fenomenale ballerina e ottima cantante. Eccita i giovanotti ed è un “modello” per le giovanotte, che la imitano su Tik-Tok.

 

 

Raffaella era una “di famiglia”, invece. Era "rivoluzionaria", come ha dichiarato a caldo Renzo Arbore all’"HuffPost", ma scandalizzava solo i cardinali, e quindi portava il costume ipocrito-cattolico nazionale a uno step un po’ più pagano, ripartendo dalla fabbrica pagana per eccellenza, quella emiliana e romagnola, devota al corpo gioioso, al divertirsi, al fare l'amore per la gioia carnale del fare l'amore, senza tanti alambicchi psicologici: «Una rivoluzionaria popolare. Ha mostrato il primo ombelico però sempre con un certo gusto, con eleganza. per la prima volta i protagonisti dei suoi programmi non erano artisti, ma gente comune. Ha inventato lei questo tipo di televisione. Piaceva moltissimo al mondo gay. Aveva quella felicità di fare l’artista a tutto tondo, di divertirsi». La televisione più orrenda, oggi, è quella che con gioiosità e garbo ha aperto lei: la “gente semplice” che porta i suoi vissuti davanti ad altra “gente semplice” che la guarda da casa. Oggi è gente ignorante, orrenda, che porta i propri miserabili limiti di ignoranti volgari davanti a miserabili ignoranti volgari che guardano se stessi dentro il monitor da casa. 

Carrà è stata però tra le prime celebrità a coccolare, difendere i maschi omosessuali nelle sue dichiarazioni. Questo le è dovuto, mentre la guardiamo morta un po’ a sorpresa a “soli” 78 anni, per quel tumore che ha continuato e continua a uccidere per come mangiamo, per cosa respiriamo, per come viviamo, per come geneticamente difettiamo almeno quanto il Covid-19, tumore che abbiamo oscurato nel bla-bla pubblico sul virus venuto dalla Cina. 

 

Per chi come me è cresciuto bambino sparandosi sette sere su sette davanti alla Rai, con la famiglia radunata come accadeva prima dei Novanta deregolati e frantumanti del world wide web, la severità nei confronti del pacchiano brivido del Tuca Tuca (1971) e dell’A far l’amore comincia tu (1976) mi è davvero difficile. Certo, quel kitsch mi indigna, ma ancora oggi mi incollo per ore e ore davanti alla finale live dell’Eurovision Song Contest perché il meglio di quella linea kitsch a mio giudizio si è riciclata nel camp, nel diritto cioè di un maschio a sculettare palestrato seminudo in paillettes o di una serba inguainata in latex sadomaso a sculettare con “sista” che clonano l’iconografia pornomaschilista per farne un cliché di amazzone lesbica. 

 

Per i più piccini, qualche riferimento storico: la sanissima bolognese Raffaella Maria Roberta Pelloni, in arte poi “Carrà”, classe 1943, nacque quasi con la Repubblica Italiana costruita dagli antifascisti partigiani e dagli eserciti alleati. Crebbe sulle spiagge della movida romagnola, dove il padre aveva un chiosco bar-gelateria a Bellaria. Fece prime comparsate come attrice bambina nel cinema italiano dei Cinquanta. Ragazza finì addirittura a recitare a fianco di Frank Sinatra in tal Il colonnello von Ryan (1965). Nel 1968, in seconda serata sul secondo canale Rai di allora esordì come soubrette nel programma Tempo di samba: eccola lì, quindi, sin dalle sue origini, connotata come divetta della musica da ballo latinoamericana. Il primo anno degli anni Settanta, il 1970, ancora nell’era del bianco-e-nero, esplode come showgirl in Canzonissima accanto a Corrado, sul primo canale, danzando e cantando la sigla Ma che musica maestro, mostrando sulla marcetta il famoso ombelico. Il demenziale proto-erotico Tuca Tuca è dell’anno dopo. Tra 1975 e 1980 è anche diva della tv di Stato spagnola e si spalma nell’universo degli emigrati italiani in tutto il mondo come “icona di italianità” rimpianta, infarcita di un glossario dozzinale. Poi è la piccola nuova Evita in Argentina nella prima metà degli Ottanta, e nel 1983 inaugura con Pronto, Raffaella? il cheap dell’ascoltatore che telefona in diretta alla starlette. Nei Novanta ancora Spagna e Rai Uno, con la costante latinoamericana che torna nel suo programma Carràmba che sorpresa! (1995).

 

 

Non ho mai provato altro che simpatia per Raffaella Carrà, ma non è mai esistita nel mio mondo adulto. Sino a che, nel 2013, in La grande bellezza, a mio giudizio capolavoro epocale di riflessione sul nostro invecchiare in un mondo che invecchia, arriva la grande vastissima festa sulla terrazza romana: l’apoteosi di sequenze au ralenti, di stacchi psichedelici sulla deprimente “dolce vita romana” sfaldata dalla soggettiva amara e sarcastica del fenomenico Jep Gambardella nel suo 65° compleanno… Come esplode l’orgiastico falò delle vanità, su che base musicale? Su Far l'amore, sulla voce di Raffaella campionata dal discotecaro pacchiano e irresistibile Bob Sinclair; la sorridente, sensuale Raffaella ritorna come un fantasma pagano-democristiano per la colonna sonora di racchie e toy-boys de noantri, nella più grande rappresentazione apocalittica di una morente indegnità di gregge.

 

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