"Meglio una guerra nucleare che aggiungere un'altra lettera a LGBT"

Non riesco più a contare gli articoli che dal 3 novembre in qua sono usciti per chiedersi non tanto come abbia fatto Joe Biden ad accumulare 80 milioni di voti (cifra inaudita) ma come abbia fatto Donald Trump a mantenere, anzi ad accrescere il suo bottino elettorale fino ad arrivare a 74 milioni di voti (cifra altrettanto inaudita per uno sconfitto). Sei milioni di voti sono uno scarto che non si era mai visto, ma non avrebbe dovuto essere maggiore? Biden avrebbe dovuto vincere almeno con il 65% dei voti, non con il 52%. Ribattere che l’America è sempre stata politicamente polarizzata e che ben pochi presidenti hanno vinto con un margine uguale o superiore al 53% non è un argomento. Affrontavano candidati che rientravano nelle norme della politica. Trump non rientra in nessuna norma, salvo forse nelle linee guida di qualche manuale sul disordine narcisistico della personalità. E dunque?

E dunque, da qui sono partite le analisi. Ma più che procedere hanno annaspato, perché una risposta unica non c’è. Ci vorranno mesi per analizzare i risultati delle elezioni statali, di contea e cittadine, che spesso hanno registrato la schizofrenia di elettori che hanno votato sia contro Trump sia a favore di chi lo sostiene. Lo sconcerto è venuto soprattutto dal constatare che Trump, pur perdendo, ha preso più voti dai neri, dagli ispanici e dagli asiatici di quelli che aveva preso quattro anni fa, e questo dopo averli definiti criminali, terroristi, violentatori e altro ancora.

 

Le spiegazioni sono iniziate dalla constatazione più ovvia: nessun gruppo etnico è un monolito, le differenze al suo interno possono essere notevoli ecc. ecc. Sì, ma qui c’è in ballo qualcosa che va ben oltre le differenze di opinione e l’aderenza ideologica. E allora? Allora devono essere stati i media, la colpa non può che essere dei media. Sì, ma come? Perché gli immigrati recenti non si servono dei media mainstream. Si fidano solo del passaparola, e il passaparola oggi sono i social media personalizzati, dove un immigrato asiatico che non legge l’inglese, ad esempio, non viene neanche a sapere chi è Trump e che cosa fa, perché i suoi media gli danno solo le notizie della sua comunità etnico-linguistica. Bene, ma perché poi vota repubblicano? È qui dove le spiegazioni cominciano a vacillare, e bisogna supplire alla storia con un po’ di psicostoria. 

 

I democratici sono testardamente convinti che l’immigrato venga negli Stati Uniti per entrare in una grande iper-comunità multietnica e multiculturale, ma questa è una prospettiva appetibile solo per chi ha un’istruzione elevata e che avrà una professione che gli garantirà (si spera) una certa mobilità. Per tutti gli altri, cioè per la classe operaia, il sogno americano consiste nel vivere meglio mantenendosi il più possibile all’interno della sfera di appartenenza. Ci vogliono tre generazioni per dissolversi nella multietnia. Finché questo non accade, l’immigrato (come era accaduto anche per gli italiani, peraltro) capisce istintivamente che l’America è il posto dove se vuoi sopravvivere non ti puoi permettere di essere troppo generoso, né ti devi aspettare che gli altri lo siano con te. In altre parole, l’immigrato sa che i veri “valori americani” sono quelli repubblicani, e che quelli democratici sono magari migliori, ma sono, come dire, contro natura. I repubblicani sono quello che sono, ma non ti chiedono di cambiare la tua natura

I democratici invece non fanno altro che chiederti di cambiare.

 

D’improvviso, di colpo, senza nessuna transizione, ti deve andar bene il matrimonio gay, l’aborto e i transgender in ogni bagno pubblico, tutte cose che al tuo paesello ti facevano orrore fino al giorno prima perché il tuo prete – non importa di quale religione – ti diceva che ti dovevano fare orrore. E guai se non ti adegui subito. Guai se manchi una lettera quando dici LGBTQIA+ (lesbian, gay, bisexual, transgender, queer, intersex, asexual più qualunque altra categorizzazione; parole di un elettore repubblicano, riportate da Virginia Heffernan sul “Los Angeles Times” del 16 ottobre 2020: “Meglio una guerra nucleare che aggiungere un’altra lettera a LGBT”). Guai se ti scappa di dire Latinos invece di Latinx. Non lo sapevi? Usare il plurale spagnolo per le comunità di immigrati dal Centro America è discriminante perché la parola è di genere maschile. Ma se dici Latinos y Latinas discrimini lo stesso perché escludi tutti coloro che hanno una sessualità fluida, quindi devi dire Latinx, pronnunciato Latinex. Bene, il 97% dei Latinx non solo non capiscono la parola, ma quando gliela spiegano o si mettono a ridere o si offendono. (Già sul “Los Angeles Times” del 17 dicembre 2017 Daniel Hernandez si era chiesto: e allora che facciamo con amigos? D’ora in poi devo dire che stasera esco con i miei amigxs?) Finisce che qualcuno decide che è meglio una guerra nucleare piuttosto che dire: “Piacere, sono un Latinx”.

 

C’è stato un momento, durante uno degli scontri fra Donald Trump e Hillary Clinton di quattro anni fa, in cui ho capito che Hillary poteva perdere. È accaduto il 9 ottobre 2016, nel secondo dibattito presidenziale, quando il microfono è passato al pubblico per le domande. Si è alzato un signore di nome Ken Bone (nome fantastico), professione operatore in una centrale elettrica, sorridente, pacioso, molto corpulento, camicia bianca con il colletto fermato da bottoncini, cravatta bianca, occhialetti rettangolari, baffetti e uno strepitoso cardigan rosso. Ken Bone era un “elettore indeciso”, e ha rivolto una domanda a entrambi i candidati: “Che politica energetica adotterete per continuare a fornire energia senza danneggiare l’ambiente e minimizzare i licenziamenti?” Gli ha risposto Hillary Clinton con una bella lezioncina sulla necessità di riqualificazione di molte industrie e professioni che all’industria energetica sono legate.

 

 

Ken Bone, da quel momento una celebrità, alla fine del dibattito era ancora indeciso (non so se lo sia ancora; ogni tanto lo intervistano, potere di un maglione rosso), ma io ricordo benissimo di aver pensato, in quel preciso momento, che Hillary Clinton era spacciata. I piccolo-borghesi (fatemi usare questa parola) sono convinti che i proletari siano umili. Ma io ci sono cresciuto in mezzo, e lasciatemi dire, perché lo so, che un operaio può essere tanto snob quanto un duca. Sono i piccolo-borghesi, piuttosto, che si adeguano a tutto. A loro puoi andare a dire, con il tono da maestrina dalla penna rossa, che devono “riqualificarsi”. Sono così umili che lo fanno davvero, e magari gli va bene. Ma non lo puoi dire a Ken Bone, e nemmeno a tanti altri meno televisivi di lui. 

 

Di fatto, il Partito Repubblicano è oggi il partito della classe operaia, che lo vota così come dopo la caduta del comunismo gli operai lombardi erano passati dal votare PC al votare Lega Nord senza fare un plissé, come si dice a Milano, e non ci è voluto molto a convincerli, allora, che il nemico non era più il capitalismo, erano i “terroni”. Gli operai sono permalosi. Non accettano lezioni di morale da chi guadagna più di loro, e nemmeno di dieta o di giardinaggio organico. I ricchi lo sanno, e infatti non gli fanno la morale. Li rassicurano, gli dicono che tutto quello che devono fare è timbrare il cartellino, ritirare lo stipendio, pagare l’affitto e dar da mangiare ai figli. I democratici invece gli dicono che devono mangiare bene, fare ginnastica, dare ascolto agli scienziati, stare a casa in cassa integrazione, anzi, tollerare di restare disoccupati e aspettare di buon grado che la pandemia finisca, mentre l’affitto era da pagare già una settimana fa (da un articolo di Will Wilkinson sul “New York Times”, 27 novembre 2020).

 

Però anche questo ragionamento serve a poco. Ad andare più a fondo ci ha provato Nathaniel Manderson su www.salon.com del 15 novembre 2020. Ex pastor di una chiesa evangelica, Manderson afferma che lui gli elettori di Trump li conosce. Alcuni sono tra le persone più gentili e affettuose che abbia mai incontrato nella sua ex parrocchia, mentre i più arroganti, odiosi e sprezzanti sono proprio una famiglia di liberal con cui va d’accordo politicamente su tutto, tranne che non li sopporta. Siccome so a quale livello di intolleranza virtuosa possono arrivare certi miei colleghi, non faccio fatica a credergli. La seconda osservazione però è più interessante. La borghesia liberal che Trump ha fatto impazzire, dice Manderson, non ha minimamente sofferto a causa della sua presidenza, anzi in termini di tasse e investimenti ci ha guadagnato. I proletari, i poveri e gli studenti ispanici di famiglie immigrate si sono comportati come se non stesse accadendo nulla, come se Trump non avesse mai detto che i messicani erano criminali e violentatori. Questo perché nel loro quartiere niente è cambiato negli ultimi quarant’anni e niente cambierà in futuro, non importa chi sia al potere a Washington.

 

Se si vuole sconfiggere il trumpismo, dice Manderson, e lo dice da “prete operaio”, bisogna ripartire dalla classe lavoratrice, da un Blue Collar Party formato da veri rappresentanti del proletariato, che una volta uniti come classe potrebbero perfino abbattere le barriere razziali. Non è guardandoli dall’alto in basso come razzisti, sessisti e ignoranti che si otterrà la loro fiducia. Lui personalmente, vorrebbe tornare alla sua vocazione e predicargli i valori biblici; non la condanna dell’aborto e dell’omosessualità, di cui nella Bibbia nemmeno si parla, bensì “accogliere lo straniero, curare i malati, e l’uguaglianza per tutti”. 

Io non so in quale parte degli Stati Uniti viva Manderson, l’articolo non lo dice. Certo non nelle contee del Texas dove la gente è convinta che il muro ai confini del Messico è stato costruito, che adesso contrariamente a quando c’era Obama il mondo intero rispetta gli Stati Uniti, che Trump ha salvato l’economia distrutta da Obama e che ha messo fine a questa sciocchezza del Covid 19 (questo lo dicono mentre vengono portati all’ospedale). È proprio sicuro, il reverendo Manderson, che i poveri che votano Trump vogliano veramente, non solo “curare i malati”, ma anche semplicemente curare se stessi? Perché se si preoccupassero veramente della loro salute gli basterebbe volere una riforma sanitaria generale, no? E invece no, una buona percentuale, anche se non è la maggioranza, non la vuole.

 

Non è, quella del buon pastore, una ripresa dell’utilitarismo ammantata di religione? Cosa ne so io che i poveri intendono sempre “aumentare il loro benessere”, secondo la formula aristotelico-utilitarista della felicità? E il godimento dove lo mettiamo? Il godimento non è la felicità, e non è nemmeno il piacere. E se il godimento si celasse proprio nello stare male e nel poter dare la colpa a qualcun altro? E se il godimento del povero fosse quello delle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, archetipo assoluto del cittadino furibondo? Non è uno stupido, l’uomo del sottosuolo, spesso ha anche ragione, ma il godimento al quale non può rinunciare sta nella sua incazzatura perenne, che per lui è meglio dell'alcol, del sesso e di qualunque rapporto umano, basta vedere come tratta la povera Liza. Come si fa a tirarlo fuori dal sottosuolo in cui l’hanno ficcato, ma dove sta anche bene come un topo nel suo buco (perché il titolo russo che nessuno traduce bene, come osservava Nabokov, è Note da una topaia), e convincerlo che deve accogliere gli immigrati, assistere i malati e volere l’uguaglianza? Sono sicuro che rimarrebbe molto sorpreso e chiederebbe: "E perché?"

 

Il prete operaio non ha tutti i torti quando dice che i liberal che si sono strappati i capelli per quattro anni al pensiero di Trump non sono stati minimamente toccati da quello che lui ha fatto e anzi ci hanno guadagnato (ma per quanto tempo? La questione del mutamento climatico non lo sfiora?). Trump infatti non ce l’ha con loro. Con precisione chirurgica, quelli come Trump fanno del male solo a coloro che li votano, e questi continuano a votarli perché vogliono che gli venga fatto del male, il male che conoscono già, non il male che gli potrebbero fare i liberal costringendoli a cambiare natura. Come diceva Freud nel Disagio della civiltà, con impagabile humor ebraico, questa faccenda di amare il tuo prossimo come te stesso è la cosa più stressante che sia mai stata concepita. Non mi stupisce affatto che il blue-collar worker fugga a gambe levate appena vede un liberal. Mi viene in mente la scena del Mistero buffo in cui il cieco e lo storpio che stanno chiedendo l'elemosina per strada vengono a sapere che sta arrivando Gesù a miracolarli. Lo storpio sale in groppa al cieco e gli fa da guida mentre fuggono dicendo: “Via, via, quel Jesu x'è un gotico tremendo, scapemo che’l ne miracola e ne manda a lavorar!"

 

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