America: salviamoci la pelle

Se Biden è il Mosè d’America, come qualcuno si è affrettato a proclamare dopo le elezioni, prima di inoltrarsi nel deserto dovrà tornare sui suoi passi. E tentare il miracolo di ripescare dal Mar Rosso quei settanta milioni di americani che ancora annaspano nella sconfitta perché senza di loro non andiamo da nessuna parte. Anzi, finiamo tutti insieme a schiantarci contro il muro – rossi e blu, destra e sinistra, complottisti e progressisti. 

Mentre gli opinionisti compilano meticolosi elenchi di ciò che abbiamo perduto nell’era Trump – l’innocenza, l’altruismo, il senso morale, il sogno americano, l’orgoglio, la cultura e mi fermo qui – il treno della pandemia viaggia ormai a un’andatura folle. I segnali sono inequivocabili: sarà un inverno da incubo. L’unica luce fioca che s’intravede in lontananza è il vaccino. E non è detto sia il libera tutti.

Il furore elettorale sembra avere incrinato una delle poche certezze di questo Paese – la fiducia nei medici e nella ricerca medica. Un anno fa una ricerca del Pew Research Center mostrava che, a prescindere dall’orientamento politico, 74 americani su cento avevano un’opinione positiva dei medici e 68 su cento degli scienziati. Un risultato spettacolare, visto il generale crollo di credibilità delle istituzioni, che però non sorprende se si considera che questa è una società medicalizzata fino all’ossessione. 

 

In America tutto è sintomo e malattia – dalla culla alla tomba. Ogni minima manifestazione del corpo e dello spirito è da diagnosticare, curare, guarire. Qui, ora, alla svelta. Gli Stati Uniti sono l’impero del Prozac, del Viagra, degli oppiacei. Si attende la salvezza da una pillola: la prevenzione è roba da ricchi o socialdemocratici, tollerare un esercizio da asceti. 

Dovremmo attendere il vaccino come gli ebrei la manna nel deserto. Invece i sondaggi rivelano che oltre metà della popolazione non intende usarlo. In questioni del genere opinioni e comportamenti non sempre vanno a braccetto, ma percentuali del genere adombrano la possibilità di un fallimento perché se non è di massa la vaccinazione non funziona. Il virus continua a circolare, l’epidemia non si ferma. Interpretare le ragioni del rifiuto è dunque cruciale, ne va del futuro di tutti noi.

Colorare il no di rosso o di blu, come spesso si è fatto in questi mesi, è fuorviante. L’approccio schizofrenico di Trump – che da un lato ha sminuito la gravità della pandemia sparando a zero contro gli scienziati e dall’altro ha avviato l’impressionante operazione Warp Speed per un vaccino in tempi record – ha ingarbugliato politica e malattia fino a farne una matassa inestricabile. E i messaggi contradditori del Cdc non hanno fatto che moltiplicare il caos.  

 

Nello scetticismo che circonda il vaccino c’è però dell’altro. Le comprensibili perplessità su un prodotto messo a punto con rapidità senza pari; le riserve sull’industria farmaceutica; il dubbio che gli scienziati non facciano il migliore interesse del pubblico (nella ricerca del Pew Reserch Center era il principale appunto nei loro confronti); le paranoie del complotto; i venti antivax che anche qui spirano impetuosi. E poiché siamo in America, non manca il risvolto razziale. 

 

 

La diffidenza delle minoranze nei confronti dell’istituzione medica è storica. Rimanda a esperienze come le campagne di sterilizzazione forzata che in passato hanno preso di mira le donne di colore e i “deboli di mente” (l’eugenetica nazista ha trovato oltreoceano un’inesauribile fonte di ispirazione) o il famigerato studio di Tuskegee, Alabama, dove negli anni Trenta centinaia di afroamericani malati di sifilide vennero curati con dei placebo anche dopo la scoperta degli antibiotici così da documentare la progressione del male. Per non parlare delle cellule di Henrietta Lacks, divenute immortali all’insaputa della famiglia ... 

A complicare il quadro, il presente non è generoso. Il pregiudizio alligna nel sistema, se non altro a livello implicito. Orienta l’ascolto, le cure, gli esiti. Influisce sul rapporto che il medico ha con il paziente. 

 

È la ragione per cui gli afroamericani ricevono un trattamento del dolore peggiore dei bianchi (si suppone soffrano meno) o le donne afroamericane riferiscono spesso trattamenti inadeguati in ospedale (è successo perfino a Serena Williams alla nascita della prima figlia). Forse è la ragione per cui, come rivela un nuovo studio pubblicato dalla National Academy of Science, un bambino afroamericano che nasce prematuro ha due volte più probabilità di sopravvivere se il medico è del suo stesso colore. 

Tutto questo per dire che il Presidente eletto avrà il suo bel daffare perché oltre a ripescare gli sconfitti dovrà recuperare sul tema della pandemia un altro pezzo d’America, quello a lui più vicino. All’indomani delle elezioni il suo primo passo è stato sfilare Covid 19 dall’abbraccio mortale della partigianeria (“la mascherina non è una dichiarazione politica”). Poi si tratterà di restituire il processo scientifico e le scelte di salute alla loro complessità, uno sforzo in cui la società civile avrà un ruolo centrale. 

Non è più tempo di agitare i fantasmi o evocare catastrofi, non ce lo possiamo più permettere. Chi comunica la scienza ha precisi doveri, come sottolinea la rivista Scientific American. In primo luogo, accompagnare la gente lungo le tappe del vaccino – dal suo design all’approvazione. Poi “spiegarne l’efficacia e i test di sicurezza; rassicurare durante le interruzioni di routine che alterano i programmi e ammettere dove il sistema a cui ci affidiamo è fallito in passato”. 

 

L’obiettivo non è convincere o dissuadere, ma spiegare. Il vaccino, la malattia, le misure di prevenzione. Interrogare le paure e cercare le risposte con onestà, senza banalizzare né puntare il dito. La comunicazione è un elemento irrinunciabile di democrazia e il rispetto dell’altro – anche di chi non la pensa come noi – è l’unico per quanto faticoso punto di partenza. Altrimenti ci si parla addosso. 

Serve invece uno sforzo di trasparenza e l’appello non si limita agli addetti ai lavori o ai media. Immaginare che le chiese, le associazioni e l’attivismo di base, capaci di slanci straordinari come si è visto nelle ultime elezioni, possano diventare interlocutori preziosi non è un’utopia. Ecco, sarebbe bello ripartire da qui. I fatti. Il confronto. La comunità. Il resto può aspettare. Sempre che il Presidente in carica non ci riservi altre sorprese e allora un’altra volta finiremo a parlare di lui anziché di noi. 

 

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