Noi credevamo. I due capitalismi

Nello Barile  in un recente intervento su Doppiozero mette a confronto i due capitalismi, quello della speculazione finanziaria di Wall Street e quello della controcultura digitale californiana, mostrando bene il dilemma della fase attuale.  Questo nostro tempo rende estremi i fenomeni che hanno accompagnato nell’ultimo secolo (1921-2021) il capitalismo e le sue interpretazioni.

Nel 1921, in un famoso enigmatico frammento, Walter Benjamin sostenne che il capitalismo è una nuova religione, i cui sacerdoti sono Nietzsche e Freud: la nuova religione dell’individuo, cui siamo indotti a credere attraverso il debito-colpa, il meccanismo indebitante illimitato e senza remissione che ci accompagna fino allo stato di disperazione del mondo. In ideale risposta, scriveva John M. Keynes nel 1925: “noi credevamo che il capitalismo moderno fosse capace non solo di mantenere i livelli di vita attuali, ma di portarci là dove saremmo stati liberi da preoccupazioni economiche. Oggi noi dubitiamo che l’imprenditore ci porti in una terra migliore di quella in cui siamo”. Quattro anni dopo esplodeva la grande crisi del 1929. Poi la ricetta keynesiana dello Stato interventista ha salvato il capitalismo, che ha conosciuto una crescita ininterrotta per un quarantennio fino agli anni ’70, garantendo equità di trattamento e miglioramenti decisivi per la classe media e gli strati più bassi della società.

 

Il successivo quarantennio neoliberista rovescia la prospettiva. A guidarlo è ora il sistema tecno-finanziario di mercato, Wall Street e Silicon Valley insieme. La prima si occupa di indebitarci, la seconda di sedurci. Ma se il capitalismo non è in grado di coinvolgere nel possesso dei beni capitali la maggioranza della popolazione, se i detentori di capitale si restringono a una infima minoranza, il sistema rischia di crollare. Per evitarlo esso ricorre all’indebitamento di tutti. La forma assunta, il debito, è un feticcio, un falso da adorare: tutti sono in grado di indebitarsi. Per spiegare la crisi del 2008 dei mutui subprime Ralph Dahrendorf notava che con cinquanta euro si voleva un’automobile, una casa. Coglieva l’aspetto macroscopico dell’illimitata pretesa di beni di consumo a debito. In tal modo però occultava la responsabilità dei detentori di capitale, del capitalismo finanziario, delle banche. 

Riformare il capitalismo non è possibile da parte di quella stessa classe dirigente, un’élite che è stata responsabile del processo sregolato di finanziarizzazione. E si è resa responsabile del successivo ricorso al debito sovrano, al denaro facile a tassi zero solo per allontanare la prossima crisi. Ma di quale élite si tratta?

 

Nel 1970 Zbigniew Brzezinsky in un libro capitale (Between Two Ages) annunciava il passaggio da un’élite urbana plutocratica, quella della società industriale, a un’élite politica che possiede particolari skill e talenti intellettuali, in cui la conoscenza diventa un fattore di potere. Si forma un complesso sistema di interdipendenza tra poteri di governo (incluso quello militare), scienza e tecnica, e industria. Il potere si fa “invisibile”.

 

 

In realtà assistiamo a una fusione tra le élites economica e politica, entrambe coinvolte nel “regime di eccezione” che sta guidando il mondo dopo la crisi del 2008. Esso non ha formalmente modificato la costituzione legale, ma ha profondamente cambiato la costituzione materiale della società. In particolare ha drasticamente ridotto i controlli esercitati dai parlamenti e dallo stesso potere giudiziario. Il controllo sociale della società civile è disinnescato grazie ai nuovi media di comunicazione, in grado di manipolare, condizionare e occultare assai più che in passato. Resta drammaticamente tra parentesi il vero motore, rappresentato dalla conoscenza: chi ha il sapere non conta nulla, chi ha il potere è il solo a contare. 

Come Bzrezinsky aveva previsto con largo anticipo, la globalizzazione opera una global absorption, ci assorbe tutti. Essa aumentando le fonti incontrollate di diffusione dell’informazione e della comunicazione che gli individui non possono in alcun modo limitare o correggere, ha reso omogenea a scala mondiale l’insicurezza, l’incertezza e l’anarchia intellettuale.

 

Il luogo di questa omogeneizzazione non è però il “villaggio globale” immaginato da Mc Luhan, tutti in un cottage immerso nel verde, ma – sostiene Bzrezinsky – è la “città globale”, fatta di interazioni nervose ma non di intimità tra gli individui, in cui nessuna immunità fisica e morale è possibile data la consapevolezza dell’interdipendenza globale dei fenomeni.

Si può dire che già nel 1970, tra due ere, quella industriale e quella post-industriale o tecnotronica, erano stati annunciati sia la nostra crescente perdita di sicurezza fisica e morale, sia l’aumento delle occasioni di crisi, contagio e invasione globale nelle sfere della vita individuale.

Eppure il dominio americano sul mondo era schiacciante, in termini di innovazioni, ricerca e sviluppo, numero di laureati, reddito procapite. I paesi europei, il Giappone e la stessa Russia erano staccati in ognuno di questi parametri. I paesi del terzo mondo, inclusa la Cina, erano “ghetti globali” di povertà e arretratezza.

 

La fase attuale ricorda da vicino le due ere di Bzrezinsky: esse sono ora racchiuse in uno spartiacque tra globalizzazione senza regole e nuovi Stati-continente.

La globalizzazione finanziaria e tecnica ha prodotto un nuovo mercato globale, e ha spinto in avanti Cina e Stati Uniti in una nuova competizione. I lupi di Wall Street e i visionari della Silicon Valley sono stati imitati e sono divenuti il modello del nuovo capitalismo asiatico. Poi, la pandemia ha fermato il mondo e costretto a riflettere, mentre la catastrofe ambientale avanza: secondo le agenzie internazionali abbiamo tempo fino al 2050 per invertire la tendenza catastrofica.

I prossimi trent’anni saranno allora quelli degli Stati-continente: Nord-America, Europa, Asia, Africa ciascuno sarà una federazione di Stati con proprie catene regionali del valore, e scambi ai confini. L’intero sistema mondiale andrà riscritto, dalle organizzazioni del commercio a quelle finanziarie, su questa nuova base. Lo stesso capitalismo sarà cambiato, prevarranno nuove forme di proprietà inclusiva rivendicate da chi detiene i saperi tecnici e dai poteri locali, e si affermeranno beni comuni sottratti al mercato finanziario (acqua, aria, energie pulite, dati, conoscenza). Insomma i due capitalismi, Wall Street e Silicon Valley, saranno finalmente ridimensionati e “domati”.

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