Alfabeto Pasolini

Omar Calabrese: forme informi

Il tempo scorre a gran velocità, spazzando con sé uomini e cose, significati e valori, desideri d’una vita e piccole tattiche del quotidiano. Quel che ieri era qui oggi manco ce lo ricordiamo, al punto che guardare al passato è come pensare al futuro, aprirsi alla novità di quel che è stato. Ogni tanto sembra che il ritmo rallenti, che il flusso si blocchi in un fermo-immagine che desta meraviglia e sospetto: che sarà mai? Ma prima ancora di trovare una risposta ecco che la vita riprende a scorrere rapidissima, senza direzioni prestabilite, senza senso. Quel che manca, allora, è proprio il sentimento stesso del tempo, la percezione delle sue scansioni, i nessi che legano le forme del mondo alle strutture del pensiero, i significanti ai significati.

 

Riprendere in mano un libro di Omar Calabrese, a distanza di dieci anni dalla sua prematura scomparsa, fa riemergere questo tipo di sensazioni, scatena questo senso di impotenza generalizzata, questa indeterminatezza cognitiva che sfocia in un tripudio di passioni tristi in perenne disordine. Innanzitutto perché questi dieci anni sembrano cento. È accaduto di tutto, nel frattempo, nella vita come nell’arte, nella scienza e nella società, per non parlare dei media. Ma, soprattutto, pare ancora di sentire la sua voce raccontare di accanite partite al biliardo e raffinatissime esposizioni d’arte, pettegolezzi accademici e disquisizioni politiche. L’immagine del perenne, amaro sorriso di Omar Calabrese è ancora ben nitida nella memoria. E sembra proprio di averlo accanto, o forse dinnanzi, come guida tanto entusiasta quanto perplessa, desiderosa di andare e di capire, di fare e disfare, additando in uno stesso gesto ostensivo vagoni di solite imbecillità e inaspettate esplosioni di reale inventiva. Ritrovandoci adesso al Rettorato di Siena, dal 31 marzo al 2 aprile prossimi, in un incontro di studi che intende ricordarlo e rilanciarlo (titolo “Intorno a Omar”), non si potrà non condividere un tal genere di spaesamento. Per ripartire, sperabilmente, un po’ più carichi.

 

Inoltre, la rilettura di un libro di Calabrese fa riemergere la questione del tempo e del suo fatuo valore per una ragione ancora più evidente, insieme più ovvia e più complessa. Il libro in questione, infatti, è L’età neobarocca, che di tutto ciò – il caos e la dissipazione, l’instabilità e la metamorfosi, il disordine e l’eccesso, il pressappoco e il non-so-che – disquisisce con la sua solita, programmatica dotta ignoranza (a Cusano è non a caso dedicato un altro suo volume, Serio ludere, di cui s’è a già indicata l’importanza). Scorrendo una gran quantità di oggetti culturali dell’epoca – opere letterarie, film, fumetti, trasmissioni televisive, videogiochi, ma anche teorie scientifiche e filosofiche, opere d’arte e d’architettura – Calabrese vi ritrova alcune forme comuni di organizzazione e di ricezione, le stesse strutture portanti, come dire il medesimo gusto sociale (definito appunto neobarocco), fatto di disordine e indeterminazione, rapidissimi cambiamenti d’idea e conformazioni estetiche perennemente mutanti.

 

Proposto da Woody Allen nell’‘83, il personaggio fittizio di Zelig – fregoli sempre pronto ad assumere le sembianze di chi gli sta accanto, – è secondo Calabrese il migliore emblema di questo diffuso gusto neobarocco: la cui forma profonda è quella di non averne, di non possederne una e sola in pianta stabile, soggetta com’è, per destino condiviso, a continue, ulteriori conformazioni. Come pure, per citare un film di tutt’altro genere, La cosa di John Carpenter, dove un essere vivente proveniente chissà da dove genera orrore e disgusto giusto per la sua capacità di assumere le fattezze degli esseri con i quali viene a contatto, cambiando aspetto in continuazione.

 

L’età neobarocca, senza dubbio il testo più celebre di Omar Calabrese, il più tradotto e il più discusso ben oltre le mura accademiche, è uscito nel 1987 da Laterza. Una seconda edizione pressoché triplicata è stata poi allestita dai suoi allievi (Lancioni, Jacoviello, Polacci, Addis etc.) e pubblicata, con introduzione di Umberto Eco, nel 2013 da La casa Usher. E adesso sta per arrivarne una terza versione (uscita prevista il 14 aprile), più simile a quella iniziale, con prefazione di Francesco Casetti e postfazione di Claudio Castellacci, per iniziativa del medesimo editore. Lodevolissima operazione, che permette non solo di ripensare in toto il pensiero e l’opera di Omar, misurando l’inevitabile distanza che ci separa da lui, ma anche, e forse soprattutto, di interrogarci sui modi del nostro attuale presentismo, sui gusti sociali che volenti o nolenti ci pervadono. 

 

L’età neobarocca, occorre ricordarlo, esce in un periodo culturale assai movimentato. È in corso il vivacissimo dibattito su quel postmoderno che, mettendo in parentesi le sperimentazioni delle avanguardie (e, soprattutto, le istanze di novità e di rottura che le hanno caratterizzate), prova a sopravvivere un mondo senza più scuole e ideologie, senza quelle Grandi Narrazioni da cui appunto Jean-François Lyotard, nel ’79, aveva preso congedo. Dove siamo? Dove andremo? Sulla base di quali valori? di quali istanze, quali desideri, quali sistemi di senso? A fronte dei soliti nostalgici che piagnucolano per il bel tempo andato, c’è un fortissimo risveglio più o meno ironico del figurativo, del plot, dell’antico, in un intrattenimento colto e insieme spettacolare perfettamente rappresentato (come osserva acutamente Castellacci) da quella strane creature che sono, da una parte, un romanzo come Il nome della rosa di Eco (1980), il cui successo editoriale non è sufficiente a spiegarne il senso e il valore, e, d’altra parte, un capolavoro come I predatori dell’arca perduta di Steven Spielberg (1981), un film – scrive Calabrese – “infarcito di circa trecentocinquanta rimandi a altre opere, filmiche e non”.

 

 

Racconta Castellacci: “Omar ed io andammo a vederlo insieme, in un ordinario pomeriggio di ottobre, al cinema Diana (oggi scomparso) in viale Piave, a Milano. Ci aspettavamo una pellicola di avventurosa evasione. Finimmo con l’assistere a uno spettacolo epocale. Usciti, rimanemmo non so quanto tempo sul marciapiede, fuori dal cinema, a parlare, e credo anche a gesticolare, come invasati per aver ricevuto l’illuminazione dell’avvento di un nuovo spirito del tempo”.

 

Ed è questo spirito del tempo che occorre comprendere e, ancor prima, spiegare. Così mentre lo stesso Lyotard, un po’ infastidito dall’instancabile vocìo intorno alla sua invenzione terminologica, pubblica Il postmoderno spiegato ai bambini (1986), e mentre uno come Bruno Latour lavora a un testo che si intitolerà Non siamo mai stati moderni (1991), Calabrese va in cerca di quella metafora epistemologica che possa tenere insieme manifestazioni culturali apparentemente eteroclite come Congo di Michael Crichton e i serial come Dallas e Dinasty (appena sbarcati in Italia), la teoria delle catastrofi di René Thom e il Tenente Colombo, il successo dei Bronzi di Riace (neoclassici quanto profondamente barocchi) e i frattali di Benoit Mandelbrot, i mostri della fantascienza e la labirintologia di un matematico come Pierre Rosensthiel. 

 

Perché parlare di metafora epistemologica? Perché a ben vedere, se c’è un libro a cui L’età neobarocca surrettiziamente si ispira, pur nella patente differenza di idee, è Opera aperta di Eco (1962), testo che con grande creatività metodologica aveva messo insieme – ritrovandovi la medesima dialettica fra forma e indeterminazione – la televisione nascente e la musica contemporanea, le teorie di Heisenberg e l’informale, Finnegans wake di Joyce e L’avventura di Antonioni. Andare alla ricerca dello spirito di un’epoca, osserva Casetti, non era certo un’invenzione di Eco, meno che mai di Calabrese (basti pensare a Simmel o a Wölfflin). “Quello che Calabrese fa – scrive Casetti – è in qualche modo più radicale: non privilegia più alcuni manufatti su altri, ma allarga la platea dei suoi esempi a oggetti che possiamo ben dire quotidiani –oggi, cosa c’è  di più quotidiano di un modo di vestirsi, di una scelta culinaria, o  di una trasmissione televisiva? – e insieme analizza questa quotidianità con gli strumenti più raffinati con cui si è  soliti interrogare le emergenze eccezionali – diciamo: le opere d’arte”.

 

I modelli e i metodi dello strutturalismo e della semiotica, adoperati con intelligenza e parsimonia, non risultano dunque innocenti: “L’effetto – ne conclude Casetti – è quello non solo di alzare il livello della lettura, ma anche quello, fin da subito, di dare un’idea che cosa veramente vuol dire un’epoca: è il grande magazzino dell’industriosità umana, il conglomerato di gadget, utensili, e tic, insomma, il deposito del tutto che ci circonda. Solo navigando questo tutto su una scialuppa super attrezzata si attraversa questo mare – e ci si salva dal naufragio”.

Torniamo a quel senso di smarrimento di cui si diceva in apertura. Saperne rintracciare l’intelligibilità non sarà forse il miglior modo per sconfiggerlo. Ma sicuramente aiuta parecchio. Allora come adesso. Con questo, ma non solo per questo, L’età neobarocca si rivela per quel che fondamentalmente è (e non è poco): un libro felice.

 

Intorno a Omar, dal 31 marzo al 2 aprile, Aula magna storica del Rettorato, Banchi di Sotto, 55 – Siena. Sarà possibile seguire il convegno anche online.

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