Perdere pezzi per sopravvivere

«Un parto tanto atteso, un futuro a pezzi. Disorientata dalla perdita, scopre che la via d’uscita è attraverso il dolore». A leggere la sinossi del film del regista ungherese Kornél Mundruczó Pieces of a Woman, in concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia e disponibile su Netflix, ce ne sarebbe già abbastanza per tenersi alla larga. Volendo perseverare, le “caratteristiche” del film – “cupo”, “emozionante”, “strappalacrime” – danno il colpo di grazia alla spettatrice o allo spettatore, invitandoci a una sorta di camera della tortura. 

 

Kornél Mundruczó (al centro) con Ellen Burstyn e Vanessa Kirby.


Tuttavia, potrebbe trattarsi di una pista falsa, almeno in parte, perché le sinossi dei film, soprattutto quelle preparate per le piattaforme streaming, sono spesso scritte malissimo. Certo, bisogna considerare che vedere Pieces of a Woman in tv anziché in una sala cinematografica è un’esperienza diminuita, purtroppo. D’altra parte, è un lavoro che merita attenzione, per almeno tre importanti motivi. 

Il primo è che la protagonista, Vanessa Kirby, ha conquistato la Coppa Volpi (miglior attrice) a Venezia, e molto probabilmente sarà nominata anche per gli Oscar. 

Il secondo motivo riguarda la capacità di questo film, come tutto il cinema del regista ungherese Kornél Mundruczó, di “spostare sguardo”, chiedendoci, imponendoci perfino, la visione di situazioni e motivi non così esplorati, anche se appartenenti a realtà e esperienze vicine, in senso materico, all’esistenza di tutti. Per esempio il parto, come accade in Pieces of a Woman.

 

Non occorre aver partorito perché la venuta al mondo di un essere umano sia un fatto che dovrebbe essere così famigliare, in un certo senso quello che più ci ha riguardato e ci riguarda. Eppure, se ci chiediamo quante volte il cinema o la letteratura l’abbiano rappresentata veramente, e non metaforicamente, o per ellissi, ecco che la nascita, in quanto situazione e espressione fisica, è l’evento tabù. Si muore spesso, nelle finzioni, ma non si partorisce praticamente mai. C’è un film, un capolavoro, che ha raccontato questa esperienza mettendo al centro proprio le donne, ed è Alle soglie della vita (1958), di Bergman (lo si poteva trovare sulla piattaforma Raiplay). Ma oltre a questo poco più. Il parto è un evento a porte chiuse, e a cui per secoli gli uomini non hanno partecipato; dunque, anche di conseguenza, è rimasta una vicenda che non era interessante mostrare. Anche perché il corpo femminile, come già durante la gravidanza, all’atto del parto si contrae, si deforma, si trasforma, si strappa, si fa a pezzi, per l’appunto, sottraendosi a ogni traiettoria del desiderio.

 

 

Con un piano sequenza che dura più di venticinque minuti, nella prima parte del film, quando si racconta il travaglio di Martha, che ha deciso di partorire in casa, a Boston, assistita da un’ostetrica che all’ultimo momento ha sostituito la specialista di fiducia, Pieces of a Woman porta sguardo e narrativa sul corpo di una donna durante un parto. La sua non è una sofferenza ricattatoria, ne è, per l’appunto, una “scena madre”; bensì un’esperienza reale. E a questo livello arriva allora anche un terzo importante argomento per cui vale la pena di guardare il film. È il motivo più paradossale di tutti, e d’altra parte in un certo senso è anche il più coerente, in senso formale: Pieces of a Woman è un film disturbante, ci mette a disagio: per il soggetto e per gli “effetti di durata”, da intendersi come qualità cinematografica, che la regia sceglie di dedicargli. Guardare significa anche fare i conti con questa tensione. 

 

Torniamo allora ai temi affrontati. Attraverso la vicenda di una coppia che di fatto non regge lo chock della morte della propria bambina, pochi minuti dopo la nascita, Pieces of a Woman, mette in scena e racconta molte situazioni che ruotano tutte attorno al sentimento di un trauma: della sua risistemazione, e anche, in parte, di come questo processo faccia parte di un percorso irreversibile di perdita. 

Così vediamo agire la storia di un’identità disintegrata, quella di Martha; di un rapporto di coppia mandato in frantumi e della solitudine di un uomo messo fuori, espulso, letteralmente, dalla prigione di sofferenza della compagna (anche per questo il film è interessante, e l’interpretazione di Shia Labeouf molto intensa, perché molto concentrata sull’eloquenza del corpo); e poi c’è una relazione problematica della protagonista con l’anziana madre (Ellen Burstyn).

 

Un rapporto fatto di ferite lontane, riaperte, come succede, dalla nuova maternità. Infine, e al tempo stesso, Pieces of a Woman parla anche, in senso visuale e simbolico, di un ponte da costruire. È quello per il quale lavora, da capocantiere, il compagno di Martha. Proprio inserendo in maniera ricorsiva le immagini del ponte prima da tirar su e via via in allestimento, il film è fatto di nove pezzi tenuti assieme da un leitmotiv e che scandiscono il lavoro del tempo sul trauma di Martha. Via via che l’acqua scorre (in un film quasi troppo pieno di acqua, tra la pioggia, la neve, l’acqua sui vetri nei lavandini nei bicchieri di un lavabo sporco della cucina), ecco arrivare la conquista lenta e quasi non intenzionale di una rielaborazione; e infine la liberazione dal sentimento di odio e di rivalsa verso l’ostetrica. 

 


 

È interessante, dentro questo flusso, il modo in cui la macchina da presa lavora per mostrarci come Martha e Sean “stanno cadendo a pezzi davanti al mondo”, esattamente come accade in certe canzoni del duo rock dei White Stripes, citato a un certo punto. È significativo come questa situazione si realizzi proprio in senso visuale e diventi un espediente di inquadratura. Soprattutto la protagonista, infatti, è spesso ripresa mostrandoci appunto parti, pieces, del suo corpo. E le emozioni che la regia le chiede di sottolineare esprimono continuamente stati di disarticolazione nervosa (occhi che vanno altrove, parole iniziate, sguardi portati su dettagli distonici). 

 

 

 

Non solo Vanessa Kirby, anche Molly Parker (nei panni dell’ostetrica messa sotto accusa) e tutti gli attori, compreso Benny Safdie (in un piccolo ruolo) sono in ogni caso molto bravi, perché tutti sono messi nella condizione estrema e molto teatrale di lottare per il proprio personaggio. 

La parte meno convincente di Pieces of a Woman riguarda gli spunti didascalici (per esempio gli accostamenti, di maniera, tra le piante secche e i piatti sporchi dell’appartamento di Martha contro l’ordine e il fogliame rigoglioso dell’interno della madre), o, peggio ancora, la sovrapposizione ideologica tra il trauma della perdita della neonata e il trauma della Shoah vissuto dalla madre anziana da bambina. È una forzatura sbagliata e che tra l’altro espone il film a giudizi liquidatori e sommari che, malgrado tutto, non si merita. 

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