Un signore neoclassico. Gillo Dorfles secondo Lea Vergine

Le volte che ho incontrato Gillo Dorfles, oltre naturalmente alle mostre o a qualche presentazione di un volume, è stato a casa di Lea Vergine. A colazione, come dice Lea, che è una signora napoletana, oltre che una straordinaria scrittrice d’arte. Così a pranzo c’era Gillo, e si conversava di tutto con lui. In genere i suoi erano racconti di esposizioni appena viste, libri appena letti, persone incontrate da poco. Insaziabile, era dappertutto e vedeva tutto. Aveva già superato i novanta, ma sembrava, nonostante l’aspetto, un ragazzo per via della curiosità. La cosa che colpiva era il suo abito. Sempre perfetto, sempre impeccabile: camicia, cravatta, giacca, calzoni. Tutto in tinta. Come poteva essere diversamente? Si è occupato d’arte nei suoi libri. All’usato avevo comperato anni prima di incontrarlo Modi & Mode, edito da Mazzotta nel 1979, ma i suoi libri sono disseminati di notizie e riflessioni su quella che è oggi l’arte dominante; di più: il motore estetico, e quindi politico, del contemporaneo. Nelle conversazioni a tavola con Dorfles mi colpivano i rari giudizi che formulava. Sempre ponderati, quasi freddi. Detti in modo scientifico. In fondo era un medico. Si era laureato in medicina e poi specializzato in psichiatria. Quando è arrivata la notizia della sua scomparsa, ho chiamato Lea Vergine. Nevicava e aspettavo il treno in una città vicino a Milano. Abbiamo parlato di lui a lungo e così ho pensato che appena avessi rimesso piede a Milano avrei richiamato Lea, per parlare del suo commensale. E così è stato.

 

Dove l’ha conosciuto?
A Napoli per la presentazione di un suo libro sul design. Era il 1961 o il 1962. Ne avevo fatto una recensione su “La fiera letteraria”.

 

Era già noto come studioso e critico? Se non ricordo male aveva pubblicato già alcuni libri: Discorso tecnico delle arti nel 1953 e poi Le oscillazioni del gusto del 1958, dove c’è già tutto Dorfles, con un capitolo sul tema del Kitsch.

Noto lo era tra chi leggeva di queste cose, perché in realtà la notorietà gliel’ha data Ultime tendenze nell’arte d’oggi da Feltrinelli nel 1963, libro più volte ristampato e riaggiornato.

 

In effetti questo è il suo primo che ho letto all’inizio degli anni Settanta, perché non c’era molto su questo tema in circolazione, niente che spaziasse così tra le arti. Pensi che l’ho ricomprato altre due volte per avere gli aggiornamenti…

La sua notorietà gli deriva da questo: gettare un occhio sul contemporaneo, a largo giro d’orizzonte. Pittura, scultura, architettura, design: Gillo aveva visto il rapporto che correva tra le varie arti, centrato il rapporto tra loro medesime. Lui parlava varie lingue, dal tedesco all’inglese e al francese; leggeva i libri prima degli altri. Sapeva anche un po’ di russo, un po’ di spagnolo, un po’ di portoghese. Le lingue gli piacevano, per lui era un gioco.

 

Questa passione per il gioco in che rapporto sta con il suo scrivere?

Il gioco per Gillo era una cosa che si fa senza fatica, e che ti diverte, e in cui riesci. Non era un giocatore di carte. Gli ho detto più volte: ma perché non impari a giocare a poker? No, non gli interessava il gioco con le carte e meno che meno il poker, forse vi vedeva qualcosa che aveva a che fare con la perdizione, era un po’ moralistico in questo. Meglio: temeva il gioco di carte come una forma di dissipazione.

 

Il suo talento allora da cosa nasce?

Aveva un talento naturale. Tutto quello che lo riguardava aveva a che fare con la naturalità. Non faceva nulla che costasse sforzo. Piuttosto si faceva ammazzare. Questo sin dagli anni Sessanta quando l’ho conosciuto.

 

Su che cosa riposava il suo talento? Sul piacere di giocare?

Era qualcosa che aveva ereditato, probabilmente. I suoi genitori, i suoi nonni, gli zii, a Trieste erano tutti specializzati in qualcosa: violino, equitazione, scienza… Lo sa che Gillo era un sportivo, un atleta? Faceva lo sport agonistico senza sforzo, così. Molto sport: mare e monti. Se devo definirlo in qualche modo, direi che era un dilettante, un vero dilettante settecentesco. Suonava, oltre che scrivere. Eccelleva nella frittura.

 

Frittura?

Sì sapeva friggere tutto in modo eccellente; di tutto: verdure, pesce, polpette di carne. Gli piaceva molto farlo.  

 

 

La definizione di dilettante settecentesco è molto bella e calzante. Ho qui sul tavolo almeno una ventina di suoi libri. Sono tutti interessanti e si occupano di tutto. Come un uomo del passato, un enciclopedista: arte, letteratura, moda, sport, oggetti, eccetera. Con il passare del tempo ha coperto e descritto quasi tutti i campi espressivi del contemporaneo. Ma qual è stata la sua vera innovazione, quello che ha fatto di nuovo rispetto al passato?

Aveva mescolato le arti, senza fare differenze tra l’una e l’altra, questo sin dagli anni Trenta e Quaranta, a Trieste, dove si era formato. È stato uno dei primi a occuparsi della contemporaneità. Bisogna dire che non era un critico d’arte, era piuttosto un critico del gusto. C’è un aneddoto che spiega bene chi è stato Gillo Dorfles. Un ragazzo chiede alla madre: Ma di cosa vive Dorfles? Di soldi, come tutti, risponde la madre. E perché glieli danno?, chiede il ragazzo. Perché spiega che cosa è il bello e cosa è il brutto, dice la madre. Ma come, replica il ragazzo, lo pagano per quello che ciascuno riconosce da sé? Che fortunato! La sua lunga vita, la sua presenza fisica, il suo presenzialismo, sono delle chiavi per spiegare il suo successo. Oggi mancano persone così, tipi che sono dappertutto e al momento giusto, a cui non sfugge niente, che si tratti della Biennale di Venezia o Documenta di Kassel. Loro ci sono.

 

Se dovesse darne una definizione, una definizione stringata, come lo definirebbe?

Gillo è stato un signore neoclassico. Lo penso da sempre. Sembrava essere uscito dalle mani di Canova, non tanto per la bellezza, che bello non era, ma per il gusto. Da giovane era molto amico di Guttuso, due personalità molto diverse, anche per gusti estetici. A Gillo Guttuso piaceva molto per la sua bellezza fisica, lo ammirava per questo. Poi c’è da dire che è stata una persona compita, non faceva sudicerie come tanti altri.

 

Lei lo definirebbe un appassionato o no? A volte ho la sensazione che la sua scrittura sia algida.

Più che algido. Un livello elevato di freddezza. Gillo probabilmente era convinto che solo così ci si potesse sottrarre alla noia e alla sofferenza, che sono state le sue bestie nere. La noia in particolare.

 

Non sono forse molto vicine noia e sofferenza? La noia provoca sofferenza, no? Possiamo dire che era un esteta, un dandy?

Sì, è stato un esteta. Penso alla cura che metteva nei vestiti. Andava a misurarsi i vestiti, le giacche, e persino le camicie. La camicia no, è un eccesso, non la si misura. Poi suonava molto. Forse doveva esserci qualcosa di fragile in lui, poiché tutto era tenuto sotto controllo. Gillo è stato una creatura umana che non si è mai lasciata andare alla disperazione e al dolore. Presidiava se stesso.

 

Dopo i primi libri all’inizio degli anni Cinquanta, dopo Il divenire delle arti da Bompiani nel 1959 e Ultime tendenze dell’arte d’oggi da Feltrinelli nel 1961, approda da Einaudi con Nuovi riti, nuovi miti del 1965 e poi Artificio e natura del 1967. Questo è il suo periodo d’oro?

Il decennio tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Settanta è stato il suo periodo migliore. Aveva visto quello che accadeva nelle arti e le raccontava.

 

Il Kitsch, la sua Antologia del cattivo gusto esce da Mazzotta nel 1967. L’ho scoperta solo alla metà dei Settanta. Oggi è modernariato, allora la si trovava invenduta nelle librerie indipendenti dell’epoca. Guardando la sua bibliografia, che è fatta di libri sempre riediti e ristampati da vari editori, si nota che salvo un volume su Bosch non si è occupato molto di singoli artisti?

Delle persone a Gillo non importava molto. Non gli interessavano gli artisti, ma gli argomenti. Una volta gli ho riferito una battuta di Furio Colombo: “Gli altri, che farne?”. Gillo ha riso e annuito. Era così. Era inutilmente algido.

 

Vuole dirmi che non gli interessava davvero l’arte?

Non ha scritto monografie su singoli artisti. Usava molto la psichiatria che aveva studiato da giovane, dopo la laurea in medicina.

 

Ma non era felice di quello che faceva? Cosa gli sarebbe davvero piaciuto fare?

Voleva fare Fred Astaire in "Girandole". Il ballerino, il danzatore. Questo avrebbe voluto davvero fare. Ha vissuto un numero di anni spaventoso. Sono 109.

 

Non 107 come dicono le biografie?

Sono stati in Einaudi a sbagliargli la data di nascita, negli anni Settanta. Dopo è continuato così e lui non ha corretto l’errore, tanto erano solo due anni in più cosa vuole che sia? Quando nasciamo siamo sempre affidati in mani sciagurate. Pensi che io ho tre certificati di nascita. Dato che i miei genitori non erano sposati, mio nonno si è precipitato a registrarmi; mio padre non si fidava di mio nonno e lo fece anche lui, e così anche mio zio. Mi hanno fatto andare a scuola due anni prima…

 

Si è fatto tardi e la telefonata è andata per le lunghe. Ci sarebbero molte altre cose da raccontare di Gillo Dorfles. Lea Vergine è una narratrice formidabile, a volte più al telefono che dal vivo, perché è come sentirla parlare dentro la radio, non nella cornetta del telefono. Dal vivo, però è superba. Una sigaretta dietro l’altra e fa le pause per accenderle, sospende il racconto e lo trattiene sul ciglio del vuoto: sta per finire o dirà qualcosa d’altro? Su Dorfles si potrebbe andare avanti a lungo. Io ho letto solo i suoi libri, e non tutti, anche se un giornale per cui scrivevo tempo fa mi aveva chiesto un necrologio, in anticipo, per metterlo fuori in un giorno come questo. Non l’ho scritto, anche se mi sono procurato quasi tutto quello che aveva scritto, tranne forse i cataloghi d’arte, perché Dorfles era anche un pittore, algido, direbbe forse Lea Vergine. Ma non ne abbiamo parlato in questa conversazione. Dato che diversi li ho letti e sottolineati, e regalati, e più volte ricomprati, ne vorrei segnalare due a chi non lo conosce ancora: L’intervallo perduto di Einaudi del 1980, che è un libro intelligente e preveggente, e poi Elogio della disarmonia da Garzanti nel 1992, molto bello. Forse non è vero che la sua epoca d’oro, come dice Lea Vergine, sono stati i Sessanta; questi libri sono originali e pieni di cose importanti. Sono libri composti di brevi scritti, perché come molti autori italiani, Dorfles era uno scrittore breve, come la generazione del Novecento, e lui è stato un uomo del Novecento in tutto e per tutto. Chissà cosa dirà Lea di queste mie considerazioni? Domani, se qualcuno le stampa l’intervista, perché lei non usa internet, mi chiamerà e ricominceremo a parlare. Dovrò prendere altri appunti di sicuro.

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