Wo | Man Ray

Di mostre su Man Ray se ne sono viste molte, anche recentemente, quindi plaudiamo alla bella idea che rende originale e anche questa volta non ripetitiva l’esposizione, Wo | Man Ray, a Camera, Torino (fino al 19 gennaio 2020): l’Uomo Raggio e le sue Donne Raggio, il Fotografo e le sue Donne, non solo modelle ma soprattutto assistenti e allieve. L’idea non è scontata, non è pettegola o furba, come certe biografie in cui di un artista si raccontano solo le avventure e relazioni amorose come un brutto romanzo d’appendice, ma perché qui il rapporto è valorizzato nei suoi apporti all’arte, alla fotografia. Dell’uomo infatti, delle sue vicende si dice solo quel che serve e che non mortifica né lui né la donna, mentre al contrario ecco che proprio della donna viene ad emergere il ruolo attivo, interattivo, creativo. Anche della modella, aspetto a cui si pensa solitamente poco.

 

 

Così Kiki de Montarnasse, la prima in ordine cronologico, Man Ray appena sbarcato a Parigi dagli Stati Uniti nel 1921, diventa una cocreatrice con il Fotografo. Mettiamo l’iniziale maiuscola perché qui si vede bene che Man Ray si autoritrae sempre come fotografo, più che come individuo, insieme all’apparecchio fotografico, intento a maneggiarlo, guardando perlopiù di lato, mai o quasi verso di noi se non per sottolineare ulteriormente la sua identificazione con la macchina. Kiki ha un corpo particolare, si racconta che si vergognasse a posare nuda, e allora sceglie come stare, nega alcune posizioni; d’altro canto è audace, non si risparmia; forse proprio così ha contribuito all’invenzione di queste fotografie, come a quella famosa che la riprende da dietro, piegata, con le mani che coprono le parti intime. E che dire delle sue labbra? Era la moda, quel rossetto che dà una forma così accentuata alle labbra sottili? E gli occhi, quante invenzioni! Aperti, chiusi, sognanti, sorridenti, piangenti, ingranditi fino a sembrare non si sa se fiori o piante carnivore o altro organismo vivente. La più spettacolare per me non è Violon d’Ingres, forse la più famosa, ma Noire et blanche, con quel gioco solo apparentemente di opposizioni, la donna bianca e la maschera nera, che ne fa invece l’una il sogno dell’altra. Così il bianco e nero stesso diventa un rapporto onirico e la fotografia il suo prodotto.

 

 

Quella di Berenice Abbott è forse la sala più interessante e nuova della mostra, il paragone tra i suoi ritratti e quelli di Man Ray è una sorpresa, il fronteggiarsi di due modi opposti di ritrarre, entrambi ai massimi livelli. (E la presenza in mostra del ritratto che di lei fece Walker Evans apre una terza finestra, un terzo polo dialettico, ma lasciamo ad altra occasione la riflessione.) Man Ray pensa alla forma, all’arte, non alla persona; Abbott pensa al contenuto, alla restituzione dell’“uomo o donna nuovi”, alla singolarità dell’individuo speciale, originale, artista. Bellissimo il suo uso dell’asimmetria, dei gesti, del piglio di sfida (Violette Murat), dell’indifferenza (James Joyce). Il doppio ritratto, di fronte e di profilo, di Eugène Atget, il vecchio fotografo da lei riscoperto, è impressionante: senza espressione, era diventato così, era diventato una fotografia, da qualsiasi lato lo si prendesse.

 

 

Lee Miller era americano e diretta, aristocratica e bellissima, e lo sapeva; si presentò a Man Ray, che non voleva assistenti e men che meno allievi, dicendo appena aperta la porta: “Sono Lee Miller, la vostra prossima allieva”. Non si poteva dirle di no. È diventata una grande fotografa? Meno originale delle altre, mi pare, per quanto comunque brava. Certamente come modella non la dimenticheremo più: il suo profilo solarizzato è un capolavoro, ma soprattutto suo è il busto nudo su cui si proiettano i giochi di luce delle tende, splendidamente commentato da Rosalind Krauss, sulla scorta del mimetismo nevrastenico di Roger Caillois, come l’immagine dello spazio perturbante, cioè vivo, come fosse a sua volta una presenza impalpabile, un fantasma, che non si proietta sopra il corpo che lo occupa ma cerca di possederlo.

 

 

Poi c’è Dora Maar: anche il suo volto solarizzato è indimenticabile, ma molto diverso da quello di Lee Miller, inscenato – come lei effettivamente era, sempre sopra o sotto le righe – nel gesto e nelle stoffe che lo avvolgono, per evidenziare il contrasto tra le sue mani e le altre piccole surreali. Certo, l’invenzione è notevole e lei stessa la riprenderà nelle proprie fotografie. Fu dunque sua o di Man Ray, viene da pensare? Di loro insieme è la risposta qui. Anche la sua sala è una scoperta per l’Italia, che non la conosce molto se non come donna per un certo periodo di Picasso, la “piangente”, come la chiamava esasperato, rendendola famosissima nei numerosi ritratti con le lacrime che scorrono dagli occhi. Come fotografa si inserirà perfettamente nella corrente surrealista, con invenzioni di animali fantastici tanto più conturbanti in quanto in fotografia.

 

 

Varie altre donne si ritrovano nella mostra, elencarle tutte sarebbe troppo lungo qui, ma c’è attraverso di loro la storia in filigrana di quel periodo e contesto storico artistico. C’è Nusch Éluard, moglie del poeta e audace musa del Surrealismo, che restituisce qui il risvolto lesbico e di ménage à trois dei rapporti tra i suoi protagonisti. C’è il famoso album privato di nudi e c’è l’ardito album, del 1929, con poesie di Benjamin Péret e foto sessualmente esplicite del Nostro.

 

 

Nel 1940, allo scoppio della guerra, Man Ray torna negli Stati Uniti, dove conoscerà Juliet Browner, che sarà la sua ultima moglie. La mostra finisce con la serie che ha lei come soggetto, una raccolta di 50 ritratti intitolata Fifty Faces, in cui Man Ray ha di fatto riassunto tutta la sua carriera, tutte le sue invenzioni, da quelle dadà a quelle surrealiste, dalle solarizzazioni ai veli, fino a quelle introdotte nella fotografia di moda, e ai ritocchi a matite colorate e altra tecnica, insomma cinquanta volti di Juliet e al contempo cinquanta facce-sfaccettature di Man Ray stesso. Giusta conclusione del taglio della mostra, che sancisce l’inscindibilità dei rapporti fino a farne un carattere intrinseco della fotografia, una specialità dell’arte.

La mostra è accompagnata da un catalogo, che però non era ancora pronto nei primi giorni dell’apertura e di cui quindi non possiamo rendere conto, ma che sarà senza dubbio a sua volta un volume necessario, dato l’insieme di immagini mai viste insieme, a confronto l’una con l’altra.

 

WO | MAN RAY. Le seduzioni della fotografia, a cura di Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola, Camera, Centro italiano per la fotografia, via delle Rosine 18, Torino, da17 ottobre 2019 - 19 gennaio 2020.

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