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A salvare Venezia sara’ ancora l’America...

Sono passati venti giorni dalla fine della Mostra del cinema 71, che se n’è andata in silenzio. L’unico rumore, di fondo, che circola nel Paese è l’eco del Pasolini di Abel Ferrara, un film meglio di quel che si temeva, ma non all’altezza del poeta-regista a cui è dedicato.

La Mostra se ne va sventolando la bandiera bianca. Procede verso il futuro con la classe di una matura signora che ha alla guida due signori come Piero Baratta, un pacato presidente della Biennale, e come Alberto Barbera, un direttore perplesso e intelligente. Signori che non amano il red carpet, lo devono fare solo per offrirlo in pasto al pubblico sciolto, con pochi divi e molti divetti in smoking e tacchi come pugnali che bucano la moquette del carpet e gli occhi stanchi dei fans.

 

La memoria corre alla mia prima presenza al Lido, era il 1968. Nessun red carpet ma i fumogeni della polizia contro i contestatori (mi ci mescolai) e i grandi autori italiani – da Cesare Zavattini a Franco Solinas, grandi sceneggiatori, a Marco Ferreri, Ugo Gregoretti, Citto Maselli, Giuliano Montaldo.

Venezia ebbe il brivido del rischio di una sospensione della Mostra, sempre andata in porto salvo che negli anni della guerra tra il 1942 e il 1947.

Nei fumi dei lacrimogeni, ci furono lunghe trattative tra i capi della contestazione, il direttore Luigi Chiarini, i politici della città e di Roma.

La Mostra fu inaugurata ma non era e non sarà più la stessa, sta cercando ancora un’identità, forse impossibile, rispetto alle macchine di festival come ieri Cannes e oggi Toronto.

 

In quell’indimenticabile 1968, molto entusiasmo, anche molta confusione, molte velleità. Il clou del Mostra avvenne poco lontano dalle sale di proiezione, fuori del Palazzo del cinema. Il Palazzaccio sorto nel 1932 per volontà del duce Mussolini e del conte Volpi, al comando di una cordata di nobili e commercianti del turismo.

La contestazione, finita in prima pagina e sui video, faceva paura. Una paura lunga cinquanta metri.

Per evitare contestatori, poliziotti, manganelli e gas qualcuno (chi? Chiarini?) ebbe un’idea geniale. Dall’Excelsior al Palazzo del cinema fu rapidamente riaperto un tunnel obsoleto.

 

Venezia, proteste, 1968, palazzo del cinema, pasolini

 

Era lo stesso tunnel che serviva ai ministri della propaganda e cultura Pavolini e Goebbels quando, per intervenire in mezzo alla folla di abiti da sera e di divise cariche di medaglie, passavano dal cunicolo lustro e dipinto e raggiungevano le fanfare che scattavano sull’attenti nel Palazzo al comparire dei big, no, anzi non dei big, l’inglese era fuori uso, ma dei tanti gerarchi, nel coro dei saluti al duce e al furher.

Nell’anno fatidico, il dimenticato tunnel era colmo di tavoli e sedie archiviati, le pareti umide, i topi, le pantegane.

Mani operaie dell’ Excelsior sgomberarono come si poteva. In gran fretta. E così gli ospiti illustri entrarono, rassicurati, riparandosi dalla pioggia che si era aggiunta alle paure dei contestatori: qualche nobile veneziano, politici venuti da Roma, uomini di scorta, forze dell’ordine, cinephiles in smoking da combattimento.

 

Guardai allo sbocco del tunnel tra le vetrine del Palazzo, milleluci sfarzose, opache; sbirciai. Scoprii una presenza che mi colpì. Quella di un famoso viaggiatore, elegante, lucido nella calvizie contenuta, folgorato da baffi che tremavano in mezzo a una preoccupata ressa in cui gli abiti da sera erano in minoranza rispetto ai blue jeans di lusso, solo un cambio di strategie. L’uomo che osservavo era l’autore del celebrato Viaggio in Italia, apparentato con una famiglia nobiliare di Vicenza.

Era Guido Piovene, che non aveva nascosto ai dirigenti della Mostra i suoi timori, le sue paure; aveva posto il problema, il rimedio era stato quello di disseppellire le fogne del Lido, nel ricordo delle parigine di Victor Hugo. Aveva tremato, lui, che era il presidente della giuria internazionale.

Tremava lui, e tremava anche Pier Paolo Pasolini.

Il poeta-regista accettò di partecipare alla contestazione, come aveva fatto alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, a cui si era recato con Ninello Davoli a bordo della sua sfilatissima Cisitalia. Nella città marchigiana, era arrivato per portare la solidarietà ad alcuni registi arrestati dalla polizia per via degli scontri di piazza tra i partecipanti alla Mostra che avevano aderito a una manifestazione di giovani di sinistra contro la guerra nel Vietnam e i giovani del Msi. Botte, autoblindo, titoli sui giornale su atti violenti di repressione.

 

Pasolini, Davoli, 1968, Mostra del cinema, Venezia

 

A Venezia, la situazione era delicata per l’autore di Teorema, un bel film con il divo inglese Terence Stamp e la diva Silvana Mangano non più maggiorata ma signora della alta borghesia. Una trama ardita, potente. Un giovane senza identità entra in una famiglia e la conquista, amore e anima.

Pasolini tremava per il contenuto, e avrà ragione: denuncie e vari processi. Altri tormenti per uno sfidante di un’Italia divisa tra custodi della morale ufficiale e contestatori.

Il regista provò in ogni modo di aggirare il divieto degli autori suoi colleghi, ma non ci fu nulla da fare. Arrivarono a un compromesso. Il produttore Franco Rossellini, nipote di Roberto, si sostituì al regista e concesse il film al nemico dei contestatori, Luigi Chiarini; con un particolare paradossale: Pasolini sarebbe stato presente alla proiezione ma avrebbe chiesto al pubblico di uscire, per tutelare il suo diniego. Nessuno se ne andò.

 

Ci fu un riepilogo della situazione, in una conferenza stampa, convocata dal regista in un albergo del Lido. Un incontro teso, sgarbato, a causa dei giornalisti molto critici sulla soluzione trovata. La proiezione avvenne in un’atmosfera di allucinato e diffidente, ma silenzioso, dissenso.

Pasolini dovette rispondere a domande scomode. Gli chiesero come aveva potuto accettare un capolavoro di ipocrisia. La risposta del regista fu pronta, con un dolce rancore: “Lei mi chiede la santità, solo per mettere a posto la coscienza e ubbidire al sensazionalismo del suo giornale”.

All’improvviso, arrivò la pioggia e la conferenza stampa spirò. E spirò la Mostra, mestamente, annaspando verso i premi finali. Il principale riconoscimento andò a Artisti sotto la tenda: perplessi del tedesco Alexander Kluge, freddo come un ferro da stiro senza corrente.

 

La Coppa Volpi come migliore attrice andò a Laura Betti, una delle interpreti di Teorema, amica di Pasolini, custode delle sue memorie, vedova inconsolabile, donna di gran talento e fascino, fedelissima all’amico-compagno Pier Paolo dopo tanti anni di dedizione con amore.

Tutti, e non solo gli artisti, vennero via perplessi dal Lido. Moriva il retaggio degli anni del fascismo, degli anni del dopoguerra e del ritorno del cinema da ogni parte del mondo, con grandi successi italiani. Col ’68 fu archiviato lo statuto del regime mussoliniano dopo ben trentasei anni; e molto altro ancora del vecchio cinema.

Sono venuti da lì, da quel disordine, da quella passione per la rivolta e il futuro della settima arte, i segnati dalle avventure e disavventure del cinema. La Mostra riprese il cammino con molti tentennamenti e cadute. Per contese politiche, fu sospesa per un paio d’anni.

 

Il controllo politico cambiò nel senso voluto dalle scelte dei partiti, in un continuo braccio di ferro tra governo e opposizione. Con la presenza sempre più attiva della televisione. Con un’alternanza di direttori in sintonia con i governi in carica, fino ai giorni nostri.

Dal 1994, Venezia piaceva, dopo Mani Pulite, a Silvio Berlusconi, che interveniva alle proiezioni dei film prodotti dalle sue società cinematografiche. La volontà era quella di ridurre l’influenza della sinistra e dei registi ad essa riconducibili, “tutti comunisti”, tuonava la destra con i suoi giornali e le sue reti tv. Lotta politica senza quartiere sotto le moquette dei red carpet che si ammucchiavano come gli strati di moderni fossili di celluloide.

In realtà, avanzavano gli attacchi mondani a colpi di tacco 12 centimetri e dei primi film sempre meno in pellicola e sempre più sostituiti dal digitale che si preparava sui set per conquistare le sale non più buie, convertite alle tecnologie.

 

Mostra Cinema Venezia, Sala grande,

 

Il Lido tornò a sognare astrattamente, come negli anni lontani dei gerarchi e delle divise, un’epoca ormai tramontata di mondanità e glamour. Sognò ad occhi aperti con il lancio dei film stranieri che s’ispiravano al grande neorealismo di Rossellini e di Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Giuseppe De Santis; mentre s’intensificavano gli arrivi di una nuova vittoriosa Hollywood e sempre più spesso di cinematografie provenienti dai paesi asiatici o medio orientali.

Una storia conosciuta. La Mostra si era “democratizzata” e i giovani, dopo il ’68, l’avevano trasformata con i loro gusti aperti al cinema di avanguardia, vissuta con i sacchi a pelo, le loro carovane cinefile, che cenavano con un panino e una coca cola.

Poi la “democratizzazione” è stata tradita in modo non felpato e gli anni recenti mostrano le cicatrici dei direttori promossi- rimossi allo stormir nervoso di fronde ad ogni cambio dei poteri governativi, così come capita con gli avvicendamenti dei premier da sempre, qui da noi.

 

Il tradimento ha risvegliato i sogni. Tornare al passato, al prestigio mondano che potesse rinverdire le feste non solo al Lido, in disarmo, ma a Venezia. Tornare agli anni Cinquanta quando i vecchi cinegiornali in bianco e nero, oggi scomparsi, trasformavano il Canal Grande in un kolossal in technicolor. Accadde con le nozze principesche nel 1954, fasti da Serenissima, tra Ira Fürstenberg e Alfonso di Hohenlohe. Non solo l’Italia ma tutto il mondo vide uno spettacolo da favola.

Ira Fürstenberg, nome d’arte (dopo le nozze farà l’attrice in una trentina di film a Cinecittà) di Virginia Carolina Therese Paulasia Galdina zu Fürstenberg, figlia di Tassilo Fürstenberg e di Clara Agnelli, la sorella di Giovanni, l’avvocato presidente della Fiat.

 

Immagini fantastiche di gondole e terrazze infiorate, bandiere di San Marco, folla di fan scatenati sulle rive, festeggianti, mani con bandierine sventolate, bambini e ragazzi con i vestiti della festa. Sulle terrazze meravigliose, gli amici di Giovanni l’avvocato, giovane, elegante, circondato da autorità e da teste incoronate. I ciak erano raffiche di mitra come confetti.

 

Ira Fürstenberg, matrimonio, venezia,

 

Due anni dopo, nel 1956, sarà l’anno delle nozze in mondovisione tra il principe Ranieri di Monaco e di Grace Kelly, commossa fino alle lacrime, bellissima, in una chiesa colma di fiori, la diva cara ad Alfred Hitchcock aveva lasciato il delitto per le stelle dei nobili. Cinema e nobili, una vecchia formula appassita. La tv era pronta a sostituirla. Un trauma. Un’altra storia.

Il cinema come specchietto per allodole. Grazie alle televisioni e alle riviste del lusso e della moda come “Vogue”, il cinema cercava nuova vernice. Ecco che si torna agli anni Duemila: dopo la contestazione e la “democratizzazione”, sfioriti, tornano i sogni che non muoiono all’alba.

 

La Mostra sta a guardare. Continua a cercare i divi di Hollywood per incartare i film dei paesi lontani, i film impegnati, i film di denuncia; ma i divi sono sempre più preziosi, carissimi; per ottenere l’ambito trasferimento da Hollywood a Venezia bisogna riempire i jet di dollari, gli sponsor sono sempre più renitenti, misurano i cent. I dollari a migliaia si trovano se ne vale davvero la pena.

Gli sponsor si spostano: dal Lido, dove l’Hotel Des Bains fastoso e caro a Luchino Visconti di Morte a Venezia è chiuso malinconicamente, agli alberghi prestigiosi ed esclusivi della Giudecca.

 

Intanto. A Roma, a Cinecittà, la Metro Goldwyn Mayer prepara il remake di Ben Hur (il film di Willam Wyler, con la famosa corsa delle bighe girata da Sergio Leone).

Contemporaneamente, alla Giudecca e in giro per la Laguna, si sono svolti tre giorni di festa doc e d’oro, è stato celebrato il matrimonio tra George Clooney e Amal Alamuddin, un grande meraviglioso film con mezza Hollywood : Brad Pitt, Angelina Jolie, Cindy Crawford, Matt Damon e l’italiano Andrea Bocelli.

Intanto, al Lido. L’autunno è cominciato prima, nei giorni della Mostra che si è conclusa con il Leone d’oro al film svedese Un piccione seduto sul ramo meditava sull’esistenza di Roy Anderson.

Nebbie, brume classiche nella Laguna cariche di fascino. Piccioni che meditano sull’esistenza.

La macchina da presa (immaginaria) si sposta al Casinò del Lido, abbandonato da anni dai signori del rien ne va plus che oggi sono asserragliati nel palazzo a San Marcuola, Canal Grande.

 

Qui, davanti alla architettura geometrica e solenne intonata al Palazzo del Cinema, entrambe glorie del regime fascista dominante, stava per sorgere e ora dorme un kolossal a cielo aperto. Urla tutto il suo dolore in silenzio, un dolore soffocato da neri teloni funebri plasticati, immondizia, cartacce, coriandoli come in un vecchio film di Federico Fellini, I Vitelloni, nella notte di capodanno degli anni Cinquanta.

La macchina da presa (immaginaria) va verso il mare, dove urla di dolore anche il Mose, la grande diga, per controllare e impedire l’acqua alta, incubo di Venezia. La data della inaugurazione nuota sotto le onde, inafferrabile.

 

Infine, la macchina da presa (sempre immaginaria) va verso le carceri o gli arresti domiciliari dei corrotti della Venezia che non è più serenissima.

I veneziani guardano i Piombi, le prigioni di Casanova dietro Palazzo Ducale, piazza San Marco. Non hanno troppa voglia di bere un’ombra, nascondersi, dimenticare.

Lo schermo è vuoto. Proietteranno i film di altre nozze che arriveranno?

I coniugi George e Amal non hanno avuto bisogno di passare su uno smilzo, usato, red carpet, avanzi della decadenza. Gli albergatori preparano depliant.

 

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