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Disciplinati

Siamo nei primi anni Cinquanta e la scena si svolge a Forlì, nella sede locale del PCI. Alla parete la bandiera rossa della FGCI, un grande ritratto di Stalin, una locandina de “La fiaccola”; accanto alla finestra, una fotografia incorniciata, con un uomo in piedi davanti a un portone. Il conferenziere, in piedi, ha valutato bene la presenza del fotografo, come anche gli uditori: ha calibrato attentamente il movimento del braccio sinistro, insomma si è messo in posa da oratore (lo conferma la innaturale rigidità dell’atto). Anche il doppiopetto, con la penna che spunta dal taschino, parla di una preparazione meticolosa.

 

 

Ma non è ancora questo il punctum, quel dettaglio di una fotografia, magari del tutto secondario, che “punge”, come ci ha insegnato Roland Barthes; quel dettaglio, cioè, che apre uno spiraglio di senso inaspettato. Non c’è dubbio che l’elemento acuminato, per così dire, della foto di Forlì non è il gesto dell’oratore e neppure l’attenzione compunta degli ascoltatori. Sono i bicchierini sul piano di vetro del tavolo. Bicchierini di vetro, a forma conica, ma non tutti dello stesso servizio: alcuni più panciuti, altri più sottili. Ma non è neppure il tipo dei bicchierini che conta, per quanto un po’ ricercato nell’eleganza misurata (non sono certo bicchieri da osteria o da bar): è la loro disposizione. Una fila proprio dinanzi all’oratore, altre tre davanti ai ragazzi in ascolto, un quadrato quasi perfetto. E sono ancora tutti pieni, nessuno ancora ne ha bevuto.

 

In altre parole: ci sono delle regole, al di là del tono abbastanza rilassato dei partecipanti (una ragazza sorride, un altro ragazzo sta seduto in modo per nulla contegnoso e sorride a sua volta); c’è una basilare esigenza di ordine, al punto da investire dettagli anche secondari.

 

 

Qualche anno prima, nel 1947, e più a Ovest: l’inaugurazione della Festa Provinciale dell’Unità a Reggio Emilia. È una vera e propria sfilata che, si direbbe, comincia davanti all’ex convento di San Francesco, passa davanti al teatro Municipale e si conclude in piazza della Vittoria. Il fotografo ha fatto tre scatti a terra, davanti al portico del teatro e uno dall’alto, da quella struttura in legno che si vede in una delle foto e che forse serviva come palco degli oratori. Nel primo scatto si vedono diverse decine di persone in piedi sulla scalinata che osservano uno dei momenti centrali del corteo: due giovani in giacca e con fazzoletto rosso al collo che reggono una falce e martello realizzata con spighe di grano, da cui pende un ritratto di Palmiro Togliatti. Dietro, con altri ragazzi in giacca e fazzoletto rosso, ci sono dei grandi mazzi di grano a cui sono legati dei ritratti; il primo è coperto, ma il secondo è chiaramente quello di Stalin, entro cornice.

 

 

La sfilata non si ferma: alcuni operai e operaie in tuta avanzano lentamente, preceduti da tre portabandiera; ai lati due grandi bandiere rosse, al centro sembrerebbe un tricolore. Più indietro, si scorgono degli elaborati striscioni con scritte e ritratti entro tondi; sul primo si legge: “L’Unità giornale del popolo”. Un tricolore è ben visibile in un altro momento della sfilata, quello dei contadini: tre file parallele di biciclette vengono condotte a mano, le donne davanti, gli uomini dietro.

 

 

Tutti hanno sistemato il bidone del latte: gli uomini su un’assicella di legno fissata alla canna, le donne su un supporto davanti al manubrio; i bidoni (ben più piccoli di quelli portati dagli uomini) sono ingentiliti da nastri, rossi è facile immaginare.

 

 

L’ultima foto parla di sport: aprono la strada cinque ragazzi e una ragazza, tutti con lo stesso passo (tranne il ragazzo con la bici a mano); quattro hanno magliette su cui si legge la scritta “Ospizio”, uno dei quartieri alla periferia orientale della città. Vogliono evidentemente rappresentare attività sportive diverse: il ciclismo, l’atletica, lo sci (il ragazzo è addirittura vestito con abiti invernali), il calcio. Cinque metri più indietro ecco che arriva, in calzoncini e magliette bianche, una squadra di atletica e, più lontano, una squadra di calciatori in magliette a strisce nere (e rosse?). Una delle cose che più colpisce in quest’ultima foto – ma si ritrova anche nelle altre, salvo pochissime eccezioni – è l’assenza di sorrisi: procedono con facce serie, in un avanzare che ha ben poco di giocoso.

 

Si tratta infatti di una cerimonia a tutti gli effetti. Da sempre i cortei che percorrono le città sono uno strumento politico, sia che si tratti di sostenere il potere o di osteggiarlo. E del resto, da qui a vent'anni, il corteo diventerà una soluzione quasi di prammatica nella contesa politica nazionale: cortei di operai, cortei di studenti. Sfilare per le strade di un centro urbano è infatti – letteralmente – un "manifestare", un mezzo per rendere direttamente visibile una presenza capace di incidere nella vita della città. Non per nulla, da secoli, il mondo cattolico ha adottato – tanto nelle città, quanto nelle campagne – la formula della processione, che, a sua volta, tutto era (ed è) meno che uno scorrere disorganizzato di fedeli.

 

La struttura della sfilata reggiana del '47, quindi, è caratterizzata da più di un elemento costitutivo. Vi si ritrovano dettagli che ricorrono nei cortei civici di sempre: non è un "ordinatore" quel signore con una banda trasversale chiara sulla giacca, che si intravvede in più di una foto, incaricato di coordinare il succedersi delle diverse sezioni del corteo? C'è poi, certamente, il desiderio di richiamarsi al modello delle sfilate del mondo comunista russo, nella esibizione solenne dei lavoratori e degli sportivi.  Ma nella grande attenzione ai simboli (la falce e il martello) e ai ritratti dei padri fondatori del partito – portati a mano come se si trattasse di immagini di santi – non si può non cogliere il riuso e la riconversione di modelli cattolici.

 

Facce perlopiù serie anche in una foto che ritrae una scuola di partito nella Forlì degli anni Cinquanta; quasi tutti in giacca e cravatta, alcuni con libri in mano o sui banchi.

 

 

Che cosa stanno facendo in questo preciso momento? I giovani del primo banco hanno accanto a loro le cartelle scure a bustina per i libri e tengono in mano delle squadre di plastica e delle matite: era un disegno, un grafico o uno schema? È notevole che si tratti di un corso esclusivamente maschile. Del resto sono testimoniati, sempre negli anni Cinquanta, corsi destinati unicamente alle donne, come quello di una foto modenese.

 

 

Tutte compunte e chine sui banchi e sui libri, a rappresentare una concentrazione fin eccessiva, se è vero che ad alcune ragazze scappa un sorriso. Nel frattempo, nei ripiani sotto ai banchi si scorgono delle copie de “L’Unità”; alle pareti si intravvedono ritratti: Karl Marx e forse Togliatti; e delle scritte chiaramente realizzate a mano: “Abboniamoci a Rinascita”; non si legge per intero un testo in maiuscole che termina con “… la propria funzione di classe dirigente”.

 

 

Molto più rilassato – d’altronde la situazione è completamente diversa – il gruppo femminile che assiste a una lezione di cucito organizzata dal partito a Carpi; dal tipo di acconciature – molto ben curate ancora come del resto gli abiti – si direbbe che siamo ancora entro gli anni Quaranta. Sorride l’insegnante indicando il disegno alla lavagna, sorridono diverse ragazze mentre mantengono la loro concentrazione, fingendo di non accorgersi della presenza del fotografo.

 

 

Forse non sono passati neppure dieci anni, ma l’atmosfera che si coglie in una foto scattata a Bologna nel 1957 è completamente diversa. È un momento di pausa durante il XV Congresso Nazionale della FIGC. Siamo ormai alla fine di giugno e gli abiti scelti da giovani e ragazze sono piuttosto leggeri; alcuni si sono tolti la giacca, altri hanno rinunciato alle cravatte. Le ragazze sono quasi tutte di un’eleganza curata, molte scarpe col tacco, soprattutto bianche, come del resto diversi abiti. L’immagine è evidentemente costruita. Il fotografo ha dettato lo schema, nella memoria – non importa se consapevole o meno – del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo: i dieci giovani e le otto ragazze, su una stessa linea, vengono verso di noi con un passo incalzante e ci guardano. Casualmente, ma fino a un certo punto, il ragazzo in camicia bianca muove entrambe le mani: sta parlando con chi è accanto, proprio come fanno alcuni personaggi del dipinto di Pellizza da Volpedo.

 

C’è insomma la retorica del partito che avanza senza esitare, come del resto nella sfilata reggiana del ‘47, ma c’è in più la ricerca di un’atmosfera gioiosa, quasi a controbilanciare l’eco plumbea dei recenti avvenimenti d’Ungheria. Alcuni si prendono per mano, tre coppie procedono prendendosi a braccetto. E quasi tutti sorridono apertamente. Abbigliamento alla moda, atteggiamenti disinvolti, sguardi per niente intimiditi. Come se il rigore degli anni precedenti si fosse ormai del tutto allentato.

 

 

Un’ultima immagine di ordine: il magazzino della Festa de l’Unità di Modena nel 1977. Il grande capannone alloggia quintali di prodotti alimentari disposti in sezioni e scomparti ben distinti; anche qui ci sono precise regole organizzative, del tutto funzionali allo svolgimento della Festa, che ha proprio nel cibo un elemento chiave. Ci troviamo davanti, infatti, a un’altra costante di lunghissima durata: da sempre preparare assieme il pasto e consumarlo in comune costituisce un mezzo di riconoscimento reciproco e un potente fattore di saldatura sociale. E questo accadeva certamente nei diversi spazi dedicati alla ristorazione. Ma non c’era solo questo.

 

Una foto scattata sempre a Modena pochi anni dopo – all’inizio degli anni “del riflusso” come si disse – mostra l’allentarsi di quell’ordine compatto che – in forme e gradi diversi – percorre tutte le fotografie appena osservate. È pomeriggio; alcune panchine in mezzo al prato, persone sedute e bambini che si  rincorrono; due coppie di giovani mangiano qualcosa su una panchina; più in là un signore lancia qualcosa a un cane; in fondo al prato, gruppi sparsi di persone sedute e in piedi stanno aspettando qualcosa, forse il comizio finale.

 


 

Questo articolo di Claudio Franzoni compare adesso su Emilia rossa. Immagini, voci, memorie dalla storia del Pci in Emilia-Romagna (1946-1991), a cura di Lorenzo Capitani, Vittoria Maselli editore, Correggio 2012. Il libro, introdotto da una conversazione con Carlo Galli, racconta a più voci il percorso del PCI emiliano nella seconda metà del Novecento, soffermandosi su snodi storici, personaggi, momenti chiave e affiancandovi una vasta ricognizione negli archivi fotografici a opera di “Equipe-Storia”, un gruppo di giovani ricercatori.

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