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Gary Shteyngart

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La madre e il silenzio

La madre, non la mamma, o per lo meno non all’inizio del viaggio. La madre come appiglio dell’identità, come origine della vita, soprattutto origine del linguaggio che dà un senso al mondo, che lo ferma e lo regola. La madre come grande tema dell’arte contemporanea.   C’è un libro uscito da qualche mese, Mi chiamavano piccolo fallimento di Gary Shteyngart, in cui lo scrittore racconta la sua storia di immigrato russo in terra americana, e soprattutto di figlio mammone e cagionevole, alla fine del quale compaiono in quattro grafie differenti le parole conclusive di una preghiera ebraica: ואמרו אמןו, «Ve’imru Amen», «Diciamo, Amen», «И CKAЖE: AMEH». Parole senza senso, scrive Shteyngart, parole che si sa leggere ma non capire, attraverso le quali però stabilire un legame di gesti e suoni con i propri genitori, la cui foto in bella posa, con la madre a sinistra e il padre a destra, compare come ultima traccia del libro. Un appiglio, dunque, meglio un approdo, la speranza che perduri per sempre l’invocazione di una canzoncina sovietica ripetuta di continuo dal fallimento ancora...

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