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Libri

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Sogni, visioni, profezie

I sogni come orientamento Freud scoprì che il sogno contiene l’appagamento di un desiderio. In un senso più ampio, nei sogni è visibile ciò verso cui ci orientiamo, o da cui fuggiamo. Per un uomo, l’immagine dell’eroe, forte e ammirato, che vorremmo essere; o quella della donna affascinante che vorremmo conquistare; ma anche, in negativo, quella dell’orrido nemico che più ci fa paura. Come sappiamo istintivamente, è pressoché inutile dire di no a questa spinta profonda. Essa precede le cose imparate, appartiene a uno strato della psiche più antico, più vicino all’istinto. La zoologia ci dice che anche gli animali sognano. L’ecografia fetale ci ha insegnato che anche quando non siamo ancora nati facciamo sogni: dunque già abbiamo dei desideri o delle paure fondamentali. La razionalità viene dopo ed è più fragile. Dai sogni si può ad esempio capire precocemente l'orientamento sessuale degli individui. Molte persone si semplificherebbe (relativamente parlando) la vita se facessero attenzione a questo: accorgersi della propria omosessualità a 40 o 50 anni è inevitabilmente complicato.   Immagini interiori Sotto i nostri occhi, il rapporto degli individui con i sogni è...

Una conversazione / Ol’ga Sedakova: il poeta è colui che vuole, ciò che tutti vorrebbero volere

Ol’ga Sedakova (Mosca, 1949), poetessa e docente universitaria, è una delle figure di maggior rilievo nel panorama letterario russo contemporaneo. Affermatasi già negli ambienti semiclandestini della “seconda cultura”, pubblica nel samizdat dagli anni Settanta, mentre le sue prima raccolte poetiche e i saggi di critica letteraria vengono pubblicati a partire dagli anni Novanta. Nello stesso periodo approfondisce il legame con l’Italia. È anche una raffinata traduttrice, tra gli altri di Rilke, Celan e, non ultimo, di Dante Alighieri, di cui è in corso la sua versione della Divina Commedia. Nel corso di quarant’anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti in Russia e nel mondo; in Italia, in particolare, il premio Dante Alighieri (2011) fino al più recente conferimento del Premio Lerici Pea (2020) di cui i cantieri navali Sanlorenzo sono main partner. L’abbiamo intervistata per questa occasione.   Marco Sabbatini – Ol’ga Aleksandrovna, la ringrazio della possibilità di questo dialogo. Vorrei iniziare partendo dal legame che ha da tempo instaurato con l’Italia, testimoniato anche quest’anno dall’uscita del suo nuovo libro Tradurre Dante (Perevesti Dante, Edizioni Ivan Limbach), con...

Il prossimo salto evolutivo / Da homo sapiens a homo frater

Molte volte nel corso della Storia l'umanità si è trovata a vivere situazioni di tale gravità e oscurità sul futuro da temere che fossero gli ultimi tempi. Ogni volta, finora, ne è uscita e i posteri hanno visto in quella crisi il travaglio della nascita di un mondo nuovo, o perlomeno rinnovato. Noi stiamo attraversando uno di quei momenti. Ne usciremo, come è sempre accaduto, o questa volta i nostri non sono dolori del parto ma un'agonia? Ivan Illich definì il nostro un tempo apocalittico, epoca di crisi e di rivelazione in cui non si deve avere paura, ma consapevolezza e determinazione nell'agire, perché la Storia è in gran parte nelle nostre mani e siccome, ad ogni modo, va avanti, dipende dalle scelte umane la sua direzione.  Oggi la situazione è più complessa di quanto sia mai stata prima, perché il mondo si è fatto piccolo, non esiste più un luogo in cui una parte si possa rifugiare e cercare un nuovo inizio. Il mondo è la nostra barca, o la manovriamo in queste acque di tempesta concordemente o affonderemo tutti. E non so se, in quel caso, vorrei essere tra i sopravvissuti. Il mondo si è fatto piccolo e l'uomo si è fatto troppo potente, e se alla sua potenza non...

Christian Salmon / Trump, Johnson, Bolsonaro: la tirannia dei buffoni

Martedì 3 novembre 2020, gli Stati Uniti d'America torneranno a scegliere il loro presidente. Non è solo una sfida tra democratici e repubblicani, tra l'irruenza del miliardario da talent show e la grigia competenza del politico di professione, tra il populismo movimentista e l'apparato di partito. La riconferma di Trump sancirebbe il trionfo della “Tirannia dei Buffoni”, come la definisce il politologo francese Christian Salmon nel suo recente La Tyrannie des Bouffons, Les Liens Qui Libèrent, 2020. Nella galleria di Salmon, accanto a Trump e Boris Johnson, rientrano il brasiliano Bolsonaro, il filippino Duterte, l'ungherese Orban e l'indiano Modi, nonché l'italiano Matteo Salvini (e di striscio Beppe Grillo, il prototipo del “comicopolitico”). Ultimo arrivato, la star delle serie tv ucraine Zelensky. Per gli studenti ai quali era stato mostrato un video con le sue affermazioni più controverse, Bolsonaro appare “cool, perché è un mito, perché fa ridere, perché dice quello che pensa” (Salmon, p. 63).    Come mai queste figure grottesche (vedi Bachtin) hanno occupato la scena politica e dominano il carnevale mediatico globale? A questi improbabili leader mancano le doti...

Romaeuropa Festival / Anni luce per la nuova scena italiana

L'attrice posa col gomito sul tavolo ingombro di pagine di copioni, caffè, qualche matita, mentre il regista, più avanti sul palco, parla al pubblico. Improvvisamente il gomito le cede di schianto e lei sbatte violentemente il viso sulla superficie di legno, facendo sobbalzare tutta la sala. Le mani corrono al volto, il dolore è squassante. Ora le scosta: ride! Non è niente, era uno scherzo, ha lasciato andare la testa per simulare il colpo e ha percosso il tavolo da sotto il piano. La gag è gretta ma funziona. Il regista, Francesco Alberici, vuole provarla. Si siede al posto dell'attrice e tenta la mossa, ma il risultato non convince, il colpo non è ben simulato. Ci riprova. Niente, non va. Più credibile è la reazione successiva, il grido straziante, teatrale: Alberici in terra, si rotola sul palco, il corpo è percorso da spasmi.   Si tratta di una delle scene centrali di Diario di un dolore, debutto dell’attore/autore milanese (spesso sul palco diretto dal duo Deflorian/Tagliarini oppure con la propria compagnia Frigoproduzioni) al Romaeuropa festival della capitale. Nella settimana dal 6 all’11 ottobre – poco prima, dunque, che le attività teatrali e gli eventi...

Letto in un’altra lingua / Danilo Kiš, La lezione di anatomia

Una questione scandalosa, soggettivamente   Non c’è, nel gioco radicalmente inutile della letteratura, scandalo più preciso e ridicolo dello scrittore allo specchio, intrappolato nella contemplazione della propria immagine. Perché proprio io?, si chiede lo scrittore in questione – esausto, disgustato dallo spettacolo che non può fare a meno di giudicare (lo spettacolo non riguarda la propria immagine allo specchio, ma il suo stesso sguardo tenuto ad osservarla). Perché questo dramma?, si chiede di nuovo. È confuso: rapito dall’intensità del momento, dimentica due fattori essenziali: questo non è il suo dramma ma il dramma di tutti; riflessa allo specchio non c’è la sua immagine, ma la sua opera. La sua immagine non conta niente.    Così, in questo ciclico esercizio di ossequio e obliterazione della vanità si consuma, in condizioni normali, la relazione del nostro scrittore (che è appunto tutti gli scrittori) con la propria opera. Tuttavia le condizioni da cui viene fuori, nel 1978, Čas anatomije (“La lezione di anatomia”,  ancora inedito in Italia), di Danilo Kiš, non hanno niente di normale: lo scherno e la diffamazione, le accuse di plagio (più improprie che...

Speciale Fellini / Cabiria, please, stop crying!

Ogni volta che riguardo Le notti di Cabiria (1957) vedo di più. Così ho aspettato, ho rimandato a lungo prima di scrivere, ma alla fine ho capito che l’incertezza non sarebbe passata mai, perché con Fellini lo smarrimento non è un ostacolo bensì condizione e circostanza creativa della sua opera. Ciò che è reale diventa meno importante di ciò che invece è immaginato o percepito come illusione. Proprio questo disorientamento visionario, che corrisponde alla qualità più speciale delle storie, dello sguardo, dello stile di Fellini, agisce anche da dispositivo spettatoriale costante dei suoi film.  All’inizio, per esempio, sembra tutto facile, come nel disegno fatto da un bambino, o in uno schizzo di regia:    Cabiria in un disegno di Fellini. Andando avanti, però, il mondo vissuto e sognato da una prostituta/folletto, a Roma, alla fine degli anni Cinquanta, diventa una specie di passaggio magico per un bosco incantato. Prima luce, tanta, e poi buio, come succede all’inizio e alla fine di Le notti di Cabiria. Somigliando ai suoi personaggi, anche chi guarda i film di Fellini, allora, dovrà lasciarsi smarrire, camminare tra le ombre, in mezzo allo scintillìo dei...

Fumetti / Lucca Comics, gli ultimi americani

È il 1982, Adrian è un ragazzino di otto anni ed è il suo primo giorno in una nuova scuola a Fresno, in California. È un nuovo arrivato, deve presentarsi alla classe, e lo fa parlando della sua passione: disegnare e collezionare fumetti. Per i suoi compagni, e per la sua maestra, i fumetti sono quelli di Walt Disney (Topolino, Paperino), invece Adrian è un avido lettore di fumetti di supereroi e il suo idolo è John Romita (storico disegnatore dell’Uomo Ragno): i suoi nuovi compagni di classe ci mettono pochissimo a etichettare Adrian come un nerd, uno sfigato e, di conseguenza, a bullizzarlo a ogni intervallo.   Ma nonostante questi inizi turbolenti, Adrian Tomine non ha abbandonato la sua passione e oggi è uno dei più affermati cartoonist americani. Ed è con questo episodio che apre il suo ultimo libro, La solitudine del fumettista errante, uscito a giugno per Rizzoli Lizard. È l’autobiografia ironica e a tratti spietata di un autore di fumetti “indipendenti” negli Stati Uniti. Una nicchia nel panorama dell’editoria a fumetti nordamericana, che ruota attorno a due case editrici di culto, la Fantagraphics di Seattle e la Drawn&Quarterly di Montreal, e ad autori che sono...

Duchamp vs Matisse? / Readymade vs pittura?

Calvin Tomkins è stato – ed è tuttora, compie 95 anni in dicembre, si legga l’intervista su Maurizio Cattelan, nel volume della collana “Riga” dedicato all’artista (Quodlibet, Macerata 2019) – un critico d’arte di grande sensibilità e qualità. Non di quelli più noti perché hanno cavalcato chiavi interpretative forti, bensì di quelli che hanno puntato sul rapporto arte-vita. Ha incentrato tutta la sua attività su “profili” o vere e proprie biografie, per riviste e collane editoriali. Di lui conosciamo in Italia il bellissimo Vite d’avanguardia (su John Cage, Leo Castelli, Christo, Merce Cunningham, Philip Johnson, Andy Warhol – Costa & Nolan, Genova 1983) e la splendida biografia di Robert Rauschenberg (Johan & Levi, Monza 2008).   L’incontro con Marcel Duchamp è stato determinante, lo dice esplicitamente nell’intervista che introduce il volumetto appena uscito Marcel Duchamp. Le interviste pomeridiane (Postmedia, Milano 2020) – un’intervista, sia detto tra parentesi, che vale da sola il prezzo, come si suol dire. Ha capito subito che Duchamp non concepiva l’arte separata dalla vita e invece distaccata da quella che fanno credere che essa sia, senza polemica, come...

Un verso / Guido Cavalcanti. Perch’i’ no spero di tornar giammai

È il verso che apre una delle più note ballate di Guido Cavalcanti, verso ripreso e rimodulato da Eliot ad apertura di Mercoledì delle ceneri. Amante degli studi e della speculazione filosofica, guelfo bianco attivo nell’agone politico fiorentino, Cavalcanti è figura rilevantissima nella cerchia dei poeti che condivisero, in amicizia, quello che uno di loro, Dante Alighieri, definì “dolce stile”: una lingua della poesia che insieme era teoresi d’amore e figurazione fantastica del desiderio. Una lingua che nel verso congiungeva meditazione e canto, pensiero e ritmo, sapere e melodia : un meraviglioso “legame musaico” – per usare l’espressione del Convivio dantesco – che sarebbe stato un modello per il costituirsi di una tradizione lirica italiana, da Petrarca a Leopardi. Il rapporto profondo – di scambio intellettuale, e di dissenso teorico – che Cavalcanti ebbe con Dante appartiene alla storia animatissima delle dottrine d’amore come si disegnarono sul finire del Duecento, tra presenza teologica d’impianto tomistico, fisica dei sensi e razionalismo averroista. Le Rime di Cavalcanti sono, in questa grande scena, l’esperienza singolare e strenua di tensioni diverse che danno alla...

Diario 9 / Fare scuola senza la scuola

Lunedì sono tornato a scuola, ma la scuola non c’era più. Dopo tutte queste settimane, dopo le parole, i sogni, i racconti di questo diario, dopo più di un mese di mascherine, distanze, disposizioni, fatica, incontri e scontri, dopo tutta l’attesa di una presenza, sono entrato in classe e l’ho trovata vuota. Ovviamente accolgo con convinzione profonda qualsiasi provvedimento sia necessario per salvaguardare la salute personale e collettiva, per arginare e per difendere. Ho deciso anche di non chiedermi più se altro poteva essere fatto, se i mesi di attesa potevano vedere altre scelte, altre azioni; esercizio inutile, il passato è una stanza inaccessibile. Ho finalmente preso atto che la scuola non è un presidio condiviso da tutti, che le sue frontiere sono difese da alcuni, ignorate da altri. Non è più nemmeno un pensiero ossessivo, ci abbiamo provato, è andata diversamente. La speranza, sempre, è che sia per poco, un piccolo intervallo spaziotemporale che riguardi solo alcune classi e solo per alcune settimane. Non posso però fare a meno di pensare che dietro un nome collettivo ci sia sempre una sequenza geometrica di individualità uniche, di volti, di occhi, di necessità singole...

Il saluto / Frank Horvat: un gigante della fotografia

La notte del 21 ottobre è morto, a 92 anni, nella sua bella casa della campagna francese, Frank Horvat. In quell'eroico quotidiano on line di portfolio sulla fotografia internazionale che è L'Oeil de la photographie, Jacques Naudet ha dato come titolo alla notizia che era morto l'ultimo gigante della fotografia francese.  Per la verità le biografie che si trovano su Internet lo danno come fotografo italiano. È nato infatti ad Abbazia, nel 1928, da Karl e Adele Edelstein, entrambi medici, entrambi ebrei. Allora Abbazia era in Italia, ora si chiama Opatija, ed è in Croazia. Lui ha mostrato nel suo sito una carta di identità di grazioso e febbrile studente italiano del corso di pittura di Brera, a Milano, dove visse tra il 1947 e il 1950, dopo un breve periodo in Svizzera.  In quegli anni la storia faceva spesso cambiare nome e nazionalità a molte città.  È sufficiente essere nato in una certa città, in un certo paese, o morire in un'altro, per definirti italiano, o francese?    Horvat ha vissuto e lavorato in molti luoghi, Italia, Inghilterra, Svizzera, Stati Uniti, Francia, dove è stato più a lungo e dove ha deciso di concludere la sua vita. Di ciascuno di...

Seconda parte / Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Continua la conversazione con Carlo Greppi e Igiaba Scego (qui la prima parte) sul tema del colonialismo, nel senso più ampio del termine, e dei presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia eurocentrica, bianca e maschile che si riflette nella cultura contemporanea.   Enrico Manera: Il volume Africa antica di Fauvelle rifugge anche dall'esotismo, uno sguardo romantico che è un serbatoio di stereotipi ingenuamente positivi ma in realtà “tossici” nel momento in cui in modo semplicistico e decontestualizzato fanno del continente africano un «santuario naturale» circondato da «società invadenti e minacciose»: tale racconto è inestricabilmente saldato a quello della schiavitù e del colonialismo a sua volta innervato dai molti stereotipi razzisti. L'Africa, più dell'Asia, sembra essere nel nostro racconto storiografico comune e consolidato sempre un'iperbole, un simbolo, un fascio di pretesti che serve come liquido di contrasto per evidenziare quello che l'Europa fa.   Igiaba Scego: Io ho letto anche Il Rinoceronte d'Oro di Fauvelle e mi ha strappato un sorriso quando racconta di Zhenh He, grande ammiraglio della flotta cinese, che raggiunge l'Africa,...

Mario Isnenghi / Ritratto dello storico da vecchio

Occasionata dai vapori delle Terme euganee da lui scoperte di recente, mentre si rilassa tra piscine calde e saune scenografiche, la memoria si scioglie e Mario Isnenghi, il celebre professore di storia contemporanea in pensione, autorità internazionale e quasi star mediatica nel “grandeguerrismo”, torna indietro nel tempo e, con il recente Vite vissute e no. I luoghi della mia memoria (Il Mulino, 2020) ci racconta la sua vita. Ha sempre cercato di viaggiare, del resto, fin da ragazzo, in giro per il nostro paese, e oltre. Stavolta, sfoglia il calendario all’indietro. Ebbene, prendete Il paese dei Mezaràt (2002) di Dario Fo, epopea sulla prima infanzia dell’attore figlio di ferroviere attorno al lago Maggiore, e Il Regno (2014) di Emmanuel Carrère, scrittore francese che descrive la conquista del suo laico disincanto. Mescolate con garbo il tutto ed ecco queste madeleines. Quanto al primo aggancio, qualche perla dialettale alla Meneghello, il “giro del paleto” (dove passa la Regata sotto la sua casa in affitto sul Canal Grande di fronte alla Stazione) “pòpo,” “putelott” e i “piazzaròi” (partigiani comunisti) contrapposti ai “poaréti”, “faso tuto mi", “Oeghel”, ossia Hegel tra i...

Delusione americana / Offutt, Il fratello buono

“La luce della luna si stendeva sulla terra scura. Virgil si ricordò delle sere che era rimasto con Boyd sulla veranda, cercando di seguire l’arrivo del buio. Boyd pensava che ogni molecola d’aria diventasse più scura, e, come quando si guarda la neve che si accumula, fosse possibile assistere in diretta al cielo che diventava nero”. Chris Offutt ha più volte dichiarato la sua ammirazione per Cesare Pavese, lo considera un maestro e fonte d’ispirazione, essendo un lettore di entrambi (nessun paragone tra i due, si capisce) ho cercato nelle storie dello scrittore del Kentucky qualche riferimento pavesiano e, qualche volta, mi è parso d’averlo trovato. Le descrizioni, pressoché perfette, dei paesaggi collinari, dei boschi, e poi, naturalmente, le poche parole e le solitudini di questi personaggi malinconici e cupi che saltano fuori dai racconti, dai romanzi, fino al memoir sul padre; in tutto questo c’è qualcosa di Pavese mista alla cattiveria del racconto americano. Ma è nel romanzo appena uscito in Italia, Il fratello buono (minimum fax 2020, traduzione di Roberto Serrai) che ho visto delineati alcuni meccanismi di Pavese.  “Quando il sonno lo colse fu come se annegasse”....

Accademia Unidee / Immaginazione, creatività e progettualità

“L’immagine fantastica ha la sua verità, con la conseguenza che essa reagisce realmente, e realmente e potentemente resta imbrigliato chi si lascia vincolare…”, dice Giordano Bruno (1986, p. 175) nel De Magia. Il margine è lo spazio dell’immaginazione, della pensabilità, della progettualità. Non può essere inteso come una linea, come un confine, pena la perdita della sua stessa generatività. La zona smilitarizzata nell’esperienza della guerra è un margine che consente di interromperne la distruttività. Le strategie non violente di interposizione sono una via per valorizzare il margine, inventando una possibilità dove non sembrerebbe pensabile. Il margine è perciò uno spazio e un tempo per il movimento e il movimento è uno dei caratteri costitutivi del vivente. È determinante per riconoscere la vita e distinguerla dalla morte, così come è strettamente connesso all’apprendimento e alla creatività umani. In quanto connesso al movimento il margine è il luogo del gioco, dove si può entrare e uscire, consentito a chi gioca per far emergere qualcosa che prima non esisteva.   Ricreare il gioco è infatti un modo per evitare la scomparsa del margine di relazione, di emancipazione, di...

Colore e filosofia / Districare l’arcobaleno

«Sebbene il colore abbia offerto molto ai filosofi, la filosofia [...] ha avuto poco da offrire alla comprensione del colore»: così lo storico dell’arte John Gage in uno dei suoi libri sul colore (Colour and Meaning, University of California Press, 1999, p. 8). Aggiunge che il lettore troverà più stimolante la riflessione sul colore del pittore e regista Derek Jarman nel suo brogliaccio autobiografico Chroma (1994; trad. it. di Silvio Danese, Ubulibri, Milano 1995) piuttosto che la trattazione filosofica del filosofo Barry Maund che pure, ammette Gage, in Colours (1995; vedi anche qui) offre un apprezzabile resoconto del pensiero contemporaneo sull’argomento. È senz’altro vero: il libro di Jarman è bellissimo e travolgente: la sperimentazione del colore in pittura, l’uso del colore nel cinema, la pratica raffinatissima della cura dei fiori nel giardino della casa vicino alla centrale nucleare di Dungeness, le suggestioni tratte dalla letteratura, la conoscenza dei testi di teoria da Aristotele a oggi, ci introducono nel mondo dei colori, delle centinaia di sfumature di colore di dipinti, affreschi, poesie, luci e pigmenti. Si tratta di una raccolta di pensieri, di riflessioni e di...

Antropocene fantastico / Scrivere un altro mondo

Come la psicoanalisi si prefigge di ricostruire la situazione traumatica originaria al fine di provocare la liberazione del materiale rimosso, così ora noi stiamo precipitando nel nostro passato archeopsichico, riscoprendo gli antichi tabù e gli istinti primordiali rimasti sopiti per migliaia di anni. Il pensiero della brevità della singola vita umana è fuorviante. Ognuno di noi ha la stessa età dell’intero regno biologico e il nostro flusso sanguigno è immissario dell’immenso oceano della sua memoria collettiva.   Questa citazione è tratta da Il mondo sommerso, il romanzo del 1962 in cui J.G. Ballard immagina la più famosa delle sue quattro apocalissi, quella della morte per acqua (le altre tre avvengono per siccità, vento e – la mia preferita – cristallizzazione). Collasso del mondo esterno sul mondo interiore, luogo del trauma e sua esternalizzazione per mezzo della creazione artistica sono le coordinate della poetica ballardiana almeno fino alla grande frattura composta dalla Mostra delle atrocità, il punto dove il Ballard surrealista comincia a lasciare il posto al Ballard profeta del presente.   La citazione potrebbe tuttavia parlare del mondo durante la pandemia...

Reportage / Kader Abdolah: la Persia, l'esilio

Lo scrittore Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, vive in Olanda dal 1988 come rifugiato politico dopo essere stato perseguitato nel suo Paese prima dal regime dello Shah e poi dal regime khomeinista che ne ha preso il posto. Non appena arrivato in Olanda, in una cultura della quale non sapeva nulla e della quale ignorava la lingua, decide di iniziare a scrivere in olandese. Raggiunge il successo internazionale con il romanzo Scrittura cuneiforme (Iperborea, 2003) – la storia della decodifica di un taccuino con gli scritti del padre rimasto in Iran, nel quale affronta – come tornerà a fare in tutta la sua produzione letteraria – l’esperienza dell’esilio attraverso la ricostruzione della memoria del suo Paese di origine, della sua cultura millenaria e raffinatissima, degli sconvolgimenti che hanno cambiato il volto del moderno Iran.   Nel 2008, il suo romanzo La casa della moschea (sempre pubblicato in Italia da Iperborea e vincitore del Premio Grinzane Cavour 2009) – completamente ambientato in Iran e che attraverso la storia di una grande casa e di un’influente famiglia (molto simile a quella dalla quale lo scrittore proviene) ricostruisce la complessità della società...

Death Education / Covid-19: il tabù della morte

Sabato 12 settembre, alle 9,30, un centinaio di persone si è dato appuntamento su una piattaforma online per dialogare insieme per quattro ore – con la tecnica dell’Open Space Technology – a partire dalla domanda “Di cosa abbiamo bisogno per commemorare i nostri cari morti durante l’epidemia di Covid-19?”. La tecnica dell’Open Space Technology, nata 35 anni fa da un’intuizione di Harrison Owen, prevede che i partecipanti possano lavorare come meglio credono, discutendo riguardo a temi proposti sul momento e secondo le modalità di lavoro ritenute più utili e produttive. Escluse quindi le lezioni frontali e il linguaggio accademico, cento persone di età e di estrazione sociale e culturale differente hanno condiviso liberamente le proprie esperienze e opinioni sul lutto al tempo del Covid-19, introducendo istanze di riflessione sotto la guida di un gruppo di facilitatori (tra cui il sottoscritto).   Pertanto, operatori sanitari, volontari, esponenti di associazioni e persone comuni in lutto durante la pandemia, provenienti da tutta Italia, hanno occupato in un primo momento uno spazio online comune per definire le caratteristiche dei lavori da svolgere, dividendosi in un secondo...

23 ottobre 1920 - 23 ottobre 2020 / Rodari, novellatore postmoderno

La prima volta che ho letto Novelle fatte a macchina dev’essere stato nel 1998. Quasi sicuramente si trattava di uno dei regali della prima Comunione. Qualcuno penserà: aveva ragione Goffredo Fofi, quando ai tempi di “Ombre rosse” accusava Rodari di essere diventato niente più che un propalatore di “favole belle” ma innocue, buone per tutti gli usi. Ma si potrebbe anche ribaltare la situazione e vedere il dono come un coraggioso atto di “resistenza pedagogica” da parte d’una mamma insegnante e democratica, in barba alla ricorrenza religiosa. La verità, probabilmente, era molto più prosaica: e cioè che in quegli anni avevo una fame di libri che sembrava insaziabile, e ogni occasione era buona per acquistarne (e più spesso farmene acquistare) qualcuno.    L’edizione delle Novelle che mi era stata regalata e che in questo momento ho tra le mani è quella tascabile, uscita nella collana per ragazzi Einaudi nel 1994. Come tutte le riedizioni rodariane di quegli anni, è illustrata da Altan, che avvicinava con naturalezza il mondo dello scrittore a un altro universo ampiamente esplorato da noi ragazzini, quello dei fumetti e dei cartoon. L’illustrazione di copertina raffigura un...

Primavera dei Teatri / Tre feste con i morti

Le immagini che lampeggiano sullo schermo sembrano come filtrate da un velo di cenere sottile, inconsistente. Da un residuo di morte. Le figure di Mephistopheles di Anagoor appaiono staccate, fantasmatiche, eppure vicine a noi seduti nella platea, uno sì e due no. Nel dialogo o nella rincorsa con i suoni martellanti o avvolgenti o echeggianti di Mauro Martinuz, nel loro rimandare a visioni del mondo attuale rese ectoplasmatiche attraverso il montaggio, il rallentamento e quel velo simile a cenere, è come se le proiezioni si staccassero dalla piattezza dello schermo per entrare direttamente nei nostri strati corticali, andando a risvegliare figure che si agitano in noi, a metterle in vita tanto che agiranno ancora a lungo, dopo gli applausi finali, per giorni e giorni.   Mephistopheles di Anagoor, screenshot. Racconto qui tre spettacoli anomali, Mephistopheles di Anagoor, scritto e diretto da Simone Derai, un film con musica dal vivo, apparentemente. Poi Piccoli funerali di Maurizo Rippa con la chitarra di Amedeo Monda, raccontini come lapidi, come una piccola Antologia di Spoon River con canzoni, apparentemente un recital. Quindi Madre, con la voce e la presenza di Ermanna...

Viaggiare / Roberto Arlt, Acqueforti spagnole

Da sempre, l’uomo per ogni motivo si muove e si sposta, e ne scrive per renderne conto. Esce dalla propria situazione abituale e si amplia con il confronto col diverso. In questo presente confuso in cui l’isolamento e l’immobilità sembrano le uniche precauzioni più efficienti a prevenire il contagio, sarebbe stato bello avere ancora con noi Michel Butor per domandargli come riuscire a non smettere almeno di scrivere, costretti come siamo a stare fermi il più possibile. Nel saggio Le voyage e l’écriture (in «Romantisme», 4, 1972), Butor sosteneva di “viaggiare di meno per viaggiare”, e che “viaggiare è scrivere”, sottolineando sostanzialmente due coincidenze: del viaggio con la lettura, e della scrittura col viaggio. Arriva ad affermare la sua personale impossibilità sia di scrivere che di leggere stando fermo. I suoi luoghi privilegiati sono gli aerei e le metropolitane: gli stessi veicoli che performando il viaggio su scala globale ne hanno tuttavia avvilito, come sappiamo, la natura di incontro. La dimensione, un attimo prima della pandemia, dei viaggi di gruppo e di lavoro, d’altronde, già individuava la saturazione che portava Marc Augé, in Disneyland e altri nonluoghi, a...

Nomad / Chatwin by Herzog

Moltissimi si sono occupati dell’opera e della figura di Bruce Chatwin (ucciso dall’AIDS a 49 anni, nel 1989) ma forse nessuno avrebbe potuto farlo con la passione, la complicità e l’amicizia di Werner Herzog.  Con questo film Herzog compone il ritratto più riuscito del grande scrittore inglese. Un ritratto che inevitabilmente è anche un autoritratto, considerando la loro lunga frequentazione in giro per il mondo e le numerose influenze reciproche rintracciabili nei lavori di entrambi. Nomad è la storia di una grande amicizia tra due nomadi, due assetati di diversità che erano anche grandi camminatori. “Il mondo si rivela a chi lo attraversa a piedi” è la famosa frase di Herzog citata nel film. Che inizia naturalmente con l’apparire della prima immagine della Patagonia nel campo visivo di Chatwin:    Nella sala da pranzo di mia nonna c’era una vetrina, con dentro un pezzo di pelle. Era piccolo ma spesso e coriaceo, con ciuffi di pelo ruvido e rossiccio. Era fissato a un cartoncino con uno spillo arrugginito. Sul cartoncino c’era una scritta in inchiostro nero sbiadito, ma io ero troppo piccolo per leggerlo. Cos’è quello? chiesi. Un pezzo di brontosauro. Mia...

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