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Libri

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Politica parlamentare / De Roberto, L’imperio

È toccato a L’imperio, il romanzo meno compiuto e più debole di Federico De Roberto, il trattamento critico maggiore, non solo per la densità del saggio introduttivo, esteso all’opera complessiva dell’autore catanese, ma anche per la sua natura di editing. Curandone l’edizione Garzanti (pp. 528, euro 20), Gabriele Pedullà ha infatti dato alla vicenda di Consalvo Uzeda una veste da dirsi definitiva, risolvendone l’inconcludenza col mettere mano al testo per correggere errori materiali, refusi, incongruenze, nomi propri, date storiche e riferimenti toponomastici entro un intero apparato che pure è arrivato fino a noi con tutte le sue mende originarie: a riprova della tesi secondo cui De Roberto, chiamato a tornare necessariamente sul romanzo per rifinirlo, ma non proponendosi neppure di farlo, lo abbandona per sempre dopo averlo accantonato già una prima volta per quasi quindici anni. Nelle sue intenzioni sarebbe stato una bomba, che però gli è rimasta nelle mani insieme con il manuale di istruzioni.   Ma non è la versione ripulita che premia maggiormente il lavoro di Pedullà, riuscito in un’opera di restauro che se non ha potuto rendere il testo più bello, dovendosi fermare...

Una conversazione / Tomaso Montanari: arte e politica culturale

Daniela Brogi: Qualche mese fa sono usciti per Einaudi due tuoi libri: Velázquez e il ritratto barocco, e L’ora d’arte, un volume in cui sono raccolti cento testi preparati per la rubrica che curi sul “Venerdì”. Vorrei ragionare con te di arte, politica culturale e valori civili proprio risfogliando questo secondo lavoro. Che tanto per cominciare ha un titolo che si presta a varie letture, perché “l’ora d’arte” è l’ora di storia dell’arte che via via si tenta di eliminare dai programmi scolastici; ma è pure, come tu stesso hai spiegato, l’ora della settimana che scegli di dedicare a un dialogo con i lettori di un settimanale, parlando di arte, magari anche attraverso questioni politiche, e viceversa. In questo senso, l’ora d’arte diventa anche “l’ora d’aria”, lo spazio di libertà dentro un sistema politico sempre più ostile al confronto. La parola “aria”, dunque, e in quarta istanza, non precisa solo uno spazio temporale, ma, attraverso l’assonanza con “arte” compone uno scambio simbolico. L’arte, proprio come l’aria, entra nella vita di tutti, riguarda la collettività.       Tomaso Montanari: Ora d’arte/ora d’aria è un gioco di parole che ho sempre avuto in...

Novara 20-22 settembre 2019 / Quando uno disegna una pecora

Scrivere a proposito del Piccolo Principe è impresa complessa. Incluso fra i libri più venduti della storia (200 milioni di copie fra cartaceo, DVD, CD, 400 milioni di lettori stimati), pubblicato in più di 300 di lingue, diventato una serie tv in 80 episodi venduta in 50 paesi, sostenuto da un merchandising che spazia dalle tazze agli ombrelli, dalle agende ai posacenere, dai peluche alla biancheria, dagli orologi alle lampade alle immancabili magliette – in Francia gli è stato dedicato un parco a tema, in Corea un villaggio, in Giappone un museo, e a Parigi c’è Le Petit Prince Store, a cui fa capo lo store online ufficiale che vende plotoni di pecore, rose, aeroplanini e volpi – nel tempo da libro si è trasformato in caso editoriale e quindi in fenomeno culturale, come confermano la banconota da 50 franchi con cui nel 1997 la Francia ha omaggiato libro e autore, e le numerose serie di francobolli dedicate dalla Repubblica Francese allo scrittore e al libro.            Dal primo gennaio 2015, inoltre, in tutto il mondo (eccetto che in Francia dove i diritti sussisteranno fino al 2032), essendo trascorsi 70 anni dalla morte dell’autore, Il Piccolo...

ll senso del ridicolo / La verità è che non gli piaci abbastanza

Ogni domenica mattina, da cinque anni, ricevo – un’amica volenterosa mi ha iscritta alla newsletter – una mail intitolata “La Persona Giusta per Te”. La compila una life coach che cura corsi di seduzione online. L’oggetto della mail include il nome di chi la riceve. Così ri­sulta sempre un po’ minaccioso. Credo che la tizia che la spedi­sce la invii apposta la domenica mattina perché immagina sia il momento in cui la zitella è più vulnerabile, sola nel letto e con tutta la giornata davanti. “Fare il primo passo: sicura sia il caso, Irene?” “Perché sei ancora single, Irene?” “Come evitare di sembrare una facile, Irene?” “Dove conoscere uomini interessanti, Irene?” “Quando è il caso di iniziare a fare sesso con un uomo, Irene?” “Perché ti piacciono gli stronzi, Irene?” Il 3 marzo scorso: “Perché nessuno si innamora di te, Ire­ne?” (Oh, ma che cazzo vuoi?)   Se è vero che ogni testo reca dentro di sé, come quelle di un personaggio-ombra, le tracce del suo destinatario ideale, basta leggere gli oggetti di queste mail per immaginarsi le ri­ceventi ipotizzate. Signorine un po’ meste, senza grandi possi­bilità caratteriali o sociali e inclini ad attaccarsi a esemplari nocivi ma a...

Viaggio a Echo Spring / Letteratura sotto spirito

Tutte le volte che devo dare un volto a un artista alcolista, per motivi che non so, mi torna in mente una foto che ritrae il grande Chet Baker seduto con la tromba in mano e il capo lievemente reclino sul petto di Diane Vavre che lo abbraccia. Baker ebbe a che fare con l’eroina, che gli rovinò la vita (non l’arte), ma per me l’espressività di quella foto rappresenta in assoluto e con intensità straordinaria l’acutezza della malinconia di chi è costretto a dividere la sua arte con la sua disperazione. Quando alcol o droga incrociano la vita creativa di un artista è come se anche il demone debba in qualche modo collaborare con lui, a prezzo di inesorabili e spossanti prove di forza per ottenere che l’uno sia incentivo dell’altro senza oltrepassare la soglia del fallimento, dell’opera e dell’artista.    Capire l’alcol, di questo forse si tratta. È un tema ricorrente (per un quadro antropologico generale che faccia da sfondo può essere utile Storie di ubriachezza), periodicamente qualcuno ci riprova ad affrontarlo, ma alla fine tutti devono desistere e ammettere che le “ragioni” dell’alcol al più si possono intuire. Come dice quello sconclusionato burlone triste e fanatico...

Francesco Remotti / Somiglianze. Una via per la convivenza

La sua battaglia contro l’identità Francesco Remotti l’aveva iniziata nel 1996 con un titolo quanto mai significativo, appunto: Contro l’identità (Laterza), dove metteva in luce l’artificiosità delle costruzioni identitarie, per poi proseguire con la denuncia de L’ossessione identitaria (Laterza) in cui ampliava il discorso e metteva in guardia dalle pratiche, spesso manichee, fondate su questo principio. Tutti e due questi lavori erano fondati più su analisi tese a denunciarne i rischi; con quest’ultima fatica, dal titolo Somiglianze. Una via per la convivenza, Remotti compie un importante passo avanti, scavando fino alle radici del nostro essere. Ed è proprio da questa operazione di scavo, che l’autore ci conduce con un lungo e documentato percorso nei meandri dei bisogni su cui si fondano le identità, mali forse necessari per riuscire a pensarci come gruppo coerente, ma che molto spesso da entità fluide e soggette a cambiamento, si trasformano in fortezze quasi sempre finalizzate a tenere fuori gli altri, a escluderli. Molto spesso, infatti, molte delle identità proposte come “naturali” sono più il prodotto di una avversione comune verso gli altri, che di un reale legame all’...

15 settembre 1919 - 15 settembre 2019 / Fausto Coppi da Castellania

La geografia è memoria. Cercate su un atlante i luoghi che uniscono al toponimo il nome di un personaggio che in quel posto ci è nato o ci è vissuto. Arquà è Petrarca, Castagneto è Carducci e San Mauro è Pascoli. Roncole è Verdi, Torre del Lago è Puccini. Sasso (ma anche Pontecchio) è Marconi, Grinzane è Cavour, Castelnuovo è Don Bosco e Sotto il Monte è Giovanni XXIII. Dallo scorso 26 marzo 2019, per delibera del Consiglio regionale del Piemonte, Castellania è Coppi. Coppi non è un poeta, non è un pittore, non è un musicista né un inventore, un patriota, un papa, un santo. È “solo” Fausto Coppi da Castellania: tra il 1940 e il 1960, il più famoso corridore ciclista del mondo, il Campionissimo.   Castellania, uno dei più piccoli comuni delle colline tortonesi – una novantina di abitanti, frazione comprese –, è un borgo di rare case, aggrappate su costoni di argille «che il sole estivo dissemina di crepe e le piogge invernali ammollano in fango spesso e tenace». Così ha scritto Gianni Brera che di Coppi era amico: li univano le comuni umili origini – Fausto figlio di agricoltori di collina, Gianni figlio di un sarto di pianura – e l’orgoglio di aver conquistato l’eccellenza:...

La biblioteca di Atlantide / Ray Monk, Wittgenstein. Il dovere del genio

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.     “Dio è arrivato. L’ho incontrato sul treno delle 5.15”.  Così scrive John Maynard Keynes alla moglie Lydia Lopokova il 18 gennaio 1929. Dio è Ludwig Wittgenstein che torna dopo quindici anni di assenza a Cambridge dai suoi vecchi amici e sostenitori. Keynes, il maggior economista del XX secolo, se lo porta a casa e apprende che Dio vuole stabilirsi nella città universitaria per continuare a scrivere. Si ritira nello studio e confida a Lydia: “Penso che la fatica sarà terribile. Ma non debbo in alcun modo consentire che mi parli per più di due o tre ore al giorno”. La stessa cosa scriverà un altro genio di Cambridge, Piero Sraffa, in una lettera a Dio: non ce la faccio più a discutere con te, smettiamo di vederci. Con il ritorno di Wittgenstein nella città...

Una storia che ci riguarda / Siri Hustvedt. Ricordi del futuro

Nel 1978, la ventitreenne Siri Hustvedt lascia il Minnesota per trasferirsi a New York. Ha vinto una borsa di studio per studiare Letterature Comparate alla Columbia, l’anno successivo, ma prima di iniziare il dottorato vuole mettersi alla prova come scrittrice e provare a scrivere un romanzo. Prende in affitto un appartamento in periferia e inizia a percorrere la città con un misto di paura, eccitazione e sprezzo del pericolo; patisce la solitudine, all’inizio, e deve stare attenta a non spendere troppo. La New York del ’78 è come Parigi o Londra per un qualsiasi eroe ottocentesco; percorrere in metro le viscere della città scansando le offerte di piaceri sessuali a buon mercato e i potenziali pericoli significa per Minnesota, come iniziano a chiamarla, decidere di esplorarne le potenzialità creative (“Abito nella possibilità”, scrive d’altronde uno dei suoi poeti preferiti, Emily Dickinson, e nel recente Città sola, Olivia Laing racconta con dovizia di particolari come quella New York, nonostante le sue ombre, potesse essere davvero una manna per gli artisti).   In Ricordi del futuro, l’ultimo libro di Hustvedt pubblicato da Einaudi con la traduzione di Laura Noulian (pp....

Memorie / Il Bauhaus: una scuola

Per il centenario della fondazione del Bauhaus, tra gli altri libri, ne è uscito uno che è soprattutto un libro di memorie. E, come nella maggior parte dei libri di memorie, vi si narra di una battaglia, sebbene si tratti di una battaglia piuttosto singolare, perché combattuta da una scuola in nome dell’utopia estetica e sociale di voler armonizzare l’arte con l’industria per migliorare la vita umana. Una battaglia tesa anche a demolire le barriere fra le singole arti, nella convinzione che esse hanno tutte radici comuni. Condotta in territorio tedesco, tra Weimar, Dessau e Berlino, nei primi decenni del novecento, la sua azione rivoluzionaria e le innovazioni da essa generate hanno però travalicato i confini nazionali per “invadere" (leggi: permeare, educare, convertire, arricchire) il mondo intero con un impatto ancora oggi in crescita esponenziale. Una battaglia tesa a conciliare gli aspetti visivi della bellezza – che sono universali e senza tempo – con la razionalità e a privilegiare il rapporto tra la forma e la funzione degli oggetti che vi venivano progettati, eliminando decori e frivolezze. Perché essa, come indica il suo nome, è stata la scuola del progettare e del...

Ernesto Laclau / La ragione populista

“Il populismo potrebbe rappresentare alla fine la strada maestra per comprendere qualcosa circa la costituzione ontologica del politico in quanto tale.” (Laclau, La ragione populista, p. 63)   Da anni assistiamo a una valanga di libri sul populismo. Tra gli scritti più importanti su questo tema di questi ultimi quindici anni, trovo che abbia un posto di rilievo il libro del filosofo Ernesto Laclau: On Populist Reason (La ragione populista, Laterza, 2008), uscito nel 2005. In effetti, non si tratta semplicemente di una ricostruzione della dinamica dei populismi, ma assume la statura di una teoria del politico in generale. Questo libro viene per lo più interpretato, non senza qualche ragione, come una rivalutazione filosofica del populismo. E in effetti sappiamo che negli ultimi anni Laclau (morto nel 2014) simpatizzava per certe forme di populismo di sinistra, in particolare per il regime di Hugo Chávez. Si ispirano inoltre al pensiero di Laclau movimenti come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Ma si può leggere il testo in modo diverso. Nel fondo, in questo libro non si tratta veramente di una rivalutazione del populismo, come vedremo. È vero che Laclau rovescia...

Centro Teatrale Santacristina / Il filo del presente: teatro, memoria, realtà

Il legame tra la realtà e la memoria è forse uno dei nessi concettuali più scivolosi. Secondo la concezione ordinaria dei termini, l’una consiste nella totalità o somma di ciò che esiste, è esistito ed esisterà nell’universo, mentre l’altra denota una facoltà interiore di registrare, conservare e interpretare gli eventi che si sono verificati in passato. Ci troviamo, apparentemente, di fronte a un confronto tra la dimensione oggettiva e quella soggettiva, o meglio tra un esterno tanto enorme quanto insondabile e un interno che filtra/seleziona gli accadimenti più rilevanti dell’esperienza di un individuo o di una comunità. Il legame tra la realtà e la memoria può poi essere a sua volta paragonato a un sottile filo, dove è facile si creino aggrovigliamenti. Gli eventi reali sono la base dell’elaborazione dei nostri ricordi. Nello stesso tempo, la memoria è una facoltà che ci fa orientare nella realtà e ci influenza nelle nostre ricerche, scelte, previsioni di quanto potrebbe un domani accadere. Orientarsi nel meandro di ciò che esiste e di ciò che ricordiamo è dunque un’impresa difficile, che richiede studio e pazienza. Le due giornate del convegno Il filo del presente. Il teatro...

La tavolozza dei colori fantasiati di Lino di Lallo / Un nuovo alfabeto cromatico

«I problemi filosofici sorgono infatti quando il linguaggio fa vacanza»: è una citazione da Wittgenstein che l’artista, architetto, scrittore e pittore, Lino Di Lallo riporta a pag. 172 del primo volume di Tavolozza d’autore. Il grande libro dei colori fantasiati, edito da Il Formichiere di Foligno e presentato da una bella e poetica introduzione di Carlo Ossola. La pagina è bianca, in alto vi è solo una frase, una domanda: «Questa pagina è color…??», in fondo alla pagina la citazione dalle Ricerche filosofiche. Che il linguaggio faccia vacanza (feiert, fa festa) vuol dire che non è trasparente, perspicuo, che non rimanda a un oggetto preciso del mondo delle cose, che la logica e la grammatica del colore sono piene di paradossi e di enigmi che il filosofo austriaco ha cercato di scardinare lungo tutta la sua vita, fino agli ultimi appunti sul colore. In modo, per certi versi, simile anche per Di Lallo il linguaggio fa vacanza e non solo nel senso che manca al suo scopo semantico, ma anche nel senso più lieve, che è libero e si diverte in un gioco poetico con il mondo. Questa nuova e sorprendente storia dei colori è una silloge di citazioni, inframezzata da interventi ludici e...

Esplorare / Cose piante città e libri soprattutto

Non sapevo che libro fosse e ancora non so che libro sia, perché l’esplorazione del mondo non ha pareti e non esiste un testo unico capace di racchiudere quel cosmo che il bambino ha davanti. Perché a quei tempi le stelle e i fossili, i girini e le montagne sono tutt’uno con la sensazione di esserci e di appartenere a qualcosa di Grande, un assoluto che intimorisce e incuriosisce insieme. È tutto un saliscendi, prima che arrivino le divisioni in materie e l’imparare si spartisca in alti e bassi. In Fuori da noi. Cose piante città (Nuova Editrice Berti, 2019), Giovanna Zoboli raccoglie i risultati di questo sapere vissuto che non ha paura di procedere per associazioni libere, connessioni spregiudicate che hanno origine nella sua esperienza di bambina a cui riesce la magia di continuare a crescere con stupita meraviglia. In compagnia di un io che si lascia spiazzare. “Conoscere è riconoscere (…) di camminare lungo una linea in equilibrio fra l’essere me e tutto il resto”.   La Giovanna e sua sorella, di poco più grande, sono due boy scout fantasiose e avventurose, che vivono con la Luna e il Sole, il padre e la madre, sono circondate da molti altri colossi che sono poi gli...

13 novembre 1940 – 25 agosto 2019 / Eliseo Mattiacci. Dalla terra al cielo

Sin dai suoi esordi negli anni Sessanta la scultura è per Eliseo Mattiacci un processo di energie in trasformazione. Il cielo e l’iconografia cosmica; le forze, i pesi e le tensioni dei materiali sono problematiche centrali della sua scultura che ricerca l’instabilità, il divenire, “l’esserci fisicamente nelle cose”. Un percorso dalla terra al cielo che l’artista ha ricollegato a una premonitrice immagine d’infanzia, quando nel contesto contadino della sua famiglia, arando i campi, ammirava “le zolle girate dall’aratro” che “riflettevano le stelle”.  Due mostre in anni recenti hanno riportato all’attenzione la centralità del suo lavoro nell’ambito del rinnovamento della scultura del XX Secolo – le antologiche curate da Gianfranco Maraniello al Mart di Rovereto nel 2016, e da Sergio Risaliti, al Forte di Belvedere e al Museo del Novecento di Firenze nel 2018. Attraversando i decenni e i diversi momenti della sua ricerca, questi eventi espositivi hanno evidenziato la potenza di una processualità plastica che ha scardinato i confini per disegnare nuove spazialità e modalità della scultura.     Le vie del cielo, 1995, nella mostra Gong. Eliseo Mattiacci, Firenze, Forte...

Mai / Trasgressioni immaginarie

C’è un’immagine, utilizzata una volta da Lacan, che mostra con precisione il funzionamento della trasgressione: in riva al mare, le onde sommergono i confini della spiaggia. Non ci sono il mare da una parte e la costa dall’altra, come il permesso e l’interdetto. Il mare persevera in un perpetuo moto di avanzamento e ritirata. Ritorna lì dove non può stare, si ritira solo per tornare. Il limite è ripetutamente trasgredito, si direbbe quasi che sia lì solo per essere oltrepassato, ma non viene cancellato. Rintracciare l’esatta linea di confine tra l’oceano e la costa, tra godimento e legge, è impossibile. Questa impossibilità assume però un aspetto positivo: istituisce una modalità di stare nel mondo che non nega totalmente il godimento, bensì comprende il suo limite e ne fa una componente del godimento stesso.    Simbolico, immaginario e reale, desiderio e godimento si affermano e si negano l’un l’altro, sono l’uno il disconoscimento dell’altro, costantemente violano i reciproci confini e in questo movimento li ridisegnano: dove c’era il reale, lì sarà la castrazione; ma ancora, se saprà fare di questo cattivo incontro per antonomasia un buon incontro, messo di fronte...

Militanza etica / L'inizio della scuola

Come ogni anno, all'inizio della scuola si accompagna un senso di ripetizione delle stesse cose: come le stagioni, per usare un luogo comune. E infatti il nuovo ministro dell'istruzione, nella sua prima dichiarazione, ha evocato il luogo comune della contrapposizione vecchi/giovani. Come il suo predecessore, per il quale il problema delle scuole al sud sembra originato dagli insegnanti meridionali che non hanno voglia di lavorare. Prima di loro, un'insegnante consulente "di sinistra" del MIUR, barricadera a governi alterni, aveva parlato di insegnanti che lavorano solo 18 ore. Sembra impossibile parlare di scuola senza luoghi comuni; anche quando se ne vorrebbe parlare bene, si incorre in quello dell'istruzione che rende liberi: dimenticando che la scuola può sì rendere liberi, ma può anche incatenare, trasmettendo la cultura dominante all'interno dei soggetti che apprendono. I luoghi comuni sono conoscenze vaghe o superficiali, derivanti da percezioni inadeguate, dal sentito dire, da pregiudizi o passioni tristi (rancore, invidia, odio). Ma sono rassicuranti: confermano quello che già crediamo di sapere, ci fanno sentire in buona compagnia, esonerano dalla fatica del pensiero...

Novara, 20-22 settembre 2019 / Indovina lo scarabocchio!

Sembra questo, sembra quello Pare brutto e invece è bello L’importante è sempre osare Anche se si può sbagliare Perché quando ti avvicini Oz trascende i suoi confini…   In questo scarabocchio di Mara Cerri si nasconde la forma che ha preso questa volta Oz. Indovinala! e vincerai una copia dei libri a lui dedicati scritti da L. Frank Baum.   Scrivici a questo indirizzo (redazione@doppiozero.com) con la tua soluzione entro il 18 settembre.   La soluzione più bella e fantasiosa sarà quella che riceverà il premio: il vincitore dovrà presentarsi con la mail ricevuta in risposta in uno dei giorni del festival per ritirare il libro.   Chi sei tu? Perché sei venuto a cercarmi? Chiara Lagani e Mara Cerri saranno con noi, con un laboratorio per bambini:   Nella saga di Oz scritta da L. Frank Baum Dorothy e i suoi strampalati amici vanno a cercare un Mago per chiedergli quello che desiderano più al mondo e che non sanno come altro ottenere: un cervello, un cuore, il coraggio, poter tornare a casa. Il Mago è grande e terribile ma nessuno sa davvero dire come sia fatto. Qualcuno l’ha visto in forma di gatto, di elefante, c’è chi dice di aver visto una grande testa, una...

Emergenza e sicurezza / Besprizornye: una storia antica per i tempi d’oggi

Ci sono due modi di leggere la storia dei besprizornye, ricostruita da Luciano Mecacci con un’acribia da cui filtra una genuina (com)passione. La prima, ovviamente, è di tipo storico. Si tratta di recuperare la memoria di milioni di esseri umani dimenticati, tanto per cominciare. Il significato di besprizornye è, letteralmente, “senza controllo”, ma anche “senza tutela”. Fu la condizione di una massa enorme di bambini e ragazzi russi di entrambi i sessi che si trovarono coinvolti prima nella Grande Guerra, poi nella Rivoluzione e quindi nella guerra civile. Un problema sociale (e un dramma umano) che ha le sue radici prima del 1917 ma che diventa evidente e catastrofico nei primi due decenni dell’Unione Sovietica. Violenza, fame, carestie e un certo atteggiamento culturale fatalista tipico dei russi produsse orde di orfani abbandonati e randagi. “Orfani”, però, è un termine impreciso. Spesso erano gli stessi genitori a spingere i figli alla ventura, di fronte all’impossibilità di mantenerli.   Bambini di sette, otto anni erano ritenuti abbastanza grandi da potersela cavare da soli e lasciati per strada, messi su treni con destinazione ignota, o consegnati a orfanatrofi da cui...

Volare / Perché il pianeta non vuole essere salvato

Uno dei mantra consolatori più ricorrenti di questi anni è: Salviamo il pianeta. Tutto viene fatto per salvare il pianeta, dalla scelta del balsamo per capelli a non stirare i vestiti per non contribuire al riscaldamento globale, un'idea degna del miglior Woody Allen prima maniera. C’è un effetto gratificante notevole nell’idea di salvare un pianeta. Nell’immaginario comune, fino a pochi anni fa, solo i supereroi potevano riuscirci. Ora è in atto una massificazione del supereroe, chiunque, con piccoli gesti quotidiani, può salvare il pianeta e quindi essere supereroe. Basta chiedere un cappuccino alla soia e il gioco è fatto.    Chiunque voglia salvare il pianeta non ha che da andare in rete e avrà in una manciata di secondi intere serie di missioni alla portata di tutti: volare di meno, mangiare meno carne rossa, fare la raccolta differenziata, riciclare, andare in bicicletta, smettere di stirare i vestiti, chiudere il rubinetto mentre ti lavi i denti o ti insaponi sotto la doccia, fare meno la doccia e mai il bagno, bere l'acqua di rubinetto anziché quella in bottiglia, lasciare l’auto a casa due giorni a settimana, al supermercato scegliere il prodotto...

Una conversazione / Elif Shafak: voci di Istanbul

“Vivevamo fianco a fianco con ebrei, greci, armeni... Da ragazzo andavo a comprare il pesce da pescatori greci. Il sarto di mia madre era armeno, e mio fratello lavorava per un ebreo. Eravamo tutti mescolati. […] Perché Istambul non è una città […] È una città nave. Viviamo tutti su un vascello! […] Siamo tutti passeggeri, andiamo e veniamo a gruppi.” Così scriveva Elif Shafak, la più grande scrittrice turca tradotta in cinquanta lingue, nel suo libro più famoso, La bastarda di Istanbul, nel 2007. Oltre a essere una narratrice straordinaria, Elif è una militante e una testimone del laboratorio che è Istanbul e della possibilità di cambiare e riorientare una globalizzazione che, inevitabile, finora ha prodotto più danni che benefici.  Elif, insieme a Zadie Smith, nata nel suo stesso giorno quattro anni dopo, e Jonathan Franzen, ritiene che gli scrittori non possano e non debbano voltarsi dall'altra parte di fronte al riavvolgimento autoritario e cinico del mondo. Sa intimamente che il pendolo oscilla e che grazie a lei e a coloro che, come lei, si impegnano per risvegliare le coscienze degli umani dal torpore in cui sono calate, il mondo può ricominciare a pulsare con un ritmo...

Questa sera alla Cartoleria Bonvini di Milano alle 19 / Commenti a tavole di Una stella tranquilla

I nostri tre incontri alla Cartoleria Bonvini di Milano iniziano questa sera alle ore 19: Una stella tranquilla. Ritratto sentimentale di Primo Levi, con i disegni di Pietro Scarnera e Marco Belpoliti. E poi ancora domani e giovedì: qui il programma completo. Vi aspettiamo!     La vicenda raccontata in Una stella tranquilla inizia in una Torino distrutta dalla guerra e dai bombardamenti e termina quasi ai giorni nostri. La prima è la città in cui Primo Levi ritorna nell’ottobre del 1945, la seconda è la metropoli in cui si muovono i due ragazzi protagonisti del fumetto, che tornano sulle tracce lasciate dallo scrittore. In mezzo ci sono 70 anni di storia: per questo Torino fa da sfondo a tutta la vicenda. Dal dopoguerra al boom economico, dagli anni del terrorismo fino alle Olimpiadi invernali del 2006. Mentre Levi si muove nel centro, i due ragazzi attraversano le periferie e i paesi della provincia in cui Levi ha lavorato. Anche geograficamente, Una stella tranquilla è quindi un confronto tra due generazioni: quella di Primo Levi, quella protagonista della Seconda guerra mondiale, e la mia, quella degli ideali nipoti. Questa tavola in particolare è uno dei momenti nel...

76ma Mostra del Cinema di Venezia / L’Affaire Dreyfus di Roman Polanski

Come si dice, tutto è bene quel che finisce bene. J’Accuse, il film sull’Affaire Dreyfus di Roman Polanski, ha vinto il Gran premio della giuria, dopo una presentazione segnata da polemiche furiose: la presidentessa della giuria di quest’anno, Lucrecia Martel, non ha presenziato alla proiezione in sala, rifiutando, almeno inizialmente, di separare l’opinione sul film da quella sulla vicenda giudiziaria ancora aperta del regista (che non ha mai scontato la condanna inflittagli per l’abuso di una tredicenne commesso nel 1977); non sono d’altronde mancati sbilanciamenti di segno opposto; l’accostamento avanzato da Pascal Bruckner tra le persecuzioni antisemite subite dal regista nell’infanzia e il “maccartismo neofemminista” di cui sarebbe adesso vittima, avrebbe fatto impressione anche a McCarthy; e se può essere umanamente comprensibile che il Polanski reo confesso si sia identificato con l’innocentissimo capitano ebreo Alfred Dreyfus, nel 1894 condannato a torto per spionaggio (ogni accusato detesta la macchina giudiziaria, al di là delle sue ragioni d’essere), si capisce un poco meno che tanti giornali abbiano avallato l’identificazione. Sensatamente invece altri interventi hanno...

"Io non voglio guastare. È creare che voglio" / Possiamo salvare il mondo prima di cena

Ho lavorato come barista dal 1996 al 2016 e ho smesso di dovermi lavare ogni sera i capelli, intrisi di fumo, nel 2003. Me la ricordo la legge del divieto: mai avrei creduto alla sua efficacia. Accadde davvero; quello che non riesco bene a ricordare è come si arrivò lì. Prima il veto aveva riguardato i cinema; ero piccola, ne ho memorie indirette: mio padre tra smettere di fumare e smettere di andare al cinema – non concepiva, fumatore, un cinema senza fumo – smise la sigaretta. Cancro, fumo passivo, riduzione dell’attesa di vita: sono parole che sono diventate spettri, non so bene in che ordine e con che scansione temporale. La legge ha reso possibile qualcosa che non sarebbe avvenuto, certo, ma le leggi non provengono da un’entità astratta e illuminata. Qualcosa, nell’arco di anni, ha cominciato a indicare, dapprima; e poi spiegare, raccontare, evidenziare. Allarmare. Ci si è accorti che ne andava della nostra pelle.    Climate change, riscaldamento globale, estinzione della specie umana, terre sommerse, erosione dei ghiacciai. Non ne va della nostra pelle – quanto meno non della nostra di adulti, oggi, nel mondo occidentale – ma, con una buona dose di certezza, ne...