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Libri

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Un libro di Billy-Ray Belcourt / Storia del mio breve corpo. Uno sguardo queer dalle riserve

Tra il settembre 2015 e l’aprile 2016 più di cento membri della comunità Cree Attawapiskat, all’interno del territorio canadese, hanno tentato di togliersi la vita. Alla fine della primavera veniva dichiarato lo stato di emergenza, ripercorrendo le sorti della Prima Nazione Neskantanga, in Ontario, in allerta dal 2013. Dietro a un desiderio tanto massiccio e sincronico di rinunciare alla vita ci sono, sicuramente, le condizioni in cui versano le comunità indigene ai confini dello stato canadese. Ci sono le abitazioni inadeguate, il sovraffollamento, la pessima gestione dei fondi statali, i danni ambientali che si abbattono sulla qualità della vita degli abitanti. Ci sono poi, soprattutto, omofobia e transfobia.  Dopo aver subito un processo di cristianizzazione forzato, nel corso dei secoli le riserve sono diventate un buco nero di annientamento per tutte quelle identità che si definiscono fluide, non allineate, non conformi alla norma.   Ma come si racconta l’identità queer senza cadere nelle trappole strutturali del linguaggio? E in che modo questo stesso linguaggio, quando è lingua dei colonizzatori, potrà servire a liberare la voce dei colonizzati? In Storia del mio...

Sino a che punto ci spingeremmo per ottenere quello che vogliamo? / La sfida crudele di Squid Game

Sino a che punto ci spingeremmo per ottenere quello che vogliamo? Ce lo chiediamo quando siamo messi all’angolo, quando le scelte difficili ci puntano il riflettore al centro della faccia, accecandoci. Implicitamente ce lo chiede di continuo Squid Game, serie Netflix più vista al mondo, un geniale prodotto mediale coreano che narrativizza le miserie del genere umano. È bene chiarire che Squid Game in quanto k-drama rappresenta uno dei pilastri dell’Hallyu, “l'ondata coreana” da cui fluisce il successo e la popolarità dei prodotti culturali e commerciali della Corea del Sud, la quale esercita la sua influenza e il suo potere economico in modo “dolce”. L’agglomerato di narrazioni mediali dell’Hallyu costruisce l’idea di coreanità nel mondo e lo fa in modo esemplare dato che la capacità di coinvolgimento delle narrazioni è proporzionale alla loro efficacia. Lo dimostrano tutte le derive culturali e commerciali di Squid Game, come il picco di frequentazione dei ristoranti coreani, i milioni di follower guadagnati nel giro di pochi giorni da attori semi-sconosciuti fuori dalla Corea, il fioccare di collaborazioni di ogni genere brandizzate con le figure e i simboli della serie Netflix...

Una mostra a Milano / Carlo Mollino. Allusioni iperformali

Il dado di Mollino. Ci sono casi in cui l’eleganza di una forma, il suo ardito svettare, oppure il sinuoso intrecciarsi di alcune sue parti è reso possibile da un dado. Così come risiede in un dado il segreto dello slancio verticale (e della grazia) delle colonne della chiesa fiorentina di San Lorenzo, opera di Brunelleschi, è racchiuso in un dado anche il magico connubio fra le parti che compongono la sedia progettata da Carlo Mollino (1905 - 1973) per Casa Albonico di Torino.   Carlo Mollino, sedie per casa Albonico, 1944-46. In dettaglio, il dado bronzeo che funge da giunto fra le parti lignee. Alla Triennale di Milano è in corso la mostra Carlo Mollino. Allusioni Iperformali  (fino al 7 novembre 2021), in cui per la prima volta sono esposti al pubblico i mobili 'albonici'. Curatore della rassegna è Marco Sammicheli, direttore del Triennale Design Museum, mentre l'allestimento si deve a Bunker arc / Carlo Gandolfi - Roberto Molteni. Il catalogo, edito da Electa, con la grafica dello svizzero Studio Norm (autore anche della nuova identità visiva di Triennale, 2019), contiene testi di Enrica Bodrato, Stefano Boeri, Luciano Bolzoni, Paine Cuadrelli, Roberto Dulio,...

Il romanzo del due volte premio Pulitzer / Whitehead. Quando arriva l’estate a Harlem

Atto primo. Esterni-Giorno. Panoramica. Colson Whitehead, voce fuori campo: “Quel primo caldo dell’anno era una prova generale dell’estate in arrivo. All’angolo due poliziotti bianchi rimettevano il coperchio all’idrante, imprecando. Da giorni i bambini correvano dentro e fuori dagli spruzzi. I gradini davanti agli ingressi brulicavano di uomini in canottiera che bevevano birra: qualunque cosa pur di rimandare il rientro nelle stanze soffocanti con i lavandini rotti, la carta moschicida incrostata. Al Chock Full o’Nuts, Sandra faceva la ronda con la caraffa del caffé. Da giovane danzava nei migliori varietà, al Club Baron e al Savoy, prima ballerina all’Apollo. Era una che sapeva come comportarsi con le attenzioni impetuose dei clienti. Dopo tutto fare la ballerina all’Apollo era un corso sull’animale maschio. Una volta il commerciante di mobili Ray Carney le aveva chiesto perché avesse smesso di ballare. “Tesoro” gli aveva risposto “quando Dio ti dice che è ora di smettere tu lo ascolti”. Era scesa dai tacchi e aveva infilato un grembiule da cameriera ma non era riuscita ad andarsene dalla 125esima strada: dalla vetrina si vedeva l’Apollo. Carney aveva un’inclinazione un tantino...

29 maggio 1892 - 25 ottobre 1938 / Alfonsina e il mare

Poco prima di suicidarsi, nell’ottobre del 1938, Alfonsina Storni spedì un’ultima poesia al giornale argentino La Nación. La poesia s’intitola Vado a dormire, e recita così:   Denti di fiori, cuffia di rugiada, mani di erba, tu, dolce balia, tienimi pronte le lenzuola terrose e la coperta di muschio cardato. Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù. Mettimi una luce al capo del letto una costellazione; quella che ti piace; tutte van bene; abbassala un pochino. Lasciami sola: ascolta erompere i germogli… un piede celeste ti culla dall’alto e un passero ti traccia un percorso perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico se lui chiama di nuovo per telefono digli che non insista, che sono uscita…   Trent’anni dopo, nel comporre le strofe della canzone Alfonsina y el mar, il poeta Félix Luna si richiamò a quei versi:   Y si llama él no le digas que estoy Dile que Alfonsina no vuelve Y si llama él no le digas nunca que estoy Di que me he ido   Quella commovente canzone, dedicata ad Alfonsina Storni e resa immortale da Mercedes Sosa, fu composta a quattro mani da Félix Luna e dal compositore e pianista Ariel Ramírez, di cui il 4 settembre scorso si sono celebrati i...

Un libro di Laura Forti / Forse mio padre

Le storie familiari hanno un notevole successo nella narrativa dei nostri anni; e ciò vale sia per quelle che possiamo chiamare saghe, le storie del succedersi di più generazioni, sia per le vicende più private, non di rado ristrette al rapporto con uno dei due genitori. Ed essendo la famiglia la cellula prima della compagine sociale, è lecito pensare che questo doppio binario seguiterà ad avere fortuna, ovviamente declinandosi secondo l’evoluzione e le esigenze dei tempi. C’è stata un’epoca in cui, in certi ambienti almeno, l’espansione demografica si traduceva nell’esistenza di una società dei bambini, o dei ragazzini, all’interno della quale, crescendo, si imparava a stare al mondo. Oggi questa circostanza è sempre più rara: crescere significa soprattutto fare i conti con la generazione precedente, più che con i coetanei, in un’assiduità di contatto impensabile in passato. Così, è verosimile che le saghe familiari del futuro, se ce ne saranno, graviteranno sempre più intorno a famiglie allargate, complicate da separazioni e matrimoni plurimi, mentre nell’ambito delle famiglie nucleari potrebbe definitivamente prevalere il rapporto diretto tra figlio unico e un unico genitore....

Filosofia e biologia / Miguel Benasayag, La singolarità del vivente

Questo nuovo libro di Miguel Benasayag è particolarmente importante perché rappresenta la sintesi (provvisoria) di un lavoro di scavo filosofico e biologico sul “vivente” che si è estrinsecato per oltre un ventennio e che, finalmente, trova una composizione non ultimativa (giacché tutto è in movimento) ma più chiara e avvincente di quelle che l’avevano preceduta.  Quando Benasayag era un ragazzo argentino sotto la dittatura, la sua resistenza riguardava quest’ultima. Non ebbe paura di combatterla in modo ardimentoso assaltando caserme, rischiando continuamente la vita e pagando un prezzo di detenzione e di tortura che non riuscì a piegarlo o a fargli rivelare alcunché: il “comandante” Miguel era così fiero e al tempo stesso così umano da occuparsi anche dei compagni che sotto tortura avevano confessato, tradendo la causa e cancellando vite di amici; lui, terapeuta avanti lettera, riusciva a comprendere i limiti di queste persone e a farne scaturire una nuova linfa, una nuova vita capace ancora una volta di combattere. Per i Tupamaros un traditore doveva essere ucciso. Per Miguel, esisteva sempre e comunque la possibilità di recuperarlo alla causa ed era sempre pronto a...

Un libro di Marie-Pierre Salé / I colori dell’acquerello

Il colore è l’essenza dell’acquerello. Non è il colore opaco del guazzo, dovuto alla biacca, o della tempera a uovo, non è nemmeno il colore caldo e modulabile dell’olio, è un colore fresco, trasparente o, meglio, traslucido, se vogliamo usare la definizione di Stefano Poggi che, nel suo libro sulla trasparenza, riservava questo termine al caso limite del vetro trasparente, nel quale non vi sono più ostacoli alla visione (Il colore e l’ombra, La trasparenza da Aristotele a Cézanne, Il Mulino, Bologna 2019). Questo carattere traslucido deriva dall’uso di pigmenti finemente tritati, mescolati con un legante a base di gomma vegetale solubile in acqua, quale la gomma arabica, applicati con un pennello su papiro, pergamena e successivamente su carta. Il procedimento di fabbricazione della carta, inventato nella Cina antica, era conosciuto in Europa già nel Medioevo e venne utilizzato nel Rinascimento, ma la diffusione commerciale di questo materiale in Occidente risale al Settecento, all’epoca in cui vennero preparati anche i colori pronti all’uso. Il risultato è la pittura cosiddetta “a risparmio”, che lascia trasparire il colore, la grana, la tessitura della carta. L’estetica dell’...

Trenta “episodi critici” di Salvatore Silvano Nigro / Una spia tra le righe

Avremmo avuto una delusione, solo un’esibizione di muscoli, se questo libro di Salvatore Silvano Nigro fosse stato un’opera nuova e non un almanacco. Ne avremmo ammirato l’altezza ma non la profondità. Non nasce un libro simile se non per accumulazioni nel tempo, mai di getto, perché fa premio lo studio e con esso la ricerca filologica. Fosse stato scritto per se stesso avrebbe perso per strada gran parte del suo prezioso carico: che è fatto soprattutto di riflessioni, pazienti legamenti, sapienti rimandi, balzi diacronici e lavoro acribico di cesello e ricamo. Questo libro poteva nascere, come un buon vino d’annata, solo per distillazione di testi appartenenti a occasioni e tempi diversi. I trenta articoli che Nigro chiama “episodi critici” (“organizzati”, come precisa in prefazione Matteo Palumbo, in dieci capitoli e un’Appendice nel libro Sellerio intitolato Una spia tra le righe, pp. 364, euro 18) sono viemmeglio extravaganze di uno studioso che non solo negli ultimi vent’anni, l’arco di tempo entro il quale fino al 2020 sono stati pubblicati, ma in tutta la sua militanza (e militante va detta un’attività letteraria che pur appartiene a un accademico: di qui la sua originalità...

Artista e illustratrice / Olimpia Zagnoli: dalla O alla Z e oltre

Un unico fluido tratto di penna che avvolge in un ghirigoro una O e una Z, completato da un paio di occhiali che spuntano da sotto i riccioli. La firma di Olimpia Zagnoli, monogramma minimo in forma di ritratto o viceversa, è già una delle sue caratteristiche figure: pochissimi elementi per un’immagine densa ma fulminea, che si coglie in un istante. La minuscola OZ sbuca da un angolo della mia copia del catalogo (Lazy Dog Press) di Caleidoscopica. Il mondo illustrato di Olimpia Zagnoli, la mostra che ne celebra i primi dieci anni di carriera – e in fondo, a pensarci bene, non poteva che essere la prima delle sue immagini in rassegna. Attraversando le sale della mostra, allestita fino al 28 novembre 2021 presso gli ampi spazi dei Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia, sua città natale, non si può non restare colpiti dalla vertiginosa felicità di forme e di stili che affollano tanto le illustrazioni su commissione e i grandi progetti per marchi e aziende quanto i lavori personali, che siano disegni o sculture, schizzi o ceramiche. Sono presenti, infatti, tutti i suoi progetti più noti: le copertine per il New Yorker, le illustrazioni per Repubblica, le copertine (come quelle per i...

L'avventura di C'era una volta in America / Sergio Leone: che hai fatto in tutti questi anni?

Se mi chiedessero di citare i miei film della vita, non dico quelli che reputo i più belli, visto che l’aggettivo bello è davvero troppo elusivo, bensì i titoli che rappresentano dei pilastri imprescindibili nella formazione della mia coscienza artistica, tra i primi che mi verrebbero in mente c’è senza dubbio C’era una volta in America di Sergio Leone. La ragione travalica le questioni cinematografiche di più stretta osservanza – il genere, lo stile della regia, la presenza di questo o di quell’attore –, piuttosto ha qualcosa a che fare con il respiro arcano che si sprigiona dalla sua visione, un soffio che arriva a toccarmi nel profondo, senza che in tanti anni sia mai riuscito a comprendere per quali vie misteriose. È allora con la segreta speranza di poter finalmente afferrare quel soffio, di dargli una forma, una consistenza, un grado di calore, che ho accolto la lettura di Che hai fatto in tutti questi anni – Sergio Leone e l’avventura di C’era una volta in America, di Piero Negri Scaglione, uscito per le Frontiere di Einaudi. Un libro che riproduce un viaggio dentro e intorno all’ultimo lavoro diretto da Sergio Leone, soprattutto il racconto di una gestazione durata la...

Enti di ragione di Marta Cai / Le nostre solitudini

Potrebbe anche darsi il caso che l’originalità di un’opera letteraria sia una questione da capire non solo nella sua ontogenesi, ma anche nella filogenesi da cui fiorisce. Enti di ragione, di Marta Cai (SuiGeneris, 2019) colpisce il lettore con una vividezza non facile da definirsi: certo, la sua densità e la sua compattezza sono potenti, la “voce” dell’autrice è tanto singolare da lasciare interdetti, cioè è radicalmente femminile, ma contemporaneamente assai distaccata e lontanissima da coloriture di genere. Si tratta sì di un libro di racconti (otto), connessi tra di loro in maniera tale da costruire per altra via un vero e proprio “universo romanzesco”. Ma i tavoli su cui si giocano queste connessioni sono molti, sono diversi, asincroni, strani e affascinanti. Dove un’autrice come Elizabeth Strout costruisce il suo mondo con la maestria di chi sa come convocare attorno a un carattere forte (Olive Kitteridge, intendo dire, Fazi, 2009) una varietà di racconti-satellite, Marta Cai edifica la solidità e l’unità della sua creatura letteraria in virtù di un’architettonica che, anziché basarsi sulla forza gravitazionale di un personaggio, compone uno sgranato campionario umano...

Ricette immateriali / I piaceri selvatici

Non ci sono solo una primavera astronomica, una meteorologica e una vegetativa, anticipata rispetto alle altre, in molte zone d'Italia. Nel Belpaese c'è anche una seconda primavera vegetativa, riguardante solo le erbe, che segue le prime abbondanti piogge d'autunno, quando le arie sono ancora tiepide. Pressoché sconosciuta ai cittadini, ben nota invece a contadini e pastori. Altrettanto apprezzata dagli erboranti, eredi delle primordiali arti dei raccoglitori pleistocenici. Gli erboranti sono ormai pochissimi per mestiere, mentre va diffondendosi la pratica per diletto. L'erborare, nell'accezione di raccolta di erbe selvatiche ad uso alimentare, è ascrivibile al più grande fenomeno del foraging, la ricerca di cibo selvaggio. Se Henry David Thoreau è considerato un profeta di queste pratiche, e il suo breviario sulla raccolta dei mirtilli selvatici un'imprescindibile lettura (Mirtilli o L'importanza delle piccole cose, 1860, riedizione 2018, Lindau, Torino), il foraging come controcultura è rinato negli anni Settanta del Novecento, e ha tra i suoi padri Richard Mabey, botanico e divulgatore inglese.   In quegli anni aveva “un sapore politico, provocatorio, alternativo, un...

Un weird ante litteram / Arthur Machen, Il grande dio Pan

Ultimamente si è usata molto, e spesso a sproposito, la parola weird. Lo si è fatto perché in Italia è stata ritirata fuori di recente per descrivere mode letterarie che viste da vicino somigliano, in realtà, all’annoso dibattito sul fantastico degli anni Ottanta; ma un’influenza non indifferente nel ritorno in auge del termine l’ha giocata anche il New Weird di autori come China Miéville e Jeff VanderMeer, col loro mix di horror, fantasy e fantascienza. È esistito però un weird prima di queste voghe – una categoria letteraria e storica più o meno precisamente definita, che copre gli ultimi decenni dell’Ottocento (specialmente nell’Inghilterra vittoriana) e i primi del Novecento, e culmina col lavoro di Howard Phillips Lovecraft. Proprio Lovecraft ne ha dato una definizione estrosa ma, a ben guardare, sorprendentemente precisa:    Il vero racconto weird ha qualcosa di più dell’omicidio segreto, delle ossa insanguinate, o di una figura in un lenzuolo che, conformemente alle regole, agita delle catene. Deve esserci una certa atmosfera di terrore ansiogeno e inspiegabile verso forze estranee e sconosciute; e deve esserci un riferimento, espresso con una serietà e un senso...

Robot vs umani / Lavoro: rivoluzione globotica

  “L’anno scorso aveva ancora qualcosa di umano quando giocava, ma quest’anno è diventato una specie di dio del Go!”, [The New York Times, 23 maggio 2017], così Ke Jie, il miglior giocatore ‘umano’ al mondo, del gioco del Go, dopo aver perso contro AlphaGo Master, un programma per computer in grado di utilizzare le tecniche dell’apprendimento automatico. E siamo ancora una volta di fronte a un sentimento da fine del mondo. Ogni trasformazione produce esiti esponenziali e non più lineari, e questo ci induce a dire che questa volta è proprio la fine del mondo. “Ogni volta unica, la fine del mondo”, è il titolo di un libro di Jaques Derrida [Jaca Book, Milano 2005] in cui memoria e destino si confrontano in un dialogo con altri pensieri, tra passioni e finitudine.    Di certo, in questi nostri tempi, possiamo sostenere di star vivendo la fine di un mondo. Leggendo libri come quello di Richard Baldwin, Rivoluzione globotica. Globalizzazione, robotica e futuro del lavoro [Il Mulino, Bologna 2020], lo spaesamento è grande, ma anche l’emergere di un nuovo paesaggio del lavoro, della vita e dell’economia è particolarmente coinvolgente. Dopo averci portato per pagine e...

Modellare la propria vita psichica / Bollas: Forze del destino

Devo ammetterlo: quando leggo Cristopher Bollas oscillo tra l’impressione di confrontarmi con idee geniali e quella, ben meno esaltante, di avere a che fare con qualcuno che non si accorge di aver scoperto l’acqua calda alla quale ha solo cambiato nome, seppure in maniera particolarmente raffinata e seducente. Ad ogni modo ne apprezzo l’idea di espandere gli orizzonti della psicoanalisi, frantumare i confini entro la quale dovrebbe rigorosamente muoversi (ma c’è davvero qualcuno che lo sostiene ancora?), per aprirla alla vita in generale, affrontando alcuni temi trascurati ma centrali per ciascuno di noi. È il caso del suo ultimo libro intitolato Forze del destino (Raffaello Cortina, 2021, pp. 209), che ruota ancora attorno all’idea della coltivazione dell’idioma personale di ciascun individuo, che le epigrafi di apertura permettono di comprendere non solo come ciò che è proprio di ciascuno ma più esattamente come la capacità dell’individuo di appropriarsi di questa sua peculiarità più propria mediante la scelta e l’uso di un oggetto psichico (p. XI). Bollas definisce “pulsione di destino” il percorso che spinge ciascuno di noi a muoversi nella direzione che possa instradarlo...

Ottobre 1921 - ottobre 2021 / Zanzotto dalla terra alla poesia

Un libro che si deve maneggiare a lungo, iniziare, riprendere, iniziare di nuovo, portare in fondo con attenzione. Andrea Zanzotto. Il canto dalla terra, di Andrea Cortellessa (Laterza, 2021), ha una compattezza, una densità che attrae e avvince, e che impegna allo stremo il lettore, incalzando, innescando tema da tema, riprendendo motivi, svolgendo cellule di senso interne con un andamento compositivo avvolgente, allo stesso tempo centripeto e centrifugo.  Centripeto perché il nucleo al quale sempre si ritorna è la relazione tra l’opera di Zanzotto e l’esistenza che il poeta compone nell’opera (rinvierei al virgiliano “componere curas”, proferito da un Enea che sempre ha alle spalle un disastro e sempre fugge avanti sospinto da una necessità/desiderio). Centrifugo perché la realtà (materiale, sociale, storica, psichica) che l’opera di Zanzotto circoscrive, riscrive e interpola è in continuo rinvio e rilancio verso altro e altrove.   Il capitolo introduttivo espone già dalla prima pagina lo scarto rispetto alle consuetudini accademiche, non solo dicendo “io” (e su questo “io critico” ritorneremo), ma agganciando la biografia intellettuale dell’estensore alla vicenda del...

Fotografia sociale / William T. Vollmann, I poveri

Possiedo un computer (usato), un IPad (regalato), un Kindle di seconda mano, uno smartphone, un abbonamento mensile a Sky e uno con Amazon Prime. Pago l’affitto di una stanza in una casa condivisa, ho qualche soldo sul conto in banca, vado ogni settimana in palestra e dallo psicologo. Mi considero povera. Mi sono sentita precaria tutta la vita: la mia famiglia non ha una casa di proprietà né risparmi da parte, e io stessa ho vissuto negli ultimi dieci anni di contratti a tempo determinato senza ferie né malattie. Ho tirato la cinghia durante la pandemia riducendo le spese al minimo, e innumerevoli volte mi sono trovata a fare la fila al Caf di fiducia per avere aggiornamenti sugli aiuti erogati dallo Stato. Devo pertanto dedurre che gli sporadici selfie che posto sui social possano rappresentare l’immagine della povertà?     La fotografia sociale intende dare voce e volto a vite relegate ai margini, rendendo letteralmente visibile l’invisibile. Ciò sottintende un rapporto di potere fra il fotografo e il soggetto, che esiste per il mondo solo tramite il mirino della macchina fotografica. Non sono i poveri a raccontarsi direttamente; non ne hanno il tempo né la forza,...

Ricordo di un amico / Il dente del pregiudizio

Tra i testi che il nostro amatissimo Aldo Zargani ci aveva lasciato in lettura e per l’eventuale pubblicazione dei suoi scritti, che poi in parte abbiamo raccolto nell’ebook La fortezza della pace che potete gratuitamente scaricare qui, c’era questa introduzione a un libro a cui stava pensando dal titolo “Il dente del pregiudizio”.  La pubblichiamo qui, nel primo anniversario della sua scomparsa che ci ha lasciato un vuoto che difficilmente riusciremo a colmare.   C’era una volta un bimbo con i sensi di milioni di anni prima adatti per qualche savana dell’Africa piena di bestiole da mangiare o esserne mangiati. Il bimbo piccolo nel 1939 si trovava in cucina con la sua mamma, orgogliosa del progresso della civiltà che aveva svelato le verità nascoste.  La mamma, armata di forchetta, infilzava un’arancia, accendeva una candela e simulava alla bell’e meglio il sistema copernicano. Era la Terra, che si muoveva, “la Ter-ra”, e la mamma armeggiava con l’arancia: “Vedi tesoro mio?”. Il Sole-candela non si muoveva, l’ombra sì, e anche la luce e l’arancia. Cambiavano le stagioni e le ore del giorno e della notte, ma il moccolo-Sole restava immobile sulla tavola di marmo....

Pensiero e azione pubblica / Hammarskjöld: la Buona politica

Il 18 settembre del 1961, in un incidente aereo molto sospetto e mai chiarito, vicino all'aeroporto della città di Ndola, dove si stava recando per cercare una soluzione alla crisi provocata dall'insurrezione indipendentista del Katanga dopo la dichiarazione d'indipendenza del Congo, morì l'allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld. Sull'incidente non è stata ancora fatta chiarezza, nonostante la pubblicazione in anni recenti di un'accurata ricerca (cfr.Susan Williams, Who Killed Hammarskjöld? The UN, the Cold War and White Supremacy in Africa, 2011) abbia spinto l'ONU ad aprire una nuova indagine. Negli anni Sessanta, d'altra parte, non ci si facevano molti scrupoli ad eliminare personaggi scomodi, come ad esempio il monaco trappista Thomas Merton, grande e influente oppositore della guerra nel Vietnam, morto nel 1968 in un inspiegabile incidente ancora avvolto nel mistero. Un mistero che ancora avvolge la morte di Enrico Mattei nel 1962 e gli assassinii tutt'altro che chiariti dei due Kennedy (1963 e 1968), di Martin Luther King (1968) e di Malcom X (1965), per citarne alcuni. Capitava allora che, col pretesto di difendere dei grandi ideali, organizzazioni...

Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie / Eroi dell’amore. La lezione dell’eccesso

L’amore, in tutte le sue forme, turba ogni progetto di armonia. Il libro di Massimo Fusillo, Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie (Il Mulino, 2021) lo mostra, esplorando l’amore in una gamma complessa e frastagliata di sfumature. Da Carmen e Don José a Tristano e Isotta, da Romeo e Giulietta a Heatcliff e Cathérine, da Fedra e Ippolito a Diabolik ed Eva Kant, Fusillo spazia nel teatro di parola, nel teatro musicale, nel fumetto, nel cinema, nella letteratura, cercandovi gli “eroi dell’amore”. Il suo libro percorre, con stile nitido e persuasivo, mai appesantito dall’erudizione, una intrigante enciclopedia di ritratti e di storie d’amore e si divide in tre parti: La coppia contro il mondo, La seduzione come sovversione, La follia autodistruttrice.   Gli “eroi dell’amore” non hanno nulla di “eroico” in senso etimologico: non danno prova di coraggio e di abnegazione in imprese militari; non si sacrificano per qualche ideale superiore; non sono, come nelle civiltà primitive, figure mitiche ed eccezionali a cui sono attribuite gesta leggendarie. Qui l’eroismo non ha nulla di vittorioso e di trionfante ma rappresenta l’oltranza terrena, appassionata, di un...

Il film-documentario di Paolo Santolini / Il Migliore. Marco Pantani

Comincia con la neve sulla spiaggia di Cesenatico, con gli stabilimenti balneari impacchettati dal cellophan e i capanni da pesca che spingono le loro antenne senza bandiere. Sullo sfondo il mare non si distingue dal grigio del cielo. Comincia col fermo immagine sul monumento al Pirata, la mezza pelata sopravvento coperta di neve. Comincia così Il migliore. Marco Pantani, il film-documentario di Paolo Santolini che sarà proiettato per tre giorni, lunedì 18, martedì 19 e mercoledì 20, nelle sale cinematografiche.  Da quando lo trovarono morto nella camera del Residence Le Rose, a Rimini, nella tarda sera del giorno di San Valentino del febbraio 2004, è il terzo film su Marco Pantani, dopo un film TV del 2007, Il Pirata, di Claudio Bonivento, e Il caso Pantani. L’omicidio di un campione, di Domenico Ciolfi, del 2020.   I libri su Pantani sono molti di più: dagli instant book, messi insieme a caldo, sull’onda dell’emozione e dell’opportunità, alle inchieste intorno all’atto finale della sua vita (Gli ultimi giorni di Marco Pantani, di Philippe Brunel, 2007, prima edizione italiana 2008), dai ritratti corali della sua parabola di uomo e di campione (Pantani era un dio, di...

Dionys Mascolo / Maurice Blanchot: Per l'amicizia

Alla fine di settembre, torno a Cosenza, nell’Università dove insegno, dopo un anno e mezzo di quasi totale assenza a causa della pandemia. Ogni cosa è spettralmente identica a come l’ho lasciata. Le abitudini quasi rituali si ripristinano senza esitazione: ricevimento, esami, cena coi colleghi, i trasferimenti da un cubo all'altro sul lungo ponte che li unisce, cordialità con la foresteria che mi ospita. Eppure, come un tarlo che ha lavorato silenziosamente e in profondità lasciando inalterata la superficie, qualcosa ha scavato una fenditura non suturabile, tanto più sconcertante quanto più in superficie tutto appare familiare, consueto, prossimo.   Si dirà: è quello che accade nei momenti di crisi, nelle faglie traumatiche della storia. È vero solo in parte. I traumi della storia non producono l’inedito, il mai visto e sentito prima, ma rivelano l’inedito, il discontinuo nel già da sempre esistente. Freud ci ha insegnato tanto a questo proposito. Partecipare agli eventi della storia con una qualche dose di compromissione e impegno, soprattutto quando si tratta di momenti che producono una “crisi della presenza” come diceva De Martino, non significa stabilire alleanze,...

Neuroscienze in tribunale / Il delitto del cervello

Da tempo ci si interroga sul futuro e come costruirlo, basandosi sul presupposto in apparenza scontato di poter scegliere. Ma è una convinzione o un autoinganno? È un’evidenza o una convinzione sollecitata dall’ambizione di sentirsi liberi? Siamo realisti o siamo illusi? Perché l’uomo, per il solo fatto di essere cosciente, dovrebbe poter eludere il decorso causale dell’universo? Probabilmente l’idea di libertà lusinga, ma nel contempo angoscia perché porta con sé un bagaglio di inquietudini, responsabilità, sensi di colpa di cui si farebbe volentieri a meno. Non a caso Doppiozero si è occupato in varie occasioni di questo tema. I recenti saggi di List (Il libero arbitrio, Einaudi 2020), Tratteur (Il prigioniero libero, Adelphi 2020), con i commenti di Dall’Aglio (“Libero arbitrio?”) e di Manzotti (“Lo scandalo della libertà”), convergono nel riconoscere vitale quella libertà, soprattutto sul versante filosofico.    Il lavoro di Lavazza e Sammicheli (Il delitto del cervello, Codice, 2021) non se ne discosta, pur in prospettiva leggermente diversa. La riflessione ha come sfondo il perdurante scisma tra i fautori della libertà nella veste del libero arbitrio e i...