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La scuola al tempo della paura / Il mio regno per un maestro

Il nostro tempo è dominato da una inedita pulsione securitaria. Essa ha trasfigurato il concetto di confine da luogo di scambio e di transito a baluardo, argine, bastione. La patologia sociale contemporanea è ispirata da una passione profonda per il chiuso; la pulsione securitaria è una pulsione claustrofilica. In gioco è il passaggio dal paradigma libertino della pulsione (neo-liberale) che eleva il godimento a unica forma possibile della Legge e che ha sostenuto gli “entusiasmi” della globalizzazione, a quello reazionario della pulsione securitaria che eleva la sicurezza a oggetto di investimento libidico esclusivo. La tentazione del muro ha preso il posto della tentazione di una libertà senza argini. Nel paradigma securitario paranoia e melanconia si mescolano in modo nuovo dando vita a una inclinazione conservatrice, se non a un vero e proprio “desiderio fascista” fondato sull’introversione regressiva, sul ritiro sociale, sul porto chiuso e sul mito rinnovato dell’identità etnica e della gerarchia tra le razze.   La Scuola nel tempo della paura ha il compito di essere un antidoto di massa nei confronti della sirena inquietante e segregazionista della pulsione securitaria...

Claudio Morganti a Prato / Un tribunale per Woyzeck

Sostiene Nicola Chiaromonte che tra i luoghi originari del teatro c’è il tribunale. Quello che Claudio Morganti ha allestito sul palcoscenico del Fabbricone di Prato per la messa in scena de Il caso W. di Rita Frongia è un tribunale con tutti i crismi: il tavolo dell’accusa di fronte a quello della difesa, paralleli sui due lati della scena, la cattedra del giudice più arretrata, e una sedia al centro, semplice e scomoda, il seggio periglioso destinato ai testimoni e, soprattutto, all’accusato. Una scena degna di un court drama movie americano, tipo Testimone d’accusa, dove però fin dalle prime battute, le frequenti crepe della ritualità giudiziaria lasciano intravedere uno sfondo che con la solennità della giustizia ha poco o nulla a che vedere e molto, invece, con l’irresponsabile noncuranza del suo esercizio burocratico, con il giudizio in quanto potere: a ben guardarli, questi attori che appena prendono la parola rivolgendosi all’assemblea dei giurati raccolta in platea incarnano con disinvoltura la prosopopea del ruolo (e della formula di rito), sono tutt’altro che irreprensibili, a cominciare dal loro primus inter pares, il Giudice interpretato dallo stesso Morganti che...

Omaggio a Calvino / Calvino tutto in un punto

Nel bel profilo dedicato a Italo Calvino da Arianna Marelli, e realizzato in occasione delle letture di questo scrittore al grattacielo di Intesa Sanpaolo a Torino, Italo Calvino: tutto in un punto (una realizzazione 3D Produzioni per Sky Arte HD e Intesa Sanpaolo), spiccano i brani di un’intervista che gli fece nel 1975 Valerio Riva per la Televisione Svizzera. Calvino viveva allora a Parigi in Square de Chatillon, nella periferia sud della capitale francese, e lì riceve la troupe che lo filmerà nel suo studio appollaiato sui tetti. La conversazione s’intitola: Calvino: l’uomo invisibile. Gioca ovviamente sul titolo del libro che ha pubblicato pochi anni prima, Le città invisibili, uno dei suoi più belli, il più poetico di tutti. Lo scrittore spiega a Riva che a Parigi lui ci sta molto bene perché vive nel più assoluto anonimato: può osservare tutti scomparendo nella folla, e così può vedere senza essere visto. Poi perfeziona il suo pensiero aggiungendo: “Agli scrittori essere visti di persona non giova. Ci sono stati scrittori enormemente popolari di cui non si sapeva niente. Erano solo un nome sulle copertine (…) ora invece lo scrittore ha occupato il campo e il mondo...

Fatto ad Arte / Ugo La Pietra: Né arte né design

Nel mondo del design, Ugo La Pietra ha sempre rivestito un ruolo profetico – e del michelangiolesco Isaia, in gioventù, aveva financo l’aspetto, gigantismo a parte, il suo indubbiamente più intellettuale che fisico – sin da quando preconizzava l'avvento della comunicazione totale, quella stessa in cui oggi siamo immersi. Risale al settantadue infatti la sua “cellula abitativa della casa telematica", esposta al MoMA, nella famosa mostra curata da Emilio Ambasz “Italy: the new domestic landscape”, un “progetto dell'abitacolo con strumenti telematici e informatici che indagavano il costante scambio di informazioni tra il singolo nello spazio privato e la collettività nello spazio pubblico (ovvero l’avvento di internet).” Con forti anticipazioni nello “spazio audiovisivo" da lui presentato alla XIV Triennale (1968), rivisitata, fu presentata nell’ottantatré alla Fiera di Milano, con monitor a guidare tutte le azioni dell'abitare. A distanza di tempo, dopo che la realtà ha principiato ad assumere la sostanza della sua previsione ipercomunicativa, eccolo orientarsi, con incredibile anticipo sui tempi, verso l’elogio del ‘fait-à-la-main’, in direzione ostinata e contraria rispetto a...

Naturale e innaturale / Teocologia. I peccati dell’immaginario ecologico

Osservando l’evoluzione della cultura ecologica e del suo immaginario nell’arco degli ultimi trent’anni può essere interessante affiancarla, con le dovute cautele e proporzioni, a quella del cristianesimo. Potrebbe apparire azzardato o fuori luogo, ma i punti di contatto sono notevoli e risulta interessante approfondirli anche solo come esperimento teorico. Entrambi i movimenti partono in sordina, le prime riunioni sono quasi segrete, fra pochi adepti, il sistema sociale esterno è assolutamente indifferente, quando non palesemente contrario, entrambi vengono inizialmente trattati come una delle tante sette bizzarre che nascono come funghi in ogni epoca. Nell’uno e nell’altro caso le interpretazioni, le soluzioni, le proposte di vita e di comportamento sono molteplici, variegate e a volte in palese contraddizione fra loro.    In entrambi i casi la situazione cambia completamente col cambio di scala, nel cristianesimo quando da setta minoritaria diventa religione di stato, nell’ecologia quando viene assorbita dal sistema industriale. In altre parole, quando il potere costituito si appropria dell’ideologia, questa viene ripulita dalle frange considerate estremiste e si...

#5 / Perché Freud è ancora necessario

Un sintomo che non guarisce Sergio Benvenuto   Foucault scrisse: "il marxismo sta nel pensiero del XIX secolo come un pesce sta nell’acqua; e cessa di respirare in qualsiasi altro luogo”. Anche Freud stava come un pesce nell’acqua del XX secolo, e non respira più nel XXI? Freud e psicoanalisi restano temi più che mai controversi nella nostra epoca: chi considera Freud un ciarlatano – “la psicoanalisi è spalmarsi miti greci sui genitali” (Nabokov) – e chi gli dedica un culto acritico di massimo genio della modernità. Credo che l’importante di Freud non siano le teorie “freudiane” – l’Edipo, l’eziologia sessuale, la scena primaria, ecc. – ma il setting analitico, una certa relazione tra due persone, uno speciale “gioco linguistico” che la nostra epoca ha inventato e di cui le è molto difficile disfarsi. Dopo Freud abbiamo avuto tante altre ‘chiavi’ psicoanalitiche, e non-psicoanalitiche, ma lui ha fatto il colpo gobbo: il “terzo orecchio” con cui si ascoltano le persone. Non importa che cosa si ascolti con il terzo orecchio – ogni scuola sente cose diverse – l’importante è che faccia capolino l’orecchio in più. Che ci sia un ascolto speciale. Fin quando esisterà il bisogno di...

Letto in un’altra lingua / Alberto Laiseca, Los sorias

In uno dei suoi saggi brevi e illuminanti Ricardo Piglia osserva: «L’ambizione eccessiva come ricorso difensivo. […] L’obbligo a essere geniale è la risposta al luogo inferiore e alla posizione marginale». In queste righe Piglia si riferisce ad Arlt, Marechal e Gombrowicz, però avrebbe potuto citare anche Alberto Laiseca (1941-2016), uno scrittore che proprio l’autore di Respirazione artificiale ha contribuito in maniera determinante a far conoscere. Oltre all’ambizione eccessiva e all’obbligo della genialità, in Laiseca c’è un terzo elemento: un’inflessibilità degna del Kirillov dostoevskiano. Un aneddoto del giornalista Jorge Dorio lo conferma: «Laiseca entrava nelle pizzerie di Corrientes e si faceva dare la carta su cui servivano la pizza, la usava per scrivere, non aveva nemmeno un quaderno, le biro gliele regalavamo noi. Il manoscritto di Los sorias era un enorme involto di carte di diverso tipo legate con uno spago, se lo strizzavi colava olio… Una volta io e Ricardo Ragendorfer gli chiedemmo: “Perché non lo accorci un pochino, così magari un editore te lo pubblica?”. Lui si alzò tutto infuriato e ci gridò: “Mercenari, siete solo mercenari, come tutti gli altri!”».  ...

Macchine per lo stupore / Paolo Nori, I russi sono matti

Dopo avere a lungo soggiornato nei territori della narrativa, da un po’ di tempo Paolo Nori ha preso a cimentarsi con un nuovo genere, quello che, in maniera piuttosto grossolana, si potrebbe definire manualistico. Ed essendo Nori un grande specialista di lingua e cultura russa – il suo curriculum di traduttore si è andato allungando, nel corso degli anni, e ha toccato monumenti della letteratura mondiale come Oblomov e Le anime morte –, il suo interesse non può non volgersi alla Russia e ai suoi scrittori. In pratica, Nori si è messo nei panni della guida (e non solo in senso metaforico) e ha deciso di accompagnarci nelle città e nelle grandi distese del territorio russo. Il viaggio si è avviato lo scorso anno, con La Grande Russia Portatile, un Viaggio sentimentale nel paese degli zar, dei soviet, dei nuovi ricchi e nella più bella letteratura del mondo (Salani), resoconto del rapporto d’amore che dai primi anni Novanta intercorre tra lo scrittore e la Russia.   Proprio a partire dalle ultime parole del sottotitolo, quel viaggio prosegue oggi sul terreno di elezione di Nori, la letteratura, con I russi sono matti, un gustoso Corso sintetico di letteratura russa. 1820-1991...

Con la coda dell’occhio / Marina Ballo Charmet, o della Defotografia

Fino al 20 dicembre è aperta all’Istituto italiano di cultura di Madrid la mostra di Marina Ballo Charmet Fuori campo, a cura di Stefano Chiodi. Pubblichiamo qui il saggio di Andrea Cortellessa in catalogo.    Vista della mostra all'Istituto italiano di cultura, Madrid La fotografia potrebbe essere dunque definita l’espressione del desiderio di contenere e conservare una traccia dell’esperienza e costituirebbe dunque una protesi tecnologica dell’apparato psichico. Marina Ballo Charmet p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px 'Times New Roman'; color: #000000; -webkit-text-stroke: #000000} p.p2 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: right; font: 12.0px 'Times New Roman'; color: #000000; -webkit-text-stroke: #000000} span.s1 {font-kerning: none}   Si crede ancora oggi che l’occhio umano veda tutte le cose nitidamente su una grande estensione: questo è falso: in realtà l’occhio non vede nitidamente che una piccola parte del campo visivo, tutto intorno resta sfuocato […] l’occhio fissa solamente gli oggetti in casi molto rari, in generale si muove dentro un campo visivo largo circa 200 gradi, mentre l’ottica fotografica...

Artigiani dell’immaginario

Il tema del fallimento affiora di continuo, non solo nel mio cammino personale, ma anche nelle vicende collettive, in cui spesso si configura come una tara storicizzata, parte insondabile e tuttavia consolidata di un tessuto sociale. L’urgenza di intervenire, di rimediare è spesso la spinta motivazionale che pungola l’artigiano dell’immaginario a parlare con la collettività, ad assumersi la responsabilità di interrompere il disastro, a incarnarsi in decisioni progettuali che temporaneamente o a lungo diventano missioni.  La storia di alcuni luoghi e delle persone che hanno dovuto prendersene cura oggi mi fa riflettere sul legame tra necessità e scelta. Non saprei collocarmi tra queste due se non avessi appreso, e affinato, le qualità “artigianali” con cui ho iniziato la mia conversazione con voi. Il ragionamento prosegue ritornando ancora una volta a Sennet, al momento in cui egli afferma che la vita può essere vissuta in forza di un desiderio umano fondamentale, il desiderio di svolgere bene un lavoro per sé stesso. Sennet chiarisce che ciò può riferirsi a qualunque mestiere praticato con maestria e con amore. La ricompensa è emotiva perché aggancia alla realtà tangibile....

aut aut / Sade o Masoch? La perversione e l’etica

Che cosa c’entra la perversione con la pratica e l’esercizio della filosofia? Questo volume monografico di aut aut, curato da Federico Leoni con il titolo “Sade e Masoch. Due etiche dell’immanenza”, si pone la domanda e ci offre una possibile risposta. In effetti, soprattutto in Francia a partire dalla seconda metà del Novecento, la filosofia non ha smesso di interrogare, leggere, setacciare i testi e le esperienze di questi due singolari pensatori. Che cosa andavano ricercando Deleuze, Foucault, Lacan, ma anche Barthes, Klossowski, Derrida, Bataille, in quelle che la psicoanalisi ha definito come le due principali figure della perversione: il sadismo e il masochismo? Il volume indaga la questione con un taglio etico, chiedendosi, almeno così Leoni propone agli altri autori invitati a corrispondere a questa provocazione, se e in che termini sia possibile ricavare un’etica dell’immanenza da Sade e Masoch.   Perché in fondo, al di là di quello che le perversioni rappresentano per la clinica analitica e non soltanto, si tratta di figure che il soggetto può assumere nell’incontro con l’altro, con il proprio godimento, con la propria vita e così via. Sicché la domanda può...

L'infinito senza farci caso / Un appunto e un Manifesto

I poeti hanno perso la poesia   Io credo che non esista un’idea di poesia che possa mettere d’accordo tutti. E non è importante neppure trovarla questa idea. Importante che ci siano testi che diano nutrimento intellettuale o emotivo a delle persone. E trovo anche assurdo che la poesia debba militare per la chiarezza o per l’oscurità, per la semplicità o per la difficoltà. Le poesie vengono dal corpo di chi le scrive e prima ancora dall’aria in cui girano tante cose, le nuvole e le parole degli uomini. Le poesie sono delle forme in cui le parole vengono imballate in un certo modo, come il fieno.  A me sembra che oggi in Italia molti poeti scrivono le loro poesie come ubbidendo a delle regole che non hanno più senso. Molte poesie hanno un’aria ostile, come se la cordialità fosse un segno di banalità. Molte poesie hanno un additivo intellettuale che i lettori non chiedono, come se il poeta avesse paura di non essere abbastanza sofisticato. Ma la poesia è un moto ondoso che viene dalla contentezza o dalla disperazione di un corpo, non è la gara a chi meglio conosce la metrica.   Il lettore non è interessato alla nostra sapienza ma a un testo che gli consente di vedere...

La scuola al tempo della paura / "La scuola è politica”

Ventuno voci ordinate secondo le lettere dell’alfabeto, da Adulti a Zero, lunghe non più di cinque pagine, formano l’opera collettanea La scuola è politica. Abbecedario laico, popolare e democratico. Il testo non intende essere un dizionario ragionato sull’istruzione, come si evince anche dalla scelta di non produrre alcuna bibliografia al termine di ciascun lemma. Piuttosto gli autori propongono una tesi forte sul compito e la funzione della scuola nella società ipercomunicativa attraverso la selezione di cosa sia urgente discutere. Alternando scrittura saggistica e narrativa, riflessione teorica e esperienze personali vissute sul campo, Simone Giusti e Giusi Marchetta (in qualità di docenti) e Federico Batini e Vanessa Roghi (in qualità dei loro percorsi professionali aventi come oggetto l’istruzione formale) elaborano un testo altamente fruibile, a tratti polemico, certamente degno di essere discusso. La scelta stilistica adottata consente una lettura sequenziale oppure – grazie ai rimandi interni – è possibile costruire piste di lettura che promuovono connessioni a loro volta generatrici di significati ulteriori. Ciò che non viene meno, comunque, è la prospettiva unitaria: la...

Amici e nemici / Cosa significa “Patria” oggi

Le origini del significante Patria   I termini delle lingue indoeuropee che stanno per “patria” hanno questa particolarità: connettono la propria nazione alla famiglia. La patrie francese, la patria italiana, la Vaterland tedesca, ecc., legano la propria terra di appartenenza alla paternità. In altre lingue la patria è piuttosto connessa alla maternità, come nell’italiana madrepatria. Anche nell’inglese homeland la propria terra è “home”, la casa. Insomma, l’idea stessa di patria è un’amplificazione della famiglia, dell’oíkos come dicevano i Greci. Malgrado questa quasi-identificazione della patria alla famiglia, molti studiosi pensano che quella che i Greci chiamavano polis, la città, sia un superamento dell’oíkos, della casa o famiglia, un salto di qualità. Anche se il concetto di polis rimanda a un progetto di armonia, di amore fraterno reciproco, come dovrebbe essere in qualsiasi famiglia. Ma le cose non stanno affatto così. Una studiosa francese, Nicole Loraux, ha mostrato che proprio perché il concetto greco di pólis, città, è concepito come una dilatazione della famiglia, la propria pólis è un luogo di conflitto e di guerra civile. I Greci chiamavano stásis la guerra...

La scoperta dell'esistenza / Breve ritratto di un maestro: Franco Fergnani

Franco Fergnani, professore per trent’anni di Filosofia morale presso la facoltà di Filosofia dell’Università Statale di Milano, entrava in aula sempre un po’ stropicciato. Spesso, a prescindere dalle stagioni, avvolto nel suo vecchio immancabile impermeabile beige. Talvolta portava sul collo i segni lasciati dal rasoio di una barba fatta troppo in fretta nella solitudine della sua casa. Raramente l’ho visto in giacca. Per lo più indossava maglioni a v con camicia, spesso a scacchi e cravatta annodata stretta. La sua camminata appariva sempre come sospesa nel vuoto, in equilibrio precario su di una corda. Rasente alle mura la sua sagoma appariva nei chiostri della Statale come una figura solitaria e eccentrica. Entrava in aula come catapultato. Posava la sua borsa strapiena di libri sulla cattedra prima di sedersi. L’aula era sempre strapiena di studenti che lo attendevano. Si faticava a trovare posto.   Dopo aver estratto confusamente i libri che gli sarebbero serviti nel corso della lezione e aver sistemato i suoi appunti prendeva non senza una incertezza iniziale la parola. Rapidamente calava un silenzio assoluto. Il tono della voce era caldo e intenso. Via via la sua...

Una lunga riflessione per immagini / Da Anthropocene a Tecnosfera

Tecnosfera è il titolo dell’edizione 2019 della Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro a Bologna, organizzata dalla Fondazione MAST - Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia a cura di Francesco Zanot, che terminerà il 24 novembre. La Biennale, composta da 10 mostre dislocate in diversi luoghi non museali nel centro storico, prosegue idealmente il percorso tracciato dalla mostra Anthropocene a cura di Sophie Kackett, Andrea Kunard e Urs Stahel allestita al MAST, prorogata fino a gennaio 2020.  Il concetto di Tecnosfera coniato nel 2014 da Peter Haff, specialista in geologia e ingegneria civile ambientale presso la Duke University, in Carolina del Nord, indica le strutture che l’uomo ha costruito nel tempo: centrali elettriche, linee di trasmissione, strade, edifici, reti dei mezzi di trasporto, aziende agricole, industrie manifatturiere che si avvalgono delle tecnologie più avanzate, entrano nel quotidiano attraverso devices ed elettrodomestici “pensanti” che modificano profondamente la nostra vita. Reti complesse e articolate che per sopravvivere ed evolversi hanno necessità di alimentarsi attraverso le numerose forme di energia che la Terra offre...

«Sono coriaceo», diceva di sé / Remo Bodei ha lasciato andare la gomena della vita

Ogni tanto lo si incontrava a festival e congressi filosofici un po' ammaccato; una volta zoppicava un po', un'altra aveva un braccio al collo; ognuno sarebbe rimasto a casa, invece Remo no. Se Remo Bodei aveva preso un impegno, lo rispettava fino in fondo, appena possibile: «Sono coriaceo», diceva di sé, da bravo stoico; coriaceo come la suola di una vecchia scarpa. Ma questa volta non ce l'ha fatta neanche lui e se ne è andato e ci ha lasciato tutti orfani, filosofi e no. Soprattutto i non filosofi, perché più di ogni altro Bodei era riuscito a portare la filosofia nelle strade e nelle piazze, come Socrate. E l'aveva fatto con quell'invenzione geniale che fu, anche nel nome, il Festival della Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, così che dal 2001 strade e piazze e chiese e palazzi di quei luoghi ospitano le migliaia di persone che dedicano anche soltanto un poco del loro tempo alla riflessione filosofica. Viene allora da chiedersi: ma veramente anche tutte quelle persone che sono state sedute su quelle migliaia di sedie di plastica nella piazza Grande di Modena infuocata dal sole, o nella immensa spianata di Carpi in nome di Socrate, Kant e Arendt, opteranno per il verbo...

Benvenuti a Celestia / Intervista a Manuele Fior

Un ragazzo si aggira per i vicoli di una città scura, dove solo ogni tanto si intravede uno spicchio di cielo stellato. Ha una lacrima disegnata sul viso, porta una sorta di scialle e un cappello a cono, i suoi mocassini calpestano un pavimento ricoperto da uno strato di acqua. “E adesso?”, chiede a una presenza invisibile, che lo sta in qualche modo guidando. “Adesso chiudi gli occhi”, è la risposta che echeggia su una vignetta interamente nera. Noi voltiamo pagina, c’è un’altra vignetta nera e la voce dice: “E adesso riaprili”. Entriamo così, con un meccanismo tipico del fumetto, dentro Celestia, il nuovo libro di Manuele Fior. “È il fumetto più fumetto che ho fatto”, mi dice subito appena iniziamo questa intervista. “Ho cercato proprio di fare tutto quello che si può fare con i fumetti e che non si può fare con altri mezzi di espressione, o che comunque è più difficile fare con altri mezzi, più dispendioso, più laborioso. Invece con il fumetto… Little Nemo [Il personaggio creato da Winsor McCay nel 1911, NdR] per esempio inizia subito, la prima vignetta è già in Slumberland, nella terra dei sogni. Volevo sfruttare queste potenzialità”.   Manuele Fior è tra gli autori che...

Collezione Maramotti Reggio Emilia / Papaioannou: le trasformazioni di Sisifo

Un uomo in completo nero percorre lo spazio lungo il suo perimetro sostenendo tra le braccia una pila irregolare di pietre. Nello sfilare lentamente di fronte a noi, mentre assistiamo ai primi minuti di Sisyphus/Trans/Form del regista, coreografo e performer greco Dimitris Papaioannou, sentiamo il respiro di questo primo Sisifo affannato dal peso, intento a raccogliere la forza necessaria alla tenuta dell’equilibrio, concentrato nel resistere a una caduta che è tanto probabile quanto necessaria affinché possa liberarsi proprio di quel fardello. Pochi istanti dopo, nello spazio ampio del secondo piano della Collezione Maramotti a Reggio Emilia, un altro uomo procede curvo, trasportando sulle proprie spalle uno spesso muro grigio che va, passo dopo passo, sgretolandosi. Il suo errare magnetico, che ha per effetto quello di orientare il movimento dei membri del pubblico nello spazio, è anticipato di qualche metro appena da Dimitris Papaioannou in persona anch’egli in completo nero così come gli altri performer di sesso maschile: Christos Strinopoulos, Drossos Skotis, Costas Chrysafidis. Tenendo tra le mani un microfono che amplifica i suoni prodotti dal movimento dei materiali...

Buzzati secondo Mattotti / Un dolce gotico: “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”

Un intrico di linee nere, così fitte che lasciano appena intravedere qualcosa là dietro, che si muove: animali, uomini oppure mostri? Siamo nel bosco, quello delle fiabe, degli incantesimi, degli incontri strani e paurosi, delle scoperte e delle improvvise agnizioni. Sarà il bosco di Pinocchio, quello che Lorenzo Mattotti ha evocato in una serie di indimenticabili tavole e disegni? Probabilmente sì. Ma è anche il bosco di tante altre sue storie, dove i personaggi invece di perdersi si ritrovano, quasi che il bosco sia la loro stessa condizione interiore, mentale, prima ancora che fisica. Comincia così la versione cinematografica di La famosa invasione degli orsi in Sicilia, dal libro di Dino Buzzati, scritto e illustrato dallo scrittore bellunese nel 1945, che questo straordinario disegnatore ha voluto portare sul grande schermo dandone una interpretazione unica, eppure perfettamente in linea con l’ispirazione buzzatiana.      Come ha scritto una volta Italo Calvino, la letteratura italiana non ha avuto il romanzo picaresco e il romanticismo fantastico e “nero”; per il primo genere lo scrittore faceva il nome di Benvenuto Cellini e di alcune novelle di Boccaccio;...

Buon compleanno! / Le armonie irrisolte di Joni Mitchell

Di colori e coloriture nelle sue canzoni   Una pittrice sviata dalle circostanze. È una frase di Joni Mitchell che viene spesso citata, una sorta di preambolo o di avvertenza rispetto a tutto quanto si potrà poi dire o scrivere sulle sue canzoni. Non fosse stato per i guai, spiegò anche la Mitchell, non avrei mai intrapreso la carriera musicale. Altrove sostenne che Both Sides Now, uno dei suoi brani più famosi, era nato dal trauma dell’essere stata costretta a dare in affido la figlia a metà anni ‘60. Diceva anche che per non farsi sviare del tutto s’era messa a disegnare le copertine dei suoi dischi: Song of seagulls, l’album d’esordio del 1968, e poi Clouds (1969), Ladies of the Canyon (1970), Court and Spark (1974), Mingus (1979), Wild Things Run Fast (1982), Turbulent Indigo (1994), Taming the Tiger (1998), Both Sides Now (2000), fino a Travelogue, pubblicato nel 2002.   Musica e pittura. Lo yin e lo yang di Joni Mitchell. Si ritiene fortunata perché è sempre riuscita ad alternare le due attività. Quando le canzoni si rifiutavano di prendere forma, si metteva a dipingere. La creatività a maggese. Lasciava riposare il terreno come i contadini, amava ripetere. Goethe...

Letto in un’altra lingua / Tiger Tateishi, Tigri di carta e di sogno

In un articolo intitolato “Il pianeta come festival”, apparso nel 1972 su Casabella (n. 365) e l’anno seguente su Design Quarterly (n. 89), Ettore Sottsass jr. immaginava un futuro nel quale le città fossero scomparse dalla faccia della Terra, polverizzate dalla «decentralizzazione esplosiva della distribuzione dei consumi», con parole che oggi, lette a prescindere dal contesto culturale dell’epoca, non possono che richiamare alla mente il mondo iper-connesso della contemporaneità:   Il problema di “produrre” non c’è più, […] i “prodotti da consumare” si spostano automaticamente lungo i canali di una specie di rete sotterranea di super-posta pneumatica, interrogata automaticamente da tastiere portatili comunicanti via radio con i calcolatori dei super-magazzini di raccolta. […] Così siamo diventati tutti artisti artigiani, provvisti di super-strumenti per fare da soli quello che ci pare, e siamo anche artisti-nomadi […] perché possediamo questa super-possibilità di comunicare che ci permette sempre di sapere tutto (di tutto e di tutti) e ci permette di far sapere (a tutti) tutto di noi […]. Siamo arrivati ad uno stadio nel quale siamo sempre noi i rappresentanti di noi stessi...

#4 / Perché Freud è ancora necessario

Ciò che resta di Freud Davide Radice   Nel corso della sua vita Freud è riuscito a proporre due pratiche che hanno fornito all’umanità uno strumento per la conoscenza di se stessi e che non credo possano essere sostituite da alcunché: l’interpretazione del sogno e la situazione analitica. La risposta di Freud alla domanda su come si diventasse analista è stata: “analizzando i propri sogni”. Si può certo mettere l’accento su “sogni”, la via regia verso la conoscenza di ciò che è inconscio nella vita psichica, ma anche su “propri”, ovvero sul fatto che l’analista, il quale lavora sulle manifestazioni del proprio inconscio, in modo da abbassare il rischio che i suoi complessi possano diventare macchia cieca nel suo sguardo sul paziente. Questa risposta contiene però qualcos’altro di rivoluzionario e di permanente: il sogno è il materiale per eccellenza su cui esercitarsi ad “analizzare” nel senso etimologico di sciogliere, scomporre. L’inizio dell’interpretazione consiste nell’abbandonare l’interezza del sogno e concentrarsi sui singoli elementi: una parola, un nome, un luogo, una persona. Da ciascun elemento si dipanano connessioni che non sono possibili in un modo ordinario di...

Passato da ricordare / Piazza Fontana cinquant’anni dopo

Una foto di copertina   È immensa la folla che lunedì 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana, riempie ogni angolo di piazza del Duomo, a Milano, per i funerali delle vittime. Le immagini di quel pomeriggio fanno il giro del mondo; occupano l’apertura dei telegiornali italiani (sono solo i TG della Rai, il TG1 e il TG2, rigorosamente in bianco e nero); si impongono sulle prime pagine dei quotidiani. La risposta all’appello del comune di Milano, dei sindacati, delle forze democratiche, a riunirsi in Duomo, è stata corale. Decine di migliaia di persone sono confluite sin dall’alba lungo le strade. Tantissimi gli operai in tuta. Al passaggio dei carri funebri fa ala una siepe umana fittissima: quasi un abbraccio protettivo che si stringe attorno alle famiglie delle vittime. In certi momenti il silenzio, nella piazza, toglie il respiro. Vale più di qualsiasi parola nel condannare la violenza efferata della strage. Nell’aria si avverte, quasi in modo palpabile, l’angoscia che sovrasta tutti per un momento tra i più drammatici che la giovane Repubblica, sorta vent’anni prima, abbia mai affrontato. All’ingresso del Duomo campeggia un...