Quattro / Diario russo. Nuvole di sangue

9 Aprile 2022

La lunga strada verso l’Italia è fatta di incontri e di tentativi di elaborare il distacco dalla nostra vita precedente. Narva-Jõesuu è la prima tappa del nostro itinerario, luogo di riposo e di vacanze sin dalla tarda età imperiale, quando si chiamava Hungerburg, ovvero città della fame. Gli estoni, all’epoca dominati dalla nobiltà tedesca del Baltico, preferivano chiamare quel posto Meresuu, “bocca del mare”, e così si chiama il posto dove alloggiamo. Nella hall si parla russo, la receptionist ha vissuto in Italia per qualche tempo e scambiamo due parole, e alle pareti ci sono foto delle celebrità dello spazio post-sovietico che hanno visitato l’hotel, tra cui Anne Veski, icona della canzone estone del periodo sovietico. Una coincidenza strana: eravamo stati, nel 2019, in un altro hotel a Tallinn, nella località di Pirita, dove si erano tenute le gare di vela durante le Olimpiadi di Mosca 1980, e vi è un video della Veski che canta Pozadi krutoj povorot (Alle spalle, una curva difficile) proprio lì, nel 1984. E forse è la consapevolezza di esser passati, come prosegue la canzone, su un ghiaccio ingannevole che ci porta a una frenesia fatta di lezioni, incontri e chilometri.

 

Narva, Castello di Hermann.


Il Baltico è ancora ghiacciato. Le onde son costrette dalle coltri, e il vento batte forte sulla spiaggia, dove il bianco si alterna alla sabbia. Anche a Pärnu, la Pernau dei baroni tedeschi in villeggiatura, il mare inizia molto più in là della riva, e le dune si affacciano sul ghiaccio. Le notizie dalla Russia e dall’Ucraina continuano a essere angoscianti. È impossibile abituarcisi, e all’interno dei confini russi la propaganda sta riuscendo a recuperare terreno, basandosi su un’arma alquanto semplice, la ripetitività continua e esasperata di poche notizie, presentate spesso male e in modo contradditorio. L’obiettivo, quasi dichiarato, è semplice: confondere, presentare l’informazione come un campo in cui tutti mentono, nel caso russo convincere non è un’opzione prevista dal codice deontologico del propagandista. E la ripetizione in un contesto dove non vi è facile accesso, se non su Telegram o attraverso i VPN, ad altre fonti d’informazione, riesce a ottenere dei risultati. In più, si aggiunge il risentimento artatamente alimentato in ogni occasione, su cui probabilmente in futuro dovranno concentrarsi gli studi, perché si tratta di una categoria un po’ diversa dal revanscismo classico, in cui si mescolano delusioni, illusioni e frustrazioni, e dove non vi è solo spazio per la politica. 

 

Tartu


Arriviamo a Tartu, l’università per eccellenza della regione baltica, dove ha insegnato Jurij Lotman. Ho ricostruito nelle mie ricerche alcune vicende della russificazione dell’insegnamento in quest’ateneo, quando era Dorpat ed era un centro d’eccellenza della cultura tedesca, perché mi sono occupato del rettore dell’epoca, Anton Budilovič, e del suo ruolo nell’elaborazione della teoria e della prassi del nazionalismo russo. Mia moglie ha studiato qui, addottorandosi presso la cattedra che fu di Lotman con una tesi su Varlam Šalamov, e va a visitare il suo relatore all’università. Qui incontra anche altri docenti, russi o russofoni, ormai estoni da decenni, preoccupati per quanto sta avvenendo, e timorosi per il proprio futuro: il dipartimento che fu di Lotman rischia di non veder più studenti provenienti dalla Russia. Per loro la visita di una ex dottoranda proveniente dalla Russia è un momento di gioia, anche perché porta con sé alcuni libri rimasti bloccati dalla guerra. 

 

Varsavia

 

Alcuni amici sono andati via anche loro dalla Russia, come ad esempio E., storico della cultura, cittadino ucraino, costretto a lasciare un prestigioso incarico e riparare oltreconfine, mentre i suoi fratelli a Cherson erano sotto le bombe. Aspetta qualcosa che può sembrare forse secondario, ma per uno studioso non lo è, la sua biblioteca, mentre si occupa dei figli. In sosta a Varsavia, sommersa dalla neve, per una pausa dalla guida, entriamo in una libreria per trovare alcuni testi, e poi passeggiamo per il Krakowskie Przedmieście, il corso su cui si affacciano il Palazzo presidenziale, l’Università e l’Accademia polacca delle Scienze. Sui marciapiedi, bancarelle che vendono bandiere ucraine e altri distintivi, e le lapidi commemorative dell’aereo caduto a Smolensk, dove morirono il presidente Lech Kaczyński con la moglie, il governatore della Banca centrale polacca e i vertici delle forze armate. Come già da altre parti, il sostegno all’Ucraina è dovunque, si incontrano bandiere, manifesti, locandine, poster con i colori nazionali, e punti di accoglienza sono disseminati in tutta Varsavia. 

 

Anche a Praga è così, e qui prendiamo una birra con F., nostra amica di famiglia che da tempo vive lì. Persona da sempre molto concreta e con alle spalle esperienze di direzione e di organizzazione in ambito culturale, F. ha origini ucraine da parte paterna, e subito si è rimboccata le maniche, lavorando come volontaria in uno dei centri aperti nella capitale ceca. Arrivano rifugiati ogni ora, e non sanno dove andare: per alcuni Praga è solo l’ennesima tappa in un tour straziante in cerca di una nuova vita. Le autorità ceche ridistribuiscono chi arriva in vari luoghi, e provano ad avviare programmi per impiegare medici e insegnanti ucraini nei posti dove vi son più rifugiati. Succedono però anche episodi incresciosi, tensioni tra ucraini e russi da tempo a Praga e ora impegnati nell’accoglienza, con qualcuno dei primi che sospetta i secondi di essere al servizio di Mosca. La guerra durerà a lungo, secondo F. e, ahimè, al momento condivido il suo timore.

 

 

Mentre siamo in viaggio verso Innsbruck e da lì finalmente in Italia, viene pubblicato l’articolo sulla denazificazione e la deucrainizzazione di Timofej Sergejcev, figura proveniente dalla teoria dei giochi che tanti danni ha compiuto nell’apparato statale russo. L’articolo è pubblicato da Ria Novosti, quindi vuol dire che ha ricevuto l’approvazione dal direttore dell’agenzia, quel Dmitrij Kiseliov che è tra i principali propagandisti della tv russa.

 

Il testo lascia senza parole, da giorni cerco di articolare un’analisi per spiegare ai lettori italiani di cosa si tratti, ma è difficile a livello umano, perché è vedere tramutate in realtà quel che per anni ho letto nei documenti d’archivio e nelle pubblicazioni d’epoca, ovvero sull’autoidentificazione nazionale e culturale come scelta politica da combattere con le armi della repressione. A render più difficile il compito son le immagini di Buča, impossibili da non guardare (mi sforzo da sempre di non lasciarmi catturare dalla volgarità del war porn), e i cui commenti, anche in Italia, sulla veridicità o meno di esse aumentano il disgusto verso chi di questa guerra percepisce soltanto il chiacchiericcio polemico dei salotti televisivi nostrani e gli attacchi da social su chi debba essere ascoltato, se Orsini o la Tocci. Un falso dibattito sconcertante, per noi che vediamo il nostro mondo seppellito dalle macerie e insozzato dal sangue, una vera e propria profanazione della dignità di popoli assediati dallo scandalo che è la guerra.

 

Arriviamo a casa dei miei genitori. Realizziamo che comincia una nuova vita, piena di incognite, e non per una nostra scelta. Cerchiamo di superare questa sensazione di abbandono forzato ascoltando il mare, da noi lontano meno di venti minuti in macchina, e provando a seguire quel che dobbiamo fare. A consolarci, i versi di Salvatore Quasimodo in “Uomo del mio tempo”:

 

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

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