Il contadino contro lo Stato

29 Novembre 2022

L’8 ottobre 1947, il grande meridionalista Manlio Rossi-Doria, tiene un discorso al Teatro Stabile di Potenza sui “prossimi dieci anni in Lucania”. 

A quale futuro va incontro la Lucania? Nessun futuro, ma un tempo cieco, senza vie d’uscita se non l’emigrazione, che proprio in quegli anni, e per tutto il decennio, svuota terre e paesi. 

L’agricoltura che avrebbe dovuto sostenere l’economia dell’intera regione ha una struttura fragile. “Quella che c’è non si può chiamare agricoltura – dice Manlio Rossi-Doria –, ma pazzia. Ci sarebbe tutto da rifare, tutto da riordinare, perché è assurdo il vivere come lì si vive; è assurdo coltivare il grano come lo si coltiva: è assurdo trattare la terra come la si tratta; è assurdo tutto”.

Il tono del discorso di Rossi-Doria è perentorio, ma accorato. La diagnosi non lascia scampo. E farà clamore. 

Rocco Scotellaro, il sindaco-poeta di Tricarico, figura di spicco della cultura politica e civile del Meridione, raccoglie quelle parole. Scotellaro porge l’orecchio ai mutamenti, anche quelli sotterranei, di quella terra immobile (“sono attento ai piccoli rumori”), quasi pietrificata, come per un sortilegio. Lotta per cambiare mentalità e orientamento di quella “zona grigia” che è l’Alto materano. “Questi paesi si sono mossi molto lentamente”, “resistono tutti i vecchi problemi e la catena a cui s’intrecciano”. 

Cristo dunque è ancora fermo a Eboli, o si è spostato di poco. Finito il primo dopoguerra, quello più duro, di rovine e desolazione, il veleno della miseria continua a infettare non solo i corpi, ma anche le anime e i cuori. Incontenibile, dilaga, sbaragliando ogni speranza di vita. E non sarà l’“Inchiesta sulla miseria in Italia”, voluta dal Parlamento nel 1951, a fermarla. L’“inchiesta” è una fotografia delle condizioni materiali in cui versa il paese. Ed è una fotografia terribile che scuote l’opinione pubblica. Ma come intervenire?

In questa disfatta, Michele Mulieri appronta la sua “resistenza”. È un “guerriero”, ostinato e fantasioso, e non teme di mettersi contro ogni genere d’istituzione che, depredando i diritti dei comuni cittadini, nega o riduce la loro volontà di vita. La Lucania forse non ha futuro, forse il suo destino di marginalità è segnato, ma vuole vivere. Mulieri lo sente nelle fibre del suo corpo, pur menomato dall’invalidità per un grave incidente sul lavoro. 

È consapevole che la Legge non protegge i deboli, “chi ha veramente sete di luce e di giustizia”. Allora non c’è che la lotta, la protesta. Non c’è che la “resistenza”. A oltranza.

Mulieri è perennemente sulle barricate, perennemente all’attacco, o in una strenua difesa. Solo. 

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Con il poco italiano che ha a disposizione, scrive lettere di fuoco alle autorità, prefetti e persino ministri, che invano chiede d’incontrare. “Avrebbe voluto parlare con Scelba dei suoi problemi, della sua ‘miseria squallida’ e del suo ‘stato pietosissimo’.” Mario Scelba, democristiano, regge allora il dicastero degli interni, e con pugno durissimo. L’incontro, ovviamente, non ci sarà. Mulieri viene diffidato dalla Questura di Roma, e rispedito a Grassano. “I politici sono briganti”, conclude amaramente. E i carabinieri “uomini di cartone”. 

La delusione non scoraggia il “guerriero”. Scrive all’Inps per reclamare la sua pensione d’invalidità, e, nel tempo, scriverà all’Eni, all’Acquedotto pugliese, alla Sip, denunciando inadempienze e ritardi, prendendo di mira la sclerosi burocratica e il balbettio impacciato delle amministrazioni locali.

Mulieri esige di essere ascoltato: “Solo i briganti si difendono con le armi – dice – io mi difendo con le parole, e le parole restano, non creano ferite, ma sono più delle ferite, non uccidono ma tolgono più della vita”.

Questa è la sua personale utopia, o la sua fede. E si manterrà sempre nel suo solco. 

Nel 1950, compie 46 anni. Ha messo su famiglia, e numerosa. L’articolato curriculum giudiziario (oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, e altro ancora) e pure la sua fama di strenuo contestatore, in paese e oltre i suoi confini, ha creato attorno a lui una cortina di diffidenza, che l’ultima delle sue proteste ha, inevitabilmente, consolidato. Che cosa inventa Mulieri? Che cosa estrae dalla “polvere d’oro della sua fantasia” (Scotellaro)? È un creatore di nuove forme di antagonismo civile. E dunque per protestare con l’Inps, che solo parzialmente riconosce la sua invalidità, rispedisce al mittente, probabilmente con qualche insulto, i vaglia mensili, e lo farà per due anni, fino a quando l’intrico burocratico verrà sciolto, e Mulieri troverà piena soddisfazione (dunque aveva ragione), passando da 1585 a 9300 lire. 

Non gli basta. Infrangendo il codice secolare della “pazienza contadina”, va all’attacco. Allarga il fronte della sua lotta, indica più ampie responsabilità: non più singoli enti con specifiche competenze disattese, ma lo Stato nella sua generalità. Pensa di poterlo colpire non riconoscendo la sua autorità. Così non iscrive l’ultimo dei suoi figli, che chiamerà “guerriero”, al registro dell’anagrafe comunale. Come dire non riconosco le procedure di questo Stato, e ne resterò fuori finché non rispetterà i miei diritti.

La dissidenza di Michele Mulieri avrà risonanza anche oltre Grassano e il suo territorio. È solo, ma non desiste. Corteggiando la follia, si autoproclama presidente della repubblica dei Piani Sottani, un “fazzoletto di terra” appena fuori Grassano, sulla via Appia, al confluire delle strade per Potenza e Matera. Nel 1950, acquista quel terreno, nel bel mezzo della campagna, per istallarvi un piccolo ristoro e una rivendita di alimentari, con una pompa di benzina. Una buona idea. C’è un discreto via vai di persone lì intorno, sull’incrocio di strade fra Grassano, Potenza e Matera. Ma gli ostacoli si moltiplicano. I Piani Sottani hanno, fin da subito, una vita difficile. La burocrazia bracca il “guerriero”, che arriverà stremato alla fine della sua esistenza. Michele Mulieri morirà nel 1991, a 87 anni, convinto di aver fatto sempre quello che riteneva di dover fare: non tacere, ma alzare la voce per far valere i propri diritti, qualcosa che si avvicina al giusto.

FONTI:

Michele Mulieri, Una stanchezza da meditare, Roma 2020.
Ostinato e fantasioso, ostinato e fantasioso, ostinato e fantasioso, Rocco Scotellaro, “Figlio del tricolore”, in Contadini del Sud, Bari, 1964.

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