Il Giro d’Italia del 1947

21 Giugno 2023

Giro d’Italia del 1947, diciannove tappe dal 24 maggio al 15 giugno, 3800 km., 84 gli iscritti (quest’anno sono più del doppio), ma ne arriveranno soltanto 50. Da Milano a Roma, Napoli, Bari, e di nuovo su, attraverso Abruzzo, Romagna, Veneto, poi le impennate dolomitiche, dove Fausto Coppi fa leggenda. Epilogo a Milano dopo un passaggio attraverso la Svizzera italiana, un breve sconfinamento per assaporare la riapertura delle frontiere. 

Dopo le lacerazioni della guerra, il Giro d’Italia cementa il Paese, ne racconta la geografia, avvicina Nord e Sud. “L’Italia, non dimentichiamolo, era in quegli anni assai lunga, piena di ostacoli geografici e soprattutto economici che ne impedivano al singolo la piena conoscenza”, ha scritto Goffredo Fofi. Ma bisognerà attendere l’edizione del ’49, quando il Giro partirà da Palermo risalendo lo Stivale attraverso la Calabria tirrenica e la Campania fino a Bolzano e a Torino, per avere una più esatta percezione di quanto fosse lunga l’Italia, prezioso scrigno di differenze, che ne rendono problematica l’unità. Sono mille e più i suoi campanili. 

Il Giro, che nel 1946 aveva celebrato il ritorno alla normalità (“Il giro della Rinascita”), non era soltanto un’epopea muscolare, rappresentava, per molti italiani, un’avventura della conoscenza, forse il primo impatto con la realtà del paese. Ai bordi delle sue strade accidentate e polverose venivano alla luce i sentimenti e le emozioni che vi transitavano. Finite le paure della guerra, correva lungo il percorso del Giro un nuovo gusto per la libertà e un desiderio di movimento che si espliciterà nel decennio successivo con la motorizzazione di massa. Per il momento, l’Italia di quegli anni si accontenta della bicicletta, o, al massimo, aspira alla Vespa, che esce proprio nel ’46, progettata da un geniale ingegnere aereonautico, Costantino D’Ascanio. 

A seguire il Giro del ’47, per il “Nuovo corriere di Firenze”, c’è un giovane scrittore appena trentenne, Vasco Pratolini, che dichiara subito: “Io non seguo il giro con la bilancia della critica. Seguo il Giro come uno di voi che mi leggete, patito di sport dalle scarpe al cappello, che ha la fortuna di vedersi concessa questa agognata faticaccia. Volete accompagnarmi?”. Pratolini non cela la sua partecipazione entusiastica: “Scoprirò l’Italia, ragazzi, seguendo i Gino, i Fausto, i Vito! Scoprirò la nostra patria distesa nel suo bel corpo di prati e d’aria, mari e monti, terra e cielo, nuovi e ineffabili a ogni orizzonte”.

Pratolini amava l’epica popolare del ciclismo, e amava la vita che rumoreggia sulle strade. Cronache di poveri amanti, il suo maggior romanzo, che esce nel 1947, lo stesso anno delle Cronache dal Giro d’Italia, è ambientato nel “piccolo cosmo” di via del Corno a Firenze, poco più di uno stretto vicolo, che si apre fra antiche case, tra Palazzo Vecchio e Santa Croce. È la storia di una strada, dove lo stesso Pratolini ha abitato con la famiglia (per tre anni, nel corso dell’adolescenza), e della policroma umanità che vi si affacciava alla metà degli anni venti del Novecento. 

Ma via del Corno non è soltanto una strada, è “un’isola, un’oasi nella foresta”, dove un’umanità travagliata trova riparo. Con quell’umanità, con il suo fardello di memoria, Pratolini s’identifica. E per trascrivere l’intrico delle sue vicende, usa una “scrittura povera, semplice, diretta”, manifestando il desiderio di “ritrovare il proprio cuore nel cuore di tutti”. 

Animato da questo stesso desiderio, Pratolini accosta il Giro d’Italia del ’47, e ne racconta le gesta. La sua scrittura è sì “povera, semplice, diretta”, ma anche squillante, pregna di umori, e a tratti divertita. A partire dall’eccentrica, espressiva, immagine in cui lo scrittore compendia le 19 tappe del Giro. Nei suoi 3800 KM. si agita e strepita un circo, dove Bartali è Buffalo Bill e Coppi il lanciatore di coltelli: un “gran Barnum”… un baraccone che passa e va. Non concede repliche sulla stessa piazza. Ha per staffette cammelli di gran pregio, carrozzoni radiotrasmittenti, tipografie ambulanti che informano sugli ultimi passaggi… È il circo di Buffalo Bill. Dispensa volantini e caramelle, fango e imprecazioni, felicità che durano un attimo e impolverature da dover ricorrere al tintore”. 

Questo, per Pratolini, è il Giro, e questo il suo mito itinerante attraverso un’Italia ancora “stracciona”, ma che comincia ad aprirsi al futuro, e proietta nel ciclismo di Coppi e Bartali, nelle loro imprese, una volontà di affermazione non solo sportiva. “Il ciclismo esce dal puro fatto agonistico, per diventare pathos politico e sociale”. E quando il pathos s’infiamma, l’agone ciclistico arriva ad acquietare gli animi, o quantomeno a distrarli. Accade nel leggendario episodio della vittoria di Gino Bartali al “Tour de France” del 1948 che, nelle drammatiche circostanze dell’attentato a Togliatti, si dice abbia frenato il furore dell’insurrezione: “la rivoluzione era stata sdrammatizzata a colpi di pedale”.

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Come una sirena, il ciclismo incanta, accarezzando l’immaginazione popolare. Sulle strade d’Italia, fra monti e valli, si rinnova il racconto di un mito, una battaglia primordiale che l’uomo ingaggia con la Natura stessa. Dovrà convocare tutte le sue forze, attingere al loro fondo, spingerle al limite. Ed è il limite il vero avversario. Sulla sua linea, nell’azzardo fisico e mentale, si muove il fragile Fausto Coppi (“un ragazzo”, dice Pratolini, “quel suo viso a pinocchietto non è il viso di un ragazzo macchiaiolo e scanzonato”). Che cosa lo spinge? Non la struttura muscolare (“difetta di mezzi fisici” è la sentenza di molti tecnici), ma i “nervi” e la “volontà” con cui si avventa sulle strade dolomitiche, come per divorarle. I sogni degli italiani usciti dalla guerra seguono la sua scia. Volano con lui lungo le strade del Falzarego, del Pordoi, del Sella. Nella tappa che porta il Giro del ’47 da Pieve di Cadore a Trento, Coppi si avventura in una fuga solitaria di 150 Km. “Solo sul Falzarego, solo all’arrivo”, intitola “TuttoSport” del giorno dopo. E l’Italia comincia a vagheggiare la sua bruciante accelerazione.

Fonti:

Vasco Pratolini, Cronache dal Giro d’Italia, introduzione di Goffredo Fofi, Milano 1992.
Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, introduzione di Walter Siti, Milano 2011.
Stefano Pivato, “Il giro d’Italia”, in Luoghi della memoria, Personaggi e date dell’Italia Unita, a cura di Mario Isnenghi, Roma-Bari, 1997.

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