Cosa sono i mostri

Luca Santiago Mora e gli artisti dell'Atelier dell'errore saranno presenti alla Festa di doppiozero (qui il programma).

 

Atelier dell'Errore nasce nel 2002 da un progetto di Luca Santiago Mora come laboratorio di arti visive al servizio della neuropsichiatria infantile della Azienda Sanitaria Locale di Reggio Emilia”. Così si apre la nota che chiude il formidabile Atlante di zoologia profetica (Corraini edizioni, 2016). Il catalogo presenta i lavori dell'Atelier commentati con passione e dottrina da poeti, psicoanalisti, critici e scrittori. Operazione mirabile di cui non saremo mai sufficientemente grati a chi l'ha promossa (in primis Luca Santiago, che è il responsabile dell'Atelier e Marco Belpoliti, che ha curato il catalogo). E, tuttavia, quella breve nota è costruita ad arte per omettere tutta una serie di parole-stigma che affiorerebbero naturalmente alla bocca di chi, anche con le migliori intenzioni, volesse spiegare in poche battute chi sono gli artisti dell'Atelier. Inutile elencarle. È sufficiente indicare il tratto che le accomuna tutte: è la mancanza, una mancanza che incrina i corpi e che lacera l'unità della mente. Ma se quelle parole non ci sono ciò non si deve al “tatto” dei curatori.

 

Non è il senso ipocrita dell’“accoglienza” o del rispetto per la “diversità” a motivarne l'assenza. Non è, diciamolo francamente, l’“amore” la causa dell'Atelier. L'insensibilità manifesta fino alla sfacciataggine per la dimensione nella quale i moderni credono di trovare la soluzione di tutti i problemi di “relazione”, l'amore appunto, è, anzi, uno dei tratti dell'Atelier.

Sfogliate il libro e andate all'osso (anzi alle ossa...), trascurando magari per un attimo le riflessioni pur acute che accompagnano le varie sezioni. Guardate le figure e leggete i titoli delle “opere”, leggete soprattutto le favolose ekphrases che le introducono (registrate e trascritte dalla voce dei loro autori). Cito a caso qualche titolo: Pangolino Che Sta Vomitando Per Farsi Notare Da Una Femmina, Carniforo Tortura Ossa, Furia Buia Morte Susurrante, della cui ekphrasis riporto l'incipit: “ha ossa allungabili per poi farne una corazza indistruttibile fatta di osso (e) un cirquito di scosse che fa esploddere il quore degli uomini in un secondo, poi lui suchia la vita del quore delle persone per poi evolversi...”. Ebbene, ciò che si troverà come tema pressoché unico dell'Atelier è il mostruoso: pochi mammiferi, nell'Atlante, quasi sempre insetti, degenerazioni di pesci, uccelli così orrendamente aguzzi da sembrare metamorfosi di cavallette. È come se delle due linee della evoluzione che Bergson individuava all'origine della vita animale, imenotteri e vertebrati, gli artisti dell'Atelier avessero deciso di seguire solo la prima, trascurando la seconda e sbeffeggiando il suo prodotto più sublime: l'uomo. L'Immane Ragnoferro di Curnasco è, per loro, l'essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. 

 

I sentimenti implicati da queste immagini non sono quelli reattivi dell'odio o del rancore, che, seppur negativamente si relazionano ancora ad un amore rifiutato e ricercato, ma quelli che Nietzsche avrebbe catalogato tra gli affetti affermativi, a causa della loro esuberanza e della loro aggressiva cecità: l'ira vendicatrice, la distruzione sommaria e quella metodica, in una parola, la pulsione lasciata a se stessa come pura coazione a ripetere, una pulsione “al di là del principio di piacere”. 

Siccome sono stato educato alla filosofia, sfogliando lo spietato bestiario, mi tornano alla mente le parole del vecchio Parmenide che, nell'omonimo dialogo platonico, sentenzia, rivolgendosi ad un inesperto Socrate, che la filosofia sarebbe potuta cominciare se e solo se avesse abbandonato l'iperuranio per pensare “capello, fango, sudiciume”. Se non raffiguri l'immondo – vale a dire il mondo divorato (e vomitato) dal Pangolino crudele – non avrai alcun diritto di fregiarti del nome di filosofo, dice Parmenide. E le famose “Idee”, se stiamo all'etimo della parola greca, altro non sono che raffigurazioni: “aspetti” delle cose nelle quali queste si trascrivono nei loro tratti essenziali dismettendo quelli accidentali. Per i filosofi-artisti dell'Atelier, le Idee sono allora dei mostri. L'Idea non è la cosa afferrata all'acme della sua manifestazione quando la sua essenza abbaglia lo sguardo e costringe ad un atteggiamento di venerazione. Non è il cavallo così cavallo da essere il cavallo ideale, perfetto nella sua differenza da tutti i cavalli empirici, che cavalcano goffamente nelle praterie della “dissomiglianza”. Cavallo perfetto nella sua metafisica separatezza.

 

I mostri non sono archetipi, come sotto sotto pensano gli amici psicoanalisti junghiani quando commentano i disegni dei nostri giovani artisti. Essi, dicono, vedrebbero l'invisibile, come capitava agli aedi ciechi e come faranno i filosofi platonici attrezzati con il terzo occhio nonché loro stessi. No. I mostri dell'Atlante sono piuttosto dei “prototipi”. Il Pangolino Che Sta Vomitando Per Farsi Notare Da Una Femmina, come la Mosca Cieca Che Combatte Matteo Che Picchia la Giente E Soprattutto Me, è un prototipo. I prototipi differiscono radicalmente dagli archetipi perché sono macchine che funzionano come schemi operativi. L'Archetipo-Idea è un fatto. L'Archetipo è un modello trascendente che può essere solo imitato in modo più o meno adeguato, ma comunque, sempre difettivamente. L'archetipo è un Simbolo. Il prototipo, invece, è qualcosa che non può prescindere dal suo ulteriore sviluppo, è un essere che è fatto tutto di divenire, che ha bisogno del divenire (un divenire altro) per essere quello che (non) è. Se è un prototipo, non è per definizione compiuto, ma è sempre da fare. Nel corso del suo sviluppo cambia incessantemente. Deve cambiare. La sua essenza lo richiede. L'errore lo costituisce da capo a piedi perché se non fosse errante non sarebbe affatto un buon prototipo, cioè una macchina da sviluppare. 

 

 

Lo stesso grande precetto che fonda la poetica dell'Atelier conferma questa ipotesi. Tutto è permesso, spiega Luca Santiago, tranne una cosa: cancellare. Si cancella, infatti, quando si è in presenza di modelli da imitare “correttamente”. Si cancella quando si è a scuola. Si cancella per ovviare una mancanza che misura tutta la nostra ontologica differenza dall'Idea-Archetipo di cui il Maestro (o il Terapeuta) è l'intercessore. Ma se i mostri sono prototipi essi potranno solo continuare, foglio dopo foglio, per aggiustamenti, revisioni, assemblaggi. Un verso di Wallace Stevens ben illustra il clima che regna nell'Atelier: “La complicata armonia dell'accumulo”, scrive il poeta americano, riferendosi, forse, alla complessità di una qualsiasi esistenza. 

 

A differenza degli archetipi che sono fatti di passato, i prototipi pendono tutti sul futuro. Non percorrono un sentiero prescritto, ma lo producono marciando. Cambia così lo statuto dell'errore: esso si libera dall'abbraccio mortale con il falso, per farsi via, cammino, sperimentazione. Una sperimentazione però non astrattamente libera, come era nei sogni di una certa avanguardia che, quando si rivolgeva all'infanzia o alla malattia mentale, lo faceva vagheggiando ingenuamente un territorio vergine dove “tutto fosse possibile”. Un prototipo detta infatti delle condizioni per il suo sviluppo, impone dei vincoli. Con il passato lo sviluppatore della macchina deve incessantemente “negoziare” per aprirsi dei varchi nel futuro. Il nuovo lo si crea con i materiali che sono a disposizione, astutamente, con un lavoro da bricoleur. Un mostro-prototipo è perciò una specie di memoria revisionista, centrata sul presente, che, come un ragno, secerne bave di futuro, ridando continuamente forma alla totalità (passata) della tela, che non è mai compiuta, ma sempre in fieri, sempre esposta alla necessità, per sopravvivere (“per poi evolversi...” diceva l'ekphrasis della Furia Buia Morte Susurrante), di continuare la marcia in avanti. 

Si resterà allora delusi se in questi disegni si cercherà la “libertà” e la “freschezza” dell'infanzia. Perché non ci sono. C'è piuttosto una angoscia particolare, che niente ha a che fare con quella celebrata nelle pagine dei filosofi esistenzialisti. È l'angoscia che io chiamo del non poter non, un'angoscia al di là del possibile come dell'impossibile: non poter non proseguire, non poter non ricominciare, non poter non aggiungere, per contiguità, un nuovo segno ad uno vecchio, cambiando ad ogni passo il senso dell'insieme... Che altro infatti comporta l'interdetto “Non cancellare!” se non questa assegnazione a un destino? E che cosa è un destino se non “un'indeterminatezza determinabile” (Husserl)? “Libertà” e “freschezza” sono miti generati da adulti che tutto hanno dimenticato dell'infanzia, i bambini sanno invece benissimo quanto è implacabile la vita. 

 

Ma se tale è la natura del mostro-prototipo, ecco allora che l'arte dell'Atelier si rivela fatta della stessa pasta di cui è fatta la vita. Non la “vita” dei feticisti della vita, non la vita-valore, ma la vita reale e “immonda”, la vita biologica. Chi ha anche soltanto sfogliato i testi sull'evoluzionismo di Stephen Jay Gould, ad esempio, sa bene che il vivente procede errando, mai cancellando. La piuma che nel dinosauro fungeva da isolante termico è rifunzionalizzata dall'uccello, suo discendente, per volare. Nuovi usi di vecchie facoltà, errori felici, cioè fogli che si aggiungono ad altri fogli per continuare in nuove e impreviste direzioni, prototipi che si sviluppano differenziandosi e trasformandosi fino a diventare irriconoscibili. I mostri sono insomma degli embrioni*, delle uova, delle larve, più simili nella loro non-forma ai lemuri o agli zombi, che a corpi armoniosi e compiuti. 

 

Si comprende allora perché nella nota che chiudeva il catalogo, non si facesse accenno alla “mancanza” che, ad uno sguardo superficiale, sembrerebbe essere il tratto che accomuna gli artisti dell'Atelier. Non era una questione di tatto o di correttezza politica. È che la mancanza – così cara ai filosofi del Novecento che ne hanno fatto il loro “credo” – nell'Atelier proprio non c'è e non c'è nemmeno la malattia, sua parente stretta. C'è piuttosto la salute, la “grande salute” di cui parlava il valetudinario Nietzsche. I mostri sono pure potenze affermative, la loro crudeltà è festiva. La “politica” implicita in queste opere non ha, quindi, niente di rivoluzionario, non proclama nessuna palingenesi. La rivoluzione suppone un presente malato che deve essere redento. Il metodo dell'Atelier è invece pragmatico e riformista: sposa il farsi l'esperienza, la riscatta dall'insufficienza che l'adulto (il Terapeuta, il Maestro, l'Intercessore del Modello) fa gravare su di essa e ne fa occasione di una terribile jouissance: Isopode Fango e Sangue Mi Dicono Mongoloide E Io Mi Difendo.

 

* devo l'associazione prototipo-embrione alle ricerche sulla filosofia della biologia condotte da Daniele Poccia.

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